San Martino, il santo del mantello

Sul calare della sera dell’undici novembre, le vie ciottolate delle più antiche città tedesche sono percorse da variopinte processioni, le laternenumzug, durante le quali i bambini appendono sui rami degli alberi delle lanterne di carta colorata e recitano delle gioiose filastrocche. In altri paesi del nord Europa, adulti e bambini si ritrovano riuniti attorno a tavolate chiassose, assaporando pietanze di antica tradizione a base d’oca. Anche in Italia è un giorno di festa. I borghi si profumano di caldarroste e si stappano le bottiglie di vino novello. Ancora oggi, come un tempo, a Venezia è difficile se non impossibile non accorgersi dei tanti gruppetti di bambini che scorrazzano tra le calli e campielli, chiedendo dei soldi ai passanti, sbattendo un mestolo su un coperchio di una pentola.

I soldini raccolti servono per i san martini che fanno bella mostra di sé dietro le vetrine dei pasticceri.

I san martini sono dei dolcetti di pasta frolla, ricoperti di glassa, cioccolata e caramelle varie, a forma di cavaliere con tanto di cavallo e spada brandita.

L’occasione è la ricorrenza della sepoltura di un uomo, che la memoria collettiva ricorda quasi unicamente per un episodio della sua vita, la “carità di Amiens”, il mantello diviso con il mendicante.

Però, quanti di noi conoscono realmente il vescovo di Tours, san Martino? Purtroppo il suo ricordo sta sbiadendo. Solo nell’ambito storico ed ecclesiastico la sua luce appare risplendere, benché molti si siano messi d’impegno per sminuirlo o, addirittura, ridicolizzare i suoi miracoli.

Martino ebbe i natali nel 316/317 d.C. a Sabaria, l’odierna Szombathely in Ungheria. Ancora piccolo, seguì il padre a Pavia, che aveva ottenuto l’incarico di tribuno nella sua città d’origine. Qui, il piccolo Martino visse parte della sua infanzia. Sempre a Pavia conobbe la comunità cristiana e, a quanto pare, in lui si fece vivo il desiderio di convertirsi al cristianesimo, tanto da voler essere accolto tra i catecumeni e di voler cercare Dio nel deserto, come gli asceti orientali.

Qualche anno dopo, aveva 15 anni, Martino seguì le orme del padre, arruolandosi nell’esercito romano. All’età di 18 anni, nel corso di una ronda effettuata di notte, si trovò davanti un mendicante seminudo che tremava come una foglia per il freddo.

Martino non esitò un attimo. Tagliò in due il mantello foderato di pelliccia e ne dette una parte al povero, affinché si coprisse.

Dio, compiaciuto dal gesto, fece sbocciare un’ondata di caldo fuori stagione, l’Estate di San Martino.

Nella notte successiva, Gesù gli apparve in sogno: indossava il suo mantello e stava raccontando a tutti gli angeli del paradiso del suo gesto altruistico.

Al risveglio il suo mantello era miracolosamente integro.

Dopo varie vicissitudini, il mantello, chiamato cappella, passò nelle mani dei re merovingi, che lo custodirono nel loro oratorio privato. Con il passare del tempo il vocabolo cappella venne a designare l’oratorio reale e da qui si estese, fino a designare tutti gli oratori.

Mesi più tardi, Martino venne battezzato, ma non abbandonò la vita militare. I legami d’amicizia e il cameratismo, che lo legavano al suo tribuno, erano molti e stretti.

Nel corso dell’estate del 356, Martino, mentre si trovava ad Augusta Vangionum (l’attuale Worms), ottenne finalmente il congedo, dopo una carriera militare durata venticinque anni.

Libero di potersi esprimere, come il suo cuore desiderava, Martino si mosse alla volta di Pictavium (oggi Poitiers), mettendosi a disposizione del vescovo Ilario.

L’incontro si dimostrerà decisivo non solo per la sua vita, ma per la stessa nascita del monachesimo in occidente.

Tuttavia, la sua permanenza non doveva durare a lungo. Un sogno lo esortò a intraprendere un lungo viaggio. Raggiunse Milano, la Pannonia, i Balcani, l’Illirico e ritornò di nuovo a Milano. Nelle città toccate ebbe dibattiti accesi con i rappresentanti dell’arianesimo.

Durante il suo secondo soggiorno milanese fece la sua prima esperienza monastica. Tutto sembrava andare secondo i suoi desideri, quando l’acredine del vescovo ariano Aussenzio si fece sentire con tutto il suo peso. Scacciato dalla città, trovò rifugio nell’isola Gallinaria.

Trascorse giorni a dir poco austeri, tanto da rischiare la vita, cibandosi di una pianta velenosa, l’elleboro, ma riuscì a sopravvivere grazie alla preghiera. Il suo primo miracolo. Dopo di che ritornò a Poitiers, stabilendosi a Lugugé, dove visse come un’eremita.

Nel 371, a furor di popolo, venne eletto vescovo di Tours, contro i voleri delle alte cariche ecclesiastiche. Ma si sa, voler di popolo, voler di Dio.

Si stabilì in un eremo a circa due miglia dalla città, fondando Maius Monasterium (l’attuale Marmountier). I beni erano gestiti in comune; indossavano solamente una pelliccia di cammello; e nessuno lavorava. I più giovani ricopiavano antichi manoscritti, mentre gli anziani erano dediti esclusivamente alla preghiera.

Da questo luogo di pace la sua fama di vescovo missionario, di guaritore pieno di carità, di esorcista o per le sue opere in favore dei poveri e dei diseredati travalicò ogni confine.

Morì a Candes l’otto novembre del 397, pianto da migliaia di persone.

Il Santo del Mantello è patrono di molte città italiane, piccole e grandi, ed è legato a molte feste legate all’agricoltura. Come nelle città del nord Europa, anche la tradizione culinaria italiana imbandisce molte tavole italiane con l’oca, forse per ricordare una curiosa leggenda.

Martino si era nascosto in una fattoria, tentando di sfuggire a coloro che lo volevano vescovo di Tours, ma lo starnazzare delle oche rivelò il nascondiglio del santo. E da quel momento, le nostre amiche pennute subirono e subiscono l’annuale castigo per il troppo zelo dimostrato dalle proprie antenate.

I san martini a Venezia? Toccherà ai bambini l’ardua scelta, se iniziare a deliziare il palato con la frolla del santo, oppure con quella del cavallo; e chissà quale sorriso a fior di labbra compie ogni qual volta il nostro Martino osserva l’innocenza riempirsi gli occhi di un dolce che lo ricorda da tempo immemore.

 

 

 

7 commenti su “San Martino, il santo del mantello

  1. Nel mio mondo ancestrale il vino padronale era tenuto in botti così a San Martino era la botte ad essere metaforicamente stappata. Metaforicamente perché la botte non era affatto tappata da quel foro in alto uscivano i fumi della maturazione. Veniva tappata solo dopo a maturazione completata. A San Martino quindi il vino nuovo spillato era ancora dolce e ricco di bollicine frizzante. Si festeggiava a cena in grande comitiva bevendo quel buon vino novello accompagnato solo da caldissime crispelle soffici di frittura in olio d’oliva novello pure lui. Venivano servite in due versioni: le dolci, grondanti di miele o zucchero; le salate, farcite con pezzetti di acciughe e accompagnate con fettine di buona salsiccia stagionata. La festa il vino le crispelle animavano la comitiva chiassosa sino a notte tarda.

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  2. E sai perché donò solo metà del suo mantello al mendicante? Mi è stato detto che era l’unica parte di cui era proprietario, perché metà dal suo abbigliamento era di proprietà dell’esercito!

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