San Nicolaus, il Santo dei bambini

Sul far della notte del 5 dicembre, molti bambini del Friuli Venezia Giulia, del Veneto e del Trentino Alto Adige si coricano con la speranza di trovare al mattino successivo il dono da loro desiderato.
I bimbi, dopo esser stati rimboccati sotto le coperte, attendono che il rumore dei passi della mamma o del papà siano sempre più lontani; e dopo qualche sospiro, fanno uscire dal caldo fagotto del letto le manine. Su una mano contano le marachelle e sull’altra le buone azioni compiute a casa e a scuola. Contano e ricontano, ma non c’è verso. Ci vorrebbero tre, quattro mani per contare le birichinate. Poi, con più attenzione, ripensano alle giornate trascorse. E così, come d’incanto, ogni marachella e tutti i capricci svaniscono di fronte alle decine e decine di buone azioni. Peraltro, a scuola, qualche maestra ha insegnato che ogni buona azione ne cancella tante di cattive. Così il piccolo nodo alla gola lascia spazio alla contentezza ed alla buona aspettativa di meritarsi il dono.
La loro attenzione si lascerà andare sugli ultimi preparativi del dopo cena. Si. Tutto è pronto per accogliere san Nicola e il suo asino, fedele compagno di tante avventure. Un cesto di fieno sull’uscio di casa per l’amico a quattro zampe e un buon bicchiere colmo di vino per il buon vecchio dal sorriso a tutto tondo, con tanto di barba bianca e vistose chiazze rosse sulle guance e sul naso.
Molti di loro non riusciranno a sostenere lo sforzo di restare svegli, altri ancora le tenteranno tutte pur di vederlo, ma solo sentire dell’orrido rumore delle catene dei demoni (come dice la tradizione), che seguono il santo, si catapulteranno spaventati sotto le coperte.
San Nicola è colui che ci ha fatto sognare da bambini, fa sognare le nostre piccole creature e farà sognare i nostri nipoti. Tutti i Babbi Natali delle diverse tradizioni culturali si sono ispirati a lui. Il Santo protettore, fra l’altro, proprio dell’innocenza, i bambini.
Per quanto possa apparire assurdo, almeno ai nostri occhi, Nicola non ebbe i natali tra le lande gelate del nord intiepidito dal calore delle fatate renne; ma in una terra riscaldata dal sole del Mediterraneo.
La sua città natale fu Patara, nell’antica Licia, una regione dell’Asia Minore, nella parte meridionale dell’attuale Turchia. Si sa poco della sua infanzia. La sua data di nascita oscilla tra il 260 e il 280 d.C. e la sua famiglia doveva essere di agiate condizioni economiche. Di una cosa si è certi. Era cristiana, mentre già sui nomi dei genitori vi sono dei dubbi. Esistono due diverse correnti di pensiero, basate su testimonianze scritte. Una prima, li ricorda come Teofane e Giovanna; la seconda, come Epifanio e Nonna.
Gli anni della fanciullezza, Nicola li trascorse frequentando le maggiori personalità ecclesiastiche dei luoghi a lui vicini, grazie ai quali poté intraprendere lo studio delle Sacre Scritture.
Perse i genitori in giovane età a causa di un’epidemia di peste e si ritrovò a disporre di un’ingente patrimonio, che utilizzò per aiutare i bisognosi.
Si ricordano molti episodi a questo riguardo, tra i quali il seguente.
Nicola era venuto a conoscenza che un suo vicino, un ricco decaduto, stava avviando le sue tre figlie alla prostituzione.
Assalito dall’orrore di questo deprecabile mercimonio, Nicola prese una grossa quantità di oro e l’avvolse in un panno trasparente a formarne una pallina dorata (come non ricordare i nostri balocchi appesi sull’albero di natale…) e, nel mezzo di una notte, senza farsi vedere, la gettò in una finestra rimasta aperta del vicino. Lo stesso gesto lo ripeté altre due volte; in tal modo tutte e tre le ragazze furono salve. Così, esse poterono celebrare le nozze e farsi una vita secondo i dettami cristiani, ringraziando Iddio per la grazia ricevuta.
In età adulta, lasciò Patara e si trasferì a Myra, dove venne ordinato sacerdote. Non ci volle molto tempo affinché la gente lo amasse, soprattutto per le sue opere di carità. Tanto che, alla morte del vescovo metropolita, fu lo stesso popolo a volerlo come nuovo vescovo. Durante il regno di Diocleziano (che operò una delle tante persecuzioni verso i cristiani), conobbe le catene della prigionia e le sofferenze dell’esilio, che ebbero termine nel 313, sotto Costantino. Ripresa l’attività apostolica, fu uno dei 318 partecipanti al Concilio di Nicea del 325, durante il quale venne condannato l’Arianesimo.
Stando alla tradizione, in questi anni Nicola si trovò a compiere numerosi miracoli per aiutare la sua gente. Tra questi, resuscitò dei ragazzi, salvò degli innocenti dalla pena di morte e risparmiò l’intera città dalla carestia.
Il 6 dicembre 343, a Myra, Iddio volle riaverlo al suo fianco.
Il suo culto si diffuse velocemente per tutta l’Asia Minore, per poi approdare ovunque, ed è conosciuto oggi, almeno per i più, nelle mutate vesti di Santa Claus: Babbo Natale.
Incredibilmente accadde che nel 1823 una poesia natalizia del newyorkese Clement Clarke Moore, “Twas the Night Before Christams” (Era la notte prima di Natale) dedicata a Santa Claus, storpiatura nordica del nome di Nicola, lo raffigurò come una sorta di folletto gioioso a bordo di una slitta trainata dalle renne, dando le basi dell’iconografia attuale del Babbo Natale.
Tuttavia, si dovrà aspettare lo statunitense Haddon Sundblom, che nel 1930 codificherà San Nicola, una volta per sempre, nelle sembianze ed abiti del Babbo Natale. Haddon era un’artista delle immagini e il destinatario del suo lavoro era la Coca Cola.
Dato per assodato che Nicola sia morto a Myra e che Babbo Natale altro non sia che la trasposizione moderna di Nicola, potremmo affermare con una certa sicurezza che conosciamo il luogo dove riposano i resti mortali di colui, che, anno dopo anno, rallegra i bimbi di ogni età di questa terra. Beh, la risposta non può essere sintetizzata in un semplice si, o no.
Per rispondere a questa domanda, dobbiamo fare qualche passo indietro, lungo centinaia di anni. Siamo in quel periodo che per alcuni è l’evo oscuro, per altri l’evo costitutivo dell’odierna Europa: il tanto chiacchierato e bistrattato Medioevo.
Fino al 1087 le spoglie mortali del Santo erano custodite nella chiesa di Myra. Nel 1084 la città cadde nelle mani dei Selgiuchidi, ma le reliquie del Santo non furono toccate dai cosiddetti infedeli; anzi, fu permessa la continuazione delle cerimonie a lui dedicate.
Due città, ambedue affacciate sul mare Adriatico, si trovarono, per ragioni politiche, antagoniste nel trafugamento delle reliquie del Santo di Myra. Da una parte Bari, appena affrancata dal potere di Costantinopoli ed entrata nel circuito dei Normanni; dall’altra Venezia, divenuta cosciente della sua possibile affermazione sull’intero Mediterraneo. Senza voler entrare, almeno in questo momento, nella politica delle reliquie e della consistenza delle stesse – cosa a dir poco affascinante -, la città pugliese riuscì ad anticipare i veneziani. Il 9 maggio 1087, 62 uomini, guidati da due sacerdoti e tre nocchieri, imbarcati su tre navi, si diressero ad Antiochia e, dopo aver venduto il carico di grano, si fermarono a Myra. Raggiunsero con le armi la chiesa e sfondarono la lastra tombale posta sul pavimento dell’altare maggiore della chiesa. Trovarono la tomba del Santo, piena di manna. I baresi non persero tempo. Dopo aver brandito le armi contro la popolazione locale, che tentò di ostacolare il furto, imbarcarono in tutta fretta il corpo e la manna, che fu messa su un vaso, e presero il mare l’11 aprile del 1087. Anni dopo, nel 1089, papa Urbano II depose entrambi nell’arca d’argento della nuova chiesa fatta costruire a tal scopo.
I veneziani, maldisposti a perdere la scena internazionale, non si diedero per vinti.
In occasione della prima Crociata, nel 1099, trovarono l’occasione di attraccare a Myra, e qui fu loro indicato che le cerimonie più importanti non si eseguivano sull’altare maggiore – dove i baresi avevano sottratto le ossa – bensì su una cappella laterale. I veneziani trovarono una grande quantità di frammenti sparsi e parti intere del tronco.
Portati i resti a Venezia, San Nicolò venne proclamato il protettore della flotta di Venezia e li condussero in pompa magna nella chiesa a lui dedicata.
Ovviamente, questo aprì una nuova contesa tra le due città, che si chiuse nel 1992, quando una ricognizione scientifica determinò che i resti di Bari e Venezia appartenevano alla stessa persona. Ma c’è da chiedersi: i nostri trafugatori, siano baresi o veneziani, hanno davvero traslato le reliquie di san Nicola? Forse, perché no. Le prove, alquanto univoche, sono piuttosto esaustive; almeno fino a prova contraria. Ma che si tratti di San Nicola di Myra, (stando alle dichiarazioni turche), questo è un altro paio di maniche. Però – detto tra noi- è così importante conoscere veramente dove riposano le sue parti terrene, quando ogni anno miliardi di esseri umani si scoprono bambini capaci, grazie a Lui, di sognare e amare il prossimo?
Nicola capirà.
Una volta ogni tanto, quando capitiamo in una chiesa, credenti o meno, rendiamogli un saluto, pieno di sincera gratitudine.
Come benefattore, per la generosità e bontà d’animo che ha avuto in vita; per l’identificazione in Babbo Natale, che ogni anno rallegra gli animi innocenti dei bambini, che in trepida attesa, aspettano il suo arrivo.
Perché, significato religioso a parte, ogni anno crea l’affascinante aspettativa verso la piacevole occasione di vedere riunita la Famiglia, gli amici e le persone care.
Grazie San Nicola.

9 commenti su “San Nicolaus, il Santo dei bambini

  1. In Sicilia, sino agli anni ’40 del 900, il giorno atteso dai bambini per i regali era il 2 di novembre, Commemorazione dei defunti; e a portare i regali ai bambini dormienti erano i defunti della famiglia, tutti, dal più antico al più recente.

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