La località di Sand in Taufers è adagiata in un’ampia e soleggiata conca, circondata da imponenti montagne, le cui pendici boscose s’alternano a ripide pareti e prati alpini. Posto nel cuore del Parco Naturale Vedrette di Ries Aurina, il vivace centro porta con sé la spiegazione del proprio nome. Le fonti archivistiche svelano, infatti, le origini del toponimo, altrimenti oscuro. A quanto pare l’etimo Taufers dovrebbe derivare dal preromano “Tyfres”, che rifletterebbe il quadro paesaggistico delle gole, formatesi nel corso dei secoli dai torrenti Aurino, Rio di Riva e il Rio di Selva, le cui acque ancora oggi percorrono rumorosamente la vallata.

La valle sembra immune allo scorrere del tempo. L’epoca medioevale ha lasciato ovunque una traccia del suo stile e del suo gusto. Sullo sfondo del paese, sopra una diga naturale di roccia viva, troneggia un castello, imponente e turrito. Alle sue spalle, il panorama si riempie dei versanti delle Alpi della Zillertal, che sembrano cingerlo nella dignità regale. Dal centro abitato, un suggestivo e facile sentiero ne permette la visita. Un caratteristico pontile in legno, che sovrasta le acque scroscianti del ruscello Ahornbach,

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conduce alla cappella Schlosskreuz, dalla quale inizia la risalita. Qualche manciata di minuti e il visitatore si trova di fronte all’ingresso aggettante del castello di Taufers.

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Il castello apparve per la prima volta nella storia nell’agosto del 1225, allorché Ugone IV di Taufers si trovò a soggiacere alla politica espansionistica del vescovo di Bressanone, Enrico IV. L’episcopo, peraltro cugino di primo grado di Ugone IV, ottenne senza colpo ferire la proprietà dei castelli di Taufers e Uttenheim, veri e propri baluardi e simboli familiari del povero Ugone, il quale poté riottenerli solo in seguito al giuramento di vassallaggio al vescovo.
I signori di Taufers intrattennero stretti rapporti con l’Ordine Teutonico, nonché con la prestigiosa Abbazia di Novacella.

Il 9 giugno 1241, la nobile Adelheid, contessa di Appiano, e suo marito Hugo von Taufers si ritrovarono nella condizione di rifondare a Vipiteno l’ospizio dedicato al Santo Spirito, all’interno del quale venne istituita la regola monastica di Sant’Agostino dal vescovo brissinese Egno. Anni dopo, nel 1254, la nobile donna, nel frattempo rimasta vedova, prese la decisione di affidare all’Ordine Teutonico lo “hospitalis in honore Sancti Spiritus ad sustentationem et recreationem pauperum et peregrinorum” (Atto di donazione, conservato presso l’archivio centrale dell’Ordine Teutonico a Vienna del 5 novembre 1254).

Nei secoli successivi, Taufers visse i momenti turbolenti della storia medioevale. La particolare posizione geografica del castello lo pose al centro degli scontri tra l’Impero e il Papato, nonché delle mire territoriali dei potentati locali. Il caso emblematico di questo stato di cose è rappresentato dall’episcopato di Nicolò Cusano, vescovo di Bressanone, che dovette sottostare alle violente ingerenze del duca del Tirolo, Sigismondo d’Austria detto il Danaroso, che lo privò di alcune importanti prerogative temporali. Dal suo rifugio di Andraz, il Cusano tentò con ogni mezzo di limitare il duca, che cercava di sottomettere e ridimensionare i principati ecclesiastici dei suoi territori. Le vittorie di Cusano, tuttavia, non impedirono che la vallata di Taufers passasse di mano all’imperatore Massimiliano I d’Asburgo, che aveva ottenuto non senza fatica la tregua tra i due contendenti.

Il 25 ottobre 1504, Massimiliano I vendette ai fratelli Fieger la gestione della giustizia di Taufers per ben 27.400 fiorini. Alla famiglia Fieger subentrarono nel XVII secolo i Zeiler, che la detennero fino al 1815, anno in cui morì l’ultimo discendente della famiglia.

 

Il castello restò a lungo abbandonato; e il fatto di aver cambiato numerosi proprietari non lo aiutò affatto. Delle preziose vedute di inizio Ottocento e dei resoconti più tardi testimoniano il suo degrado. Già nel 1813 la copertura del dongione era di fatto scomparsa e nel 1830 il mastio crollò, portandosi con sé parti della cinta e alcuni edifici vicini. Dopo alterne vicende, nel 1903 il castello venne acquistato da Ludwig Lobmeyer, che malgrado tutto e tutti, riuscì a curare un primo consolidamento delle strutture, operandovi anche un primo restauro degli edifici principali. I lavori continuarono più tardi da Hieronymus Gassner, procuratore generale dell’ordine dei benedettini austriaci a Roma, con la ricostruzione del torrione e di alcuni tratti delle mura. Nel 1977 il castello passò al Südtiroler Burgeninstitut, che provvede ai necessari restauri e ne cura le visite al suo interno.

L’accesso al castello avviene per mezzo di un ponte di legno, una volta levatoio, che scavalca un sottostante fossato. Da qui, il visitatore si trova dinanzi ad una porta fortificata, da cui si giunge all’interno. Tra gli edifici che ombreggiano il cortile, spiccano senza dubbio il dongione e il mastio. al suo interno.

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Il dongione, il praiter thurn, eretto tra il 1224 e il 1230, si presenta come un compatto ridotto difensivo, la cui severità delle facciate è lievemente alleggerita dalle bifore con colonnina cilindrica e capitelli a forma trapezoidale.

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Al pianterreno, tre ambienti di servizio sono adibiti a cantina, mentre il quarto, denominato con il nome di segreta, presenta la pavimentazione costituita dalla roccia viva e sporgente. Al piano superiore vi è una piccola cappella, intitolata a san Pietro.

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Nella parte superiore del catino absidale, sopra l’altare, risalta un affresco della fine del XV secolo, raffigurante il tema iconografico di matrice culturale bizantina della “Deesis” o “Deisis”. La figura centrale, Cristo, assiso in trono all’interno di una mandorla attorniata dai colori dell’arcobaleno, regge con la mano sinistra un globo sormontato dalla croce e con la destra benedice i giusti, condannando di fatto i malvagi. Tra le labbra una spada.

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La collocazione del ciclo non è frutto del caso, ma è legata alla celebrazione del rito eucaristico, che realizza il Secondo Avvento di Cristo. Il Primo è avvenuto con la carne, il Secondo con il Mistero e, infine, il Terzo avverrà nella Gloria, come giudice dei vivi e dei morti.
Il simbolo del mandorlo possiede una indubbia valenza significante. Già il profeta Geremia ne fece largo uso: Mi fu rivolta questa parola del Signore. “Che cosa vedi, Geremia?”. Risposi: vedo un ramo di mandorlo. Il Signore rispose: “Hai visto bene, poiché io vigilo sulla mia parola per realizzarla” (Ger. 1, 11-12). Nondimeno l’arcobaleno, citato per esempio in seguito al diluvio universale: “L’arco sarà sulle nubi e io lo guarderò per ricordare l’alleanza eterna tra Dio e ogni essere che vive in ogni carne che è sulla Terra” (Gen. 9,16); o, ancora: “Sopra il firmamento che era sulle loro teste, apparve qualcosa come pietra di zaffiro in forma di trono e su questa…una figura dalle sembianze umane. Da ciò che sembrava essere dai fianchi in su, mi apparve splendido come l’elettro e da ciò che sembrava dai fianchi in giù, mi apparve di fuoco. Era circondato da uno splendore il cui aspetto era simile a quello dell’arcobaleno nelle nubi in un giorno di pioggia. Tale mi apparve l’aspetto della gloria del Signore” (Ez. 1, 26-28). Dunque, la mandorla con i suoi colori dell’iride rappresenta il mistero luminoso di Dio, che si manifesta attraverso la figura di Gesù, la cui natura divina è nascosta in quella umana, come il frutto della mandorla sotto il suo guscio.

Al centro del catino, l’affresco è integrato dalla rappresentazione dei punti salienti delle biografie dei santi Pietro, Paolo, Andrea, Erasmo e Sigismondo di Burgundia. Nei lunotti che precedono il catino, il Cristo nel giardino dei Getsemani.
Il piano superiore, anch’esso suddiviso in quattro vani, non presenta particolari attrattive, dato che è stato svuotato negli anni dei suoi arredamenti.

Il mastio, simbolo per eccellenza del potere, possedeva in origine un’altezza ragguardevole, toccando i 26 metri circa e 35 con la copertura. Adiacente vi è la bertesca, la torretta cilindrica sovrastante il ponte d’ingresso. Da qui il visitatore può raggiungere la sinistra “camera della tortura”, dove ancora oggi è possibile vedere un’antica gogna

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e uno scolo inciso sulla pietra, che il sentir comune vorrebbe funzionale per il sangue dei poveri infelici qui torturati. Vicine la prigione, conosciuta sotto il nome di “segreta invernale”, e la “sala del capitano”, impreziosita dalle pareti rivestite dal legno di cirmolo e da una stübe a olle in stile impero.

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Come nelle migliori tradizioni gotiche, anche Taufers avrebbe il suo fantasma, che, nelle notti senza luna, si aggirerebbe nel castello, il cui pianto straziante riecheggia senza fine per tutte le stanze, in particolare in quella che è stata denominata la “stanza degli spiriti”.
Durante l’epoca delle crociate, il signore di Taufers, prima di intraprendere il cammino che lo avrebbe condotto in Terrasanta, si raccomandò al fratello, vescovo di Bressanone, di occuparsi della sua giovane e bella figlia per tutto il tempo che sarebbe mancato. Passarono i giorni e i mesi e il cuore di Margherita non batteva che per suo padre, lontano nelle terre assolate a combattere gli infedeli. Un giorno la giovane ragazza s’innamorò del capitano del castello; e, a quanto pare, il sentimento era corrisposto. Data la bassa estrazione sociale dell’uomo, lo zio le tentò tutte pur di ostacolare la loro storia d’amore, ma non ci fu verso. I due giovani decisero di coronare il loro sogno d’amore, convolando a nozze. Una freccia mise la parola fine al sogno, troncando la vita del capitano. Margherita, disperata si rinchiuse nelle sue stanze, cadendo in una profonda e tragica melanconia, che a poco a poco l’uccise.

La vicenda, tanto romantica quanto tragica, tramandata da padre in figlio durante le lunghe notti d’inverno per affascinare e donare emozioni agli adulti e ai bambini, è una semplice poesia di una fiaba, libera di viaggiare oltre l’immaginazione. Margherita non è mai esistita. Nessuna ragazza con questo nome visse il suo tempo all’interno del castello, se non nei “cunti” del focolare.

Lasciata la “stanza degli spiriti”, degna di visita è l’ala orientale del castello. Qui si può visitare la “sala del Giudizio”, anch’essa del tutto rivestita da cirmolo. Una colonna al centro della stanza provoca qualche curiosità. Ad essa veniva legato il reo mentre attendeva il giudizio, che, molto spesso, non andava troppo per il sottile.

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Raggiunto il piano superiore, ecco la Biblioteca con il suo soffitto a cassettoni con i riquadri, raffiguranti i profeti del Vecchio Testamento. Dei rimanenti ambienti ammobiliati, degni di menzione sono l’infermeria, addobbata con la serie di ritratti dei bambini, che frequentarono la scuola del castello nel XVI secolo; la cosiddetta “stanza di Napoleone”, nell’ala degli ospiti, il salone e la “camera del Cardinale”.

Grazie al Südtiroler Burgenininstitut, che ha salvato il castello dall’abbandono, riponendolo all’attenzione che meritava, il visitatore può riscoprire, attraverso la sua visita, la storia di Taufers e della sua vallata, nonché dei molti protagonisti della storia che segnarono i secoli di guerra e di pace tra l’Europa Mitteleuropea e le terre lambite dalle lagune veneto friulane.

 

13 pensieri su “Il castello di Taufers

  1. sempre molto sobrio nella trattazione, privo di dettagli leziosi e molto esauriente …. riesci a far respirare l’atmosfera particolare di quei secoli lontani …. l’Abbazia di Novacella era per quell’area sudtirolese proprio come la New York di oggi per noi 🙂 bravo, tutto molto elegante e godibile …. (ma due foto di Biblioteca e infermeria coi ritratti dei bimbi, potresti aggiungerli?) grazie comunque e ancora bravo!!!!!! 🥂🥇🏆🏆🏆

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    1. Caro il mio egregio. Nomen omen il suo, e non mi riferisco al Deboroh (con tanto di acca) bensì al cognome. Intanto grazie per il commento, sempre gradito, ma ora passiamo all’arcano che desidero porle in evidenza. L’articolo in questione era incentrato sul castello di Taufers, mentre ella ha anticipato (gasp) l’oggetto dell’articolo successivo, l’abbazia di Novacella, che sarà pubblicato solo domani in tardo pomeriggio, provocando qualche incrinatura alla mia buona e vecchia razionalità. Detto questo, hai ragione la biblioteca e i ritratti meritavano qualche fotografia, ma 😱 non volevo appesantire ancor di più il post, sbagliando. Caro il mio Deboroh , ancora grazie per le tue parole che apprezzo sempre, un abbraccio. Marco

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      1. Caro Marco ….. forse una nota caratteristica che mi riguarda (non sono per nulla astemio, anzi!!!) ti potrà suggerire un’interpretazione meno extrasensoriale del mio accenno a Novacella 😉 del resto però mi pare che nella tua trattazione accennassi ad una centralità di quel monastero famosissimo …. m’è solo scivolata la tastiera per fare un parallelismo anche un po’ baggiano, chiedo umilmente perdono ….. e resto un tuo sfegatato follower 😀 😀 ciao ciao, Andrea

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