I leoni dell’Arsenale di Venezia

Nel sestiere di Castello, delle mura merlate e secolari nascondono alla vista l’antico arsenale di Venezia, da cui presero corpo e forma le singole navi della flotta militare e commerciale, che fecero la fortuna della città lagunare. Nel passato si scrissero molte pagine, ricercando le origini del suo nome. L’opinione dotta opinò una sua genesi latina o, tutt’al più, una provenienza neolatina altomedievale; ma l’esito semantico rimase incerto, più o meno oscuro a seconda del bagaglio culturale del commentatore di turno. Tuttavia, nel passato l’etimologia più comunemente accettata fu determinata da un brano del letterato Francesco Sansovino, figlio del grande architetto Jacopo. Nel suo “Venetia città nobilissima et singolare” avanza una sua particolare spiegazione: “Ma la base e il fondamento della grandezza di questa Repubblica, anzi lo honor di tutta Italia, e per dire meglio, e con verità, di tutti i Christiani, la Casa dell’Arsenale, che s’interpreta Arx Senatus, cioè fortezza, bastione, antemurale, e sostegno del Senato, e della fede nostra contra l’armi de gli Infedeli” (Venezia, 1633, p. 366). Per quanto evocativa, la versione del Sansovino andò sgretolandosi di fronte alla spiegazione forse più veritiera, che la faceva derivare da un termine arabo, che designava lo spazio deputato alla costruzione delle navi e alla loro riparazione.

L’ingresso principale dell’arsenale è costituito dalla monumentale Porta di Terra, eretta nel 1460, sotto la vigile supervisione dell’architetto Antonio Gambello. Esso richiama nell’insieme un ordito architettonico classicheggiante con lo schema compositivo di un arco trionfale, sormontato da un’edicola con timpano che racchiude un imponente leone alato, simbolo della Serenissima; e prospetta una terrazza del 1692, sulla quale fanno bella mostra di sé otto sculture barocche, che personificano altrettante divinità mitologiche.

Ingresso_Arsenale

Fuori di essa, ai lati, quattro leoni di marmo vigilano l’ingresso maggiore della “Casa dell’Arsenale”. La loro storia è per molti versi rocambolesca e conserva ancora oggi non pochi segreti.

Tre di questi capolavori del passato arrivarono a Venezia dalla Grecia come bottino di guerra del “capitano generale da mare” Francesco Morosini, che, attraverso una serie di operazioni di sbarco e incursioni nei territori turchi, aveva conseguito numerose vittorie, culminate con la capitolazione della città di Atene, avvenuta il 29 settembre 1687.

Francesco_Morosini
Giovanni Carboncino, Ritratto del doge Francesco Morosini, 1690

La resistenza turca, che aveva tentato di giocare l’ultima resistenza, asserragliandosi sull’acropoli millenaria, fu messa a tacere dai mortai del luogotenente del Morosini, lo svedese Otto Wilhelm von Königsmark,

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Otto Henrik Wallgren, litografia di Otto Wilhelm Konigsmarck, 1849

infliggendo purtroppo anche gravi danni al Partenone, adibito dagli assediati a polveriera.

Partenone_in_fiamme

Così molte delle testimonianze della civiltà ellenica presero il mare in direzione di Venezia; e tra queste, appunto, vi erano tre sculture dei cosiddetti “Leoni dell’Arsenale”.

Il leone di destra risale al IV secolo a.C. ed è ritratto sdraiato.

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Le testimonianze, coeve e più tarde, chiosano sulla sua provenienza di certo attica, ma delle indicazioni permettono di avvalorare l’idea secondo la quale l’ubicazione originaria sia da ricercarsi in una delle stazioni lungo i ventidue chilometri della Via Sacra Eleusa, che congiungeva Atene ad Eleusi. Pertanto, il leone dell’Hephaisteion, dal tempio di Efesto che domina l’agorà di Atene, possiede dei tratti stilistici che lo caratterizzerebbero per un uso funerario, quale la leonessa della tomba di Lisimakides,

Leone del Ceramico
Atene, sito del Ceramico, leonessa di Lisimakides

ed era collocato nel percorso, dove si celebravano i “misteri di Eleusi”, e che trovavano il loro compimento nel tempio della dea Demetra. Un’iscrizione bronzea, posta sul piedistallo fino al 1797, recitava:
ATHENIENSIA VENETAE CLASSIS
TROPHOEA VENETI SENATUS
DECRETO IN NAVALIS
VESTIBULO CONSTITUTA

Il leone di destra, databile alla seconda metà del IV secolo a.C., è colto in una posa del tutto diversa. Il suo corpo raggiunge un’altezza considerevole di circa tre metri. Il tronco è eretto, adagiato sulle zampe posteriori, mentre le anteriori sono distese in tutta loro lunghezza.

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La scultura, al di fuori della sua testa che evidenzia delle manomissioni da ricondursi al tempo del Morosini, presenta nel suo complesso una decisa affinità in linea con gli stilemi artistici del Leone di Cheronea, eretto da Filippo sulla sepoltura collettiva dei macedoni, caduti nella battaglia del settembre del 338 a.C..

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Leone di Cheronea

In origine la statua ornava l’ingresso del Pireo, l’antico porto di Atene, e un brano di uno storico veneziano del XIX secolo ricorda che “il 15 marzo 1692 si collocasse a fianco del maggiore ingresso dell’Arsenale, in perenne ricordo di quella campagna gloriosa. Né monumento recar poteva alla patria il Morosini, dalla debellata città, più insigne di questo leone che da secoli guardava l’entrata del Pireo, nome dimenticato nell’età di mezzo per sostituirvi quello di Porto Leone, o porto leom come troviamo fino dal 1318 nel più antico dei portolani italiani, in quello cioè del genovese Pietro Vesconte che serbasi nel Museo Correr di Venezia” (V. Lazari in Archivio Storico Italiano nuova serie, vol. 4, no. 1 (7) 1856, pp. 215-216). Ancora, nella sommaria descrizione del leone, lo stesso storico informa di “un solco praticato lunghesso il dorso e che riesce dalla bocca, otturato da pezzi di svariato marmo…” mostrandoci “…l’antica destinazione che aveva, a cacciar dalle fauci un grosso zampillo d’acqua, posto siccom’era ad ornamento di una fontana”. Un’altra testimonianza della sua originaria collocazione trovava attestazione in una tavoletta bronzea, anch’essa osservabile fino al 1797, posta sul basamento della scultura, che recitava “Franciscus Maurocenus Peloponnesiacus/expugnatis Athenis marmorea leonum simulacra/triumphali manu e Piraeo direpta/in patriam transtulit futura Veneti leonis/quae fuerant Minervae Atticae ornamenta” (G. Graziani, Francisci Mauroceni Peloponnesiaci, Venetiarum principis gesta. Scriptore, Patavi, 1698, pp. 338-339).

Sulle spalle e sui fianchi del leone appaiono dei curiosi segni tra le striature del marmo, tanto che uno sguardo distratto potrebbe confonderli con la semplice imperfezione della pietra, quando in realtà si tratta di sempre più sbiadite testimonianze dell’XI secolo di uno o più variaghi, i famosi mercenari scandinavi e russi che costituivano la Guardia dell’imperatore di Bisanzio a partire dal X secolo, le cui vicende si sono tramandate nella famosa saga islandese Brennu Njàls saga o nelle Cronache di Giovanni Scilitze, nelle quali si raccontano anche le gesta di re Haroldr “Lo Spietato” di Norvegia con le sue incursioni in Sicilia e nell’Italia meridionale.

Una specie di largo nastro che gli serpeggia con varii rivolgimenti fra di loro intrecciantisi sulla parte diritta; e viene a cadere verso la zampa anteriore, mentre dall’opposto lato si osserva più semplice nastro” (V. Lazari, p. 216) divenne oggetto di diversi commenti. Anzi. “Pochi oggetti stuzzicarono tanto la curiosità dei dotti, e mossero la lingua e la penna degli eruditi, quanto li fecero questi simulacri e l’interpretazione di quelle sigle! vennero immaginate, dette e scritte, sul loro proposito, cose ingegnosissime ad un tempo e strane” (G. Casoni, Guida per l’Arsenale di Venezia, 1829, p. 2).

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Fra i tanti viaggiatori stranieri, che dalla seconda metà del XVIII secolo alla fine del XIX furono presi dal fascino di Venezia e dai suoi monumenti, il diplomatico svedese Johan David Äkerblad fu il primo ad interessarsi di quelle strane iscrizioni, incise seguendo la forma di un lindworm, simbolo norreno ricorrente in molte delle iscrizioni in cui si era imbattuto nel corso della sua vita. Non fece fatica ad identificarle come rune e, poco tempo dopo, diede alle stampe una descrizione del leone, riproducendovi anche le incisioni sebbene in maniera approssimativa.

Le Rune o la scrittura runica è un sistema grafico, sviluppato ed utilizzato dalle popolazioni germaniche a partire dal I secolo a.C., la cui “matrice dell’alfabeto runico è duplice: da una parte nord italica, e più specificatamente venetica, dall’altra, concomitante, latina” (Marchese, 1980, 21); e l’origine di tale sistema va ricercata nel grande crocevia che fu il Noricum, dove la lingua venetica, soprattutto d’ambito cadorino, procedette di pari passo con l’apertura delle vie romane, le cosiddette “strade del ferro”: “l’aspetto cronologico pare ora colmato dalla seriorità della veneticità alpina, specificatamente cadorina; tuttavia la seriorità della veneticità è necessaria ma non sufficiente né primaria quale puro aspetto cronologico: ciò che è primario, da entrambi i fronti, sono i modi storici della realtà culturali espresse dalle scritture…Dal lato ormai romano c’è un recupero di veneticità il che implica “scuola” di scrittura quindi conoscenza di più alfabeti, oltre quello romano e venetico…Le precondizioni culturali alla creazione dell’alfabeto runico c’erano tutte; in particolare c’era la possibilità di mescolare per variare tra forme e contenuti delle lettere così da presentare una scrittura alfabetica che non mostrasse dipendenza da alcuna scrittura matrice, in particolare da quella romana che era il modello di riferimento egemone ma che si doveva, perché si voleva, negare, e questo era lo spirito ideologico di volontà di ricezione di una scrittura nazionale germanica” (A.L. Prosdocimi in AA.VV, Letture dell’Edda. Poesia e prosa, Alessandria, 2006, p. 189).

Anni dopo, Carl Christian Rafn, storico danese ricordato anche per essere uno dei più accesi sostenitori dell’esplorazione vichinga delle terre nordamericane, intraprese il primo vasto disegno sulla storia del leone e delle sue iscrizioni,

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arrivando alla loro traduzione. Nel suo “Oldtidsminder fra Oster”, pubblicato a Copenaghen nel 1856, il danese propose una suggestiva lettura con la relativa parafrasi (le lettere in minuscolo sono state ricostruite):

HAKUN:VAN:ÞIr:ULFR:aUK:ASMuDr:aUK:AuRN:
HAFN:ÞESA:ÞIR:MEN:LagþU:A:Uk:HARADr:HAfI:
UFIABUTA:UPRArStar:Vegna:GRIkIAþIþS:VARþ:
DALKr:NaUþugr:I:fIARi:laþum:eegil:var:I:faru:ragnarR:
TIL:ruMANiu….AUK:Armeniu:

Hakon con Ulf e Asmund e Örn conquistarono questo porto. Questi uomini e Harold l’Alto hanno imposto una forte tassa agli abitanti del paese, a causa della rivolta del popolo greco. Dalk è tenuto prigioniero in terre lontane. Egli era partito per una spedizione con Ragnar in Romania e in Armenia”.

Sul lato destro, si legge:

ASMUDR:HJU:ruNAR:ÞISAR:ÞAIR:ISKir:auk:
ÞuRLIFR:þURþR:AUK:IVAr:at:BON:HaRADS:
hAFa:þUAT:GRIKiAR:uf:hUGSAþu:auk:bAnaþu:

Asmund incise queste rune con Asgeir e Thorleif, Thord e Ivar, su richiesta di Harold l’Alto, nonostante i greci avessero tentato di impedirlo”.

La critica successiva non mancò di sottolineare alcune incertezze. Tra le successive edizioni, la più autorevole apparve quella di Erik Brate, accademico svedese, che propose una nuova traduzione del testo, pubblicandola nel 1922 all’interno del libro Sverges Runinskrifetr:

hiuku þir hilfninks milum hna en i hafn þesi þir min eoku runar at haursa bunta kuþan a uah riþu suiar þita linu fur raþum kul uan farin
tri (n) kiar ristu runar [a rikan strin] k hiuku þair isk [il-] [þu] rlifr
litu auka ui [i þir a] roþrslanti b [yku] – un sole iuk runar þisar.
ufr uk – li st [intu] a [t haursa] kul] uan farn

Lo hanno abbattuto nel mezzo delle sue forze. Ma nel porto gli uomini tagliano rune in riva al mare in memoria di Horsi, un buon guerriero. Gli svedesi hanno messo questo sul leone. Lui se ne andò con un buon consiglio, l’oro ha vinto nei suoi viaggi. I guerrieri tagliato rune, s’è scavato in un cartiglio. Æskell (Askell) [e altri] e Þorlæifʀ (Þorleifr) li aveva ben tagliato, che ha vissuto in Roslagen . [NN] figlio di [NN] tagliare queste rune. Ulfʀ (Ulfr) e [NN] li colorati in memoria di Horsi. Ha vinto l’oro nei suoi viaggi”.

L’ipotesi del danese non fu accolta favorevolmente da Haakon Shetelig e Magnus Olsen, i quali ne smontarono l’impianto, evidenziando due aspetti fondamentali. L’autore delle iscrizioni doveva essere ricercato in tre persone diverse e, cosa ancor più importante, buona parte della lettura proposta doveva essere espunta, poiché una visione autoptica dell’iscrizione permetteva un’interpretazione certa solo di alcuni frammenti:

… ho hafn þisi … (… v ru) nar a …
M biki I (sem bjuggu i)

Qualche anno dopo, nel 1930, lo studioso Erik Moltke, dopo aver constatato lo stato lacunoso delle iscrizioni, sottolineò nuovamente le differenze presenti nelle iscrizioni, avvalorando a suo dire la teoria di più mani e tempi diversi. Inoltre, il Moltke evidenziò che l’iscrizione di sinistra esordiva con i grafemi rovesciati e vi leggeva che due uomini di nome Ufr e Smidr avevano portato a buon fine una missione a loro assegnata nel porto del Pireo.

Di recente una studiosa svedese, la filologa Thorgunn Snaedal (Runinskrifterna på Pireuslejonet i Venedig, 2014), ha scompaginato ancora una volta le carte, fornendo una nuova lettura, che, a quanto pare, porrebbe la parola fine sulla diatriba, dato che alcuni studi specialistici ne avrebbero avvalorato la valenza scientifica.

Adiacente al Rio dell’Arsenale, è collocata la scultura più piccola. In realtà, gli studi di C. Vermeule hanno evidenziato che la statua, anch’essa del IV secolo a.C., in origine ritraeva un cane, identificato come un mastino o un molosso, forse da attribuire alla scuola del “Maestro del Ceramico”. Peraltro, sempre lo studioso pose l’accento sul fatto che la statua fosse acefala quando Morosini la prelevò quale “spolia” di guerra. Come nei precedenti leoni, anche la base di questo leone venne dotata di un’iscrizione, costituita da una semplice e brevissima frase EX ATTICIS.

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Infine, l’ultimo leone, il più antico, dato che risale al VII secolo a.C., si presenta con il corpo magro e slanciato.

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La sua originaria sede la si pone nella celebre Terrazza dei Leoni sull’isola di Delo, la “luminosa”, nell’arcipelago delle Cicladi, dove secondo la leggenda la dea Leto (la romana Latona) diede alla luce Artemide e Apollo, al quale venne dedicata la stessa isola. Sulla Terrazza dei Leoni, che dominava il Lago Sacro, gli abitanti di Nasso, alla fine del VII secolo, posero sedici leoni maschi allineati, dei quali si sono conservati solamente cinque ed alcuni frammenti di altri due e sono attualmente custoditi nel locale museo.

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Delo, copie dei leoni della Terrazza

Al contrario delle altre statue, questa venne deposta successivamente, allorché il nobile Domenico Pasqualigo “essendo Proveditor al Arsenal assieme con Sier Nicolò Donà, donò una livonessa di marmo greco trasportata dal di lui zio Sier Alvise q.m. Zuanne Capitano delle Navi, dall’isola di Dilo, e fu collocata su la Piazza dell’Arsenale tra l’uno dei leoni d’Athene, e la picciola leoncina che è alla riva e vi fu sotto posta l’epitaffi seguente allusiva alla liberazione di Corfù seguitta nell’anno del dono suddetto, che fu nel 1716. Ecco l’epitaffi: Anno Corcyrae Liberate” (M. Barbaro, A.M.Tasca, Arbori dé Patritii veneti, Archivio di Stato di Venezia, Misc. Codici S.I., Storia Veneta n.21, VI, 26).

Le sculture raccontano le vicende liete e dolorose della storia e oltrepassano la patria geografica con cui s’identificano. Non è un caso se i leoni abbiano occupato nel passato anche recente le cronache internazionali, risvegliando l’attenzione dei visitatori. Molti sono gli interrogativi ancora irrisolti che li riguardano e alimentano le speculazioni più diverse, magari proprio sulla mano che incise le rune sui fianchi di un capolavoro dell’antichità. Oggi, e giustamente, quell’atto passerebbe per un atto di inciviltà. Certo, nulla a che fare con le solite frasi idiote dell’ebete di turno o disegni di semianalfabeti, ma è pur sempre uno sfregio. Ma al di là di tutto ciò, i leoni riescono ancora ad appassionare chiunque si ponga di fronte a loro e, a guisa di sfingi, sembrano ancora serbare qualcosa di non detto, le cui domande aperte aspettano ancora una risposta.

 

 

 

 

 

 

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35 pensieri su “I leoni dell’Arsenale di Venezia

  1. Bravissimo e sempre approfondito con raro senso della misura … magnifica la chiusa cui si potrebbero aggiungere saggissime osservazioni lasciate da molte menti elevate e riconducibili a quel ricco capitolo denominato “Autonomia dell’opera d’arte”: appena questa esce dalla bottega dell’artista e prende, nei modi anche più impensati, le strade del mondo diventa via via anche testimone di epoche e ne riporta le tracce …. assume cioè una specie di vita propria e quindi un significato che prescinde dalla volontà dell’autore.
    Lunga vita ai lioni dell’Arsenae!!!!!!!🥇🥇🥇🥇🏆🏆🏆🏆🦁🦁🦁🦁
    Ancora bravo!!!!!! 🥂🥂

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    1. Grazie mille per il commento. La tua osservazione sull’autonomia delle opere d’arte, al di là del creatore e del committente primo, è decisamente acuta e la trovo più che mai condivisibile. Ciao, alla prossima

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  2. Very informative history.Thank you so much…..I will love to know your name pl!
    I lived all the images and especially the lions.A very interesting read indeed.
    Love!

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    1. Grazie a te. Venezia, come quasi tutte le città italiane, custodisce innumerevoli chicche culturali e naturalistiche e non basterebbe una sola vita per conoscerle, neppure superficialmente. Grazie ancora per il commento. Marco

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  3. Che post caro Marco. Davvero una perla. Ricco di citazioni e notizie interessanti corredato da foto ravvicinate dei leoni che lasciano la voglia di essere visti da vicino dal vero. Complimenti per il modo particolareggiato con cui sai affrescare i tuoi post. Piacevole lettura. Grazie di cuore caro amico prezioso. Un bacio. Isabella

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