In questi giorni le circostanze hanno fatto sì che mi trovassi a transitare sulla strada provinciale che da Quarto d’Altino, comune del veneziano, conduce a Portegrandi, un paesino al margine della laguna di Venezia, dove le acque del fiume Sile, il più lungo corso fluviale di risorgiva d’Europa, si amalgamano con quelle salmastre. La mattinata si era presentata con la prima nebbia, che sapeva di un inverno imminente, e i giorni a seguire non avrebbero smentito una tale previsione.

La strada corre sinuosa in gara con il Sile per lunghi tratti ed è costeggiata da alberi, le cui chiome sono ormai scheletriche. Gli incontri sono sporadici: l’ostinato della bicicletta lungo gli argini, qualche auto e l’immancabile trattore con l’aratro sporco di terra nera. Raggiungo Trepalade. Quattro case e un ristorante chiuso da tempo. Qualche centinaio di metri in là, una targa ricorda l’edificio in mattoni quale l’ospedaletto da campo numero 67 della Prima Guerra Mondiale. Memorie di paese, sempre più rare, evocano radi scorci di quei tempi, tra i quali il ricordo dell’americano che guidava un’ambulanza, divenuto anni dopo un famoso scrittore.

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L’atmosfera della campagna circostante è ovattata, ogni rumore pare perdersi nella nebbia, che sembra carezzare i campi e i fantasmi di filari di piante spoglie. Imboccata la strada che, volte le spalle al Sile, conduce alla più trafficata Triestina, un canale dalle acque sonnolente sembra accompagnare il percorso. Le sue dimensioni sono modeste, come modesto appare il suo nome se rapportato al suo vicino Sile. In realtà, il Siloncello, opera dell’ingegno romano, rappresenta il filo conduttore della storia di questi luoghi: l’acqua.

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Più avanti, la vecchia sede del Museo archeologico di Altino, il cui porticato ancora oggi esibisce un coro di voci epigrafiche, che narrano il grande teatro della vita e della morte in un saliscendi silente tra i desideri terreni e l’aspirazione all’eternità.

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Qualche timido raggio di sole si fa spazio tra la nebbia e si accendono i colori che vanno dal marrone al rossiccio. Il panorama è un susseguirsi di poderi con qualche casolare, spesso diroccato, che rompe la continuità senza fine. Eppure, a qualche decina di metri, sotto qualche spanna di terra, il suolo nasconde l’ava di Venezia: la paleoveneta e romana Altino.

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Velleio Patercolo, storico latino del periodo di Tiberio, ricorda che, tra il 42 e il 40 a.C., queste terre furono solcate da Asinio Pollione al comando di un esercito composto da sette legioni. Da qui tenne in mano la “Venetia” e provvide alla distribuzione della terra ai veterani di Filippi (Vell. Pat., II, 76, 2). Più avanti, un altro storico latino, Tacito, ricorda che l’arrivo delle truppe di Vespasiano e il successivo presidio militare in previsione di un attacco della flotta ravennate. (Tac., Hist., III, 6). Più avanti ancora, nel 166 d.C., Altino divenne uno dei capisaldi delle truppe romane contro i Quadi e i Marcomanni, intenti ad assediare Aquileia, dopo aver dato alle fiamme la vicina Opitergium; e trampolino logistico per le spedizioni danubiane, effettuate da Marco Aurelio e da suo fratello adottivo Lucio Vero, il quale, di ritorno a Roma dal fronte danubiano, venne colpito da un colpo apoplettico, morendo nel febbraio del 169 d.C. nei pressi della città, dove si era fermato per una sosta (Hist. Aug., Ver. 9, 2). Peraltro, gli altinati videro il macabro trofeo di guerra delle truppe senatorie nella lotta contro l’imperatore Massimino il Trace. La sua testa fu esibita lungo il percorso da Aquileia ad Altino, per poi essere trasportata attraverso il tragitto endolagunare fino a Ravenna e, quindi, a Roma. Secoli dopo, alcuni passi delle epistole di San Girolamo al primo vescovo di Altino, Sant’Eliodoro, ricordano il centro come popoloso, tanto che l’aria sovrastante alla città era fosca e caliginosa per i numerosi focolari: Quam diu te tectorum umbrae premunt? Quam diu fumeus harum urbium carcer includit? (Hier., Ep., 14, 10). Il primo colpo d’arresto della città fu segnato dall’arrivo di Attila, che, seguendo le parole di Paolo Diacono (H.R., XIV, 11) e dell’Anonimo Ravennate (Chorographia, IV, 30), avrebbe preso e distrutto la città nel 452 d.C., benché le varie indagini archeologiche abbiano alquanto ridimensionato l’aspetto rovinoso dell’incursione.

Fino a qualche tempo fa, si riteneva che le origini della frequentazione umana dell’area altinate dovessero essere relegate all’età della cultura paleoveneta, basandosi in particolare sulle tracce superstiti risalenti al VIII – VII secolo a.C., rinvenute durante gli scavi effettuati nelle necropoli. Invece, uno scasso fortunato di un aratro aprì un nuovo capitolo nella comprensione della storia evolutiva dell’agglomerato urbano di Altino. In località Vallesina, le sabbie di origine pleistocenica avevano preservato delle preziose evidenze, che rievocavano la storia di un sito preistorico, ubicato in una posizione decisamente favorevole, essendo più alta rispetto al piano di campagna e ai margini della laguna. Lo studio dei manufatti e le considerazioni geostratigrafiche sul sito di ritrovamento collocarono questa stazione litica nel Mesolitico, l’era dei grandi cambiamenti climatici e ambientali. Lo stanziamento, forse più stagionale che permanente, apparteneva ad un gruppo di cacciatori e raccoglitori, che, allettato dalle nuove e più abbondanti risorse alimentari, alternò alla caccia la pesca e la più semplice raccolta dei molluschi marini. Numerosi indizi, quale la materia prima per eccellenza come la selce, portarono a pensare un possibile collegamento con le stazioni mesolitiche lungo la fascia collinare e pedemontana del Veneto orientale, forse attraverso i sentieri aperti dai cacciatori seguendo i percorsi stagionali degli animali, anticipando per taluni versi il tracciato stradale che in epoca romana sarà individuato come la via Claudia Augusta Altinate. Anche il Neolitico ha riservato continue ed importanti sorprese, che hanno mutato in modo sostanziale le convinzioni sulla tarda storicità del territorio altinate. In questo periodo ricevono grande impulso le tecnologie della manifattura in ceramica e della levigatura della pietra dura per costruire oggetti taglienti in genere, come le due asce rinvenute in località Cà Nuova e Brustolade, che rivestono una particolare rilevanza, dato il loro possibile raffronto con le due coeve portate alla luce alla fine dell’Ottocento a Venezia da Urbani De Gheltof, durante i lavori di consolidamento delle fondazioni del palazzo Tiepolo Papadopoli e la ricostruzione del Fondaco dei Turchi, l’altomedioevale palazzo Pesaro.

Nel 2004, in seguito ai lavori di sbancamento effettuati nella tenuta “I Marzi” di Portegrandi, emersero segnali di un possibile interesse archeologico. La Soprintendenza archeologica del Veneto, ordinata la sospensione dei lavori, intraprese le indagini stratigrafiche orizzontali e verticali del caso, affidandole alla dottoressa Elodia Bianchin Citton. Si è così proceduto allo scavo e sono emersi tutta una serie di dati, che hanno permesso di stabilire una cronologia relativa dell’occupazione dell’area, restituendo le testimonianze di una sua frequentazione insediativa a partire dall’età del Bronzo finale, intorno al X secolo a.C.. Il sito si estendeva al di sopra di un dosso sabbioso in adiacenza di un paleo-alveo del Sile ormai in foce, la cui continuità insediativa si venne ad interrompersi agli inizi della prima età del ferro, a causa dell’ingressione marina.

La nuova facies culturale, che possedeva una sua unità originaria indifferenziata, evolse tenendo conto delle specificità insediative più importanti, divenute tali in virtù di un processo di distinzione economica. Este e Padova divennero i due poli di maggiore irradiazione della cultura paleoveneta. La prima proiettò la propria influenza a sud-ovest, toccando il veronese; mentre la seconda segnò il Veneto orientale, segnatamente con i centri di Oderzo e Altino.

L’affermazione culturale e territoriale paleoveneta in quella che diverrà la “Venetia” si strutturerà in un arco temporale dal X/IX secolo al II secolo a.C., coincidente con l’arrivo dei Romani, che è stato suddiviso dagli studiosi in quattro periodi diacronici (A. Prosdocimi, 1882; G. Fogolari e O.H. Frey, 1965). I Paleoveneti possedevano una propria lingua di ceppo indoeuropeo e una scrittura basata da un alfabeto di derivazione etrusca. Secondo le fonti letterarie e le ricerche archeologiche i veneti dovevano essere un popolo di agricoltori e famosi allevatori di cavalli, ma, stando alle testimonianze pervenute, non sono mai ricordati come guerrieri. Comunque sia, per quanto inspiegabile il comprensorio veneto riuscì a mantenere una propria indipendenza dalle genti vicine piuttosto bellicose e lo stesso contatto con i Romani avvenne in virtù di un’alleanza militare in funzione antigallica.

I primi segni insediativi più consistenti sul suolo di quella che sarà Altino risalgono al X secolo a.C.. Sono uomini che costruiscono un impianto domestico con capanne a pianta rettangolare, pavimentate da un battuto argilloso con elevato al graticcio, poste al di sopra di dossi fluviali, delimitati da canali gravitanti sulla laguna e sul paleo-alveo del Sile. Le sue origini sono intimamente connesse al fiume Sile e alle acque della laguna, che grazie ai suoi primitivi ancoraggi la protesero in mezzo ai traffici endolagunari e marittimi del Mediterraneo. Inoltre, questo scalo fluviale sull’Adriatico era interessato da un reticolo stradale di antica percorrenza, che in molti casi vennero rifondate più avanti dagli ingegneri romani.

Intorno al VII secolo a.C., l’area interessata dalla stazione capannicola trovò una nuova dimensione urbanistica, divenendo un quartiere artigianale, mentre l’abitato residenziale venne spostato in direzione nord ovest, ma fu solo con il VI secolo che l’abitato assunse una determinazione protourbana, più o meno coincidente al suolo della successiva città romana, definita peraltro, dai due luoghi cultuali, collocati a fronte della direttrice marittima l’uno e l’altro sulla prospezione terrestre. A partire dal 1997, le indagini archeologiche sull’area oggi interessata dal nuovo Museo Archeologico Nazionale hanno restituito i resti di un’area sacra, che si sviluppò dal VI secolo a.C. all’età imperiale romana. La struttura cultuale, sorta in prossimità di un dosso bonificato da una canaletta e servita da una stradina che la poneva in relazione all’abitato, possedeva una planimetria rettangolare di 20 m X 12 m. L’elevato era pavimentato ed era costituito da un porticato anch’esso rettangolare, che cingeva una sorta di corte, all’interno della quale vi erano due grandi altari. All’esterno, i depositi votivi e rituali, all’interno dei quali erano stati deposti tutti gli ex voto e i resti del sacrificio, dopo la loro originaria deposizione nel tempio. Oltre ai resti ossei di numerosi animali domestici, tra i quali maialini da latte e cavalli, si sono rinvenuti numerosi frammenti ceramici, molti confrontabili con gli esemplari cultuali d’ambito patavino, nonché una decina di iscrizioni – tra le quali quella che ricordava il nome venetico di Padova – che hanno attestato l’esistenza di un rapporto tra Padova e Altino, suggerendo un’ipotesi molto suggestiva che vedrebbe nell’emporio altinate uno dei porti adriatici di Padova. Inoltre, le fosse del santuario hanno restituito delle ceramiche e dei bronzetti di attestazione etrusca padana, attestando determinate relazioni con gli empori di Spina ed Adria, attraverso le rotte marittime ed endolagunari. Infine, le dodici iscrizioni che hanno riportato in grafia patavina e locale il nome della divinità a cui era dedicato il tempio venetico: Altinom, in grafia patavina, e Altnoi, in grafia locale. Il teonimo e il toponimo coincidono; e si riferirebbe ad un luogo prominente rispetto alla realtà di spiaggia circostante, personificando la realtà insediativa.

L’altra area cultuale, identificata in località Maraschere per lo più dai dati archivistici relativi agli scavi del passato, avrebbe rivelato la coesistenza di almeno sei are, le cui dedicazioni evidenziano un contesto necropolare e, contestualmente, un baricentro ideale con la direttrice terrestre dello scambio di merci, idee, culture e tradizioni dell’emporio altinate: una ara anepigrafe, una dedicata agli dei degli Inferi, una a Vetlonia, una a Lucra Merita, una a Venere e una ad Ops, nonché un probabile culto di Belatukadro, dio celtico della guerra, testimoniato da un’iscrizione votiva del V – IV secolo a.C. (Marinetti, 2001, 103 ss).

Una prima organizzazione delle aree sepolcrali risalente al lasso temporale tra il VII secolo e il IV secolo a.C. è stata verificata a sud di quest’ultimo tempio, principalmente nelle località Fornasotti, Portoni, Brustolade e nella Tenuta Albertini. Dal punto di vista tipologico, le tombe in fossa terragna ricalcavano in linea di massima quelle riscontrabili nelle altre città venete. Anche il trattamento crematorio dei morti, la modalità di deposizione dei resti ossei combusti e del corredo personale all’interno di un contenitore per lo più ligneo collimavano con la coeva ritualità funeraria veneta. Dal IV secolo a.C. fanno la loro apparizione le sepolture a cremazione in “dolii”, grossi recipienti deposti nel terreno, in linea con le necropoli rinvenute a Padova. Un caso a sé è rappresentato dalle fosse multiple con individui di sesso diverso, ritrovate nella necropoli di Brustolade, dove si sono evidenziate delle inumazioni, probabilmente legate a specifici segmenti sociali.

I corredi femminili, che testimoniano analogie con il Veneto orientale e i centri friulani, sono costituiti da oggetti legati a lavori artigianali e domestici, oltre ad oggetti preziosi, indicandovi con ciò l’elevato status sociale della donna e della famiglia di appartenenza. Le tombe maschili, invece, sono caratterizzate da un corredo più povero e, solo in pochi casi, si registrano delle armi, per lo più cuspidi di lance.

A partire dalla fine del V secolo a.C., l’Italia settentrionale vede stringersi i rapporti non solo commerciali con il mondo celtico, ma assiste all’ingresso di piccoli gruppi nella Pianura Padana, preludio della successiva invasione, avvenuta in tempi diversi, attraverso i valichi montani. La prima popolazione celtica che mise piede stabilmente nel nord Italia furono gli Insubri, che si stabilirono nell’attuale Lombardia centro occidentale. Le ondate successive furono caratterizzate dai Cenomani, dai Lingoni, dai Boi, dai Carni e, infine, dai Senoni. I Cenomani occuparono l’area delimitata dal fiume Oglio fino alla pianura veronese; i Carni si stanziarono a nord est lungo l’asse segnato dal bacino del fiume Tagliamento, nell’odierno Friuli-Venezia Giulia; i Lingoni e i Boi si fermarono nell’area emiliana; i Senoni, infine, s’insediarono nel territorio romagnolo marchigiano. Il nuovo assetto territoriale del nord Italia determinò nuovi equilibri per quanto fluidi, circoscrivendo i Liguri ad occidente, ad oriente i Veneti, mentre sopravvivevano piccole enclave di greci etruschi, mero retaggio dell’Etruria padana.

Non è un caso se le testimonianze storiografiche siano del tutto concordi sul rapporto di conflittualità permanente, causato dal nuovo rapporto d’equilibrio tra il mondo celtico e la realtà veneta. Lo storico latino, dai natali patavini, ricorda lo stato permanente di guerra delle città venete, compresa la sua Padova, con i Galli vicini (Livio, X, 29). Tuttavia, nel II secolo a.C., i confini territoriali e culturali tra le due éthne erano andati sfumando in un gioco di vasi comunicanti, soprattutto nell’area veronese, nel altoplavense e a sud del ramo settentrionale del Po, tanto da far sottolineare allo storico Polibio che “la parte vicina all’Adriatico era abitata da un’altra popolazione molto antica, quella dei Veneti, per costumi e abitudini poco diversi dai Celti, ma con un’altra lingua” (Polibio, II, 17, 5). Ad Altino, come nelle altre realtà venete, l’elemento tangibile della rottura dell’unità socioculturale delle due etnie è rappresentato dalla comparsa di armi nelle tombe maschili, in particolare spade, l’arma per eccellenza del guerriero celta, confermando la graduale integrazione del ceppo celtico nel tessuto venetico. Alcune evidenze sepolcrali altinati, risalenti al IV secolo a.C., infatti, presentano un rito funerario estraneo all’ambito veneto, evidenziato dall’inumazione e dalla deposizione di spade, la cui tipologia rimanda al comparto senone. Successive sepolture, invece, presentano elementi di novità nelle armi di ambito cadorino, rafforzato dal rinvenimento delle statuine stereotipate in bronzo raffiguranti guerrieri celti, che trovano corrispondenza in quelle del santuario di Lagole a Calalzo di Cadore.

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Con la fine del III secolo e gli inizi del II secolo a.C., il Veneto sarà interessato dal vasto processo di romanizzazione, volano fondamentale per la storia della Venetia, non solo dal punto di vista politico, ma economico e culturale. La fondazione della colonia latina di Aquileia (181 a.C.), che viene a completare il processo di controllo militare romano lungo l’asse Piacenza-Cremona-Rimini e cuneo verso l’Oltralpe e l’Illiria, era stata favorita dalla costruzione di assi stradali, sovrapposti sulle direttrici già attive in epoca protostorica.
Altino fu raggiunta nel corso del II secolo dal reticolo viario convergente su Aquileia, ma fu senza dubbio la via Annia, il tracciato costruito dal console Tito Annio Lusco nel 153 a.C. (Croce da Villa, in Concordia, 2001, 125),

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l’asse di scorrimento più rilevante della città, condizionando di fatto il processo evolutivo della città e il suo assetto urbanistico, oltre ad aver facilitato l’arrivo di soggetti romani, latini e italici, attratti dalla possibilità di laute attività commerciali.

L’abitato veneto vide aumentare il traffico dei militari e civili non soltanto per la raggiera di arterie stradali, ma vide accrescere il movimento del suo porto, reso più efficiente dalla costruzione di nuovi moli. Le strade e il porto, che allacciavano Altino all’Oriente e all’Occidente, furono i principali vettori degli scambi tra le diverse etnie, le quali portarono con sé non solo i prodotti di vita materiale, ma anche nuovi interessi politici, economici, nonché spirituali e culturali, che andarono a stratificarsi mano a mano nella vita di ogni giorno della città. Le nuove istanze portarono alla rifondazione su scala monumentale del santuario di Fornace, benché la dedicazione rimanga la medesima al dio Altino.

Comunque, fino a quel momento l’abitato altinate rimaneva un’entità insediativa di modesta estensione, la cui abbondante presenza dell’acqua aveva fortemente condizionato le sue caratteristiche ambientali e, a sua volta, aveva rappresentato un fattore d’impulso per l’economia locale, ma di contralto aveva dovuto fare i conti con le periodiche e rovinose piene e l’insalubrità delle zone paludose, che l’attorniavano. Inoltre, le aree portuarie, poco più di piccoli ancoraggi, possedevano un’attrezzatura inidonea al movimento di merci per una città con velleità commerciali di una certa rilevanza.

Gli ingegneri romani, favoriti dall’abilità raggiunta nelle opere idrauliche grazie alle tecniche derivate dall’Egitto tolemaico (Strab., V, I, 5), intrapresero una rilevante opera di risanamento e regimazione delle acque (Tirelli 1999, 12). La sua realizzazione prese avvio nella prima metà del I secolo a.C. e consentì il raggiungimento di finalità molteplici, strettamente connesse tra loro, quali la difesa idraulica del territorio; l’utilizzazione di nuove aree prima depresse, improduttive e paludose; la migliore fruibilità delle acque disponibili, con l’uso di nuovi tronchi di canali ai fini idroviari (Tirelli 1999, p. 12-13; Cresci Marrone – Tirelli 2007, 63). Furono di particolare rilievo le opere atte a sottrarre l’abitato di Altino al pericolo del Sile e degli altri corsi d’acqua, nonché allo sbilanciamento tra gli afflussi e gli efflussi di marea, l’effetto del quale non poteva essere che un progressivo aumento di allagamento della parte bassa, causa prima dello stato palustre della città. Lo scavo del Siloncello concluse questa grande operazione idraulica. Alimentato dalle acque del Sile, che si distendeva nei suoi meandri a nord della città, il suo corso rettifilo incontrava il canale di Santa Maria, che delimitava a sud l’abitato, divenendo da un lato il collettore principale delle acque circostanti i dossi dell’insediamento urbano e dall’altro l’ambito portuale fluviale collegato alla laguna, con tanto di nuove dotazioni di moli d’ormeggio (Cipriano 1999, 34-35).

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Tronco di rovere – rinforzo sponda Siloncello

Dovette essere quella un’opera di risanamento memorabile, come le altre effettuate sempre in ambito territoriale della Venetia, tanto che l’architetto Vitruvio, durante il suo viaggio in Gallia, al seguito di Cesare in qualità di praefectus fabrum, tiene a menzionarla: “Ne sono un esempio le paludi della Gallia intorno ad Altino, Ravenna, Aquileia e di altri municipi che sorgono in luoghi con analoghe caratteristiche…che…si rivelano…incredibilmente salubri” (de arch., I, 4, 11).

A qualche decina di metri dal vecchio edificio del museo archeologico, il Siloncello entrava nella città antica, dove la Porta Urbica Altinate si specchiava sulle sue acque. Si trattava di un ingresso monumentale costituito da torrioni laterali a pianta quadrata sul fronte e circolari all’interno, collegati da un muro. La struttura, le cui fondazioni sono costituite da palizzate di tronchi di rovere (Tombolani 1985; Gambacurta 1992), era fiancheggiata da entrambi i lati da due barriere murarie, definendo un cavedio quadrangolare di circa nove metri.

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L’effetto scenografico rappresentato dalla porta, e il suo intimo ruolo propagandistico, corrisponde ad una chiara attestazione della rinnovata fisionomia della città, ormai con numerosi elevati in mattoni e pietra e adeguata alla concezione urbanistica romana, come le necropoli collocate lungo le strade d’accesso che collegavano la città.

Altino, come tutti i centri situati tra il Po e le Alpi, si era vista concedere nel 89 a.C. il “diritto latino” con la Lex Pompeia e fra gli anni 49 a.C. e il 42 a.C. assunse la condizione giuridica di municipio romano, venendo ascritto alla tribù Scaptia. Il ricordo delle magistrature del municipio altinate si è tramandato grazie alle iscrizioni epigrafiche funerarie. Queste ricordano il consiglio cittadino, l’ordo decurionum,

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Sex(tus) Magius/ Sex(ti) f(ilius) Serenus/ Decurio sibi/ et Hermero/ ti Delicato/ v(ivus) f(ecit)            I sec. d.C.

che deliberava sui diversi aspetti pubblico-amministrativi della vita cittadina; nonché la presenza di altre importanti istituzioni pubbliche, quale il collegio dei magistrati, i quattuorviri. Il collegium era costituito da due coppie di magistrati, i duoviri iure dicundo, amministratori della giustizia, e i duoviri aedilicia potestate, con le funzioni di polizia e, per certi versi, con le competenze degli attuali assessori ai lavori pubblici, oltre all’occuparsi degli approvvigionamenti.

Dai materiali epigrafici risultano i collegi sacerdotali, quali ad esempio gli Augustales, addetti al culto imperiale, e i “collegia”, associazioni professionali, nelle quali si riunivano coloro che esercitavano un medesimo mestiere, con scopi sia assistenziali, sia religiosi. I ritrovamenti epigrafici confermano l’esistenza dei “centonarii” (fabbricanti di vesti e coperte), dei “fabri” (fabbri e carpentieri) e dei “fullones” (lavatori di lana). A questo proposito, gli allevamenti ovini e i pregi delle lane bianche di Altino sono ricordati da numerose fonti letterarie latine, da Marziale (XIV, 155) a Columella (VII, 2,3), da Strabone (V, 1, 7, 214) a Tertulliano (de pallio, III, 5-6).

In epoca Giulio Claudia, Altino conobbe un nuovo sviluppo urbanistico, che sostituì il precedente tessuto, mediante un insieme sistematico di interventi edilizi, anche con la modificazione dei lotti, degli isolati e delle sedi stradali.

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decumano

Un documento epigrafico, rinvenuto a Torcello e risalente ad un arco temporale tra il 13 a.C. e il 9 a.C., s’inserisce a pieno titolo a questo riguardo. La città lagunare, che, a breve avrebbe visto sorgere sul suo suolo il foro, il teatro e le terme, era stata arricchita da nuovi templi, portici e giardini, grazie alla donazione del futuro imperatore Tiberio (Tirelli 1998, 189-190). Altro elemento determinante per la prosperità della città fu la Via Claudia Augusta, tracciata nel 15 a.C. da Druso, generale di Augusto, e completata dall’imperatore Claudio. Due cippi commemorativi a forma di miliare, rinvenuti l’uno nel 1552 a Rablà vicino a Merano e l’altro a Cesiomaggiore nel 1786, riportano due iscrizioni non identiche, che ricordano la strada e celebrano Druso e Claudio. La diversità delle due iscrizioni si riferisce sul punto di partenza del percorso, dato che il cippo di Rablà lo poneva vagamente sul Po, mentre quello di Cesiomaggiore ricordava il capolinea nella città di Altino, generando ovviamente diverse ipotesi, che si sono risolte in linea di massima con l’ammettere due distinti capolinea e la rispettiva congiunzione nei pressi di Trento, per poi giungere all’antica Augusta Vindelicum (l’odierna Augsburg).

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Il cippo miliare di Cesiomaggiore, reca inciso il seguente testo:

T(iberius) Claudius Drusi f(ilius)
Caesar Aug(ustus) Germa
nicus pontifex maxu
mus tribunicia potesta
te VI co(n)s(ul) IV imp(erator) XI p(ater) p(atriae)
censor viam Claudiam
Augustam quam Drusus
pater Alpibus bello pate
factis derex[e]rat munit ab
Altino usque ad flumen
Danuvium m(ilia) p(assum) CCCL

Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico, figlio di Druso, pontefice massimo, tribuno per la sesta volta, console per la quarta volta, imperatore per l’undicesima, padre della patria e censore, stese la via Claudia Augusta che già il padre Druso aveva tracciato, una volta spalancate le Alpi con le armi, da Altino al fiume Danubio per una lunghezza pari a 350 miglia” (518 chilometri ca.).

Allo stesso imperatore viene attribuita la paternità del prolungamento attraverso una “fossa transversum”, la fossa Clodia, che perfezionava la rotta da Ravenna ad Altino con un percorso endolagunare, ricordato dall’Itinerario Antonino: inde (da Ravenna) navigatur Septem Maria Altinum usque (L. Bosio 1984, 115-118; L. Bosio 1992, 197-198)
Sempre in età giulio claudia, la necessità di rispondere alle nuove dinamiche di sviluppo che avevano preso piede in Altino, sempre più schiacciata dagli elementi naturali, l’attenzione cadde sul tratto meridionale del Siloncello, che venne coperto e inglobato dallo sviluppo urbano. Ormai il paesaggio urbano della città portuale e le sue terminazioni in laguna, forse da individuare nell’odierna palude di Cona, avevano trovato la sua compiutezza. Le isole emergenti, ancora lambite da un reticolo di fiumi e canali ma collate tra loro mediante ponticelli e traghetti, sono caratterizzate da banchine e magazzini, edifici monumentali pubblici e privati, quando le leggere architetture di legno avevano lasciato il posto alle case di mattoni e pietra. Le porte urbiche, il porto e i tratti di cinta muraria raccontano di una città vitale e orgogliosa delle sue origini e del suo presente. Mentre lungo le strade prendevano corpo i grandi mausolei  e le sepolture più semplici dei ceti più abbienti cittadini,

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lungo la gronda lagunare numerose ville dei possidenti gareggiavano con quelle di Baia per la sontuosità (Mart., Ep. 4, 25), dotate tra l’altro di peschiere e piscine per l’allevamento di mitili e ostriche e, in alcuni casi, vasche adibite a saline. Un panorama questo che sembra adattarsi a quanto scrisse secoli dopo Goethe nella sua “Italienische Reise”, riferendosi alla più famosa delle sue discendenti, Venezia: “Tutto ciò che mi circonda è pieno di dignità, è una grande opera della forza umana congregata, un maestoso monumento, non di un despota ma di un popolo intero”.

A partire dal III secolo d.C., Altino, nonostante alcuni segni di degrado e di cambi di destinazione del tessuto urbano oltre una rilevante contrazione, dimostra una certa continuità insediativa. Nel 343 d.C. il concilio di Sardica aveva proibito di creare nuovi vescovi “in aliquo pago vel parva urbe, cui vel unus presbyter sufficit…ne episcopi nomen et auctoritas vilipendatur” (J. Hefele-Leclercq, Histoire des conciles, I/2, Paris 1907, 737 ss); e dato che Altino era divenuto sede di diocesi non poteva definirsi senz’altro un abitato di modesto rilievo. La topografia cristiana, ancora oggi custodita dal sottosuolo ma intuibile grazie alle fonti scritte, aveva determinato una nuova ridefinizione urbana, ponendo al centro la “basilicae ecclesiae” e il “martyrum conciliabula”.

Nei secoli successivi, le invasioni barbariche e, soprattutto, l’azione trasformatrice della laguna e dei fiumi portarono all’inesorabile crollo delle funzioni commerciali svolte dalla città e del progressivo abbandono delle infrastrutture d’approdo del suo porto; e una volta crollate, Altino non riuscì più a sollevarsi, costringendo gli abitanti al suo abbandono intorno al VII secolo d.C., divenendo una cava di pietra delle nuove realtà lagunari, quali Torcello prima e Venezia poi. In seguito, il silenzio. Altino era scomparsa dalla storia.

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Nuovo Museo Archeologico Nazionale di Altino – area espositiva
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Nuovo Museo Archeologico Nazionale – sale polifunzionali ed archivio
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Museo Archeologico Nazionale – ingresso

 

 

 

31 pensieri su “Altino. La prima Venezia

    1. Si, lo è. Inoltre, le fotografie aeree di diverso spettro visivo, che hanno evidenziato il volto urbanistico di Altino in età romana, rendono ancora più magico il luogo e il suo panorama. Grazie per la visita e il commento.

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  1. sempre puntuali e precisi i riferimenti storici e bibliografici per un posto che fu la proto Venezia.
    Letto il post tutto d’un fiato e ammirato le splendide immagini a corredo.
    Veramente sempre interessanti i tuoi post che manifestano il tuo attaccamento alla cultura.

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  2. la nebbia conferisce al paesaggio un’atmosfera davvero unica, in tanti casi lo rende persino più interessante.
    Molto dettagliato il lungo articolo storico, ottimo lavoro, e buona documentazione fotografica .

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  3. Un articolo molto interessante, denso di speciali e attente immagini, che ci riportano a importanti momenti del passato.
    Post molto apprezzato.
    Buona domenica e un saluto,silvia

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      1. grazie di cuore 😊 non vedo l’ora di scrivere di nuovo se non scrivo mi sento soffocare (e non mangio) devo stare fermo col braccio 9 giorni più o meno speriamo di resistere nel frattempo sentiro’ un male atroce ma penserò a cosa scrivere. Grazie my dear friend. A presto 🙏

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  4. Complimenti caro Marco per l’ accuratezza con cui ci hai raccontato di Altino . Un post davvero molto esaustivo corredato da foto molto interessanti. Non ne conoscevo l’ esistenza, per cui posso solo ringraziarti per averne parlato. Bravo davvero , la tua cultura è infinita. Bacioni. Isabella

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