Modesta Pozzo, Amor disarmato, XVI secolo

Dal ben composto, e splendido suo Tempio
Di dorici archi, e di dorati fregi
Mosso era Amor, superbo in vista, ed empio,
Onusto, e altier d’almi trionfi egregi;
Poichè nel ciel più non trovava esempio,
Che cedea Giove a’ suoi più rari pregi,
Con maggior facilità prese speranza,
Che alla sua qui cedesse ogni possanza.

Sparse, e spiegò le ventilanti penne,
E scese, e venne a innamorar la terra,
E com’era il desio l’effetto ottenne,
Con dolce interna, e faticosa guerra;
Ogni cosa creata amar convenne,
Gli uomini, gl’animai, l’acqua, la terra:
E mentre vince Amor queste, e quell’alme,
Orna il bel tempio suo d’illustri palme.

Non v’era cor di qualità sì dura,
Che al suo possente stral non desse loco,
Nè petto di sì rigida natura,
Che non ardesse al suo cocente foco:
Però accadea, che una gentil figura,
Quantunque fosse il suo merito poco,
Avea tal forza in mente alta, e proterva,
Che il Re sposava, e il Principe la serva.

Inganno, falsità, villan pensiero
Nell’animo de’ giovani non era;
Il lor affetto ardente era, e sincero,
E la lor servitù costante, e vera:
Beata, chi patia sotto il suo impero,
Già riputava ogni pena aspra, e fiera:
Nè l’uom restava mai d’esser fedele,
Benchè la donna fosse empia, e crudele.

Questo, perchè l’aurato, acuto dardo
Lor trafiggea profondamente il core,
E il dolor della piaga era gagliardo,
Nè mai scemava, anzi crescea l’ardore:
Era poi mercè degna un dolce sguardo
D’un lungo, ardente, e ben provato amore,
O mio fiero destin malvagio, e rio,
Perchè non nacqui a sì bel tempo anch’io?

Quei, che aveano il desio corrispondente
Al desiato suo giungeano tosto:
Ma ad alcuno accadea d’amar sovente
Tal, che avea in altri il suo disegno posto,
E perch’era l’amor vero, e fervente,
E il dolor rendea l’animo disposto,
I rivali venian con dura sorte,
Spesso ad arme, a ferite, a sangue, a morte.

Quivi occorrea, che Amor, siccome il Sole,
Penetrando co’ rai dentro il terreno,
Gli dà virtù, che concepir vi suole
Fior delicati, e fresche erbette appieno:
Tal egli con sue fiamme interne, e sole,
Penetrando degl’uomini nel seno,
Lor porgea tal valor, che d’onor degni
Fea germogliar mille felici ingegni.

Questi s’udian con chiari e dolci stili,
Del cor gli affetti esprimere diversi:
Fiorian da questi l’opere gentili,
Le dolci rime, e i leggiadretti versi.
Lontani da’ pensieri ingrati, e vili,
Gl’intelletti purgati erano, e tersi,
Che ciascun per gradire a chi più amava,
A gara onori, e meriti acquistava.

Per le floride piaggie, e nell’erbose
Rive dei chiari, e liquidi cristalli,
Al cantar delle Naiadi amorose,
Guidavan le Napee vezzosi balli:
Queste di gigli, e d’odorate rose,
Quelle ornate di perle, e di coralli,
Ciprigna bella in mezzo lor si serra,
Che co’ begli occhi fa fiorir la terra.

Sempre in lor compagnia star si vedea
Dei pastorelli una ridente schiera;
Chi canta, chi contempla la sua Dea,
Chi fior le dona, e chi la chiama altera:
V’era Aci, e la fugace Galatea,
Che del crudel Ciclope si dispera.
V’era Mopso, e Tirrenia, e Tirsi, e Filli,
e Titiro, e la sua dolce Amarilli.

Se le forze amorose in piani, e monti
Eran possenti, e sviscerate a pieno;
E così nelle selve, e nelle fonti,
Fra Satirelli, e Ninfe albergo avieno:
Per la città volar veloci, e pronti
I dardi suoi vedevansi non meno,
E trapassar de’ molli giovinetti,
E delle donne i delicati petti.

Da cagion sì gagliarda, e sì possente
Spinta la gioventù degna, e reale,
Non guardava nè a dote, nè a parente,
Che a sua condizion non fosse eguale:
Ma per dar loco alla sua fiamma ardente,
Celebrava imeneo santo, e leale:
Tanto, ch’in breve, Amor scacciò dal mondo
L’ambizion, e l’avarizia al fondo.

Quell’altier, che i suoi dì tutti avea spesi
In mercar dignità, gradi, ed onori;
E per gara di ciò molti avea offesi,
Nè pur mirar degnava i suoi maggiori;
Trafitto a mezzo il cor da’ strali accesi
Di questo Re, per mitigar gli ardori
Una vil donna, ancor che bella prende
Per consorte legittima, e si rende.

Quell’altro avaro ingordo di tesoro,
Tutta la vita sua strazia, e patisce,
Non veste mai; non si dà alcun ristoro,
A pena di scacciar la fame ardisce;
Poi tocco dallo stral di costui d’oro,
Le sue ricchezze in pochi dì finisce,
O contradote, o spesa altra, che importa,
Per goder la sua Dea di far comporta.

Felici voi, che con sì caldi amanti,
Donne, vi ritrovaste a quella etade,
Dove per non aver doti bastanti,
Non invecchiava mai vostra beltade:
Nè con false lusinghe, e finti pianti
Vi cercavan por macchia all’onestade:
Ma con debito mezzo onesto, e grato,
Godeano il fior da lor tanto bramato.

Già dall’orto all’occaso Amor lasciava,
Del suo invitto valor chiari trofei;
Sull’are il foco pio morto restava,
E la religion degli altri Dei:
La vittima a lui sol si consacrava,
E l’odorato incenso de’ Sabei;
Ed era ancor per dilatar più il regno,
S’alla gelosa Dea non venia a sdegno.

Giunon d’invidia, e di superbia piena,
Di rabbia, di furor, di gelosia,
Veggendo Amor condotto alla terrena,
E prima alla celeste monarchia;
Tal cordoglio ne sente, e sì gran pena,
Che ad implacabil sdegno apre la via;
E perchè vendicarsi alfin conchiude,
Nella segreta camera si chiude.

Iri seco ha la sua fedele amica,
Con cui si sfoga, e seco parla, e dice:
Dunque preposta è Venere impudica
A me, che son del cielo imperatrice?
Dunque la stella a me crudel nemica
Mi vuol far sempre vivere infelice?
Dunque per sempre Amor preso ha partito
Di far, ch’altra si goda il mio marito?

Non per una cagion, per mille deggio
Vendicarmi di lui, che sì mi offende:
La terra, e il ciel soggetti essergli veggio,
Ubbidienza ogni mortal li rende:
Il nostro culto va di male in peggio;
La fiamma al nostro altar più non risplende;
Che più voglio aspettar ch’un dì s’opponga,
E me di questo mio seggio deponga?

Poichè ebbe dato loco al gran lamento,
Con lunga, ed acerbissima querela,
Per isfogar il suo fiero tormento,
In fosca nebbia il chiaro aspetto cela:
Sempre ad alta vendetta ha il core intento,
Nè pur ad Iri il suo pensier rivela:
In terra scende sconsolata e mesta,
Ed Iri in ciel Locotenente resta.

Per aspra, incolta, e disusata via,
Con gran dolor la Dea va camminando,
E la Superbia incontra, che fuggia,
A cui dal mondo avea dato Amor bando,
E l’Avarizia era in sua compagnia;
La Diva se le venne approssimando,
E dove elle di gir s’avean proposto
Lor fè dimanda; onde le fu risposto.

Dannate siam, disse, in eterno esiglio
L’empia Superbia all’adirata Dea,
Dal maledetto, e scellerato figlio
Della malvagia, e brutta Citerea,
Il qual con certo suo soave artiglio
Gli animi tira alla sua voglia rea,
E se ’l mondo terrà troppo il suo stile,
In breve diverrà povero, e vile.

Come, che gravi sian nostri dolori,
Che tenevamo in terra il primo loco,
E stavam nelle corti de’ Signori,
Anzi, nel cor più che in ogn’altro loco;
Via più c’incresce de’ nostri maggiori,
Ch’ad Amor, come veggio a poco, a poco
Giove ubbidisce, e le sant’alme, vinte
Da certe sue dolcezze amare, e finte.

A questo dir Giunon di rabbia accesa
Negli occhi, e più nel cor sfavilla, ed arde,
E le risponde: son d’ogni mia offesa
Le vendette maggior più che son tarde:
Gran tempo ho sopportato esser offesa,
Non che le forze mie non sian gagliarde,
Ma mi parea viltà d’usarle seco,
Essendo vil fanciullo ignudo, e cieco.

Ma poich’è divenuto sì arrogante,
Che voi discaccia, ed osa offender noi,
Per noi tre insieme, ancor che sia bastante
Io sola a far quel, che farete voi:
Vada all’ingiuria la vendetta innante,
Sieno tutti spuntati i strali suoi,
Il parer della Dea fu a tutti caro,
E subito nel mondo ritornaro.

L’assunto all’Avarizia ne fu dato
Di condur ad effetto il lor pensiero;
Ella, ch’ha il tempo comodo appostato,
Ritrova amor di sue vittorie altero;
Col sembiante di Venere a lui grato
Se gli appresenta, e copre il volto fiero,
E l’invita a posar, com’ella suole
Nel suo perfido sen con tai parole.

Dolce mia speme, in così fervid’ora,
Che ’l sol ci offende, e sei sudato, e stanco,
Cessa di saettar, vieni a quest’ora,
E nel mio sen riposa il tuo bel fianco:
Le consente l’incauto, e in grembo a Flora
Getta il bel corpo suo tenero, e bianco:
E nel sen di chi offenderlo propone
La bionda testa, e inannellata pone.

Il sonno entrò ne’ begli occhi amorosi;
Che la fatica fa il riposo grato;
La brutta Arpìa, che i strali luminosi,
Nella faretra ha visti al manco lato,
Perchè ’l dolce Cupido ai suoi famosi
Nomi dia fine, e più non sia pregiato;
Con l’empia ingorda man, ch’egli non sente,
Gli la dislaccia, e leva pianamente.

La gelosa Giunon tutta contenta,
Con la Superbia allor si fece innante,
E perchè sia d’Amor la gloria spenta,
Fè nascer ivi un monte di diamante,
In cui l’empia Superbia s’argomenta
Di spuntar le saette invitte, e sante;
E poichè ben l’effetto lor successe,
Fur al loco, ove tolte ancor rimesse.

Sparir poi tutte, e solo il bel Cupido,
Lasciar tra fiori a canto alle fresch’onde;
Che poi svegliossi, e con vezzoso grido
Chiama la madre sua, che non risponde:
Stimando, che sia gita in Pafo, o in Gnido,
O in altro loco; più non si diffonde,
Ma spiega l’ali al ciel di più colori,
E torna ad impiagar mill’altri cuori.

Il suo gran danno il misero non vede,
Che chiusi gl’occhi tien d’un velo schietto;
E perchè acuti i suoi strali esser crede,
Spera, che debbian far con l’usato effetto.
Incurva l’arco, e com’ho detto, riede
A ferir, come suol, questo, e quel petto;
Ma, non che penetrar possan nell’osse,
Appena i panni segnan le percosse.

Da questo avvien, ch’al mondo or non si puote
Nè vera fè, nè ver Amor trovarsi:
Nè un vero par di fide alme divote,
Che d’interno fervor possa vantarsi;
Poichè Cupido in van fere, e percuote,
E sono i colpi suoi deboli, e scarsi;
Egli, che la cagion non può sapere,
Invan si duol, che manca il suo potere.

Per questo cade ogni gentil costume,
Ogni pregiato, e generoso gesto:
Un leggiadro pensier più non presume
Di far suo nido in petto, che sia onesto,
Le preclare virtù col lor bel lume
Escon dal mondo, e il lascian cieco, e mesto:
Quelle al ciel si ritornano, e in lor vece,
Moltiplicano i vizi a diece, a diece.

Però voi, donne, a questi, che sapete,
Che vi chiamano ingrate, empie, e crudeli,
Gl’occhi, gli orecchi, e ’l cor sempre chiudete,
Poichè non son più gl’uomini fedeli;
Cercan di farvi cadere nella rete,
E di voi si lamentano, e de’ cieli:
E quando pur gli usate alcun favore,
Per tutta la città s’ode il rumore.

E poichè nè virtù, nè gentilezza
Può del misero Amor scontar i danni;
Nè vostra grazia, e natural bellezza
Può crear ne’ lor petti altro, che inganni;
Cingete il vostro cuor d’aspra durezza,
Sicchè lor falsità mai non v’inganni,
Che son del vero Amor le forze dome,
E sol riman d’Amor nel mondo il nome.

Per non far dunque error, sicchè a pentire
Non ve ne abbiate poi con danno, e scorno;
Sdegnate il loro instabile servire,
Nè la pietà con voi faccia soggiorno:
E rivolgendo il vostro alto desire,
A miglior opre, e a più bel studj intorno,
Ornatevi d’un nome eterno, e chiaro,
Ad onta d’ogni cor superbo, e avaro.

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