Braies. Un Paese, un lago dalla storia secolare

Tra le innumerevoli meraviglie che il Trentino-Alto Adige preserva gelosamente, la Valle di Braies è senza dubbio una di esse. Il suo lago rappresenta una delle mete più gettonate del turismo, anche di quello non propriamente sostenibile. Non sorprende affatto se la località sia stata scelta come palcoscenico naturale per mandare in scena una fortunata serie televisiva di successo, dando ragione alla tradizione ladina, che vi ha ambientato parte delle sue credenze secolari orali.

La Valle è tra le più belle della Pusteria e si snoda in un paesaggio pittoresco tra boschi di abeti rossi, larici e cirmolo, spezzettati da pascoli e altopiani dalle diverse tonalità del verde smeraldo, sfumature cromatiche con le quali anche il lago si presenta ai suoi ospiti, variando secondo la stagione.  La flora e la fauna piuttosto ricca hanno contribuito alla fondazione del Parco di Sennes-Braies-Fanes, il cui nucleo prese vita nel 1980, proprio nelle adiacenze del lago di Braies. Tra i simboli del parco vi è la marmotta, il roditore simbolo dell’antica cultura dei Fanes, il popolo delle marmotte.

Ogni anno, durante la notte di luna crescente, una barca dal fasciame nero come la pece ondeggia silenziosamente nelle acque del lago, dopo essere uscita dal “Sas dla Porta” della Croda del Becco, una montagna del gruppo della Croda Rossa d’Ampezzo. A bordo, la bella principessa Lujanta e sua madre, la regina cieca del leggendario popolo dei Fanes, aspettano un segno promesso da lungo tempo, che permetterà ai propri sudditi di “uscire dal tenebroso rifugio e tornare a vivere alla luce del sole, perché in quel tempo non ci saranno più guerre, né uccisioni, né rancori, e come già in un lontanissimo passato gli uomini saranno fratelli, legati da un vincolo d’amore” (Karl Felix Wolff, Le Leggende delle Dolomiti, p.89).

Ancora, l’immaginario popolare, che molto spesso traeva vita dalle lunghe notti d’inverno di fronte ai “larin”, raccontava dei Salvan, i Nani che abitavano i boschi e le caverne. I piccoli uomini, esseri numinosi alti poco più di due palmi e dotati di poteri magici, custodivano l’oro delle montagne. Degli allevatori dall’animo smanioso di ricchezze presero a raccoglierlo con avidità, provocando di fatto la loro vendetta, che non si fece aspettare molto. Ed ecco che fecero sgorgare delle sorgenti d’acqua cristallina, che nascosero per sempre le vene del metallo prezioso, dando vita al lago di Braies.

La vallata, ponte naturale che pone in contatto con tutti i quadranti della Rosa dei Venti, fu frequentata dai cacciatori preistorici e vide il passaggio di molti attori della storia. Si trovò ad essere anche oggetto di contesa per i potentati locali. Gli Annali del Sud Tirolo, ad esempio, rievocano l’aspro conflitto tra Verena von Stuben, badessa di Castelbadia, e Nicola Cusano, vescovo principe di Bressanone. La superiora del monastero femminile, che non ne voleva sapere delle ingerenze del Cusano, gli scatenò addosso le sue milizie e quelle dell’arciduca Sigismondo. Soppresso il convento nel 1785 da Giuseppe II, figlio di Maria Teresa d’Austria, il lago passò alle dipendenze del vescovo di Bressanone, mentre gli alpeggi passarono nelle disponibilità dei contadini di San Vito. Sul finire del XIX secolo, Emma Hellenstainer, “pioniera del turismo delle Alpi in Europa”, insieme ai figli e nipoti lasciarono il segno del genio imprenditoriale che li contraddistingueva, costruendovi l’albergo sulle rive del lago, sul quale ancora oggi vi si sporgono le sue caratteristiche facciate.

Sul finire della Seconda Guerra Mondiale, Braies si trovò suo malgrado a partecipare agli scampoli della fase finale delle attività belliche, che interessarono il versante alpino. Il 25 luglio 1943 Mussolini veniva deposto dal Gran Consiglio del Fascismo e, il giorno successivo, arrestato in seguito all’udienza del re. Il Governo fu affidato al Maresciallo d’Italia Badoglio ed Hitler diede il via all’operazione denominata “Alarico”, che prevedeva il disarmo dell’Esercito Italiano, l’occupazione delle posizioni sensibili, quali i valichi montani e i porti, e la definizione del territorio del Regno come zona operazioni, con il conseguente trasferimento dell’esercizio dei poteri civili ai comandanti militari tedeschi. Tuttavia, il Piano “Alarico” fu superato dal susseguirsi frenetico degli avvenimenti, il cui punto saliente era l’avanzata a tratti inarrestabile delle truppe alleate in Italia. Nella notte tra l’8 e il 9 settembre, l’Alto Comando tedesco mise in strada l’operazione “Achse”, in seguito all’entrata in vigore dell’armistizio di Cassabile, firmato con gli anglo americani il 3 settembre. Il messaggio, letto da Pietro Badoglio alle ore 19:42 al microfono dell’EIAR, trovò immediata risposta con l’”Operationszone Alpenvorland”, l’occupazione delle province di Bolzano, Trento e Belluno, che costituiva una nuova circoscrizione con il Tirolo, sottoposta alla diretta amministrazione militare tedesca e tolta di fatto al controllo della Repubblica Sociale Italiana, per quanto vi appartenesse ancora, almeno del punto di vista della ufficialità.

Nello stesso momento venne istituita la Zona d’operazioni Litorale adriatico, “Operationszone Adriatisches Küstenland”, che comprendeva le province italiane di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Lubiana. Anche questo nuovo distretto fu sottoposto alla diretta amministrazione militare tedesca e sottratto anch’esso al controllo della Rsi.

L“Alpenvorland”, il cui governo venne affidato a Franz Hofer in qualità di Gauleiter, Commissario  (Commissario supremo) del Tirolo, tra le ragioni politiche vi era la preminente esigenza di carattere militare. Memori di quanto accaduto nel corso del Primo conflitto mondiale e consci delle nuove tecnologie belliche, si era progettato nell’area alpina un complesso fortificato, dove poter organizzare una resistenza ad oltranza nei confronti delle truppe anglo americane. Tra i maggiori promotori della “fortezza alpina” vi era Ernst Kaltenbrunner, SS-Obergruppenfuhrer.

Quest’ultimo, nominato a fine gennaio del 1943 capo del RSHA, l’Ufficio centrale per la Sicurezza del Reich, presentò la proposta ad Heinrich Himmler, Reichsführer delle Schutzstaffel e comandante della polizia, nonché delle forze di sicurezza del Terzo Reich, dove si affermava la soluzione dell’affollamento del Campo di Theresienstadt, a circa 60 chilometri da Praga,

Forni crematori di Theresienstadt

tramite il trasferimento forzato di oltre cinquemila ebrei di età avanzata al Campo di Auschwitz Birkenau in Polonia. Nello stesso documento Kaltenbrunner ricordava, inoltre, che i prigionieri del Campo erano stati suddivisi in gruppi in base all’età, alla validità al lavoro e, infine, all’utilità al Reich stesso.

Himmler aveva fatto costruire un bunker di cemento armato nel Campo di concentramento di Flossenburg. Al suo interno vi erano stati relegati e tenuti in vita i prigionieri importanti. Nella scacchiera del gerarca nazista si trattava di mossa, che vedeva nei prigionieri una possibile merce di scambio. Inoltre, negli ultimi mesi di guerra si valutò di usare i prigionieri per portare gli Alleati o le Organizzazioni non governative del Congresso Ebraico Mondiale al tavolo delle trattative, come avvenne con l’episodio del convoglio ferroviario di Kastner, grazie al quale nel giugno del 1944, 1864 ebrei ungheresi del Campo di Sterminio di Bergen Belsen lasciarono per sempre gli orrori per trovare la salvezza in Svizzera.

Hitler e i suoi ritenevano imminente la rottura delle alleanze in gioco. Presto i tedeschi avrebbero combattuto a fianco dei suoi ex nemici contro l’Armata Rossa. A favore di questa tesi vi era anche la telefonata intercettata dal controspionaggio tedesco nel 1944 tra Stalin e Tito. La conversazione fra i due verteva dell’occupazione dell’Italia del nord da parte delle armate sovietiche, come uno degli obiettivi militari primari sovietici, volendo con ciò anticipare l’avanzata anglo americana (Theil, Kampf um Italien, p.274) (Kerstin von Lingen, Verschwörung des Schweigens. Kapitulation und Immunitätsversprechen am Beispiel Karl Wolff,; Ead., Conspiracy of Silence. How the Old boys of American Intelligence shielded SS-General Karl Wolff from prosecution. In: Holocaust and Genocide Studies 22 (2008), 1, pp. 74–109).

A sua volta, i tedeschi ritenevano di rivoluzionare le sorti del conflitto con le “Wunderwaffe”, le armi meraviglia, o “Vergeltungswaffe”, armi della vendetta, come l’aviogetto a reazione Messersschmitt Me 262, le cui qualità furono riconosciute dagli stessi statunitensi

, o il bombardiere avveniristico Ar 234, che sfuggiva a qualsiasi caccia alleato.

Com’era prevedibile, i tentativi compiuti da Himmler e da Kaltenbrunner di avviare delle trattative segrete con gli Alleati, in particolare con gli americani dell’Oss non trovarono alcuna risposta. Allen W. Dulles, il capo del servizio segreto statunitense a Berna,

accettò contro tutte le opinioni dei colleghi e dei suoi superiori, come unico interlocutore Karl Wolft, generale di corpo d’Armata delle SS e generale delle Waffen SS e Governatore in Italia.

La trattativa prevedeva la resa incondizionata delle truppe tedesche dello scacchiere sud-ovest, in cambio dell’impunità per Wolff, il quale, invece, era stato incluso nelle liste dei principali criminali di guerra, per il ruolo avuto nel corso della guerra. Ma il 23 agosto 1945, Dulles si trovò a scrivere al collega, il generale William Donovan, ipotizzando che “Wolff sarà incluso in qualche lista per processi contro criminali di guerra. Propongo, invece, che egli non venga incluso nel primo gruppo, in modo da impedire che faccia uso per difendersi della sua versione di Sunrise”, il piano della resa tedesca, che doveva rimanere riservato (Kerstin von Lingen, Verschwörung des Schweigens. Kapitulation und Immunitätsversprechen am Beispiel Karl Wolff,; Ead., Conspiracy of Silence. How the Old boys of American Intelligence shielded SS-General Karl Wolff from prosecution. In: Holocaust and Genocide Studies 22 (2008), 1, pp. 74–109).

A questi ostaggi si aggiunsero le grandi personalità, provenienti dai paesi caduti sotto il giogo nazista. Tra questi vi era l’ex Primo Ministro francese Leon Blum, l’ex Cancelliere austriaco Kurt von Schuschnigg o l’ex Primo Ministro Ungherese Miklos von Kallày. Un altro gruppo ancora era costituito dai cosiddetti “Sippenhaftlinge”, ovvero i famigliari e parenti degli oppositori del regime, come i consanguinei del colonnello Claus Schenk von Stauffenberg

, uno degli autori dell’attentato alla vita del Fuhrer del 20 luglio 1944; come il borgomastro di Lipsia, Carl Goerdeler, o i parenti stretti del principe di Baviera.

Nell’aprile del 1945, i prigionieri eccellenti furono prelevati, per trasferirli, almeno nelle intenzioni originarie, in Baviera. Gli ufficiali delle SS Ernst Bader ed Edgar Stiller furono incaricati di gestire l’intera operazione, assieme a truppe SS e SD (Servizio di Sicurezza), armati di tutto punto. Nei giorni 17, 24 e 26 aprile 1945 gli ostaggi partirono da Buchenwald, Flossenburg e da Mauthausen con direzione il Campo di Dachau.

Plastico del Campo di Concentramento di Dachau

Le consegne e le disposizioni di servizio in caso di cattura erano chiare. Dovevano imbottire i prigionieri di esplosivo e farli detonare. Nessuno doveva sopravvivere.

Nel corso del trasferimento si incrociarono con i prigionieri delle “Marce della Morte”, evacuati dai Campi dell’Est, dopo i tentativi di occultare quanto di mostruoso vi era accaduto dentro. Joseph Walk ne riporta la testimonianza in un suo volume:

“Su tutte le strade e i sentieri dell’Alta Slesia a ovest dell’Oder incontravo adesso colonne di prigionieri, che arrancavano nella neve alta. Non avevano cibo. La maggior parte dei sottoufficiali a capo di queste incespicanti colonne di cadaveri non aveva la minima idea di dove avrebbero dovuto dirigersi. Sapevano solo che la loro destinazione finale era Groß-Rosen…Il tragitto seguito da queste miserabili colonne era facile da ripercorrere, visto che ogni poche centinaia di iarde giacevano i corpi di prigionieri che erano stramazzati a terra o cui era stato sparato…Vidi carri da carbone colmi di cadaveri congelati, interi treni di prigionieri che erano stati deviati su binari morti e lasciati là senza cibo né riparo” (Das Sonderrecht für die Iuden im NS-Staat. Eine Sammlung der gesetzlichen Massnahmen und Richtlinien, Inhalt und Bedeutung, Heidelberg 1981, p.305).

Il Campo di Dachau, a poca distanza da Monaco di Baviera e collocato originariamente sull’area di una fabbrica di munizione e polvere da sparo non più in uso, era stato posto in quarantena, a causa dell’imperversare di epidemie, in particolare di tifo. Gli ostaggi furono caricati su camion e vecchi autobus e si mossero alla volta dell’Alto Adige. Oltrepassato il valico alpino del Brennero, raggiunsero il 28 aprile Villabassa (Niederdorf), in Alta Pusteria, nella provincia autonoma di Bolzano. Nella piazzetta antistante la stazione ferroviaria i prigionieri furono fatti scendere e condotti al centro del paese, dove la gente del posto solidarizzò con loro, mettendo in serie difficoltà i loro carcerieri, che pretendevano di tenerli sotto tiro costantemente. Quando alla notte la popolazione si offrì di ospitarli nelle locande, nella canonica e nelle sale comunali, le SS decisero, come extrema ratio, di rinchiudere gli ostaggi dentro gli autobus e di farli saltare in aria, dopo aver raggiunto luoghi isolati, dove nessuno avrebbe potuto né vedere né sentire. Uno degli ostaggi, il generale italiano Sante Garibaldi, discendente dell’Eroe dei Due Mondi, trovò la circostanza perfetta per nascondersi all’interno di un casello ferroviario, dove riusciva comunicare con una cellula di partigiani, informandoli che il convoglio si sarebbe mosso presto alla volta di un albergo a Braies, al momento occupato dagli Stati maggiori di tre generali della Wehrmacht.

La domenica del 29 aprile, l’ingegnere Anton Ducia dell’Alto Commissariato di Bolzano

riuscì a far traslocare i tre ufficiali e, in secondo luogo, avere un colloquio con il generale di Comando d’Armata, Richard von Vietinghoff, che stava già collaborando con Wolff per la resa tedesca in Italia.

L’oggetto della conversazione fu la sorte dei prigionieri eccellenti. L’alto ufficiale tedesco ordinò al capitano Wichard von Alvensleben di scendere a Villabassa con i suoi uomini e prendere in consegna gli ostaggi dalle SS. A scanso di equivoci, fece convergere sulla zona 150 granatieri, che segnarono la differenza nel precedente status quo. Le SS tentarono un colpo di mano, ma non sortì l’effetto sperato. Anzi, vedendo ormai sfumata ogni possibilità di riprendersi gli ostaggi, si allontanarono a bordo di mezzi meccanici.

Il Capitano von Alvennsleben stabilì di accompagnare i prigionieri sulle rive del lago di Braies, all’hotel “Pragser Wildsee”, con l’esclusione degli ostaggi italiani, che rimasero a Villabassa, ospiti della Casa Wassermann, un edificio del XV secolo, ancora oggi visibile al centro di Villabassa.

In quelle ore si era abbattuta una fitta nevicata che vanificò la salita con i mezzi a motore. I prigionieri intrapresero una faticosa salita notturna, fino a quando raggiunsero la quota 1496. Qui, li attendeva la padrona dell’hotel e il suo staff, che si fecero in quattro per aiutarli. Qui, poterono finalmente ristorarsi e formare un comitato di autogoverno con a capo il capitano inglese Payne Best, come vice il colonnello tedesco Bogislav von Bonin e come garante il capitano di fregata Franz Liedig.

Al primo piano trovarono collocazione nelle comode stanze i Thyssen, i Gordeler, gli Stauffenberger; al secondo piano la famiglia Schuschnigg, Hjalmar Schacht, il pastore Niemoller e i cinque generali greci. Al piano successivo i francesi, gli inglesi ungheresi, olandesi e altri ancora.

Caso a parte il russo Vassili Kokorin, nipote di Molotov. L’uomo, aiutato da un gruppo di partigiani italiani, lasciò Braies, anche se morì poco più di un mese dopo, forse perché a conoscenza di qualcosa che doveva rimanere un segreto.

La situazione si era evoluta, precipitando nel caos più assoluto. Il Comando della Gestapo di Klagenfurt ricevette l’ordine di recarsi a Villabassa e prendere in consegna i prigionieri. Se necessario, erano autorizzati a uccidere tutti gli ostaggi. L’importante era che non cadessero in mano degli anglo americani. Per fortuna, l’ordine rimase solo nella carta. La mattina del 4 maggio 1945 le avanguardie della 7a Divisione statunitense fecero il loro arrivo e presero in carico gli ostaggi. Il grosso delle truppe statunitense giunse il giorno successivo, assieme alle formazioni partigiane bellunesi. Dopo essere stati disarmati, i soldati della Wermacht furono fatti prigionieri e trasferiti a Monguelfo. Nei giorni successivi parte di loro fu trasferita prima a Napoli e, infine, a Capri, per poi essere trasferiti nuovamente, con direzione la Germania. L’SS Edgar Stiller riuscì a raggiungere il territorio austriaco, ma solo dopo pochi giorni fu preso in custodia dagli americani.

Lista dei prigionieri

Austria

Konrad Praxmarer, scrittore

Richard Schmitz, ex borgomastro di Vienna

Kurt Schuschnigg, cancelliere d’Austria

Vera Schuschnigg, moglie di Kurt Schuschnigg, e la loro figlia Maria Dolores Elisabeth.

Danimarca

Hans Frederik Hansen, agente danese “Frederiksen” del SOE

Adolf Theodor Larsen, agente danese “Andy” del SOE

Jørgen Lønborg Friis Mogensen, vice-console

Hans Lunding, capitano, capo dei servizi segreti danesi

Max J. Mikkelsen, capitano della marina mercantile

Knud E. Pedersen, capitano della marina mercantile

Francia

Jeanne Léon Blum, moglie di Léon Blum

Léon Blum, ex primo ministro di Francia

principe Saverio di Borbone-Parma

Armand Mottet

Gabriel Piguet, vescovo di Clermont-Ferrand

Raymond Van Wymeersch, capitano della Forces aériennes françaises libres

Germania

Bogislaw von Bonin, ufficiale della Wehrmacht

Baron Fritz Cerrini, segretario privato del principe Federico Leopoldo di Prussia

Friedrich Engelke, commerciante

generale Alexander von Falkenhausen, ex comandante militare in Belgio e Francia

Wilhelm von Flügge, direttore dell’IG Farben

principe Federico Leopoldo di Prussia

generale Franz Halder, ex capo di stato maggiore

Gertrud Halder, moglie di Franz Halder

Anton Hamm, cappellano

Erich Heberlein, diplomatico

Margot Heberlein, moglie del Dr. Erich Heberlein

Horst Hoepner, commerciante, fratello del generale Erich Hoepner

Joseph Joos, giornalista e politico (Partito di Centro Tedesco Zentrum)

Karl Kunkel, cappellano

Franz Maria Liedig, ufficiale della Kriegsmarine, (Abwehr)

Josef Müller, ufficiale (Abwehr)

Johann Neuhäusler, canonico

Martin Niemöller, pastore

Heidel Nowakowski

Horst von Petersdorff, ufficiale della Wehrmacht

principe Filippo d’Assia, diplomatico, genero del re d’Italia

Hermann Pünder, ufficiale

Hjalmar Schacht, ex presidente della Reichsbank e ministro dell’economia

Fabian von Schlabrendorff, ufficiale d’ordinanza del maggiore generale Henning von Tresckow

Georg Thomas, generale

Amélie Thyssen, moglie di Fritz Thyssen

Fritz Thyssen, imprenditore

Wilhelm Visintainer, cuoco, prigioniero a Dachau

Paul Wauer, barbiere, prigioniero a Dachau

Grecia

Konstantinos Bakopoulos, luogotenente generale

Panagiotis Dedes, luogotenente generale

Vassilis Dimitrion, soldato

Nikolaos Grivas, caporale

Georgios Kosmas, luogotenente generale

Alexandros Papagos, luogotenente generale, comandante in capo dell’Esercito greco

Ioannis Pitsikas, luogotenente generale

Italia

Amechi, funzionario pubblico

Eugenio Apollonio, vice-capo della Polizia della Repubblica Sociale

Mario Badoglio, figlio del Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio

Burtoli, funzionario pubblico

Davide Ferrero, colonnello

Sante Garibaldi, generale

Tullio Tamburini, Capo della Polizia della Repubblica Sociale

Jugoslavia

Hinko Dragić, tenente colonnello

Novak D. Popović, capo dall’amministrazione postale

Dimitrije Tomalevski, giornalista

Lettonia

Gustavs Celmiņš, capitano della riserva dell’Esercito lettone

Norvegia

Arne Dæhle, capitano della Reale Marina Norvegese

Paesi Bassi

Johannes J. C. van Dijk, ministro della difesa

Polonia

Jan Iżycki, ufficiale pilota della RAF

Stanisław Jensen, ufficiale pilota della RAF

conte Aleksander Zamoyski, maggiore

Regno Unito

Sigismund Payne Best, capitano del Secret Intelligence Service

Jack Churchill, tenente colonnello dei Commandos

Peter Churchill, capitano del Special Operations Executive

Thomas J. Cushing, staff sergeant

Harry M. A. Day, comandante di stormo della RAF

Sydney Dowse, ufficiale pilota della RAF

Hugh M. Falconer, capo squadrone della RAF, Special Operations Executive

Wadim Greenewich, funzionario del Foreign Office

Bertram James, ufficiale pilota della RAF

John McGrath, tenente colonnello

Patrick O’Brien, soldato

John Spence, agricoltore

Richard Henry Stevens, tenente colonnello

Andrew Walsh, tecnico della RAF

Repubblica Ceca

Josef Burda, commerciante

Jan Rys-Rozsévač, giornalista

Slovacchia

Imrich Karvaš, governatore della Banca Nazionale Slovacca

Ján Stanek, maggiore

Svezia

Carl S. Edquist, direttore

Ungheria

Aleksander Ginzery, colonnello

Josef Hatz, maggiore

Samuel Hatz, insegnante, padre di Josef Hatz

Andreas Hlatky, segretario di stato ungherese

Miklós Horthy Jr., diplomatico, figlio di Miklós Horthy

Géza Igmándy-Hegyessy, generale

Miklós Kállay, ex primo ministro d’Ungheria

Julius Király, colonnello

Desiderius Ónody, segretario di Horthy jr.

Péter Schell, ministro degli interni ungherese

Unione Sovietica

Ivan Georgievič Bessonov, generale

Victor Brodnikov, tenente colonnello

Fëdor Ceredilin, soldato

Vassilj Vassil’evič Kokorin, sottotenente

Pëtr Privalov, maggiore generale

Nikolaj Ručenko, sottotenente

Familiari dei golpisti

Fey von Hassell Pirzio Biroli, figlia di Ulrich von Hassell

Annelise Gisevius, sorella di Hans-Bernd Gisevius

Anneliese Goerdeler, moglie di Carl Goerdeler

Benigna Goerdeler, figlia di Goerdeler

Gustav Goerdeler, fratello di Goerdeler

Marianne Goerdeler, figlia di Anneliese e Carl Goerdeler

Irma Goerdeler, moglie di Ulrich Goerdeler, nuora di Anneliese e Carl Goerdeler

Jutta Goerdeler, cugina di Benigna Goerdeler

Ulrich Goerdeler, figlio di Anneliese e Carl Goerdeler

Käte Gudzent

Hildur von Hammerstein, figlia di Maria e Kurt von Hammerstein-Equord

Maria von Hammerstein-Equord, moglie di Kurt von Hammerstein-Equord

Anna-Luise von Hofacker, figlia di Cäsar von Hofacker

Eberhard von Hofacker, figlio di Cäsar von Hofacker

Ilse Lotte von Hofacker, moglie di Cäsar von Hofacker

Elisabeth Kaiser, figlia di Therese Kaiser

Therese Kaiser

Arthur Kuhn, avvocato

Lini Lindemann, moglie del generale Fritz Lindemann

Josef Mohr, fratello di Therese Kaiser

Käthe Mohr, moglie di Josef Mohr

Gisela Gräfin von Plettenberg-Lenhausen, figlia di Walther Graf von Plettenberg-Lenhausen

Walther Graf von Plettenberg-Lenhausen, commerciante

Alexander Schenk Graf von Stauffenberg, fratello di Claus Schenk Graf von Stauffenberg

Alexandra Schenk Gräfin von Stauffenberg, sorella di Markwart Schenk Graf von Stauffenberg

Clemens jr. Schenk Graf von Stauffenberg, figlio di Markwart Schenk Graf von Stauffenberg

Elisabeth Schenk Gräfin von Stauffenberg, moglie di Clemens Schenk Graf von Stauffenberg

Inèz Schenk Gräfin von Stauffenberg, figlia di Markwart Schenk Graf von Stauffenberg

Maria Schenk Gräfin von Stauffenberg, moglie di Berthold Schenk Graf von Stauffenberg

Marie-Gabriele Schenk Gräfin von Stauffenberg, figlia di Elisabeth Schenk Gräfin von Stauffenberg e Clemens Schenk Graf von Stauffenberg

Markwart Schenk Graf von Stauffenberg senior, colonnello

Otto Philipp Schenk Graf von Stauffenberg, figlio di Elisabeth Schenk Gräfin von Stauffenberg e Clemens Schenk Graf von Stauffenberg senior

Hans-Dietrich Schröder, figlio di Ingeborg Schröder

Harring Schröder, figlio di Ingeborg Schröder

Ingeborg Schröder

Sybille-Maria Schröder, figlia di Ingeborg Schröder

Isa Vermehren, commediografa, sorella di Erich Vermehren.

Braies provoca al viaggiatore uno sconvolgimento emotivo, che sembra coinvolgere il Sublime e il Bello di memoria “burkiana” dello scrittore e filosofo Edmund Burke. Basta una semplice passeggiata perché l’escursionista si ritrovi in un mondo, che lo appaga in ogni suo momento, facendogli perdere il senso del tempo e della realtà, con il rischio che, prima o poi, qualcuno troverà la strada per renderlo un semplice parco gioco ad uso e consumo del turismo sfrenato del mordi e fuggi.

41 commenti su “Braies. Un Paese, un lago dalla storia secolare

  1. conosco bene la meraviglia di questo lago dal punto di vista turistico, l’ho fotografato sia in estate che in autunno. La parte storica così dettagliata invece non la conoscevo…👍

    Piace a 3 people

    • Conoscendo la tua bravura nel fotografare, e non solo, posso solo immaginare le fotografie che avrai fatto. Sicuramente avrai colto la sua essenza e i diversi cromatismi, che regala nel corso delle stagioni. Uno spettacolo. Ciao.

      "Mi piace"

    • Grazie mille per i complimenti fatti. Tuttavia, buona parte del merito deve essere attribuito al lago e al suo circondario, meraviglioso. Amo profondamente quei luoghi, che ritengo rigeneranti e capaci di predisporre l’animo alla pace con il creato. Ahimè, il problema dell’affollamento è un grosso problema, che spesso si traduce con maleducazione e totale assenza di senso civico. Grazie per il commento. Alla prossima.

      Piace a 1 persona

  2. Bellissime anche le foto, specialmente quelle con la nebbiolina.
    Quando ci sono andata io, abbiamo dovuto rinunciare ad inoltrarci troppo nel percorso perché era pienissimo di gente.

    Piace a 1 persona

  3. Il lago di Braies? Una meraviglia come i colori della natura che lo circonda. Quando andavo in vacanza ad Auronzo non mancava una visita questo posto incantevole.
    Belle le ggende, le descrizioni e la storia di un periodo buio della seconda guerra mondiale.
    Come sempre splendidi i tuoi post.
    Ben tornato dopo un periodo di assenza, anche se so che passavi dal mio blog.

    Piace a 1 persona

    • Grazie. Sempre gentile. Auronzo e il lago di Misurina…anch’essi depositari di bellezza e antiche leggende, nonché storie che aspettano una penna per essere scritte e divulgate. Chissà se…Comunque, Braies o meglio il Parco Sennes-Fanes-Braies custodisce un vero e proprio Eden terrestre, che spesso e volentieri visito, trovandovi sempre qualcosa di nuovo e di affascinante. I tuoi blog, e non solo, sono una meta costante per me. Li trovo sempre interessanti. Ciao, alla prossima.

      Piace a 1 persona

      • Si anche lo, Auronzo e Misurina hanno il loro fascino come le montagne che li circondato. Auronzo, pur essendo artificiale ha un suo fascino con larici e abeti che si specchiano nelle acque.
        Misurina ai piedi delle tre cime di Lavaredo è un lago dalle acque scure ricco di leggende. Varrebbe la pena di citarle.

        "Mi piace"

    • Ci vado spesso anch’io. Ne sento la necessità. In questo parco meraviglioso riesco a resettare me stesso e, nello stesso momento, ascoltare le leggende e le favole portate dal vento. Ciao. Alla prossima. Ah proposito, se non ricordo male sei di Bolzano. Ci sono stato poco tempo fa, per rivedere un vecchio amico, morto qualche migliaio di anni fa. Ne farò un articolo. Bolzano rimane sempre una bellissima città.

      "Mi piace"

    • Senza voler essere a tutti i costi dei deterministi, tuttavia sono d’accordo con te. Storia e Geografia passeggiano spesso a braccetto. Grazie per il commento.

      "Mi piace"

    • L’ho visto. Penso che sia quello trasmesso da History Channel qualche tempo fa, visto che vi sono almeno due o tre documentari incentrati su questa vicenda. Comunque, visto che apprezzi la montagna, ti consiglio una visita al lago. Sono sicuro che diverrà parte di te. Grazie mille. Ciao, alla prossima

      Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: