A pochi chilometri dalle rinomate spiagge di Jesolo, si nasconde un luogo magico, in cui riecheggiano le antiche suggestioni romane e della Serenissima. È la Torre del Caligo o, meglio, quello che rimane dell’antica fortificazione. In questi giorni, dettati dalla canicola, molti dei turisti che hanno percorso il tratto stradale, che da Caposile porta alla località balneare, avranno osservato con una certa invidia delle automobili transitare lungo la sponda destra del Sile-Piave vecchia, non sapendo che, da un lato, tale itinerario li avrebbe alleviato il tedio delle lunghe code e, per chi ancora gode delle testimonianze del passato, avrebbe potuto dare una sbirciata ad uno dei monumenti più antichi della zona. Può apparire persino antinomico pensare a Jesolo, come un luogo depositario di vestigia del passato, ma non è così. Per quanto possa essere incredibile, la località veneta non è solo spiaggia, mare e movida. Al centro di Jesolo paese vi è il sito delle cosiddette Antiche Mura, nel quale sono visibili i ruderi della basilica medioevale di S. Maria Assunta e non solo, dato che la frequentazione del sito è stata retrodatata al IV secolo.

Tra l’altro, non è di poco tempo fa il rinvenimento a poca distanza di “mansio” risalente all’epoca romana, peraltro evidenziata come prova provata (sic!) della vocazione di Jesolo alla ricezione turistica, che attesterebbe in Jesolo un luogo ben introdotto all’interno dei circuiti commerciali tardo antichi e altomedioevali. Con la speranza che tali testimonianze non entrino nel lungo elenco delle cosiddette “piere vecie”, vi è, invece, una voce fuori dal coro. E riguarda la Torre del Caligo. Anni fa, nell’agosto del 2014, grazie alla “sensibilità delle famiglie e società agricole che ne erano proprietarie…hanno donato la Torre al Comune”, il quale l’acquisì come bene di una certa rilevanza storica, poiché non si poteva certamente dimenticare “che nei secoli passati la Torre del Caligo” aveva svolto “l’importante ruolo di presidio a guardia della confluenza del canale omonimo nel vecchio corso del Piave” (Il Gazzettino di Venezia del 23 agosto 2014).

Sulla base dei conci di pietra e dei mattoni sesquipedali della base, nonché le misure del suo perimetro la pongono in diretta relazione con altre due torri, identificate l’una nei ruderi sommersi nel Canale di San Felice a poca distanza da Treporti e l’altra con quella di Baro Zavalea, nella Valle di Mezzano nei pressi di Comacchio. Le ricerche archeologiche condotte su questi ultimi siti hanno permesso di datare le costruzioni ad un arco di tempo che spazia dal I secolo a.C. al I secolo d.C.; ed hanno permesso di cogliere, almeno in buona misura, il contesto antropico e naturale, nel quale avevano una determinata destinazione, di appoggio e controllo della navigazione endolitoranea – in stretta relazione con le diverse “mansiones” con cavane con tratti di alzaia e le altrettante “mutationes” con palata – che si svolgeva durante l’epoca romana tra Ravenna ed Aquileia. Nel caso specifico, la navigazione in età romana diretta in ambito “torcellese”, dopo aver percorso diverse aste fluviali, imboccava all’altezza della Torre del Caligo l’alveo terminale del Piave-Sile e proseguiva fino a Equilo (il nucleo originario dell’odierna Jesolo), “vicus” di epoca imperiale.
Secoli dopo, la torre venne ricostruita dai veneziani, elevandola a tre o quattro piani, come testimoniato da diverse fonti cartografiche.

La sua destinazione non cambiò di molto, divenendo un presidio militare con il compito anche di esigere il dazio conseguente al notevole traffico commerciale, che vi si svolgeva, soprattutto di legname proveniente dal Cadore e il metallo utile per l’edilizia e la cantieristica di Venezia, la cui navigazione proseguiva coll’utilizzo del traino di cavalli, che procedevano sulle alzaie, fino a Treporti; e scongiurare l’altrettanto notevole contrabbando di sale e di animali o carni macellate, piaga che costrinse il governo veneto ad emanare numerosi decreti e altri provvedimenti repressivi.

Attraverso accorgimenti idraulici ed ingegneristici piuttosto lungimiranti per l’epoca era possibile per le imbarcazioni di una certa stazza superare gli argini, attraverso l’utilizzo di sbarramenti fluviali – vedi panama- ; mentre nel caso di imbarcazioni dal basso tonnellaggio il superamento avveniva grazie ad un sistema di piani inclinati e argani.
In realtà, la nostra torre era conosciuta, almeno fino al Trecento, sotto il nome di Turris Plavis e lo storico Giacono Filiasi, interrogandosi sulla storia antica di quella che sarà Jesolo e sulla più minuta fortificazione, scrive.

I documenti degli scorsi secoli ci manifestano pure che nel tenere di Equilio eravi luogo detto Torre di Piave, altro Ponte di Equilo, altro S. Mauro. Nel così detto Codex Publicorum trovai memoria di essi, e per primo, o sia la Torre non so se stesse verso Villafranca, e dove ora si veggono varie macerie da non confondersi con quelle di Equilio. Perché sovente la palustre nebbia volteggiava all’intorno, e colle bianche sue falde nascondea quella torre, perciò chiamaronla anche Torre del Caligo” (Memorie storiche dè Veneti primi e secondi, 1814 , p. 98).

Quindi lo storico sembra avvalorare la teoria, secondo la quale la nebbia, che per molte settimane del periodo autunnale e invernale, avvolge l’intero circondario, fosse la causa prima di questo nuovo toponimo. Tuttavia, ad onore del vero, per quanto suggestiva, questa non è l’unica teoria a questo riguardo. Vi è stato chi vi ha ricordato il nome di una nobile famiglia veneziana e chi, ancora, vi ha letto una derivazione legata in qualche modo all’itinerario stradale (A. Visentin, Jesolo antica e moderna, Tipografia Messaggero, Padova, 1954, p. 98).

Stando a talune testimonianze letterarie, purtroppo non confermate da evidenze archeologiche, la torre diede l’impulso attrattivo alla edificazione di strutture di accoglienza e di varia logistica ai mercanti e ai viaggiatori. Non poteva certamente mancare un sacello, una chiesa, dove, soprattutto durante le lunghe notti invernali, era possibile sopire con una preghiera le ansie delle deviazioni del giorno. Il Filiasi, a questo riguardo, ricorda che “se stiamo agli annali Camaldolesi, fino dall’anno 930 già esisteva la Torre del Caligo, poiché raccontano come in luogo boschereccio prossima ad essa ritirossi S. Romualdo con Marino suo compagno” (G. Filiasi, op. cit., p. 98), volendo con questo accogliere l’idea, che la struttura monastica sorse nelle vicinanze della stessa torre, come ricorda la tradizione camaldolese (A. Fortunius, Historiarum Camaldulensium pars posterior, Venezia, 1579, I, c. 7; AC, I 53 ss).

Come ogni cosa, anche la torre conobbe il momento della sua fine, che coincise con le opere idrauliche intraprese dalla Repubblica di Venezia, atte a scongiurare l’interramento della laguna; e, secondo l’uso scellerato, ma dettato dalla necessità di allora, si pose a smantellarla per recuperare i materiali, che avrebbero poi innalzato i poderi vicinali.
In breve, questa è la storia della Torre del Caligo. Ora vediamo come raggiungerla, semmai dovessimo trovarci da queste parti. Arrivando da Venezia, in direzione di Jesolo, alla vista di Caposile, volenti o nolenti ci imbattiamo in una grande rotonda. Proseguendo alla seconda uscita, ci troveremmo alla volta per la strada che ci condurrà a Jesolo, mentre a noi interessa la prima uscita. Un piccolo cartello turistico, con la semplice dicitura Torre del Caligo, ci obbligherà alla deviazione. Seguiamo l’indicazione del ponte di barche, che oltrepasseremo per una manciata di monetine, e quindi in tutta calma, seguiamo la strada asfaltata dei Salsi. Dopo qualche chilometro , dietro ad un’ansa del fiume

IMG_1650IMG_1649IMG_1648IMG_1644

, ecco che ci appare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Annunci

16 pensieri su “La Torre del Caligo. Jesolo

  1. Ben tornato! con i monumenti.

    Le tue tante storie sul passato letto attraverso mura a noi pervenute, oggi mi richiamano il tedesco Heinrich Schliemann (1822-1890), scopritore dei resti archeologici probabilmente riferibili alla omerica città di Troia.

    Fu autodidatta, malgrado eccellesse negli studi, perché per povertà dovette lavorare sin da ragazzo.

    A 19 anni, per un naufragio, in acque olandesi, della nave che lo doveva portare in Venezuela, approdò ad Amsterdam. Lì trovò lavoro come fattorino e trascorse il suo tempo libero al porto affollatissimo di marinai europei. Parlando con loro, nell’arco di un anno imparò l’inglese, il francese, l’italiano e il russo. Successivamente, lo spagnolo, l’arabo e l’ebraico. Divenne così versatile, che inventò un metodo che gli consentiva di imparare una lingua nuova in 6 settimane. Parlò 20 lingue, compreso il greco antico. Le letture omeriche, dagli originali, lo affascinarono per tutta la vita.

    A 30 anni si trasferì in Russia e fece fortuna con il commercio di viveri e armamenti all’esercito zarista per la guerra di Crimea.

    A 46 anni, ricchissimo, si dedicò solo a viaggiare per il mondo.

    In Turchia, ospite del viceconsole inglese, proprietario dei terreni e della collina di Hissarlik, già convinto che quella collina avesse tutti i requisiti descritti da Omero come sito della città di troia (unico a ritenere il racconto omerico veritiero e non fantasioso), il 4 agosto 1872 finanziò gli scavi. Si scoprirono ben 9 livelli sovrapposti di fortificazioni e aree abitative.

    Il livello più alto, IX, di epoca romana, sino al IV secolo DC.

    Il livello più basso, I, un villaggio di 3000 anni AC.

    Il livello VII (1250-1200 AC), per l’imponenza delle costruzioni con segni evidenti di un grande incendio, è ritenuto quello della omerica città di Troia.

    Negli scavi fece gravi danni, demolendo strutture che avrebbero consentito studi più approfonditi. Ma solo così fu possibile portare alla luce i 9 livelli archeologici. Gli studiosi sono concordi nel ritenere che se gli scavi fossero stati condotti da veri esperti, difficilmente si sarebbero trovati gli strati inferiori, compreso lo strato troiano.

    Bé, forse oggi con la tecnologia esplorativa del sottosuolo si sarebbero potuti scoprire. Ma riportali alla luce?

    Piace a 1 persona

    1. Sempre grato dei suoi commenti e la leggo sempre con tanto piacere. E’ vero dobbiamo al buon Schliemann la scoperta delle vestigie sulla collina di Hissarlik, nel Peloponneso e nell’Argolide; tuttavia dobbiamo allo stesso la scomparsa del cosiddetto Tesoro di Priamo

      Piace a 1 persona

      1. Tombarolo! Pompei, Etruria, Roma, per dire dei più noti, sono ancora siti per tombaroli. Il senso civico del reperto patrimonio di tutti, in Italia, come prima normativa, risale al 1909. Prima i tombaroli non erano ladruncoli ma legittimi proprietari. Bé, Schliemann fu un affarista e il tesoro rientrò naturalmente in questo ordine, come ricavo dei suoi investimenti. Non ebbe lungimiranza civica.

        "Mi piace"

  2. complimenti. leggo sempre i tuoi post ricchi di notizie e immagini che testimoniano come in Italia le bellezze artistiche e storiche sono per lo più sconosciute a molti. Credo che dei molti villeggianti di Jesolo non conoscano questi posti.

    "Mi piace"

    1. Purtroppo le cause sono molte, tra le quali il più semplice, se non più il temibile, disinteresse o il numero stesso delle nostre bellezze culturali e naturalistiche. Mi piace sperare che nel futuro le classi dirigenti riescano a cogliere quale ricchezza possa derivare dalla fruibilità piena dei nostri gioielli

      Piace a 2 people

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...