Le invasioni barbariche e le alluvioni del V – VI secolo d.C., che stravolsero la morfologia delle campagne e la stessa conformazione urbanistica della città di Concordia, avevano di fatto ridimensionato l’antico abitato, riducendolo a ben poca cosa rispetto al passato e, soprattutto, lo tagliarono fuori dalle maggiori dinamiche storiche areali. Tuttavia, la circoscrizione della sua diocesi ancora si estendeva in buona parte sull’antica circoscrizione del municipio romano: a meridione lambiva la gronda lagunare, a nord le Prealpi Carniche fungevano da confine, mentre i fiumi Livenza e Tagliamento la delimitavano rispettivamente ad occidente e ad oriente.

La ristrettezza delle risorse economiche e l’esiguità della popolazione, decimata dalle guerre, dal dissesto idrogeologico e, infine, dalle pestilenze, indussero le autorità ecclesiastiche a decretare nel 928 l’aggregamento della diocesi al patriarcato aquileiese. Ma la grande distanza da quella sede, la difficoltà di controlli diretti e l’esigenza di una cura pastorale più incisiva, nonché le nuove dinamiche politiche, spinsero il clero concordiese a chiedere il rispristino dell’autonomia della diocesi, sotto il governo di un vescovo locale, che veniva sancito alla fine del X secolo, dopo lunghe trattative con l’Impero e il Patriarca di Aquileia, con Ottone III, il quale concesse nuovi possedimenti territoriali, anche sulla scorta di suggestioni colte, antiquarie e simboliche. Lo sviluppo produttivo dei secoli XI –XII e la ripresa della crescita demografica aprirono gli orizzonti di un nuovo dinamismo urbanistico ed architettonico della cittadina, che si tradusse anche nella costruzione di un singolare edificio religioso: il battistero.

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Il periodo di costruzione del battistero e il nome del committente, e sicuramente l’ispiratore di questa nuova rinascita, sono noti, grazie a due testimonianze coeve che ci sono pervenute del tutto integre. La prima è conservata tra le pagine ingiallite del “Liber anniversariorum”, una sorta di obituario del Capitolo della Cattedrale di Concordia. In esso è possibile leggere che il vescovo Reginpoto, che resse la diocesi tra il 1089 e il 1105, “fecit facere Ecclesia(m) Sancti Iohannis Baptiste et dotavit”. La seconda, sempre di carattere funerario, è correlata alla tomba del vescovo stesso. Posto nell’atrio del battistero da lui voluto, il semplice sarcofago è ornato da un’iscrizione ritmica latina, posta sulla lastra tombale.

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Sotto di me si fa terra e polvere
venuto dalla polvere, Reginpoto
vescovo di nome e non per meriti.
Fissando questo tumulo
alza gli occhi al firmamento
con animo buono e dì
al padrone del cielo:
“Abbi pietà di lui.
Chi si salverà se Tu, Benigno,
di lui non avrai pietà?”
Salva chi hai plasmato
senza calcolare i suoi meriti.
morì otto giorni dopo le
idi di novembre
sperando in colui che salva
quanti confidano in Lui.
Affinché gli sia concesso il
riposo, invoca Giovanni Battista.

(trad. F. Girotto)

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Il Battistero, che sorge in prossimità dell’abside della cattedrale di Santo Stefano, possiede uno schema planimetrico con un corpo rettangolare, precorso da un atrio coperto a capanna quadrangolare di larghezza ridotta, e tre absidi semicircolari, di cui quella frontale, posta ad oriente, risulta più piccola rispetto alle due laterali, collocate sui lati più lunghi. Il rettangolo è coperto da una cupola interna, nella quale si aprono otto finestre, intercalate da sedici archeggiature, poggianti su delle colonnine. La cupola, che prende corpo da quattro arconi, è nascosta all’esterno da un tamburo cilindrico con tetto conico, dove le finestre sono poste in rilievo da piccoli archi concentrici.
In origine la vasca battesimale era collocata al centro dell’edificio, ma in seguito alle disposizioni emanate dal Concilio di Trento (1545 – 1564), che privilegiava tra l’altro il battesimo per infusione dell’acqua sul capo, fu rimpiazzata da quella ancora oggi visibile nell’abside di sinistra. L’originaria vasca fu interrata sul posto, i cui resti furono successivamente rinvenuti nel 1880 dall’archeologo Dario Bertolini, il promotore e l’artefice degli scavi archeologici dell’antica Iulia Concordia.

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Sulla superficie affrescata della cupola è rievocato il registro narrativo e simbolico dello Spirito Santo mentre aleggia sulle acque del fiume Giordano, l’istante decisivo in cui Dio interviene nella storia dell’umanità per salvarla. I contenuti, facilmente percepibili, senza difficoltose mediazioni intellettualistiche anche quando impiegano linguaggi simbolici, si rifanno alla narrazione evangelica (Mt. 3,16; Mc. 1,10; Lc. 3,22) e l’iconografia risulta quella più consueta per quest’epoca: lo Spirito Santo, che scende dal cielo sotto la forma di colomba iridata, aleggia sul capo del Gesù Pantocratore ieratico con la mano sinistra appoggiata su un libro aperto sopra le gambe e benedicente alla greca con la mano destra, racchiuso all’interno di una mandorla, attributo per Colui che è “la via, la verità e la vita” (Gv. 14, 1 – 12).

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La scena narrativa restituisce, inoltre, la figura di un arcangelo colto con labaro e globo, usuali contrassegni del potere temporale, e due figure, che, abitualmente, sono identificate come Serafini, creature angeliche, poste dalla tradizione neotestamentaria nella prima gerarchia angelica, sostanzialmente dal “De coelesti hierarchia” dei Pseudo Dionigi l’Aereopagita. Per certi aspetti, una tale identificazione non è ancora compiutamente risolta. Va, infatti, osservato che, sulla scorta delle citazioni canoniche ed apocrife, l’iconografia utilizzata per le due figure angeliche – benché ritratti con le sei ali (“Vidi il Signore…Sotto di lui stavano i serafini, ognuno con sei ali”, Is., 6, 1-3). – appare non intonarsi con i più consueti elementi caratterizzanti dei Serafini. Anzi, la rappresentazione dei due angeli sembra raffigurare talune caratteristiche dei Cherubini, quali i numerosi occhi disposti sulle ali o i Troni ai loro piedi, terzo dei novi cori angelici, esecutori della giustizia divina e annunciatori della sua misericordia: “12 Tutto il loro corpo, il dorso, le mani, le ali e le ruote erano pieni di occhi tutt’intorno; ognuno dei quattro aveva la propria ruota, 13 Io sentii che le ruote venivano chiamate «Turbine»; Quando quegli esseri Viventi – i Cherubini – si muovevano, anche le ruote si muovevano accanto a loro e, quando gli esseri si alzavano da terra, anche le ruote si alzavano. Dovunque lo spirito le avesse spinte, le ruote andavano e ugualmente si alzavano, perché lo spirito dell’essere vivente era nelle ruote” (Libro di Ezechiele 1, 15 – 21).

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Le otto finestrelle del tamburo sono alternate ad altrettante arcatelle cieche, all’interno delle quali le porzioni di muratura sono affrescate con le raffigurazioni di sette profeti e dell’Agnello. Tre delle sette figure veterotestamentarie sono colte nel mentre indicano con l’indice l’Agnello; tre ancora rivolgono la propria mano in direzione del Cristo; infine, l’ultima, ritratta nell’atto di reggere un rotolo di pergamena. Nel passato ognuno dei profeti era facilmente identificabile attraverso la lettura del nome, scritto nel cartiglio da loro retto. L’agnello è dipinto sopra un monte dal quale sgorga il fiume, che si divide in quattro rami fluviali. La Genesi, al capitolo 2 versetti 8-14, descrive: “Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a Oriente…Un fiume usciva…di lì si divideva e formava quattro corsi. Il primo si chiamava Pison: esso scorre intorno a tutto il paese di Avila, dove c’è l’oro…Il secondo fiume si chiama Ghicon: esso scorre intorno a tutto il paese d’Etiopia. Il terzo fiume si chiama Tigri: esso scorre ad oriente di Assur. Il quarto fiume è l’Eufrate”.

 

 

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Sotto, sui quattro pennacchi d’angolo, sono raffigurati i quattro Evangelisti, ognuno dei quali ritratto con il proprio simbolo e alle prese con i rispettivi vangeli. Al centro dell’intradosso un semicerchio, che doveva contenere la “Manus Dei”. Sul lato sinistro Mosé mentre riceve le Tavole della Legge e, di fronte, forse la figura di Aronne, purtroppo andata del tutto perduta. Sul catino absidale è affrescato il Battesimo di Cristo nel Giordano, con il Battista sulla destra che gli pone la mano sul capo, mentre tre angeli reggono un drappo. Sotto, nel catino dell’abside due nicchie contengono le raffigurazioni di Pietro e Paolo, evocati con i loro simboli caratterizzanti: le chiavi e il rotolo delle lettere. Ai loro lati, altre due figure di dubbia identificazione. Una chiave di lettura, che si compone dell’analisi dell’iconografia dell’area aquileiese, riconoscerebbe nella figura a sinistra di Pietro Sant’Ermagora e l’altra in Fortunato, diacono della chiesa di Aquileia.

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Tra l’arco di accesso e le nicchie più esterne, altre due raffigurazioni: a destra Melchisedech ed Abramo. Il primo è colto nella prefigurazione della profezia dell’Eucarestia: Melchisedech, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio Altissimo e benedisse Abramo con queste parole: “Sia benedetto Abramo dal Dio Altissimo, creatore del cielo e della terra e benedetta sia il Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici” (Genesi, 14, 18 – 20). I segni del pane e del vino, che Melchisedec presentò al patriarca Abramo, per il cristiano divennero segno del mistero dell’Eucarestia. La seconda narrazione è incentrata su uno degli episodi centrali della vita di Abramo: Dio chiede ad Abramo di sacrificargli il figlio Isacco e, dopo averlo messo alla prova, la mano divina blocca il sacrificio.

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L’angolatura di lettura dell’intero ciclo narrativo vede lo Spirito Santo scendere nel Cristo Pantocratore e nell’Agnello mistico, il quale riconduce al mistero dell’Eucarestia, evidenziato dall’offerta di Melchisedech e il sacrificio di Isacco, che il nuovo cristiano poteva apprendere nel momento in cui accedeva all’altare posto nell’abside.
Nel XIII secolo, l’abside di destra venne interessato da raffigurazioni di carattere devozionale. Sulla parete furono affrescati due riquadri, che ritraggono Santa Maria Maddalena, personificazione della resurrezione, e San Giorgio con i consueti elementi distintivi nella lotta contro il drago.

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Di lì a poco, la vicina Portogruaro ne avrebbe raccolto il testimone …

27 pensieri su “Il Battistero romanico bizantino di Concordia Sagittaria

    1. Grazie, è davvero una grande soddisfazione sapere che quanto pubblico trovi corrispondenza positiva, soprattutto da chi pubblica brani e racconti o recensioni da leggere e gustare tutto d’un fiato. Grazie per il tuo supporto, più che mai gradito. Marco

      Piace a 1 persona

    1. Grazie. Sono felice che ti sia piaciuto il post, come sono altrettanto felice che tu abbia conosciuto – almeno dal punto di vista virtuale – la piccola e meravigliosa cittadina di Concordia e, ovviamente, la sua storia. Alla prossima, ciao.

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  1. Eccezionale questo post caro Marco. Interessantissimo. Grazie, mi fai girare e conoscere luoghi a me sconosciuti. Questo battistero andrebbe davvero visitato. Le tue foto ne evidenziano la bellezza. .Bello girare con te. Bravo, bravo. Un grande abbraccio. Isabella

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    1. Grazie per i complimenti. Tutte le poesie ad oggi pubblicate sono state scritte da grandi donne, molto spesso sconosciute ai più – uno dei motivi per il quale ho deciso di ricordarle -, mentre quanto riguarda il resto, eventuali errori o imprecisioni sono del tutto attribuibili allo scrivente. Grazie per il commento, sempre gradito. Alla prossima. Marco

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