Laura Beatrice Oliva. Alla Toscana. Firenze, ottobre 1859

O di vati e d’eroi diva nutrice,
Terra di Dante e Galileo, ti allieta,
O diletta Fiorenza ed animosa:
La superba cervice
Di chi fida all’Italia esser ti vieta
Prostrasti: forte in tuo diritto or posa.
Ei reo, che allo stranier vendea l’acciaro,
E desiò del tuo sangue fumante
Il conteso sentiero
Al soglio avito aprirsi… Ma più chiaro
Spuntava un astro in ciel vivo e raggiante
Cui l’egual non mirò nostro emisfero:
E mentre il suo splendor sovra i silenti
Spandea campi cruenti
Ove delle sdegnose alme nemiche
S’ode il fremer notturno, a lui volgesti
Cupido il guardo, e in sua luce ti arresti.
L’amor più ardente e le tue glorie antiche
A lui consacri: oh! ben ti affidi, è quello
Il novo astro d’Italia, EMMANUELLO!

E nella tua gentil colta favella,
Nostro soave orgoglio, or vieni innante
Al Prence eletto, e a lui tuoi voti esponi
Che tutta Italia appella,
Che primo in core ne sentiva i pianti,
E a cui l’è gloria e vanto offrir suoi troni.
Ben commetti in sua mano il tuo destino
Ed in te stessa. Ei rinnovò pugnando
Di eccelse glorie etade:
Di Palestro, Magenta e Solferino
Ti è guida il duce: ei fia d’Italia il brando
Finché in lei stanno pellegrine spade.
La voce, onde lo stranio impallidia
Nel passar la tua via,
Di Piero e di Ferruccio ancor si ascolta
Tuonar possente d’ogni Tosco in petto,
Che l’opra forte avrà conforme al detto.
Così ogni possa agli oppressor fia tolta,
E inulta non sarà la rabbia infida
Per cui Perugia alzò l’ultime grida.

Ve’ la grave Bologna erge la testa,
E colla man sull’elsa in calma attende
Il feroce nemico: ei guata intanto
E trepido si arresta…

Ma tenebrose arti segrete imprende,
E cela il ferro sotto il sacro ammanto!
Forse di nove stragi e di rovine,
Pensa, e di donne e vegli e pargoletti
Medita ancor lo scempio!
Ahi! Dell’Elvezia i figli alle rapine
Ebbri corron festosi e maledetti…
Liberi!… e pur di vili schiavi esempio!
N’è alfin sdegnosa la natia lor terra,
E dopo infame guerra
Non fia che più li accolga e al sen li stringa
Di sangue valoroso aspersi ancora,
Mentre di antica libertà si onora!
Né più la spada pei tiranni cinga,
Se pur non vuol che civiltà fremente
Nido la chiami di venduta gente!

Modena e Parma, deste al novo lume,
Fiaccano anch’esse a’ rei signor l’ardire,
E ancor nel solo italo duce han fede.
Ma, il superbo costume
Deposto i re d’Austria vassalli, al Sire
Di Francia il soglio ognun sommesso or chiede.
Oh vana speme! Il popol generoso
Che pel nostro riscatto il sangue sparse
Fia che lor presti aita?…
Anzi il veggio ripor mesto e sdegnoso
L’acciar fumante, e la bell’ira ond’arse
Fremer che l’opra ancor non sia compita.
Né vorria ricalcar l’Alpi nevose
Mentre ancor le pietose
Grida lo seguon di Venezia in lutto…
E se in lei l’ira invendicata sfoga
L’Austro furente e le sue voci affoga,
Francia mirar no ‘l può con ciglio asciutto,
Ella che accorse in armi e combattea
Perché intera trionfi un’alta idea.

Poiché il tuo nome a dir di te m’invita,
Venezia mia, tu nel pensier m’appari
Derelitta ed in pianto, e pur di altera
Maestade vestita,
E il gemer tuo che affidi all’aure e a’ mari
Fino a noi giunge, e sovra ogni alma impera.
Non v’ha per noi gioir di libertade
Se tu, nobil sorella, ahi! gemi avvinta
In più funesti nodi!
Oh! come a’ lampi di nemiche spade
Intrepida sogguardi, e la non vinta
Speme vive immortal nel sen de’ prodi!
Ché ben da forti guerreggiâr con noi
I tuoi giovani eroi;
Né Italia obblia che un dì sulle tue mura
Del morbo e della fame in fra i tormenti
Sola spiegavi il gran vessillo a’ venti.
Piange commosso sulla tua sventura
Intero il mondo, e o Libertà fia morta,
O in te, Venezia, la vedrem risorta.

E la vedrem fin dove il mar più vago
Lambe alla mia Sirena il sen di fiori,
Sì che questa dal sonno alfin si desti,
E la sua propria imago
In mirar si vergogni, e i rei terrori
Deponga, ed alla pugna ardua s’appresti.
Oh sventurata mia! Tu già primiera
Agli alti esempi, all’onta or vivi, e nulla
Dell’imprecar ti cale!
Ed un’orda più rea che la straniera,
Ch’ebbe (oh ludibrio!) nel tuo sen la culla,
A’ forti irride e ti ridusse a tale!
Pur non di te dispero!… il giorno è presso
Che all’Italia è concesso
Mostrarsi una e concorde! Oh allora in armi
Verrai… Se manchi alla suprema lotta,
Ne’ suoi gorghi frementi il mar t’inghiotta.
Ma dove or ma tragge il fervor de’ carmi?
O di martiri madre, il vero intendi.
Sorgi, e te stessa e l’onor tuo difendi.

E tu, popol d’Etruria, un’alta prova
Alle attonite genti
Di mirabil concordia al mondo nova
Porgi, e di nobil temperanza e calma,
Puro di sangue e d’ogni ostile oltraggio.
Così gagliardo e saggio
Su’ tuoi vinti nemici, invan frementi,
Cogli ogni dì la più difficil palma.
Salve, o madre, da cui più folto stuolo
Nacque di grandi che da Europa intera:
Salve, o tempio dell’arte, ove pensoso
Par che Michel divino ancor respiri,
E che nell’acque sue l’Arno orgoglioso
Dal tuo classico suolo
Tante glorie immortal specchiarsi miri!
Tu, che d’Italia insiem colla favella
Serbasti il genio e il cor, duce primiera,
Secura ormai tu stessa
La meta alla meriggia Italia oppressa
Mostra, e l’appella, e a lei porgi la destra
Di antica e nova civiltà maestra.

 

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