I riti di fuoco nel Veneto e nel Friuli occidentale

In una società in continua evoluzione quale la nostra, in cui i valori fondamentali del passato tendono a sclerotizzarsi, taluni processi rievocativi sono volti a riesumare riti e tradizioni del passato, riannodando i fili della propria memoria storica. A questo sono da annoverare i numerosi riti di fuoco nel Veneto e nel Friuli occidentale, nelle notti che chiudono il ciclo del solstizio d’inverno, per quanto decontestualizzati dalla società originaria che li aveva prodotti.
L’accensione dei fuochi nel solstizio invernale è stata adeguatamente iniziata ad un rito agrario, nel quale si evocava il trionfo del sole sulle tenebre e, successivamente, il rituale cristiano paraliturgico ne ha accolto la simbologia, associandovi la “manifestazione della divinità, rivelazione del mistero” (Paolo, Ef., 3, 2-3° 5-6) e il ritorno dei Magi in patria “per altra via” (Mt. 2, 1-12).
Non raramente alcuni studiosi hanno ricondotto questo rito e la sua escatologia entro uno schema della religione celtica, fondandosi sull’analogia di espressioni rituali, ravvisandovi dunque il culto del dio Baleno, che personificava la luce e il calore vivificante. Non è mancato chi vi abbia ravvisato l’eco della festa dei “Saturnalia”, celebrata in onore del dio Saturno, antica divinità dell’età dell’oro e protettore della semina; oppure la coda della festa del Sole Invitto, che l’imperatore Aureliano aveva istituito il 25 dicembre, alla quale si sovrappose il cristiano Natale.

In ogni modo, questo rito trovava una sua origine nella percezione millenaria delle comunità contadine, che aveva ben compreso la portata di questo momento magico, la vittoria della luce sulle tenebre. In seguito al solstizio d’inverno, il giorno in cui il sole, nell’emisfero boreale, sorge nel punto più meridionale dell’orizzonte orientale, e culmina, a mezzogiorno, alla minima altezza, ogni sforzo doveva essere predisposto alla prossima stagione delle messi, compreso di rinvigorire i raggi del sole con il fuoco vivificante dei falò, che avrebbe rigenerato la fertilità dei campi. Da secoli, infatti, “a contatto con la natura e le sue manifestazioni, l’uomo contadino vive nel ciclo stagionale la lotta incessante tra le forze benefiche che danno la vita, la grazia e le forze malefiche che hanno con sé la morte, la disgrazia; teme l’oppressione del male, della fame, delle malattie. Contro il male, la peste, la carestia, l’inondazione e la siccità, egli si rivolge alla protezione della Madonna, dei santi, secondo il suo modo di concepire l’atto religioso e il culto, molto spesso senza alcuna mediazione della chiesa. È una religione in cui non mancano aspetti di una magia legata a riti arcaici e soprattutto alla ritualità agraria di origine pagana” (D. Coltro, L’altra cultura. Sillabario della tradizione orale veneta, Verona, 1998, p. 143).

Nel Triveneto, l’accensione dei falò propiziatori ha assunto diverse denominazioni, tra le quali “Rogo déa vècia”, “Pavinèr”, “Foghèra”, e così via; nel Friuli si ricordano tra i molti il “Falòp”, il “Pignaròn”. Nel Trevigiano prevalgono i nomi di “Panain” o “Panevin”, richiamandosi al pane e al vino, simboli primordiali dell’abbondanza; di “Fogaràta” e “Bubaràta”, ambedue sinonimi di falò.

Stando alle diverse tradizioni, i fuochi si accendevano nel periodo tra il Natale e l’Epifania, in particolare durante l’imbrunire del 3, 5, 6 e il 7 gennaio. La notte del tre gennaio il fuoco trovava una sua corrispondenza nella rappresentazione della manifestazione di Gesù, il quale aveva impresso la sua luce a tutta l’umanità, la sua “luce inaccessibile” (Kontakion della Festa) o, più prosaicamente, il numero originario dei Magi. Il falò acceso nella sera del cinque gennaio possedeva una doppia valenza, sottintendendo l’abbondanza dei raccolti, i cinque pani nel miracolo della moltiplicazione riferito da Matteo (16,9), e, ancora una volta, la luce, questa volta della cometa che aveva rischiarato il cammino dei magi. Anche nella notte del 6 gennaio la pira infuocata si trovava a possedere questa singolare ambivalenza. Sei erano le urne di pietra, colme di acqua, che il Signore trasformerà nel vino nuziale a Cana (Gv. 2, 155), mentre le fiamme assumono le sembianze di cortina folgorante, quale sfondo del Messia in grembo della Vergine madre. Qui, forse, si celano i fondamenti della ritualità cultuale originaria, che rimanderebbero alle divinità pagane risananti quali la Reitia di Este o la Trumusiati di Lagole. Infine, la notte del sette gennaio, numero magico e misterioso, si ricordano i fuochi, che avevano aiutato i Magi a fare ritorno a casa, rischiarando loro il cammino.

Oggi le singole associazioni che organizzano l’evento, si trovano spesso a porlo in spazi, luoghi che nulla hanno a che vedere con il passato, altro indizio dell’inevitabile decontestualizzazione. Per lo più, i fuochi arderanno nelle piazze, nei campi sportivi, lungo le sponde di qualche fiume, oppure nei terreni aperti in prossimità delle chiese, capaci di ospitare numerose persone e, ovviamente, al riparo da eventuali incendi. Non mancheranno, purtroppo, i soliti mortaretti e, solo in alcuni casi per fortuna, della musica sparata a chissà quanti decibel. Negli anni che furono, il luogo non era scelto in base alla capienza o alla sicurezza, bensì doveva coincidere con il campo ritenuto più produttivo e la catasta doveva essere posta sul posto più alto, rispetto all’area circostante, rievocandovi arcaici riti di purificazione e di iniziazione.

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Portegrandi di Quarto d’Altino, gennaio 2020
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Casale sul Sile, gennaio 2020

Lo scheletro della catasta è costituito da uno o tre supporti di legno, di norma tronchetti tagliati di recente con le cime ancora con il fogliame verde. Secondo la tradizione, la catasta doveva contenere un intreccio di fogliame, frasche, fascine e da quant’altro era residuale dai lavori e dalla pulizia dei campi, nello specifico quelli con le colture di farina e del vino. In realtà, in quelli odierni il materiale per allestimento è piuttosto vario ed è possibile scorgervi materiali, per lo più di pulizia dei fossati e dei campi, nonché di scarto, tra i quali resti di pallet o semplici cassette di legno.
Sopra la pira viene posizionato il fantoccio della Striga, fatto dai bambini con sacchi imbottiti da cartocci del granoturco, fieno e pezzi di canne. Anch’esso è denominato diversamente da località in località: la “marantega”, la “vecia” o la “striga” sono solo esempi fra i molti. Questo grottesco bambolotto dalle fattezze uscite dal mondo delle fiabe simboleggia l’elemento sacrificale dell’anno trascorso e di tutto ciò che era stato negativo e il suo rogo costituisce l’epilogo del rito, dalle cui ceneri prenderà vita una stagione ricca di messi.

Dopo la benedizione con l’acqua santa della catasta, si procedeva all’accensione del fuoco con delle pietre focaie. Di solito la mano era quella del parroco o dell’anziano più autorevole della famiglia più influente del paese, non di rado la più ricca. Mentre i più osservano il fuoco, ascoltando il suo crepitio e, allo stesso tempo, annusandone l’odore, gli anziani cercano nelle faìve, le faville, e nel fumo le previsioni, i “pronosteghi”, per l’anno appena cominciato. Bene, se le faville si spargono verso una determinata posizione, profetizzando un’ottima annata per i raccolti. Male, se, invece, le scintille prendono la via opposta. La stagione agricola sarebbe stata magra.

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A prima vista si potrebbe bollare tutto ciò sotto un semplice rito divinatorio, con tanto di riverenza e superstizione. Invece, tali previsioni reggono un sapere popolare che nulla a che spartire con la magia, dato che esprimeva il ruolo dei venti nell’apporto della pioggia o di tempo asciutto. Dalla rosa dei venti, particolare attenzione viene posta per il vento di libeccio, vento con direzione sud ovest, chiamato dai “veci” “Garbin”, apportatore di pioggia, cosa buona per la preparazione dei campi.

Nella confusione, grida di gente che viene e va e canti, quasi tutti con il naso all’insù, le massaie sono alle prese con la “pinza”, che viene distribuita dalle giovincelle del paese. La ricetta del dolce varia da località a località, ma in linea generale la pinza è un dolce piuttosto sostanzioso, fatto con la farina gialla di granoturco e frumento, con fichi secchi, uva passa, semi di finocchio, noci, mandorle, pinoli e altro ancora. Alla pinza viene abbinato il vin brulé, vino nuovo, riscaldato, con l’aggiunta di fettine di limone o mele, cannella, chiodi di garofano e un po’ di zucchero.

Questa usanza popolare di inizio anno, che si pone a metà tra il sacro e il profano, sembrava aver perso il proprio smalto nei decenni scorsi, ma, a quanto pare, le nuove generazioni appaiono aver riscoperto il mondo delle antiche credenze e dei riti della società rurale millenaria, che era ancora patrimonio e sentire comune fino a non molto tempo fa.

Una poesia, che si articola tra canti beneauguranti accompagnati da un “goto de vin brulé” e da un “toco de pinsa”, rievoca a pieno titolo l’importanza del momento di unione e ritrovo della comunità, in questo caso di Solighetto, in provincia di Treviso, nei primi decenni del ‘900.

La bubarata

No te one fat ‘na bela bubaràta
anca ‘sta olta,
an bel panevìn,
in mèdo ala piàtha,
anca sentha le legne de Meotìn,
co’ roe, cane, fassìne e spin!

Col piovan disòn su avemarie
e po cantòn le litanie
e vardòn le bulìfe ‘ndar in su,
rebaltade co’ la forca,
e pèrderse inte ‘l scur del blù.
Che ciàro no’ te fali
tuti ‘sti foghi in giro
par borgade e par contrade,
par le rive e par le spianade!
El par che ‘l cuèrt del celo
se sie realtà in do,
che i feralét dele stele
i sìpie cascà
a s’ciarir qua e là la tèra.
Cussita, lori, i re Magi
pol catàr el Fiol del Signor,
viajar siguri drioghe ala cometa,
sentha pèrderse, sentha incianparse.

Intant che ‘l fogo s’ciopetéa
e la dènt canta e ciacoléa,
“Bontà!… Sanità!… E pan e vin…!”
tu sent thigar ogni tant.
E tuti po’ a vardar in su;
va-lo el fun a sera o a matina,
pien caliera o polenta pochetina?

E i quatro in thima al canpanil,
quasi scotàdi, starnudìss,
infumegàdi,
varda-do e sùbia in rima:
“Che sestàt ‘sta dènt no fa-la
che atorno al fogo canta e bala!
Eli cristiani che diss su orathion
opuro indiani che fa confusion?

Sergio De Stefani, Par nò desmentegar, 1999

36 pensieri su “I riti di fuoco nel Veneto e nel Friuli occidentale

  1. Ricordo bene, quando abitavo a Padova e la mia zona di lavoro era Veneto orientale e Friuli. Al ritorno a casa alla sera nelle giornate che hai citato è bello vedere questi fuochi che illuminavano il buio.
    Bellissimo articolo perché mi hai fatto ricordare quegli anni. Superstizione, magia del fuoco e tanti auspici per i raccolti del nuovo anno.

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    1. Ti capisco. Anch’io ho avuto una simile opportunità e mi ricordo dei fuochi accesi nei campi della Saccisica, rituali al limite della superstizione paganeggiante e, nel contempo, forme di rinnovamento del vincolo sociale. Grazie per il commento, che, come sai, gradisco molto. Un abbraccio. Marco

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    1. In effetti, la tradizione di accendere i falò è universale, a prescindere dalla società o civiltà che li realizza, spesso non associabili tra loro. Tuttavia il significato simbolico è univoco: fine di un ciclo agrario, spesso negativo, e il festeggiamento di uno nuovo, con la speranza che fosse gravido di raccolti abbondanti. Grazie per il commento. Marco

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  2. Molto simili sono las Hogeras de San Juán in Galizia, cadono il 29 giugno in occasione della festa del santo. Anch’essi di origine popolare contadino-marinara si allestiscono nelle principali piazze delle città e in tutta la costa della Galizia. Las Hogeras si accompagnano a danze e canti, si mangiano sardine arrosto e come buon auspicio per scacciare i demoni e le maledizioni i partecipanti saltano in mezzo ai fuochi scavalcandoli da una parte all’altra. Ho partecipato anch’io nel 2005! Bellissima esperienza!

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