Na óuta. I figli del sole. Parte prima

Una volta, quando ancora esistevano principesse e fate, nei pressi del Passo Fedaia, non lontano dal paese di Canazei, vi era un laghetto incastonato nel verde dei pascoli rigogliosi e, a mo’ di corona, era cinto da cime maestose, in gara con l’imponente Vermel, una vetta ispida dalle facce taglienti del gruppo della Marmolada.
Si trattava senza dubbio di un laghetto misterioso. Le acque non riflettevano al cielo il colorito blu turchese o verde smeraldo, come i suoi colleghi vicini. Il suo era il grigio, il grigio dell’argento.
I pastori, che solevano condurre le greggi, attirati dall’abbondante erba, avevano deciso di venir a capo di tanto mistero, affermando che il fondo custodisse una grandissima quantità di quel materiale prezioso o vi si celasse un antico tesoro. Come se non bastasse, era giunta voce delle tante testimonianze dei contadini del posto, che giuravano di aver visto più volte dei nani aggirarsi furtivamente sulle sue rive e, addirittura, nuotarvi dentro. Stando alle loro descrizioni, erano dei nani metalliferi e, dunque, doveva esserci per forza qualcosa di prezioso sotto le sue acque.
Questo non era l’unico mistero del lago. Una sua piccola insenatura custodiva da tempo immemorabile una barca dal fasciame scorticato, che a malapena galleggiava. Eppure, stando alle chiacchiere del contado, durante la bella stagione con lo scoccare del mezzogiorno, una splendida fanciulla vestita di bianco vi saliva sopra come niente fosse e prendeva il largo; senza affondare tra i flutti. Nessuno sapeva quale fosse il suo nome e tanto meno che cosa cercasse tra le acque del laghetto. La giovane appariva nel momento di stanca, durante il quale le famiglie si riunivano per il pranzo e spariva al termine del riposo, volatizzandosi come neve al sole, per cui ogni curiosità rimaneva senza alcuna risposta.
Ora accadde che un giorno una vecchia, curva e grinzosa, si fosse attardata, ben oltre al tempo consueto, nel tagliare l’erba lungo la riva del lago, quando gli comparve davanti la giovane dama, che non pose alcuna ritrosia alle sue domande. Si chiamava Elba ed era una figlia del sole. Amava molto il lago e le sue acque argentate; e vi avrebbe trascorso l’intera sua vita, se fosse stata sua facoltà scegliere.
La vecchia non la trattenne oltre. Aveva ancora tanto lavoro da fare e il tempo era poco. Però, la novità era troppo grande da mantenerla per sé, per cui, quando fu di ritorno al paese, raccontò della sua incredibile bellezza e dei suoi modi gentili. Come era normale che fosse, se ne parlò in tutti i filò del contado, commentando il fortuito incontro e le parole dell’anziana signora, giungendo fino all’orecchio di un re dal cuore inacidito, che regnava dal castello di Soracrepa con piglio prepotente e crudele. Colto da una passione irrefrenabile, il re chiese la mano alla figlia del sole, ma la donna, contro ogni aspettativa, chiese del tempo e l’uomo, suo malgrado, lo concesse.
Qualche giorno dopo, Elba ricomparve sulle rive del lago e s’avvicinò alla solita vecchietta; ancora una volta alle prese con il taglio dell’erba. Il suo animo era turbato e molte domande del suo cuore necessitavano di una risposta.
La vecchia depose la falce, con la quale tagliava la giovane erba, e ascoltò l’animo di Elba. L’uomo era sì un re potente, ma il suo animo era malvagio, come pochi possono esserlo. La giovane rimase turbata da queste parole e lo respinse. Abituato ad aver ragione su ogni cosa, il re impazzì di furore di fronte al rifiuto della donna e giurò che avrebbe ucciso l’uomo, che l’avrebbe sposata.
Quando le lunghe giornate assolate furono salutate dal garrire delle rondini, Elba si fece vedere sempre meno, fino a sparire del tutto. Ritornò al suo amato lago, allorquando la neve si scioglie, sotto i dardi infuocati del sole, bagnando la terra per dare nuova vita ai pascoli del circondario.
Da giorni, un giovane pastore conduceva le greggi del comune di Canazei a brucare l’erba e i teneri germogli dei prati vicini al laghetto. Il suo pensiero correva a lei. Stava delle ore ad attenderla ai bordi dello specchio d’acqua. Ogni qual volta la vedeva apparire, il suo cuore batteva all’impazzata, ma lui era un semplice pastore e lei, nientepopodimeno, una figlia del sole.
Accade, alle volte, che l’ardore di un giovane riesca a sopire la propria timidezza e fu così che i due iniziarono a parlare, ma fu solo un preludio dei tanti momenti nei quali s’intrattennero nei giorni seguenti.
Il pastore si chiamava o, meglio, era conosciuto sotto il nome di Bòlpin, che, se proprio vogliamo tradurlo nella nostra lingua corrente, voleva dire volpacchiotto. Il nome gli era stato affibbiato da alcuni cacciatori, che lo avevano scovato ancora in tenerissima età, poco più di un neonato, nel corso di una battuta di caccia. Al caldo di una tana, una femmina di volpe lo aveva allevato amorevolmente come un cucciolo tra i suoi cuccioli. Non so se l’uomo ebbe la stessa pietà con la volpe e i suoi cuccioli, ma il bimbo venne portato giù al paese, che lo adottò. Il giorno che fu in grado di camminare con le sue gambe, le autorità del comune lo assunsero come pastore delle proprie greggi.
Il giovanotto e i suoi modi garbati non erano passati inosservati alla figlia del sole. Provava un sentimento al quale non sapeva dare un nome e s’intratteneva sempre di più con lui, dando sempre meno spazio al suo lago amato.
L’amicizia e la tenerezza, che mal celavano il candore di un nascente amore tra i due, non passarono inosservati alla gente del posto. La vecchia, con la quale si era confidata Elba, prese a sé la figlia del sole e, dopo averne lodato le virtù, le raccontò la sua triste storia. Viso a viso, quasi bisbigliando, la fece partecipe di un grave segreto, uno dei tanti che incombevano sulla vallata. Bòlpin era il figlio di una nobile e facoltosa famiglia del paese dei Cajutes. Il padre di lui si era macchiato di un grave delitto. Aveva ucciso la moglie, dopo averla accusata di averlo tradito. Il frutto del tradimento lo aveva fatto lasciare nella foresta, affinché le fiere ne ghermissero la vita. Invece, contro ogni aspettativa, una volpina, in cerca di cibo per i suoi piccoli, scorse il neonato e lo adottò.
Passarono i giorni e la figlia del sole si innamorò di Bòlpin. Alla fine della terza estate i due giovani si sposarono e il loro focolare divenne una capanna ai bordi del lago amato. Presto dal loro amore nacque un bel bambino. Trascorse poco più e poco meno di un anno, quando il re crudele si presentò con degli armigeri. Uccisero il povero Bòlpin e ne gettarono il corpo nel lago, mentre Elba e suo figlio furono portati a forza nel castello, dove furono rinchiusi in una delle torri. Lì, all’interno di quelle anguste mura, madre e figlio trascorsero tre anni. Un bel giorno, il re li volle al suo cospetto e, ancora una volta, chiese alla donna se fosse disposta a sposarlo, ma al suo nuovo diniego, l’uomo, furente come mai, ordinò che la figlia del sole fosse sbattuta in una prigione ancora più stretta e buia e il bimbo gettato nel canile del maniero. Proprio a causa di ciò, le guardie del castello presero a chiamarlo Cian Bòlpin, cane volpino.
Una donna, moglie di un soldato che non aveva avuto figli, ebbe compassione della sorte toccata al bimbo e, di nascosto, se ne prese cura, pulendolo e pettinandolo ogni giorno. Cian Bòlpin cresceva sereno, giocando con i cani. Le sue risate echeggiavano tra le mura del castello, rasserenando la madre, che passava le ore del giorno a seguire lungo la parete un timido raggio di sole, che entrava dagli spiragli della feritoia della cella.
Tempo dopo, il re la volle ancora al suo cospetto e gli rinnovò l’offerta. Di fronte al suo ennesimo rifiuto, l’uomo minacciò di abbandonare il piccolo nel bosco, piegando l’animo di Elba, che acconsentì al matrimonio.
I giorni a seguire, Elba sembrava appassire come un fiore e, durante le giornate di sole, trascorreva delle ore intere dentro la sua ultima prigione, parlando con un raggio di sole. Gli aveva dato persino un nome. Lo chiamava “Soreghina”, vale a dire “filo di sole”.
Con le prime avvisaglie dell’autunno, Elba rivelò al re che nell’estate successiva il suo desiderio di essere padre avrebbe trovato appagamento, ma disse che subito dopo sarebbe ritornata da dove era venuta. Così come aveva detto, l’estate vide la nascita di una bambina, cui la mamma diede il nome di Soreghina. Il giorno dopo, la donna fece chiamare il re. Il suo tempo era finito e doveva ritornare al sole. Lo esortò ad ascoltare per bene le sue ultime parole. Se avesse trattato bene suo figlio, anche Soreghina sarebbe cresciuta bene. Se, invece, Cian Bòlpin avesse conosciuto la sofferenza, la Mezzanotte silenziosa avrebbe tagliato la vita alla ragazza. Lui sarebbe invecchiato da solo, senza la compagnia di un figlio.
Subito dopo quelle parole, la figlia del sole emise il suo ultimo respiro.
Il re mise sotto la sua ala protettiva il giovane cajutes, ma nelle profondità del suo cuore covava una crescente ostilità nei suoi confronti, soprattutto perché vedeva il ragazzo svilupparsi con grande vigoria, mentre la sua Soreghina cresceva debole e malaticcia.
Ciò che non doveva accadere, capitò in un giorno quando il re venne a sapere che sua figlia si trovava senza forze a letto, nuovamente colta dalla malattia. L’uomo, con uno dei suoi momenti d’ira, colpì violentemente Cian Bòlpin con il frustino e lo cacciò dal suo regno.
Si alternarono molte stagioni e la piccola Soreghina si era fatta una bella fanciulla, ma il volto pallido tradiva la sua infelicità. Buona parte delle giornate le trascorreva avvizzita a letto e, a stento, riusciva a fare qualche passo fuori dalle mura del castello, respirando a pieni polmoni l’aria delle sue montagne.
L’infelice principessa ignorava del tutto il suo profondo legame con il sole e durante i giorni di pioggia e nebbia cadeva in un profondo sonno.
Una mattina, particolarmente bella e soleggiata, invece, capitò qualcosa di diverso. Soreghina si era svegliata con l’animo ben diverso dal solito e una fiaccola di energia splendeva dentro di lei. Uscì fuori e si diresse verso i declivi di una montagna vicina. Cammina e cammina, passo dopo passo, si trovò sfinita e ansimante. Si lasciò andare, adagiandosi sulla parete. Si sporse sul burrone sottostante e qualcosa catturò la sua attenzione. Scorse sul fondo sottostante un corpo, sembrava quello di un giovane e tutto dava l’idea che fosse morto.
Il giovane che giaceva a terra era Ey de Net, Occhio della Notte, un valoroso guerriero della stirpe dei Duranni, scacciato dal regno dei Fanes, perché aveva avuto l’ardire di chiedere la mano della principessa, la vergine guerriera Dolasilla. Dopo aver partecipato, con alterne fortune, a numerose battaglie, si era ritirato tra le sue montagne. Di ritorno da una battuta di caccia tra i declivi del monte Pedonel, sopra la Valle di Fassa, il suo passo non si era dimostrato all’altezza, come la sua presa, e precipitò rovinosamente. Per fortuna, l’impatto non gli fu fatale, ma rimase a terra privo di sensi.
Soreghina non si perse d’animo. Diede a fondo tutte le sue energie e lo raggiunse, scarpinando non poco. Il giovane era malconcio, ma respirava ancora. Dopo averlo rianimato, lo accompagnò in una vicina grotta, dove poteva rimanervi, fino a quando non si sarebbe ristabilito del tutto.
Nei giorni a venire, più di una persona si era meravigliata del fiorire della giovane principessa. Guance e zigomi avevano preso colore e il suo animo appariva rinvigorito. Inoltre, trascorreva molto del suo tempo fuori dalle stanze del castello. Usciva con lo spuntare del sole e vi faceva rientro solo con il tramonto.
Era giunto il culmine dell’estate, quando il re la sentì ridere, come mai l’aveva sentita, e il suo cuore crebbe di gioia e di speranza. La figlia gli si avvicinò e gli raccontò di come aveva trovato il guerriero duranno, di averlo celato alla vista dentro una grotta e di averlo curato. Aggiunse che si era innamorata di lui e chiese al padre il benestare delle nozze. Il re, in cuor suo, non prese per niente bene la confessione della figlia, ma il parere dei medici fu decisivo a questo riguardo. Il motivo della guarigione non era da ricercarsi chissà dove, ma semplicemente all’amore tra i due e il diniego alle nozze avrebbe potuto rimpiombarla nuovamente nella malattia. Così, per quanto a malincuore, al re non rimase altro che soddisfare il desiderio della figlia.
I due novelli sposi andarono a vivere in una casetta tutta di legno su uno dei pendii più assolati e da dove era possibile avere un panorama da mozzafiato sulle vallate vicine. Qui trascorsero delle meravigliose giornate. La fanciulla sembrava essersi ristabilita del tutto. Tutto il giorno era tra i fiori dei prati e sgambettava con l’agilità di un camoscio. Più di una volta Ey de Net si era trovato con il fiatone, tentando vanamente di raggiungerla, mentre s’arrampicava tra le rocce.
I giorni felici corsero veloci come mai e l’autunno si fece vedere con i suoi colori e con i primi freddi. Un pomeriggio, un uomo bussò alla loro porta. Si trattava di un vecchio amico di Ey de Net. Avevano combattuto molte battaglie insieme e, spesso, ne erano usciti da vincitori.
Soreghina li lasciò da soli e uscì fuori per fare quattro passi. Sentì uno strano brivido corrergli su tutto il corpo e rientrò a casa. Messosi uno scialle alle spalle, raggiunse la stanza da letto. Si sentiva affaticata, ma non riusciva a prendere sonno. Una strana agitazione si era fatta strada dentro il suo cuore, ma non ne conosceva il motivo.
Dalla stanza, Soreghina riusciva a sentire le parole dei due uomini, che rievocavano duelli e battaglie. Poi, il tono dei due si fece più sommesso. Era certa che parlassero di lei. La sua curiosità divenne incontenibile e si rialzò, scese la scaletta di legno e si pose ad origliare da dietro una porta.
Come aveva immaginato, Ey de Net stava parlando proprio di lei, di come lo avesse salvato e di quanto grande fosse la devozione di sua moglie. Tuttavia, il suo cuore batteva ancora per Dolasilla, il suo unico e vero grande amore. Appena pronunciò queste parole, l’uomo si sentì pervadere da un senso di colpa. L’amico gli rispose di non dolersi. Si trattava solo di parole, niente di più. Ormai si era fatto tardi ed era giunto il momento di andarsene.
Ey de Net, ormai rimasto da solo, ripensò con tenerezza alla giovane moglie e la volle raggiungere di sopra. Aprì la porta e Soreghina, che vi era appoggiata, cadde morta tra le sue braccia. La mezzanotte l’aveva colta ancora sveglia e gli aveva portato via la sua giovane vita.
Disperato, l’uomo cadde a terra in ginocchio. Strinse a sé il corpo esanime della moglie e, gridando, implorò il suo perdono.
Continua….

 

27 commenti su “Na óuta. I figli del sole. Parte prima

    • Cara Silvia, hai ragione. I racconti dei filo’ , alcuni dei quali riconducibili al mito arcaico solare mediterraneo, come i figli del sole, possiedono una loro capacità di ricondurci al candore dei bimbi. Grazie per il commento. Un abbraccio. Marco

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      • Grazie a te della costante presenza, nei miei articoli, buon sabato e un caro saluto

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    • A chi lo dici, amico mio. Mi mancano da morire le mie montagne, che, per alcuni, sono solo delle cime da raggiungere come fossero delle semplici mete. Per me, invece, ogni singola cima, dal semplice Col Bechei al Cristallo, parla del suo Creatore e della sua bontà. Non ti nego che mi manca in particolare il Fanes. Se non lo conosci caro amico, ti consiglio vivamente di visitarlo. Conoscendoti, rimarrai estasiato. Per me, il luogo più bello che ci possa essere e, peraltro, con un po’ di fantasia potrai vedere le fate dialogare con le marmotte. Grazie per il commento. Chissà che prima o poi riusciremo a percorrere lo stesso sentiero. Un abbraccio. Marco

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    • Grazie. Sei molto gentile, ma il merito deve essere attribuito per lo più agli amici montanari, che mi hanno allietato molte serate, raccontandomi leggende e miti, con il sentire comune di chi ha vissuto veramente questi fatti come testimoni oculari. Grazie ancora per il commento. Alla Prossima. Marco

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