Na óuta. I figli del sole. Parte seconda.

Vi voglio ora raccontare come prosegue la storia di Cian Bòlpin, dopo essere stato cacciato dal crudele patrigno dal castello.
Il povero Cian Bòlpin aveva girovagato ramingo, frugando tra valli e montagne, finché una vecchietta dal buon cuore lo aveva accolto come un figlio. La donna abitava da sempre in una modesta casetta di legno, nei pressi di un laghetto alpino misterioso, le cui acque cupe incutevano paura a chiunque vi si avvicinasse. Da lungo tempo, i potenti del luogo vi gettavano i corpi dei nemici uccisi in battaglia e gli sventurati della loro cupidigia; e i rari viandanti, che si erano trovati giocoforza a percorrere il sentiero vicino durante la notte, avevano scorto delle fiammelle azzurrognole fluttuanti a qualche palmo della sua superficie, senza dubbio presagi di morte e sventure. Di una cosa si era certi. Era pericoloso avvicinarsi alle lingue di fuoco. Si rischiava di bruciarsi o, addirittura, di lasciarci la pelle.
Comunque sia, il ragazzo crebbe vigoroso e dimostrò doti non comuni nell’inerpicarsi nei crostoni franosi e nell’arrampicarsi sulle rocce tra le più audaci, conducendo il piccolo gregge di caprette della vecchietta sui pascoli rigogliosi nel bosco di Pecedaz. Di certo, la sua abilità non passò inosservata e fu così che le autorità della Regola di Canazei gli offrirono l’opportunità di portare le loro greggi. Entusiasmato dall’incarico, Cian Bòlpin non voleva far brutta figura, per cui prese del tempo. Visto che non conosceva i pascoli della Regola, ritenne di farvi una visitina, tanto per avere un’idea di questi luoghi. L’indomani, al levar dei primi raggi del sole, s’incamminò di buona lena e, in breve tempo, si ritrovò sotto alle rocce del Sass de Salèi. Si guardò attorno e scrutò per bene la parete che cadeva sulla foresta sottostante. Appariva decisamente impegnativa e, a spanne, veramente inaccessibile, anche per lui. In alto, scorse qualcosa che dava l’idea di essere un praticello, un fazzoletto e poco più ricoperto di erba. All’improvviso, vide qualcosa che lo disorientò non poco. Una ragazza vestita di azzurro stendeva degli indumenti per asciugarli e sembrava sparire all’interno della montagna. Cian Bolpin pensò di aver avuto un abbaglio. Cosa ci facesse una ragazza, là sopra; impossibile. L’unica spiegazione ragionevole era che avesse avuto un’allucinazione. Ma la sua curiosità era tale, che prese la decisione di intraprendere l’arrampicata per raggiungerla. Ci vollero ben sette ore, ma alla fine la sua fatica fu appagata. Il prato era molto più grande di quanto aveva immaginato. Buona parte della sua estensione era coperta da un avvallamento. Inoltre, vi erano delle porte, peraltro tagliate ad arte, che conducevano dentro la montagna.
Gli occhi del pastorello erano colmi di stupore e non s’accorse dell’arrivo della ragazza vestita di azzurro, meravigliata anch’essa che un uomo si fosse spinto fino lassù. Con modi gentili e garbati, chiese il nome e il motivo che lo avevano portato là sopra. Dopodiché domandò se potesse leggergli le linee del palmo della mano. La gentilezza e, soprattutto, la sua bellezza incantarono Cian Bòlpin, che si lasciò fare, senza opporre alcuna resistenza. Poco dopo, il volto della ragazza tradì delle emozioni. Si leggevano delle cose a dir poco contrastanti. Una linea raccontava di una volpe e di un cane; la seconda, ancora, riportava il lignaggio di un principe; ma era la terza che fece strabuzzare gli occhi della fanciulla, dato che sosteneva la sua appartenenza alla stirpe del sole.
La padrona di quella montagna e del palazzo era donna Chenina. Per i più era una fata, una bellissima fata dai lunghi capelli biondi e la pelle diafana come il ghiaccio delle nevi perenni; ma alcune voci degli anziani, che conoscono i segreti delle montagne, non sono d’accordo. La bellissima Chenina era una vivana, una ninfa buona delle montagne alte. Però, pensandoci bene, le vivane sono donne molto belle ed è pure vero che sono ben disposte con gli uomini, ma è pur vero che non hanno alcuna religione, per cui non possono vivere con la gente.
Comunque la si voglia vedere, donna Chenina era una donna bellissima e aspettava da lungo tempo l’arrivo di un uomo, che portasse con sé il segno del sole, per sposarlo.
Quando gli fu davanti, Cian Bòlpin rimase folgorato dalla sua bellezza e dalla sua gentilezza. La visita del palazzo lo confuse e non poco. Lungo le pareti e i pavimenti delle stanze, vi erano numerosi fori rotondi e larghi tanto da far passare un uomo; e due maestosi vasi d’argento contenevano dei fiori meravigliosi dai colori sgargianti dell’arcobaleno. A sua memoria non aveva mai visto dei fiori così belli.
Cian Bòlpin e donna Chenina si sposarono e per molto tempo i giorni corsero felici e sereni, fino a quando una notte, il giovane dovette fare i conti con un sogno o, meglio, un incubo. Travolto da una valanga, annaspava senza capire dove fosse l’alto e il basso. La neve, ormai, lo aveva avvolto come se fosse una seconda pelle e premeva sul suo volto, soffocandolo. Fu in quel momento che apparve sua moglie. Lo soccorse prendendolo per una mano e lo mise in salvo. La neve che attorniava Chenina si scioglieva e, al suo posto, sbocciavano dei fiori, come quelli dei due vasi.
La mattina successiva, Cian Bòlpin, ancora sottosopra per l’incubo, volle parlarne con la moglie. La sapeva saggia e, forse, gli avrebbe spiegato cosa lo avesse turbato, rasserenandolo. Chenina lo ascoltò, ma tagliò corto, con un modo un po’ brusco, cosa che non era da lei. Si era semplicemente addormentato senza coprirsi e, data l’altitudine, ciò non era bene. Correva il rischio di ammalarsi, per cui nelle notti a venire avrebbe dovuto mostrare più attenzione.
Qualche tempo dopo, l’incubo gli fece nuovamente visita. Il freddo era tale che si svegliò di soprassalto. La stanza era illuminata dalla luce della luna, che s’irradiava attraverso i fori, e il tetto sembrava fatto da una lastra di ghiaccio e neve. Impaurito da una sì visione, stava per alzarsi da letto, quando la mano di Chenina si posò sopra i suoi occhi, addormentandolo all’istante.
L’indomani, il ragazzo descrisse la visione angosciante che aveva avuto. Ancora una volta, la moglie non diede importanza alle sue parole, anzi. Prese a burlarlo per i suoi strani sogni.
Questa volta, le parole rassicuranti di Chenina non sortirono l’effetto desiderato. Cian Bòlpin si era fatto l’idea che il palazzo avesse dei misteri e, che, per qualche ragione che non capiva, la moglie non voleva rivelare. Fatto sta che nelle settimane seguenti le cose andarono meglio. L’incubo stava sbiadendo, come capita a tutti gli incubi e ai sogni, senonché durante una notte di luna piena, ebbe ancora quella sensazione di freddo e gelo. Si alzò senza far rumore e si guardò attorno. La stanza era del tutto ricoperta da ghiaccio e neve, come i due vasi d’argento. Un frastuono spaventoso si fece avanti. Delle raffiche di vento s’insinuarono attraverso i fori per tutto il palazzo, facendolo tremare, provocandone quasi il crollo. Malgrado lo sconquasso e il fracasso, che gli rimbombava nelle orecchie, riconobbe una voce. Era Chenina, poi si assopì.
Quando Cian Bòlpin riaprì gli occhi, la stanza era calda e i vasi d’argento trattenevano a stento il solito florilegio di fiori. Al contrario delle altre volte, il ragazzo non disse nulla e cominciò ad avere qualche disagio, stando in quel palazzo. Con il passare del tempo, il suo animo cominciò ad appesantirsi della nostalgia dei suoi amici e dei suoi luoghi.
Una sera, poco prima di coricarsi, Cian Bòlpin confessò quale male lo stesse angustiando, la donna lo ascoltò con molta attenzione e sembrava che il suo stesso cuore partecipasse al dolore di Cian Bòlpin, però lo dissuase di far ritorno al suo passato.
Nei giorni a venire, l’animo dell’uomo si era intristito e fu la stessa Chenina a prenderlo da parte, rivelandogli quale fosse il mistero, che avvolgeva il palazzo e a cosa sarebbe andato incontro, se fosse disceso in paese. La notte nel palazzo durava nove mesi e loro dormivano per stagioni di fila. Rimanevano svegli solamente d’estate. Il suo paese, ormai, non era più quello che ricordava e tutte le persone che conosceva erano morte da un pezzo, mentre per loro due il tempo si era pressoché fermato.
Finalmente, Cian Bòlpin comprese tutto e ogni cosa trovava una sua spiegazione, come le nevi notturne, che lo avevano turbato molto. Però, il suo desiderio di tornare a valle non venne meno. Chenina che lo amava per davvero concesse il suo benestare e gli porse un anello magico, il quale gli avrebbe permesso di andare e tornare dal palazzo nel giro di uno schiocco di dita. Inoltre, se si fosse trovato in necessità del suo aiuto, doveva sfilarselo dal dito e farlo rotolare a terra. Lei sarebbe comparsa subito, ovunque si trovasse.
Quando Cian Bòlpin arrivò, il paese era un viavai di gente, uomini e donne con l’abbigliamento dei giorni speciali e il vociare si faceva sentire in ogni dove. A vedere, si trattava di giovani ragazzi, che lavoravano il fieno nel contado. Ma, il ragazzo dovette constatare sulla sua pelle che le parole pronunciate dalla moglie corrispondevano a verità. Case e strade erano cambiate e, cosa che lo turbò ancor più, non riconobbe nessuno. Il volto di Cian Bòlpin era quello di uno sconosciuto, un foresto sconosciuto. Una vecchia senza età raccontò che quando era molto piccola, i suoi nonni durante le lunghe e rigide serate invernali raccontavano la triste storia di un pastore, che si era perso tra i valloni delle vicine montagne. L’intero paese si mobilitò per cercarlo, ma di Cian Bòlpin, questo era il suo nome, si perse ogni traccia. Forse era morto, cadendo in qualche crepaccio.
Il pastore era frastornato da tutte queste novità e la solitudine che lo aveva assalito dallo stomaco lo portò a far ritorno dalla sua amata. Stava sfilandosi l’anello, con il pensiero rivolto alla moglie, quando un gruppetto di ragazzotti lo fermarono, invitandolo al festeggiamento. Dopo qualche tentennamento, Cian Bòlpin accettò. Dopo tutto, si sarebbe fermato solo per poco tempo.
Complici i fumi della baldoria e, soprattutto, la giovane età dei presenti infiammò la discussione sulla bellezza delle donne. Dopo varie scommesse su chi fosse la donzella più bella tra le presenti la più bella, il pastore si trovò suo malgrado invischiato nel gioco, per quanto avesse cercato in tutti i modi di starsene lontano. Alla fine, Cian Bòlpin rivelò di aver sposato una donna, la cui bellezza era a dir poco sovrumana, scatenando l’ilarità di tutti. Ahimè, l’amor proprio si fece sentire e si sfilò l’anello; ed ecco apparire Chenina, la cui bellezza ammutolì l’intera platea. Quando si rese conto di quanto era accaduto, s’arrabbiò moltissimo, tanto da riprendersi l’anello e scomparire.
Con il cuore in gola, Cian Bòlpin tentò di corrergli dietro, ma fu solo fiato perso. Quando arrivò ansimante sotto la sua montagna, tentò di riprendere la via che aveva aperto con la sua arrampicata. Questa volta la parete non gli fu amica e non gli diede alcun appiglio per raggiungere la sua meta. Le cose non cambiarono nei giorni successivi.
Persa ogni speranza, Cian Bòlpin prese a vagare con la speranza di trovare qualcuno che potesse indicargli la strada per il palazzo. Le giornate trascorrevano nell’affannosa ricerca e il suo desiderio stava trasformandosi in una lenta consunzione dell’animo e del corpo. Una sera, venne sorpreso da un temporale terribile, come solo nelle alte vette ci possono essere. Corse in un vicino bosco di pini, per trovare un rifugio e lo trovò in un grosso masso. Al sicuro, gli parve di udire delle voci. Appartenevano a tre selvaggi, forse degli stregoni. Erano seduti attorno ad un masso e una coltre azzurrognola li cingeva. Un brivido gli corse lungo la schiena. Preferiva affrontare la tempesta e la pioggia torrentizia, piuttosto che aver a che fare con loro. Si allontanò e trovò un nuovo rifugio, sotto la sporgenza di una roccia. Poco sotto, in una fenditura si era rifugiato un cacciatore con i suoi due cani.
Cian Bòlpin, che conosceva il linguaggio canino, ascoltò la conversazione dei due cani e venne a sapere, che i tre uomini di prima erano dei Tarluieres, stregoni malvagi. Ciascuno di loro possedeva un mantello di color grigio, lo snigolà, e lo indossavano per volare e appiccicare il fuoco da qualche parte. Il pastore non credeva alle proprie orecchie. Il mantello faceva al suo caso e, approfittando della disattenzione di uno di loro, ne prese uno. Lo indossò e, dopo aver desiderato di trovarsi a Canazei, in un baleno si ritrovò al centro del paese. Fuori di sé dalla gioia, l’indomani sarebbe volato dalla sua sposa. Come forte era stata l’emozione della sera, così cocente fu la delusione, allorché il mantello non lo portò da nessuna parte. Forse il mantello aveva perso il potere di volare e volle provarlo un’ultima volta, desiderando di essere in cima al monte Vermel. In un battito di ciglia, si ritrovò sopra. Confuso, fece altri tentativi e tutti andarono a buon fine. Alla fine, una cosa gli fu chiara. Il mantello poteva condurlo in ogni luogo, tranne nel palazzo della sua amata.
Trascorse del tempo e, in piena estate, Cian Bòlpin si trovava a vagabondare dentro un bosco ombroso, quando davanti a sé vide una tana, dalla quale uscirono dei volpacchiotti, che cominciarono a giocare con lui e, dato che conosceva il loro linguaggio, gli parlarono pure. Tirò fuori dal suo zaino un pezzo di lardo e lo distribuì ai cuccioli. In quel momento, la mamma volpe era di ritorno e apprezzò molto quel gesto, come gradì molto che l’umano si fosse fermato per giocare con i suoi cuccioli. Come segno di gratitudine, la volpe rivelò al pastore, che il mantello poteva condurlo solo ai luoghi di cui si conosceva chiaramente il nome.
Un giorno, attraversato un bosco, stava passeggiando lungo le sponde di un torrente, cercando un guado, quando con la coda dell’occhio intravvide un nano, nascosto dalle acque di una cascatella. Gli si avvicinò e, conoscendo la proverbiale saggezza dei nani, chiese di donna Chenina e del suo palazzo. Il nano rifletté non poco, scrutando tra i suoi ricordi, ma non seppe che dire. Però, ebbe un’idea, rischiosa senza dubbio, ma avrebbe potuto aiutarlo. Doveva attendere una serata temporalesca e recarsi al giogo di Sella. Qui avrebbe dovuto attendere il Mortoj, un orrido fantasma, e doveva seguirlo, fino a quando non fosse scomparso. Forse, in quel luogo avrebbe trovato le risposte alle sue domande.
Fu così che Cian Bòlpin aspettò con trepidazione il suo temporale, che arrivò puntuale qualche giorno dopo. I tuoni echeggiavano tremendi tra le valli, e le saette tagliavano ogni lembo del cielo. Un rossore, che sapeva di zolfo e di dannati, prese a salire dal bosco. Si trattava del Mortoj e le sue sembianze avrebbero spaventato anche il più coraggioso tra i coraggiosi, ma Cian Bòlpin non si tirò indietro. Il fantasma prese a salire lentamente, spalancando i suoi numerosi e fiammeggianti occhi alla vista del pastore, il quale non si perse d’animo e continuò a seguirlo. Lo scroscio della pioggia era battente e la notte era scura come mai. L’unica luce proveniva dal fantasma, ma era sempre più debole di fronte alla cupezza del cielo. Come se non bastasse, la pioggia aveva lasciato il posto alla grandine, con chicchi grandi come gli acini dell’uva matura, e al vento talmente impetuoso da impedire ogni movimento. Il temporale cessò con le prime luci dell’alba e solo allora Cian Bòlpin s’accorse di trovarsi nei pressi del Sass del Pordoi. Dopodiché riprese a salire, immergendosi in uno strato di nubi dal candore della neve. Sali e Sali, e si trovò di fronte ad un grande portone di legno dalle fattezze grezze. Quando lo attraversò, e non fu facile, il suo cuore batté all’impazzata. La caverna era la casa di creature giganti e, accanto ad un fuoco enorme, vi era seduta una di loro, che s’accorse subito della sua presenza e lo ammonì di stare molto attento. A breve, suo marito, il Gigante delle tempeste, avrebbe fatto il suo ritorno e quasi sicuramente lo avrebbe mangiato in un sol boccone. L’eco delle parole non si era ancora dissolto nella caverna, che un fracasso sconquassò la dimora dei giganti.
Cian Bòlpin si nascose in un angolo, sperando così di aver salva la vita. Lo stratagemma fu inutile. Il gigante lo aveva percepito e stava per mettersi alla sua ricerca, quando Cian Bòlpin si presentò al suo cospetto e gli disse di volersi porre al suo servizio, anche perché sapeva volare meglio di un uccello. Il gigante lo sbeffeggiò, ma gli concesse di restare a cena. Lo avrebbe messo alla prova il giorno seguente. Il gigante doveva scendere a valle per sradicare una striscia di alberi, che era l’oggetto di continue liti tra le genti della valle. Con il sorgere dei primi raggi del sole, che inondavano di luce le vette più alte, il ragazzo indossò il suo mantello magico e, nel giro di poco, tempo, strappò gli alberi, afferrandoli dalle chiome. Il gigante rimase soddisfatto dal lavoro e gli chiese di rimanere, poiché nei giorni a venire sarebbe stato molto impegnato, a causa di un lavoro che non era facile da farsi, tanto meno veloce da compiersi. Avrebbe dovuto recarsi nel palazzo di donna Chenina, per liberarlo dal ghiaccio e dalla neve, accumulatosi durante le stagioni fredde. La buona stagione era imminente e la donna non poteva certamente svegliarsi in mezzo a quella confusione.
A dir il vero, alcuni racconti, che trovano largo spazio nei filò dei paesi vicini, testimoniano che i lavori erano sì urgenti, anche perché l’estate avrebbe portato dell’altro. Chenina sarebbe divenuta mamma.
Fatto sta, che Cian Bòlpin fece un balzo di gioia, che fu subito smorzato quasi al suo nascere dal gigante, poiché solo lui poteva recarsi nel palazzo, da solo. Il giorno dopo, la fortuna ascoltò i desideri del pastore. La moglie del gigante era curiosa e voleva sapere per filo e per segno, che cosa facesse suo marito in quel palazzo; e chiese a Cian Bòlpin di seguirlo, di nascosto. Senza farsi vedere, s’aggrappò al suo tallone e, finalmente, rivide il palazzo, del tutto avvolto dal ghiaccio e dalla neve. Da solo, si aprì la strada fino alla stanza da letto della sposa, dove la sua Chenina riposava. Lì si nascose e, tremando per il freddo e per l’emozione, attese il mattino. Ore dopo, il gelo diminuì di intensità, grazie all’ingresso di un vento caldo, sempre più impetuoso tanto da sciogliere il gelo in tanti rivoli d’acqua, che scivolavano fuori attraverso i fori. Il vento caldo continuò fino a sciogliere del tutto la neve e sui vasi d’argento si schiusero i suoi meravigliosi fiori variopinti.
Cian Bòlpin era tormentato. A breve si sarebbe risvegliata la sua amata e, forse ancora incollerita, lo avrebbe allontanato per sempre. Prese uno dei vasi e lo pose vicino al letto e si nascose.
Quando Chenina aprì gli occhi, s’accorse del vaso e fu presa da uno struggente sentimento, che gli fece battere il cuore all’impazzata, pensando al suo sposo. S’incolpò di essere stata troppo dura con lui. Non sapeva nulla della sua sorte e, d’altra parte, la sua mancanza non era stata così grave. Peraltro, gli uomini non sono perfetti e lei amava profondamente il suo sposo. Fu così che prese la decisione di inviare un servitore con l’incarico di ritrovarlo e riportarlo a casa, da lei. A quelle parole, Cian Bòlpin saltò fuori dal nascondiglio. Si abbracciarono come mai prima e da allora vissero per sempre insieme e felicemente.

Date le diverse varianti del racconto, riporto una brevissima bibliografia, per chi volesse approfondire la leggenda con tutte le sue implicazioni dell’immaginario alpino.

De Rossi H., Fiabe e leggende della Valle di Fassa, a cura di U. Kindl, Vigo di Fassa, Istitut Cultural Ladin, 1984.

Kindl U., Le Dolomiti nella leggenda, Bolzano, 1993.

Wolff K. F., I Monti Pallidi, Milano, 1952.

T. Gatto Chanu, Saghe e leggende delle Alpi, 2002.

G. Brunel, Contie della valle di Fassa, XIV. Annuario SAT, Trento 1887/1888.

C. Schneller, Märchen und Sagen aus Wälschtirol, Innsbruck, 1867.

30 commenti su “Na óuta. I figli del sole. Parte seconda.

  1. splendida fiaba alpina. Sono un amante di queste fiabe e leggerla mi ha fatto molto piacere. Sono i racconti che si tramandano di padre in figlio narrati intorno al focolare durante i lunghi inverni.

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    • Il bello delle favole consiste proprio nel librarci nel mondo della fantasia, slegandoci dalla realtà di fatti economici e sociali. Comunque, le leggende e le favole non sono state acconciate per i soli bambini. Sono più che mai sicuro, che in ciascuno di noi vi siano luoghi segreti, dove le favole vivono liberamente, con la stessa intensità degli anni dell’infanzia. Grazie per il commento. Alla prossima. Marco.

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  2. Nelle fredde serate d’inverno, in Val di Catania, sui monti Iblei, a 600 metri sul livello del mare, negli anni successivi al ’43, gli americani ancora occupanti, attorno al braciere a riscaldare le membra, mia nonna materna, maestra per oltre quarant’anni, così ci intratteneva splendidamente di racconti, che sapeva ricamare sapientemente.

    Grazie per avermi fatto fare un lunghissimo balzo temporale, riportandomi ai miei primi tre anni, con le orecchie a raccogliere ogni singola parola del tuo racconto e agli occhi lo stanzone, che mai il braciere riuscì a riscaldare…, e mia nonna ottuagenaria.

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  3. Pingback: Na óuta. I figli del sole. Parte seconda. — VOCI DAI BORGHI | THE DARK SIDE OF THE MOON...

    • Durante queste lunghe settimane di “lockdown”, scandite da comunicati – spesso e volentieri contraddittori – e conferenze sui dati orribili della pandemia, nonché dalle immagini, che nessuno di noi avrebbe mai immaginato neppure nei peggiori incubi; immergersi nel mondo della leggenda e delle favole è stato un toccasano per mente e cuore, un attimo di distrazione di fronte all’orrore circostante. Un abbraccio. ciao

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    • I miti e le leggende delle vallate mi hanno affascinato Sun da bambino e, ancora oggi, riescono aver presa sotto ciò che i capelli grigi coprono. Un abbraccio

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    • Grazie. Troppo gentili le tue parole, ma non ti nascono che mi hanno fatto molto piacere. Spero che la prossima storia, il re Laurin, possa evocare ancora le lunghe notti d’inverno, scandite dalla presenza di Anguane, folletti e altri personaggi della fantasia alpina. Alla prossima. Marco

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