Caorle. Nata dalla spuma del mare

I gioielli che costellano il litorale adriatico italiano sono innumerevoli e in ciascuno di essi si può respirare il vero carattere dei suoi abitanti, una meravigliosa natura e una storia lunga millenni. Tra questi, adagiato su un tratto della costa dell’alto Adriatico, non lontano dal golfo di Venezia, sorge un piccolo borgo, che tramanda melodie e novelle, le cui partiture e le vicende riportano intrecci da mille e una notte, dove ogni sua singola parte potrebbe senza dubbio iniziare con il fiabesco “c’era una volta”.

La piccola Cenerentola con i suoi abiti dai colori vivaci ha dovuto affrontare dei vissuti straordinari, alcuni dei quali nulla poterono la tenacia della popolazione. Si trovò ad ingaggiare per la sua stessa sopravvivenza una lunga e mai sopita lotta contro la forza dei fiumi e l’altalenante gioco, quasi capriccioso, del fondo marino e terrestre; e, per finire, complici le grandi bonifiche dell’età moderna, si vide perdere per sempre il suo volto insulare. Visse sulla propria pelle i momenti drammatici della parabola finale dell’Impero romano e, come le sue sorelle poco lontane, offrì la sua anima alla creazione della grande porta d’oriente, che la storia prese a ricordare con il nome di Venezia. Peraltro, quasi volesse far proprie le parole di Jean Paul Sartre, secondo cui “la storia non è altro che il presente che prende coscienza del passato”, non ha mai perso di vista il suo antico legame con l’area continentale alle sue spalle.

Caorle è una delle località turistiche più conosciute ed apprezzate del mare Adriatico e con la sua magia è riuscita ad ammaliare generazioni di famiglie di europei e di italiani. I visitatori di ogni età smarriscono la cognizione del tempo nel suo centro storico, un’amalgama di paesaggi, arte, cultura, all’interno del quale è possibile “perdersi” nelle sue calli, nei suoi campielli e nei Rio Terà (canali interrati).

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Durante la bella stagione, gli stabilimenti balneari delle spiagge di Levante e di Ponente diventano la meta preferita dei turisti, anche per gli amici a quattro zampe, con ampi spazi a loro dedicati; senza dimenticare i chilometri di spiaggia dei lidi di Porto Santa Margherita, Altanea, Duna Verde e Brussa;

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quest’ultima custode dell’oasi naturalistica di Vallevecchia con i suoi “casoni”, le vecchie abitazioni dei pescatori dagli alti tetti impagliati.

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Ma è sul far della sera che il cuore millenario del borgo sboccia in tutta la sua vivacità. I visitatori si riversano nei negozi, nelle botteghe, nei tanti ristoranti e le locande, dove, in piedi o seduti più comodamente ai tavoli, è possibile assaporare i migliori piatti della tradizione popolare veneta, un vero e proprio concerto di colori e profumi. Oppure, sedotti dalle brezze marine e dallo scroscio delle onde, si mettono a passeggiare sul lungomare, raggiungendo il santuario della Madonna dell’Angelo, gettando di tanto in tanto lo sguardo sulle sculture, realizzate sugli scogli da artisti di rilevanza internazionale.

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Nulla avviene per caso e tanto meno è stato un gioco del destino, se la cittadina lagunare ha sedotto il cuore e l’anima di poeti e scrittori, che si sono avventurati a viverne l’anima più profonda. Negli anni Cinquanta del secolo scorso, il grande scrittore americano e “vecchio fanatico del Veneto” Ernest Hemingway, ospite del barone veneziano Raimondo Franchetti, amava trascorrere le sue giornate tra Caorle e San Gaetano, frazioncina caorlotta, dove si dedicava alla caccia delle anatre e i cui paesaggi divennero il palcoscenico naturale del libro in parte autobiografico “Di là del fiume e tra gli alberi”, la cui trama racconta dell’amore del protagonista per Renata, una nobile ventenne veneziana, nella vita reale la splendida nobildonna Adriana Ivancich, il suo “ultimo e unico e vero amore” e musa del suo genio, che troverà ragione nel capolavoro de “Il vecchio e il mare”.

Se volessimo dare un’età precisa su quando l’uomo prese a calpestare e popolare questa area, la risposta, almeno stando alle attuali conoscenze, è assai difficile. Di certo, i più antichi segni della presenza umana risalgono a tempi molto lontani e sono legati ai primi episodi di colonizzazione del territorio da parte di una comunità organizzata, inquadrata nel fenomeno culturale, che interessò il Veneto orientale e occidentale, nel pieno dell’età del Bronzo, fondando primitivi insediamenti di tipo palafitticolo.

Un’importante scoperta avvenuta nel 1994 a pochi chilometri dal centro cittadino, nella località di San Gaetano, ha permesso di avanzare molto di più di una semplice ipotesi. Le indagini archeologiche hanno evocato l’epoca dei grandi viaggi compiuti dagli equipaggi levantini nel corso del XV-XIV sec. a.C. alla scoperta del Mediterraneo occidentale, toccando, peraltro, i centri costieri del basso Adriatico della Puglia, dove contribuirono alla formazione dei locali punti commerciali, che presto assunsero la funzione di veri e propri “emporia”, come ad esempio i siti di Roca Vecchia e Torre dell’Orso, a poco più di una ventina di chilometri dall’odierna Otranto. Da questi porti di roccia calcarea presero il mare verso nord i vascelli, spinti dallo spirito di avventura e dalla ricerca di materie prime, in particolare i metalli, portando, a loro volta, le loro tecnologie e i prodotti manifatturieri dal sapore mediorientale. Ancora una volta, le acque del Mediterraneo si trovarono a congiungere diverse aree culturali, che avevano una loro storia nel Mediterraneo, la cui connessione evolse nella storia del Mediterraneo. Sul vissuto di questo contesto si deve l’evoluzione dell’insediamento di San Gaetano.

La sua posizione geografica era stata determinante e, a sua volta, qualificante, da rendere il villaggio uno dei nodi del sistema delle direttrici commerciali, imperniato sul grande polo di Frattesina, oggi piccolo borgo del Polesine, ma allora il principale centro emporiale dell’Adriatico settentrionale; vero e proprio interfaccia regionale tra il Mediterraneo centro orientale e le aree alpine e continentali, attraverso la navigazione delle direttrici fluviali (Bianchin Citton 1996, 2011; Càssola Guida 2003).

Le indagini hanno permesso di registrare una successione di fasi di occupazione e la sovrapposizione di strutture. L’iniziale popolamento dell’area è documentato da materiali fittili e vascolari in un arco compreso tra l’età del bronzo recente e recente evoluto (XIII – XII sec. a.C.); l’abitato, posto in un contesto lagunare e prossimo alla costa, era collocato al di sopra della giacitura primaria, costituita da una bonifica a strutture lignee per lo più orizzontali, e le singole capanne, forse, dovevano presentarsi con l’elevato in legno o ramaglie. Il secondo ciclo coincide tra il bronzo finale (XI-X sec. a.C.) e la prima età del ferro (IX sec. a.C.), durante il quale l’abitato si trovò ad affrontare il problema dell’ingressione marina, che obbligherà a breve la popolazione ad emigrare verso un sito più sicuro, magari su dosso e terrazzamento, e dare vita ad una nuova entità proto urbana.

Secoli dopo, un uomo nativo di Como e morto a Stabia nella famosa eruzione del Vesuvio nell’agosto del 79 d.C., traccia un disegno, magari disadorno e stringato, ma comunque capace di illuminare su quanto era accaduto in tutto quel tempo in questi luoghi, evidenziandone le espressioni urbane in rapporto con il territorio. Plinio il Vecchio, infatti, quando si pone a descrivere la decima regio, ricorda tra le altre cose la regione “maritima” con le sue cittadine della fascia costiera, che possedevano lo sbocco al mare, attraverso determinati transhipment posti sulle foci dei fiumi, che permettevano il trasbordo di merci dalle navi di maggiore tonnellaggio al naviglio minore.

“Sequitur decima regio Italiae, Hadriatico mari adposita, cuius Venetia, fluvius Silis ex montibus Tarvisanis, oppidum Altinum, flumen Liquentia ex montibus Opiterginis et portus eodem nomine, colonia Concordia, flumina et portus Reatinum, Tiliaventum Maius Minusque, Anaxum, quo Varamus defluit, Alsa, Natisa cum Turro, praefluentes  Aquileiam coloniam  XV p. a mari sitam.”

(Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, III, 126-130)

Così la nostra fonte conserva il ricordo del “Portus Reatinum”, il porto a mare della colonia latina Iulia Concordia, per mezzo del fiume Lemene (Reatinum), e il “Portus Liquentia”, emanazione degli interessi commerciali dell’antica “Opitergium”, l’odierna Oderzo.

Purtroppo, la storia non è stata generosa con l’attività umana, le sue strette connessioni, trame e le reciproche influenze. Di questi porti è rimasto solo un vago ricordo, sorretto da incertezze e da ipotesi, talora fantasiose o poco più di aneddoti. Comunque sia, il “Portus Reatinum” si è voluto indentificare nell’attuale porto di Falconera, conosciuto nel XVI secolo come il porto di “Mezo Lido” (ASV, SEA, Livenza, dis. 17);

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mentre il “Portus Liquentia”, pur in assenza di dati oggettivi in merito, si suole ubicarlo a valle dell’attuale centro abitato di Caorle, forse a qualche decina di metri a mare, dato che in epoca romana il livello delle acque marine era più basso di quello attuale di almeno due metri. A questo proposito, lo storico Trino Bottani, autore di una storia su Caorle, edita nel 1811, offre interessanti annotazioni, testimoniando che “tuttora colla marea si osservano delle grosse muraglie poco distanti dal Monte ossia Argine, che…serve di difesa alla città né grandi sciroccali” (Storia della città di Caorle, T. Bottani, p.65).

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Al di là di ciò, della Caorle in età romana si sa ben poco. Il quadro frastagliato dell’assenza di testimonianze sicure al proposito troverebbe di contralto i ritrovamenti in mare di anfore e ancore, per lo più databili all’arco temporale che va dal II sec. a.C. al IV sec. d.C.; e, in aggiunta, i resti architettonici visibili ancora oggi nei pressi del duomo cittadino, nonché le are del I sec. d. C., per tracciare una linea mediana nell’interpretazione della Caorle romana, anche se non si può escludere che si tratti di “spolia”, provenienti dai centri romani vicini e reimpiegati per l’edificazione della città in epoca medioevale.

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Pur con tutte le riserve del caso, le origini insediative dell’isola andrebbero ricercate nella funzione portuale, che trovava ragione nell’essere porto di trasbordo a mare della vicinissima colonia di Concordia, con tutte le potenzialità di sviluppo in termini di attività e della crescita dello stesso insediamento. Mentre il suo primo e vero proprio impianto urbano risale forse al V secolo, all’epoca delle grandi invasioni barbariche, con l’apporto dei numerosi profughi, provenienti dai vicini centri, in particolare da Concordia. Le guerre gotiche prima e la successiva occupazione della Venezia terrestre da parte dei Longobardi diedero nuovi impulsi alla connotazione urbana dell’isola, divenendo un centro fortificato tra i più floridi, dotato di due chiese, l’una dedicata a santo Stefano protomartire e l’altra conosciuta con il nome di “Opetroine”, e un episcopio per il fuggiasco vescovo di Concordia (Origo Civitatum seu Venetiarum. Chronicon Altinate, Editio Secunda, Roma 1933, p. 76). La sua popolazione, ordinata militarmente, era costituita da ricchi proprietari, ecclesiastici, artigiani e qualche commerciante ed esprimevano annualmente il tribuno, con funzioni militari e civili. Nelle terre circostanti, invece, si trovavano le coltivazioni per lo più a frutteti, a orti e a vigneti, per lo più curate da contadini liberi.

Il Pactum Lotharii, stipulato il 22 novembre 840, che di fatto riconosceva l’autonomia del Ducato già raggiunta nel 751 con la caduta di Ravenna in mano dei Longobardi e la scomparsa dell’esarcato, ricorda le 18 comunità del Ducato e, finalmente, registra il nome dell’odierna Caorle, ricordandolo come “Caprulas”. Secondo l’etimologia comunemente accettata, il nome trovava una sua origine dalla presenza di capre selvatiche nell’isola; più suggestiva, invece, un’altra lettura che la rimanderebbe alla dea osco umbra Kipris, nata dalla spuma del mare, venerata lungo le coste il cui culto, con l’avvento del cristianesimo, fu sostituito da quello mariano (A. Niero, in AAAd, XXXIII, 1988, 76/77).

Le città rivierasche venete dovettero fare i conti con la minaccia delle incursioni dei pirati slavi, che più di un’occasione avevano assalito e saccheggiato alcuni di questi centri, tra cui la stessa Caorle. Tra le tante scorrerie, si ricorda quella avvenuta nel 846, durante la quale il centro caprulano fu devastato e quasi raso alle fondamenta. Un’altra scorribanda, che si fissò nella memoria collettiva della Serenissima, avvenne tra il 944 e il 948, forse sotto l’egida del patriarcato di Aquileia, quando i pirati slavi irruppero nella cattedrale di San Pietro a Castello, durante lo sposalizio collettivo, che si svolgeva il 31 gennaio, alla vigilia della festa della Purificazione di Maria. I pirati rapirono le spose e i ricchi corredi, per poi veleggiare in direzione di Caorle. Il doge Candiano III li raggiunse a Santa Margherita di Caorle e li giustiziò sul posto, e da allora la località prese il nome di Porto delle Donzelle (oggi Porto Santa Margherita).

A partire dall’XI secolo, la vivacità economica della città permise un nuovo incremento costruttivo, che trovò il suo compimento nella costruzione della nuova cattedrale di Santo Stefano e della torre del campanile, benché la natura e la mano dell’uomo avessero messo del proprio per vanificare ogni sforzo. Le fonti cronachistiche, infatti, ricordano due catastrofi naturali che provocarono numerose distruzioni in tutto il litorale veneto, in particolare il terremoto e il conseguente maremoto, avvenuto il 3 gennaio 1117, che portò alla scomparsa del centro di Malamocco, già semi-abbandonato per le continue ingressioni marine.

Alle catastrofi naturali si aggiunsero i fatti d’arme, allorché qualche anno dopo Federico Barbarossa indusse Ferrara e Padova ad attaccare Cavarzere, città veneziana, e il patriarca di Aquileia, il saccheggio di Grado. Le armate veneziane corsero in aiuto delle due città, il che diede modo alle milizie trevigiane di muoversi verso Caorle, che pensavano sguarnita. Invece, stando alla tradizione, le donne caorlotte non si persero d’animo. Indossarono le vesti maschili e brandendo le armi come provetti combattenti, non solo respinsero l’attacco, ma costrinsero alla fuga le truppe trevigiane.

La lunga guerra tra Venezia e Genova lasciò tracce indelebili anche a Caorle, che fu più volte assaltata e data alle fiamme; come l’estenuante contesa con il patriarcato di Aquileia aveva più volte messo in forse la sua stessa esistenza. Ogni qual volta si accendevano i fuochi della guerra tra Venezia e il patriarcato di Aquileia, le truppe patriarchine di Marano assalivano Caorle, vero e proprio avamposto veneziano.

Solo con la conquista del Friuli da parte di Venezia, la cittadina poté assaporare un periodo di pace e prosperità, sebbene, a partire dal XII secolo le più importanti maggiori famiglie di Caorle avevano cominciato ad emigrare a Venezia, per partecipare alla vita politica ed economica. A partire dal XV secolo si avviò una nuova edificazione della città, in gran parte segnata dagli avvenimenti bellici del passato, la cui fisionomia rimase a grandi linee sino alla caduta della Repubblica di Venezia.

Un forte scossone sociale ed economico si fece sentire verso la metà del ‘600, allorché il Senato Veneto mise mano ai corsi fluviali e procedette alla confisca e alla vendita della laguna caprulana (29 agosto 1642), che venne divisa in 20 prese. La nuova trasformazione territoriale fece perdere definitivamente a Caorle la sua secolare identità di isola; inoltre, i proprietari delle Prese lagunari, intenti a chiudere canali e barene per una resa produttiva, resero la vitale laguna una palude, in buona parte malsana; detto il provvedimento, inoltre, aveva sottratto alla popolazione la principale delle risorse economiche della popolazione: la pesca. A partire dall’Ottocento, si cominciò a prosciugare le terre in vista di un uso agricolo, che trasformò nuovamente il paesaggio in una grande distesa di campi, tranne per alcune zone riservate a divenire delle valli da pesca private.

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Nel corso del Primo conflitto mondiale, dopo la disfatta dell’esercito italiano a Caporetto dell’ottobre 1917, la popolazione caorlotta si trovò costretta ad emigrare nel sud Italia e i Comandi italiani pensarono bene di allagare i terreni agricoli e di distruggere le opere di bonifica, al fine di rallentare l’avanzata austriaca verso il Piave. Quando i profughi fecero il loro rientro nel 1919, il panorama che si profilava davanti ai loro occhi era tra i più disastrosi, ma abituati al lavoro, senza lasciarsi prendere dallo sconforto, iniziarono a prosciugare i terreni e ripristinarono le grandi idrovore.

Passata più o meno indenne al secondo conflitto mondiale, la cittadina ha sviluppato la sua vocazione turistica negli anni Cinquanta fino ad arrivare ad oggi con oltre 200 strutture alberghiere, migliaia di appartamenti per vacanza, villaggi turistici a iosa e un migliaio di posti barca nelle darsene cittadine; senza mai perdere la propria identità, la propria anima ben rappresentata dalla cattedrale di Santo Stefano, dal caratteristico campanile, dal porto peschereccio e, soprattutto, dall’ospitalità della gente di Caorle.

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58 commenti su “Caorle. Nata dalla spuma del mare

    • Intanto Grazie per il commento. Mi permetto un consiglio. Tra qualche settimana, a settembre, dovrebbe prendere corpo la tradizionale celebrazione della Madonna dell’Angelo, che si svolge ogni 5 anni. Questa potrebbe essere la giusta opportunità. Ciao, alla prossima

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    • Ciao. Anch’io adoro questa cittadina e ogni scusa è buona per visitarla, sia con la buona stagione come d’inverno. Ricordo ancora un mercatino natalizio. Un abbraccio. Marco

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  1. davvero interessante questo borgo, mi hai fatto venir voglia di venirlo a fotografare, magari aspetterò che faccia meno caldo, in questo periodo camminare in località pianeggianti è un calvario….
    Ottimo post! 😉

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    • In effetti. Ci sono spesso e le occasioni sono tante. Tra i tanti appuntamenti il 9 agosto pv vi sono i mercatini di Forte dei Marmi e, poco più avanti, la festa della Madonna dell’Angelo. Grazie per il commento

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  2. splendida narrazione di una località turistica abbastanza nota. Il tutto è corredato da splendide immagini.
    Un vero excursus sulla storia millenaria di questa ridente e colorata cittadina.

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  3. I Casoni una volta di notte mi portarono sul fiume Livenza (confine tra Friuli e Veneto) e mangiammo da Dio tranne il caffè filtrato con un telo ma era tipico. Qui è meglio dell’Atlante spero che scriverai un po’ anche delle Marche! Grazie

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    • Una bella esperienza, senza dubbio. Grazie per il commento che ho gradito molto. Sulle Marche c’è tanto da scrivere. È una regione incredibile dalle mille sfaccettature. Avevo programmato di postare qualcosa poco più avanti. Grazie ancora per il suo commento

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      • Se vuoi delle semplici foto anche per farti idea le posso inviare sui luoghi dove vivo (prov AN). Basta che mi dici dove inviare. Non è necessario che le pubblichi non sono un fotografo, io leggo libri e pare che pure qui ci sia vincoli d’autore ☹️🤔🙋

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      • Grazie mille per la tua disponibilità. Al momento son alle prese con altre regioni, ma in settembre vorrei postare qualcosa sulle tue Marche, che, come sai, ritengo fantastica. Quindi …. grazie ancora per la tua disponibilità

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    • Grazie. Il tuo commento vale più di mille parole per rendere testimonianza del fascino del borgo di Caorle. Grazie ancora per il commento e di aver ribloggato il post.

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  4. Fantastico articolo mio caro. Dovresti prendere il posto di Angela col suo Ulisse. Faresti molto meglio te lo assicuro. Una puntata su Caorle fatta tutta su questo post…bellissima. Bravo davvero caro Marco. Complimenti di cuore. Un forte abbraccio con bacio molto meritato. Isabella

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    • Cara Isabella, sei sempre molto gentile, ma dubito fortemente di essere un si grande comunicatore, oltre ad essere un eccellente divulgatore come Angela. Comunque, le tue parole sono incoraggianti da cui trarre future ispirazioni. Un caro abbraccio. Marco

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      • Caro Marco tu sei bravissimo e sai tante di quelle cose… ti stimo molto. Mai dire mai, chissà…Un grande abbraccio. Isabella

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  5. Viste meravigliose. Mi piacerebbe sicuramente visitare questo bellissimo villaggio. Vengo dall’India e abbiamo tanti collegamenti con l’Italia. Il presidente del Congresso nazionale indiano è un ex italiano per citare ad esempio. Lunga vita all’Italia. Lunga vita all’India. #CKMKB

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