Il santuario della Verna. Il Calvario Serafico

Poco lontano dal comune di Chiusi della Verna, in provincia di Arezzo, vi è un mondo senza tempo, dove il pellegrino o il visitatore, con la sua necessità di meditare e, magari, pregare, trova la sua pace e la sua rigenerazione interiore, aiutato dalla bellezza dei paesaggi e dei luoghi, nonché dal patrimonio artistico esistente, che racconta di una tradizione storica e spirituale secolare, il cui “genius loci” affonda le sue radici in san Francesco, il santo di Assisi.
Il Santuario della Verna, il Calvario Serafico delle stigmate di san Francesco, è situato nel versante occidentale del monte Penna, alla ragguardevole altezza di 1129 metri d’altezza; ed è immerso in uno scenario naturale come pochi, fronzuto da un mare senza fine di faggi ed abeti bianchi. Dante Alighieri rievoca la montagna nell’undicesimo canto del Paradiso:
“Nel crudo sasso intra Tevere ed Arno
da Cristo prese l’ultimo sigillo,
che le sue membra due anni portarono”.
Invece, i primi biografi del santo di Assisi, tra cui Tommaso di Celano, la ricordano sotto il nome di Alvernia, da cui l’attuale Verna.
Nella primavera del 1213, Francesco stava percorrendo il Montefeltro, assieme al frate Leone, quando le circostanze fecero sì che salirono al castello di San Leo, in occasione dell’investitura di un cavaliere. Tra gli invitati vi erano i maggiorenti dei territori vicini e, fra questi, vi era il messere Orlando Catani, signore di Chiusi per investitura del vescovo di Arezzo. Orlando Catani era un uomo timorato di Dio e desiderava da lungo tempo conoscere Francesco, nonché ascoltare con le proprie orecchie le sue celebri quanto mai “sconvolgenti” prediche. Il nobiluomo ebbe non solo la possibilità di vederlo, ma si trovò nella fortunata condizione di rivelargli quanto dimorava nel suo animo. Dopo di che offrì al santo un monte che ben si addiceva alla sua ricerca di penitenza e solitudine:
“Io ho in Toscana un monte devotissimo, il quale è molto solitario e salvatico ed è troppo bene atto a chi volesse fare penitenza in luogo rimosso dalla gente, o a chi desidera vita solitaria. S’egli ti piacesse, volentieri il donerei a te e a’ tuoi compagni per la salute dell’anima mia”. (Della prima considerazione delle sacre sante istimate).
Il Catani e i suoi familiari non limitarono il loro zelo al solo dono del monte, ma agevolarono la costruzione delle prime celle e sostennero ogni “necessità corporale” dei frati, fino ad aiutarli alla costruzione della chiesetta di Santa Maria degli Angeli, eretta tra il 1216 e il 1218, secondo le indicazioni della Vergine apparsa a Francesco.
Da quel momento, Francesco passò ogni anno dei lunghi periodi di ritiro a Verna, dove ebbe modo di “star solitario e raccogliermi con Dio e dinanzi a lui piagnere i miei peccati”, fino alla richiesta di provare “nell’anima e nel corpo mio, quanto è possibile, quel dolore che tu, dolce Gesù, sostenesti nell’ora della tua acerbissima passione…”; e di sentire “nel cuore mio, quanto è possibile, quello eccessivo amore del quale tu, figliolo di Dio, eri acceso a sostenere volentieri tanta passione per noi peccatori”. (Della terza considerazione delle sacre sante istimate).
La sua preghiera di divenire il ritratto visibile di Gesù fu esaudita e il suo corpo fu segnato dalle stesse piaghe della Passione di Cristo.
Tempo dopo, san Bonaventura da Bagnoregio, suo biografo, lasciò scritto: “Un mattino, all’appressarsi della festa dell’Esaltazione della santa Croce, mentre pregava sul fianco del monte, vide la figura come di un serafino, con sei ali tanto luminose quanto infocate, discendere dalla sublimità dei cieli: esso, con rapidissimo volo, tenendosi librato nell’aria, giunse vicino all’uomo di Dio, e allora apparve tra le sue ali l’effige di un uomo crocifisso, che aveva mani e piedi stesi e confitti sulla croce. Due ali si alzavano sopra il suo capo, due si stendevano a volare e due velavano tutto il corpo. A quella vista si stupì fortemente, mentre gioia e tristezza gli inondavano il cuore. Provava letizia per l’atteggiamento gentile, con il quale si vedeva guardato da Cristo, sotto la figura del serafino. Ma il vederlo confitto in croce gli trapassava l’anima con la spada dolorosa della compassione. Fissava, pieno di stupore, quella visione così misteriosa, conscio che l’infermità della passione non poteva assolutamente coesistere con la natura spirituale e immortale del serafino. Ma da qui comprese, finalmente, per divina rivelazione, lo scopo per cui la divina provvidenza aveva mostrato al suo sguardo quella visione, cioè quello di fargli conoscere anticipatamente che lui, l’amico di Cristo, stava per essere trasformato tutto nel ritratto visibile di Cristo Gesù crocifisso, non mediante il martirio della carne, ma mediante l’incendio dello spirito” (Leg. Maj., I, 13, 3).

Giotto, 1295-1299, San Francesco riceve le stimmate, Basilica superiore di Assisi


San Bonaventura, inoltre, riporta che la visione lasciò nel Santo “un ardore mirabile e segni altrettanto meravigliosi lasciò impressi nella sua carne. Subito, infatti, nelle sue mani e nei suoi piedi, incominciarono ad apparire segni di chiodi, come quelli che poco prima aveva osservato nell’immagine dell’uomo crocifisso. Le mani e i piedi, proprio al centro, si vedevano confitte ai chiodi; le capocchie dei chiodi sporgevano nella parte interna delle mani e nella parte superiore dei piedi, mentre le punte sporgevano dalla parte opposta. Le capocchie nelle mani e nei piedi erano rotonde e nere; le punte, invece, erano allungate, piegate all’indietro e come ribattute, ed uscivano dalla carne stessa, sporgendo sul resto della carne. Il fianco destro era come trapassato da una lancia e coperto da una cicatrice rossa, che spesso emanava sacro sangue, imbevendo la tonaca e le mutande” (Leg. Maj., I, 13, 3).
Tommaso da Celano, nella sua “Vita Prima di S. Francesco d’Assisi”, sottolineò che “era meraviglioso scorgere al centro delle mani e dei piedi (del santo), non i fori dei chiodi, ma i chiodi medesimi formati di carne dal color del ferro e il costato imporporato dal sangue. E quelle stimmate di martirio non incutevano timore a nessuno, bensì conferivano decoro e ornamento, come pietruzze nere in un pavimento candido” (II, 113).
Una selciata conduce al Santuario e, dopo aver superato un arco in cui vi campeggia la scritta “Non est in toto sanctior orbe mons” – Non vi è in tutto il mondo un monte più sacro -, si arriva al piazzale lastricato del Quadrante, così chiamato per la meridiana sulla parete del campanile della vicina basilica. Di fronte, una croce di legno domina sulle vallate circostanti del Casentino e della Valtiberina.

Nelle immediate vicinanze, la Basilica dedicata alla Madonna Assunta. La posa della prima pietra avvenne nel 1349, ma i lavori si completarono ufficialmente solo nel 1568. La Basilica si presenta con pianta latina e ad una sola navata ed è coperta da volte a crociera.

Al suo interno sono custodite delle opere di un notevole valore storico e artistico, per lo più distribuite nelle cappelle della Natività, dell’Annunciazione e dell’Ascensione. Tra le opere di maggiore pregio a decoro dell’ambiente spiccano le ceramiche di Andrea della Robbia e della sua scuola.

Andrea della Robbia, 1480, Ascensione di Gesù

A ridosso dell’edificio, un portico rinascimentale, in buona parte ricostruito ai nostri tempi, corre lungo la parete destra, arrivando a lambire il campanile.

Saio di San Francesco presso Cappella delle Reliquie all’interno della Basilica


Poco in là, la chiesa di Santa Maria degli Angeli con il suo caratteristico campanile a vela, in cui si può ammirare la piccola campana, che la tradizione vuole essere stata un dono di San Bonaventura, benché il sigillo tradisca la sua fusione a Pisa nel 1257. Sulla facciata, preceduta da un portico, si osservano degli stemmi, tra i quali quello del comune di Firenze e dell’Arte della Lana. L’edificio non è quello immediatamente successivo all’apparizione della Vergine a Francesco, ma risente di alcune significative modiche strutturali avvenute nel corso dei secoli.


Il convento vero e proprio è costituito da cinque chiostri e su uno di essi, risalente al Quattrocento, trovano posto sul piano superiore le celle dei frati, ciascuna delle quali abbellita al suo ingresso da medaglioni dipinti, raffiguranti santi e beati dell’ordine francescano. Qualche passo e si raggiunge il Corridoio delle Stimmate. Una tarda leggenda con i motivi cari a Francesco racconta le origini di questo ambiente. Una notte d’inverno, la solita processione dei frati dalla chiesa della Madonna della Assunta alla Cappella delle Stimmate non poté compiersi a causa di una forte tormenta di neve. L’indomani, si trovarono sulla neve numerose orme lungo il percorso della cerimonia. Gli animali del bosco, cari al Santo, avevano sostituito i frati.
Il corridoio, tirato su tra il 1578 e il 1582, è abbellito da 22 affreschi,

che raccontano la vita di Francesco, e permette l’accesso al vero cuore pulsante dell’intero complesso conventuale, la Cappella delle Stimmate, elevata nel 1263 dal conte Simone da Battifolle sul luogo dove san Francesco ricevette le stimmate. L’ingresso della cappella è impreziosito da un tondo della Scuola del celebre Andrea della Robbia, raffigurante la “Madonna col Bambino”, mentre sulla parete di fondo trova posto una pala monumentale di terracotta invetriata, con la “Crocifissione coi Dolenti, Angeli e i Santi Francesco e Girolamo” di Andrea della Robbia.

Una lastra di cristallo sul pavimento preserva la pietra, sopra la quale sgocciolò il sangue del santo al momento delle Stimmate.
Attraverso il corridoio si accede, inoltre, alla grotta, dove, tra massi di misura diversa, uno di questi è protetto da una griglia di ferro. Si tratta del “letto di San Francesco”, sopra il quale il santo riposava e la protezione si è resa necessaria, poiché non di rado i visitatori asportavano piccoli pezzi.
Dalla vicina Cappella di San Bonaventura, realizzata nel 1480 quale area sepolcrale per i frati custodi della Cappella delle Stimmate, si può risalire all’oratorio di Sant’Antonio da Padova,

che dimorò in questo luogo, e da qui, attraverso una scala, si può uscire all’esterno, affacciandosi sul cosiddetto “precipizio”, dove, secondo la leggenda, san Francesco venne tentato dal demonio, cercando di farlo precipitare nel baratro, ma la pietra indietreggiò formando una piccola cavità (oggi chiusa da una grata), che permise al santo di salvarsi.


Nei pressi della Basilica, una rampa di scala permette l’accesso alla Cappella della Maddalena, innalzata sopra la prima cella di Francesco, una semplice capanna di paglia e frasche. Un giorno, mentre Francesco pregava, comparve Gesù, che andò a sedersi su una pietra che il santo adoperava come tavola per i suoi pasti frugali, iniziando a conversare con lui. Secoli dopo, nel 1719, la pietra venne inserita sul piano dell’altare, protetta da una lastra di vetro.
Andati fuori dalla Cappella della Maddalena, una scalinata in discesa permette di visitare un altro dei posti cari al santo, il “sasso spicco”, un’enorme roccia che sporge sopra un altro masso. Qui Francesco soleva passare delle ore, meditando sulla passione del Cristo, aiutato da quanto lo circondava. I passi evangelici, che lo avevano guidato in ogni suo passo, raccontavano di forti terremoti, dopo l’ultimo respiro di Gesù sulla croce, e, in questo posto, i giochi della natura danno davvero l’idea del sommovimento di mondo sottosopra fatto di massi spezzati e dalle forme più improbabili.


Una visita alla Verna non è certamente solo un momento di serenità, silenzio e tranquillità, magari di tendenza per la sua natura semplice e maestosa, ma è l’occasione di partecipare a quella particolare energia che permea l’intera montagna, il luogo per eccellenza nel quale il Santo d’Assisi e Patrono d’Italia amava ritirarsi, cercando una più intima comunione con Dio

8 commenti su “Il santuario della Verna. Il Calvario Serafico

  1. Un posto stupendo dove ognuno dovrebbe andare per ritrovare sé stessi! E per me che capita così spesso di perdermi, La Verna mi è entrata nel cuore fin dalla prima volta che l’ho visitata, ormai circa 35 anni fa! Mi permetto di segnalare anche il vicino monastero e l’eremo di Camaldoli, una meta fattibile e complementare per chi visita La Verna, vista la vicinanza fra i due luoghi

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