Sesto al Reghena, un’abbazia e il “bel tempo che fu”

Il borgo di Sesto al Reghena simboleggia uno delle innumerevoli conferme su quanto si riferisce della nostra Penisola, ossia che ogni angolo d’Italia rappresenti un forziere senza fondo, il cui contenuto è un tesoro di storia e tradizioni antiche, il cui fascino è rimasto inalterato nel corso dei secoli. In effetti, anche questo delizioso borgo è avvolto da una suggestiva atmosfera in cui le diverse età della Storia sembrano amalgamarsi in un tutt’uno per niente testimone di silenti tempi andati. Incastonato nella pianura veneto friulana, Sesto al Reghena è un comune in provincia di Pordenone, che volta le spalle alle località di San Vito al Tagliamento, Chions e Cordovado e guarda a sud ovest alla provincia di Venezia con le località di Gruaro e Cinto Caomaggiore.

In questa terra, come in ogni landa del Friuli-Venezia Giulia, natura e cultura si saldano e ogni cosa sembra essere a misura d’uomo. Gli stessi ritmi e tempi sono scanditi dai ritmi naturali delle stagioni e dal buon vivere, benché, o forse, a causa del suo essere luogo di transito e punto d’incontro tra le genti.

La genesi di Sesto e la sua evoluzione urbana fino alla tarda antichità sono ancora poco note e, ancor più, risulta difficile qualsiasi tentativo di ricostruzione, per   quanto negli ultimi decenni le conoscenze si siano arricchite grazie a nuove scoperte archeologiche, come quelle avvenute a poco meno di un chilometro dal suo centro storico, e il suo stesso toponimo potrebbe offrire molto nel dare un’imbeccata su qualcosa di più di un semplice incanto, ottimale per rinfocolare i tanti miti e leggende che avvolgono queste terre.

Poco distante, in un’area risorgiva si trova il sito archeologico di Pramarine di Sesto, i cui primi ritrovamenti risalgono alla fine degli anni ’70 del secolo scorso. Qui sono state rinvenute delle strutture abitative su bonifica lignea in ambiente umido di età del Bronzo e le testimonianze materiali hanno testato il suo ruolo di cerniera fluida tra le influenze carsiche e quelle venetiche, come altri centri coevi non lontani. La frequentazione di età romana, invece, troverebbe eco nel toponimo, evocando la presenza di una struttura, una stazione stradale, posta al sesto miliario lungo la via che univa la città di Concordia alle località oltramontane, al di là di alcuni rinvenimenti di incerta interpretazione. Comunque sia, di fatto Sesto si identifica intimamente con l’Abbazia di Santa Maria, centro della vita sociale ed economica del territorio.

Le origini del cenacolo risalgono alla prima metà dell’VIII secolo e la sua denominazione completa, Santa Maria in Silvis, deriva dalla presenza di una foresta, della quale oggi non rimane alcuna sopravvivenza. Si trattava di un semplice tempio, legato alla proprietà di un possidente locale e, soprattutto, funzionale alla comunità locale. Di questo originario edificio non si è conservato nulla. Scavi archeologici effettuati a nord dell’attuale abbazia hanno ricavato le dimensioni della struttura e la posizione degli accessi al luogo di culto di un successivo tempio risalente all’epoca medioevale. L’interno era di tipo conventuale, ad una sola navata con in fondo un’abside curvilineo e due piccole cappelle quadrate absidate.

Una “cartula donationis”, redatta nell’abbazia di Nonantola nei pressi di Modena, nel maggio 762, preserva il ricordo della donazione di importanti beni tra il fiume Tagliamento e il Livenza al monastero benedettino maschile di Santa Maria a Sesto al Reghena. Il benefattore, o meglio, gli autori di questo gesto furono tre nobili fratelli e della rispettiva madre, probabilmente legati alla casata ducale. I loro nomi erano Erfo, Anto, Marco e Piltrude. Dopo di che presero i voti, ritirandosi a vita monastica. In particolare, Erfo raggiunse la Toscana e qui fondò il monastero di san Salvatore al Monte Amiata, divenendo il primo abate. Altre donazioni e immunità vennero fatte successivamente da Carlo Magno (775), Lotario I (830), Ludovico II (865), Carlo III (881) e Berengario I (888).

Nella prima metà del X secolo, iniziarono le escursioni degli Ungheri, che percorsero in lungo e in largo le terre dell’Italia settentrionale, devastando tutto ciò che poterono mettere mano. Le pianure friulane furono messe a ferro e fuoco e molte località rischiarono di perdersi per sempre nella memoria storica. Tra queste anche Sesto al Reghena, che, nell’899 conobbe la crudeltà della torma ungara, minacciando la stessa sua esistenza. Dovettero passare molti anni prima che qualcuno ponesse mano alla sua ricostruzione, superando qualsiasi fatalistica rassegnazione. Intorno al 960, l’abate Adalberto II, che guidò Santa Maria fino al 966, la riedificò in buona parte apportandovi sostanziali novità rispetto al passato, fra tutto l’aspetto fortificato con mura, sette torri e i consueti fossati, che avrebbe garantito una certa resistenza di fronte agli attacchi esterni. Si assicurò, inoltre, di creare una cintura fortificata, che prevedesse la costruzione di castelli nei paesi vicini, quali ad esempio Gruaro e Fratta, con l’intento di dare sollievo alla popolazione locale e, allo stesso tempo, di frenare eventuali aggressori in direzione dell’abbazia.

Qualche anno dopo, nel 967, Ottone I, imperatore del Sacro Romano Impero, concesse a Radoaldo, patriarca di Aquileia, l’abbazia di Santa Maria di Sesto e altri beni nella Bassa friulana e veneta, avviando il già in corso sviluppo formativo del processo signorile del patriarcato. Intorno al 1110, l’abbazia riuscì ad affrancarsi dal Patriarcato, ponendosi sotto la potestà del papa e dell’imperatore, determinando così un periodo di particolare prosperità, tanto da divenire uno dei poli più importanti del Friuli e non solo dal punto di vista economico, ma anche in quello culturale. Nella primavera del 1420, lo Stato patriarcale di Aquileia cessa almeno formalmente la sua esistenza e i suoi territori, con l’esclusione di quelli del conte di Gorizia, passarono sotto il dominio della Repubblica di Venezia. A partire dal febbraio del 1441, dopo che i benedettini lasciarono il cenobio, il pontefice Eugenio IV la istituì in commenda, ovvero fu assegnata a prelati secolari, che erano esonerati dalla residenza in loco. Il primo abate commendatario diverrà il cardinale Pietro Barbo, il futuro papa Paolo II, e, dopo quattordici abati successivi, la serie si chiuse con Giovanni Corner. Dopo di che il Senato Veneziano decise la soppressione dell’abbazia, alienandone i beni e i diritti, che furono messi all’asta poco dopo. Nel 1818, la parrocchia di Sesto e buona parte delle sue dipendenze passarono sotto la giurisdizione religiosa del vescovo di Concordia, concludendo di fatto il processo avviato nel febbraio del 1798 con il decreto del Senato Veneto, secondo il quale il vescovo di Concordia avrebbe provveduto alla cura spirituale della parrocchia di Sesto e le sue attinenze sulla destra del Tagliamento, mentre l’arcivescovo di Udine avrebbe curato quelle poste sulla sinistra del fiume. Nel dicembre del 1921, l’autorità pontificia riconobbe nuovamente alla chiesa di Sesto il titolo abbaziale, come l’arciprete venne insignito del titolo di “abate parroco ad honorem”, per ottenere anni dopo un successivo titolo, quello di prelato domestico di Sua Santità. Infine, il 12 maggio 1959, divenne titolare della carica onorifica papale di protonotario apostolico ad instar participantium.

Attraversate le strette e caratteristiche viuzze del paese e raggiunta piazza Cardinale Barbo, si può lasciare l’auto nel parcheggio a pagamento. Un marciapiede ci porta all’ingresso del cuore pulsante del paese ed è costituito da una torre fortificata, la torre Grimani, l’unica delle sette sopravvissuta.

Come in ogni luogo fortificato che si rispetti, la torre era dotata di un ponte levatoio, ma nel Settecento nel corso dei restauri effettuati venne sostituito con un ponte di pietra. Sulla sua facciata un leone di San Marco di fine Quattrocento fa bella mostra di sé, sotto un bassorilievo con lo stemma del cardinale Grimani, affiancato alla sua sinistra da un affresco con lo stemma familiare dell’alto prelato e a destra un altro affresco di cui si ignora il committente. Qualche palmo sotto l’allegoria del buon governo veneziano e della famiglia Grimani, che amministrava la Abbazia di Sesto sia quello che era stato il secolare Patriarcato di Aquileia.

Lasciata alle spalle la Torre, si fa incontro una piazzetta pavimentata. Da qui, con un semplice colpo d’occhio si spazia sull’abbazia e sugli edifici che l’attorniano, a partire dal campanile posto quasi di fronte all’ingresso.

Il campanile, in origine una torre vedetta eretta intorno al 1050 d.C., è alto poco più di una trentina di metri e possiede una base di poco meno di otto metri; la struttura del fusto è del tutto realizzata in mattoni e l’orologio si colloca al Settecento. Adiacente, su un lato vi è un portale rinascimentale, che apre al parco retrostante. Sull’altro lato, invece, si erge un edificio in mattoni, risalente al XII-XIII secolo, che ha subito nel corso del tempo alcune modifiche, conservando in linea di massima le caratteristiche tipologiche e architettoniche originarie, comprese le decorazioni costituite dalle bifore, trifore, quadrifore ed esafore, aperte e chiuse. Forse, la sua particolare collocazione, che lo pone di fronte all’abbazia, centro del potere religioso, e talune indicazioni testimoniali lo indicherebbero come la sede dell’autorità civile, oggi adibito ad asilo.

Dall’altra parte, anch’essa affacciata sulla piazzetta, l’abbazia.

Il suo esterno si muove per mezzo di una loggia e il portico d’ingresso, dove figure e colori narrano storie a chi voglia ancora ascoltarle. Due affreschi del portale, risalenti all’XI -XII secolo, raffigurano il fondatore dell’ordine benedettino e l’arcangelo Gabriele, posto all’interno di una lunetta. Poco sopra, la decorazione si conclude con delle trifore. San Cristoforo, la Madonna con Bambino e i santissimi Pietro e Giovanni battista occupano parte delle mura esterne della loggia; mentre le mura interne scorrono, raffigurando il ciclo affrescato di Carlo Magno seduto tra i suoi vassalli e un’investitura. Dirimpettaia una scala balaustrata accompagna ad un ampio ambiente, definito in origine come il coro notturno dei monaci.

Il vestibolo della chiesa si presenta come un ambiente rettangolare di modeste dimensioni e interamente affrescato, con soffitto a travature scoperte, che gli stemmi sul soffitto tradiscono l’epoca della manifattura, facendola risalire al periodo dell’abate commendatario Pietro Barbo. Subito dopo il portale d’ingresso, lungo la parete di sinistra il ciclo pittorico raffigurante l’inferno, affrescato da Antonio da Firenze tra il 1503 e il 1506; il Paradiso, invece, si modula sulla parete di destra; infine, sulla controfacciata dell’ingresso l’affresco dell’arcangelo Michele, che anticipa le messe in scena che si svolgono lungo le pareti vicine.

Quest’ultima figura è rappresentata con armatura e una lunga spada in mano, mentre calca con il piede sinistro un diavolo, rispettando la tradizione iconografica medioevale, che vede l’arcangelo il capo delle schiere angeliche contro gli angeli ribelli e il “pesatore” di anime, per separare i buoni dai malvagi. Le anime dei retti sono portate in volo in Paradiso, mentre le anime dei dannati sono prese dai diavoli e condotti all’inferno. Per quanto rovinato dal tempo e dall’ingenuità (sic) dei fedeli dei secoli andati, la narrazione dell’inferno è leggibile nei suoi tratti generali. I demoni cacciano con forza le anime dannate, le quali vengono ammassate nei gironi secondo le pene del contrappasso, dando vita ad un’orgia di orrori, con le anime perse sottoposte a torture feroci. Punto focale della composizione è rappresentata dalla figura di Lucifero, immerso fino alla cintola nelle acque del lago del Cocito. Le sue ali sono spiegate e provocano il vento gelido che flagellano le acque gelate del lago, dove le anime dei traditori sono immerse nella distesa ghiacciata fino alle spalle; ed è colto nel mentre maciulla i corpi, forse da individuare in Bruto, Cassio e Giuda, dopo averli stritolati con le mani.

Risaliti i gironi infernali e progrediti oltre i sette cieli dell’empireo del Paradiso, contraddistinti dai cori di cherubini e serafini, l’inquadramento scenografico si sofferma sulla figura di Maria, incoronata dal Figlio, che indossa la tunica rossa, colore che rimanda al martirio, e mantello azzurro, richiamo alla regalità. La Vergine, genuflessa, è colta in preghiera ed è avvolta da un mantello di stelle. Ai lati sono disposte le fila dei Beati, tutti quanti riconoscibili dai loro simboli o figure. Si distinguono in alto i Giusti dell’Antico Testamento, sotto gli Apostoli e gli Evangelisti. Quindi si osservano i Padri, i Dottori gli Eremiti i fondatori degli ordini e, infine, le donne sante. Una corona di angeli festanti, che si tengono la mano l’uno con l’altro, esultano intorno; mentre altri sono intenti a cantare quando altri ancora sono alle prese con strumenti musicali.

A sinistra del vestibolo una piccola stanza adibita a piccolo Museo con i reperti archeologici per lo più di epoca medioevale rinvenuti nel territorio. La stanzetta è adornata altresì da un affresco raffigurante l’abbazia stessa, circondata da mura e torri. Dalla parte opposta si apre la Sala delle Udienze, l’originario refettorio degli abati, oggi piccola pinacoteca, dove è possibile osservare “l’Immacolata in gloria tra i santi Francesco di Paola”, Girolamo, Eurosia e Martino vescovo e Sant’Andrea con i santi Giovanni Battista e Luciano martire”, attribuite a Biagio Cestari di Osoppo, artista del XVIII secolo. La chiesa, divisa in tre navate da pilastri a forma quadrangolare, appare ricca nelle decorazioni e negli arredi, tra i quali risaltano i notevoli affreschi parietali, come quello risalente al Trecento, posto subito a destra della porta d’ingresso. La sua narrazione con sfondo allegorico e moraleggiante è un tema iconografico medioevale con funzione di “memento mori” (ricordati che devi morire), come il “Trionfo della Morte” e la “Danza Macabra”.

Il soggetto narra di tre nobili a cavallo all’interno di un bosco, quando si trovano inaspettatamente davanti a tre bare con tre corpi in tre fasi di decomposizione. I cavalieri reagiscono in modo diverso. Il primo si allontana all’istante; il secondo, terrificato, si copre il viso con le mani; infine, il terzo si copre il naso, quando un monaco esce alla vista dal suo eremo e legge la sua meditazione sulla vanità della vita. Nel presbiterio rimarchevoli sono le pitture di scuola giottesca del XIV secolo, come quelle presenti nell’abside quale l’Incoronazione della Vergine e la Natività del Cristo. Tra le opere della navata centrale, si rammentano il “San Benedetto istruisce i monaci” e il “San Benedetto conforta i poveri”; e, sul transetto, il notevole “Lignum Vitae”.

La sottostante e suggestiva cripta si presenta divisa da colonnine e copertura a volta, e custodisce l’urna di Sant’Anastasia dell’VIII secolo di marmo decorato, decisamente reimpiego di resti di una cattedra. Per ultime, le sculture del XIII secolo ritraente l’Annunciazione con angelo e la Vergine, inseriti in una nicchia,

e la Pietà (Vesperbild) del XV secolo attribuita alla scuola nordica.

Ritornati all’esterno, adiacente alla loggetta e all’accesso del vestibolo della chiesa vi è l’attuale Palazzo del Comune. Il passato architettonico dell’edificio trae le proprie origini tra il XII e il XIII secolo con la destinazione di residenza abbaziale, per finire, intorno alla fine dell’Ottocento, la sede municipale. La facciata principale è decorata con quattro stemmi fatti tra il XVII e il XVIII dagli abati commendatari.

Dietro la casa municipale, un’altra sorpresa. Delle pietre ricostruiscono in superficie il luogo dove sorgeva la chiesa medioevale, subito ricoperta dopo le indagini archeologiche, che si organizzava intorno ad una pianta costituita da una navata con abside a semicerchio, affiancata da due cappelle a pianta quadrata, anch’essi con abside.

Sesto al Reghena è un luogo incantevole, che regala emozioni profonde di un “bel tempo che fu”, malgrado l’incedere del tempo, combattuto non solo con la storia e le bellezze artistiche, ma anche con l’ospitalità che lo contraddistingue tanto da averlo fatto balzare agli onori nazionali, come uno dei borghi più belli d’Italia.

64 commenti su “Sesto al Reghena, un’abbazia e il “bel tempo che fu”

  1. Vero, ma è anche un grosso guaio perché un così affollatissimo luogo d’angoli “preziosi” rende l’Italia impossibilitata a provvedere per tutti e moltissimi sono solo triste vetuste rovine e altri ben avviati ad esserlo…

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    • Non posso che darti ragione. Comunque, prima che l’Italia sarebbe auspicabile che fossero le singole comunità, che s’identificano nei singoli angoli preziosi, a prendersene cura. Il ruolo centrale dovrebbe, invece, improntare una politica – intesa nell’accezione più nobile – volta alla riscoperta della bellezza dei nostri campanili e dei nostri territori, includendo tutte le filiere connesse. Grazie per il commento. alla prossima

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      • È come per i terremoti del Friuli del 1976 e tutti gli altri accaduti in Italia: in quello le popolazioni locali lavorarono in proprio ed emersero rapidamente; negli altri le popolazioni locali rimangono a guardare, in attesa che lo Stato intervenga, sapendosi solo lamentare delle lentezze tipiche e interessate della pubblica amministrazione.

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      • Quant’è vero…sapessi in Calabria quanto è poco valorizzata qualsiasi cosa, e lo sappiamo bene , ce ne lamentiamo pure ,ma nessuno fa niente. Abbiamo terre abbandonate ed incolte e quando appena ci si azzarda a scavare sotto per fare una strada o un nuovo edificio, più spesso si che no saltan fuori sorprese: cocci di antico vasellame, monete e altro ancora… Sempre per caso si fanno queste scoperte che spesso sono viste solo come una scocciatura perché bisogna fermare tutti i lavori e occuparsi di ciò che si è ritrovato (e se non stanno bene attenti si fanno soffiare di sotto al naso dai tombaroli tutto quanto…)

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      • Un vero peccato. La Calabria è un forziere tra i più capienti, dato il grande tesoro che custodisce, non solo di carattere culturale o naturalistico di per sé già meravigliosi, ma di tutte le potenzialità creative dei calabresi. A proposito, sarà un caso che la Calabria celi nel suo ventre alcuni dei tesori più intriganti della storia? Grazie per il commento. Alla prossima.

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    • Hai ragione. Basta semplicemente girare l’angolo, per imbattersi in qualcosa di straordinario, spesso e volentieri sconosciuto ai più. D’altra parte la nostra penisola custodisce così tanti tesori, che sembra velleitario solamente conoscerli. Grazie per il commento. Alla prossima

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    • Grazie a te di aver letto il post e di aver scritto il commento. L’idea di questo blog è quella di far conoscere, almeno nelle sue possibilità, le tante bellezze della nostra penisola, per lo più misconosciute. Grazie ancora. Alla prossima

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  2. era tempo che non leggevo qualcosa di tuo e della tua terra. Leggendoti cresce la voglia di fare un salto a Sesto e seguire il percorso che hai descritto con perizia e belle immagini

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    • Grazie, hai ragione. E’ passata un po’ di acqua sotto i ponti dall’ultima volta, che ho postato qualcosa. Purtroppo qualche inciampo di salute mi ha tenuto lontano dal blog. Comunque, mi ha fatto molto piacere leggere il tuo commento, dato che riflette esattamente uno dei motivi, per i quali scrivo su queste “pagine”. Ciao, alla prossima.

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  3. Pingback: Sesto al Reghena, un’abbazia e il “bel tempo che fu” — VOCI DAI BORGHI – friulimosaicodilingue

    • Condivido ogni tua singola parola. L’Italia custodisce un patrimonio culturale e naturale impareggiabile, spesso e volentieri lasciato in balia degli eventi o alla buona volontà dei singoli. Si, l’affresco mi è piaciuto molto, come le rappresentazioni successive. Grazie per il commento. Alla prossima.

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  4. Pingback: Sesto al Reghena, un’abbazia e il “bel tempo che fu” – VOCI DAI BORGHI – Alessandria today @ Web Media. Pier Carlo Lava

    • Immagino. Ogni qual volta che ci capito, m’imbatto sempre in qualcosa, capace di entusiasmarmi, come se fosse la prima volta. Grazie per il commento. Alla prossima

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    • Thanks for the comment. I found your words interesting. The photo you are referring to portrays one of the church of Sesto. Be that as it may, nothing is truer than the saying that the world is a country. A hug.

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    • Ogni qual volta ritorno a San Leo vedo qualcosa di nuovo e, forse, perché lo vedo sempre con occhi nuovi, il che mi lascia sempre una visione fiabesca della cittadina, che adoro. Grazie per il commento.

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  5. Grazie per il post, non conoscevo questo borgo e soprattutto la meraviglia dell’abbazia con i suoi affreschi. devo assolutamente visitarla …hai proprio ragione ogni angolo di italia nasconde regali di bellezza non basterebbero 10 vite a scoprirle tutte…ciauuu

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    • Se così non fosse, comincerei a preoccuparmi, in quando dovrei supporre che sei dotata di ubiquità e, ancor più, dovrei annoverarti tra gli Highlanders. Comunque, vale veramente la pena farvi una visita. Ciao.

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      • quasi tutti gli umani vorrebbero evitare la morte, essere immortali, io invece, da sempre sogno l’ubiquità, ciau

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