San Leo, “una rocca e due chiese: la città più bella d’Italia”

Nella regione appenninica del Montefeltro, adagiato in un’altura della media Valle del Marecchia, a poco più di trenta chilometri da Rimini, si trova l’antico e suggestivo borgo di San Leo. A guardia dell’abitato e delle vallate circostanti la natura ha collocato una maestosa formazione rocciosa, dove si erge un celebre castello, avvinghiato con la pietra. Il territorio è caratterizzato da un alternarsi di verdi colline, campi coltivati ad arte, spuntoni di roccia sui quali si ergono abitati da favola, castelli e torri di guardia.

Questo paesaggio spettacolare ha cullato fin dalle epoche più antiche l’uomo. I ritrovamenti attestano una frequentazione dell’area risalente almeno all’età del Bronzo finale, con una continuità di frequentazione fino alla più recente epoca romana. Le origini dell’abitato vero e proprio sono solite essere ricondotte alla grande opera di evangelizzazione compiuta nel terzo secolo dopo Cristo in queste terre. Stando alla “Vita Sancti Marini”, testo agiografico anonimo del XII secolo, due scalpellini di fede cristiana, originari dell’isola d’Arbe, nella lontana Dalmazia settentrionale, giunsero a Rimini, attratti dall’opportunità di trovare lavoro per il rifacimento delle mura di Rimini; e per sfuggire alla persecuzione iniziata dall’imperatore Diocleziano contro i cristiani. Da qui, furono inviati per tre anni sul vicino Monte Titano per l’estrazione e la lavorazione della roccia. Anni dopo, uno dei due, san Leone, fu colto dal desiderio di condurre una vita solitaria, dedicandosi all’ascesi, alla preghiera e alla contemplazione. Si mosse alla volta del Monte Feliciano, conosciuto anche sotto il nome di “Mons Feretri”, per un supposto tempio consacrato a Giove Feretrio.

Qui, l’anacoreta tirò su alla bella e buona una cella e fece edificare una cappella, piccola cosa alla successiva pieve di epoca carolingia e ristrutturata in età romanica, dedicata all’Assunzione di Maria, la “Dormitio Virginis”. In breve, il santo convertì al cristianesimo gli abitanti dei paesi limitrofi mediante la predicazione del Vangelo, giungendo alla creazione della Diocesi di Montefeltro con lo stesso san Leo assunto a primo vescovo, benché l’istituzione ufficiale della circoscrizione vescovile fosse stata formalizzata ben più tardi, intorno al IX secolo.  Morto su quel monte, lasciò in eredità il suo nome alla contrada e il suo culto si diffuse rapidamente, tanto che, stando alla tradizione popolare, il 14 febbraio 1016, l’imperatore Enrico II volle traslarne i resti mortali, che riposavano in un sarcofago di pietra, all’interno del duomo locale, innalzato dopo il VII secolo e dedicato al santo Leone.

Enrico II

Nel corso del viaggio, che aveva come destinazione la città di Spira in Germania, il corteo giunse a Voghenza, nel ferrarese, ma avvenne un imprevisto. Gli animali che trasportavano le reliquie si fermarono e non ci fu verso a smuoverli. Visto come un segno del Cielo, le reliquie furono deposte nella chiesa locale e, successivamente, depositate nella chiesa di Santo Stefano a Ferrara, dove riposano, forse, ai piedi dell’altare centrale della navata di destra. A San Leo rimase solo il sarcofago e, solo di recente, nel 1953, le autorità ecclesiastiche di Voghenza donarono alla comunità leontina un frammento sacro del santo.

Proprio per la sua posizione strategica e panoramica sulle valli del Montefeltro, San Leo e il suo castello furono più volte oggetto di contesa nel Medioevo tra Bizantini, Goti, Longobardi e Franchi, che sfruttarono questa caratteristica dal punto di vista militare.

Dante Alighieri nel Purgatorio, dopo aver parlato con Manfredi di Svevia, riprende il cammino, che appare faticoso, impervio e, volendone dare al lettore un’immagine somigliante lo paragonò alla rupe di San Leo, tra le altre località note per la loro asprezza.

Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,

montasi su in Bismantova e ‘n Cacume

con esso i piè; ma qui convien ch’om voli;

dico con l’ale snelle e con le piume

del gran disio, di retro a quel condotto

che speranza mi dava e facea lume.

(PG IV, 25 ss).

Le origini del castello risultano molto antiche e la sua prima menzione proviene dallo scrittore ecclesiastico Eugippio, vissuto a cavallo tra il V e il VI secolo. Nell’opera agiografica dedicata a san Severino, il religioso ricorda il suo soggiorno al “castelluni nomine Monteni Feletrem”, dove vi rimase qualche anno e dove morì Lucillo, il presbitero che aveva guidato Eugippio e i suoi dal lontano Norico.

Tra il 961 e il 963, il Marchese d’Ivrea e re d’Italia, Berengario II, si ritirò nella fortezza, che fu assediata da Ottone, chiamato in Italia da papa Giovanni XII.

Sottomissione di Berengario II ad Ottone I di Sassonia – dal Manuscriptum Mediolanense, XII secolo

Alla fine del 964, San Leo fu espugnata e Berengario II e sua moglie Willa, fatti prigionieri, furono esiliati a Bamberga, in alta Franconia.  Feudatari, Comuni e Signorie si alternarono nel corso dei secoli al governo della rocca e del paese sottostante. Dal 1278 San Leo passò nelle mani di Guido di Montefeltro che lo tenne fino al 1282, andando allo Stato Pontificio.

Guido da Montefeltro

Quindi dal 1298 al 1338 divenne un possesso di Tiberti di Petrella, per poi ritornare nuovamente ai Montefeltro e, ancora, alla Santa Sede.

Sul finire del Trecento, il castello passò come lascito testamentario alla famiglia dei Malatesti (Malatesta), che, pur con diverse interruzioni, lo tennero fino all’autunno del 1441. Il 22 ottobre, Federico da Montefeltro, dopo aver provato che ogni tentativo posto in essere per cercare di avere ragione della sua resistenza si era rivelato inutile, in una riunione “allargata” fece come propria una inedita linea d’azione da intraprendere, proposta dal celebre capitano di ventura Matteo Grifoni. Così lo storico Filippo Ugolini lasciò ai posteri l’incursione a sorpresa che comportò la conquista di San Leo.

“Struggevasi Federigo di restituire alla sua casa luogo così importante donde aveva essa tratta  l’origine sua.

Ma come ridurre ad atto questo suo disegno, se in quella roccia altissima non potevano andare gli assalitori senza le ali?

E Gismondo vi aveva poste guardie fidatissime, benchè poche; perchè pochi bastavano a difendere un luogo cui la stessa natura si era incaricata di rendere inespugnabile. E pure un coraggio a tutta prova affronta e talvolta vince ostacoli creduti insuperabili .

Dicono che Matteo Grifoni si vantasse con Federico di espugnare San Leo, se gli dava venti soldati arditissimi a sua scelta: e i soldati ebbe e tutti d’Urbino. Una notte oscurissima, fatta più scura da cielo nuvoloso, l’intrepido Grifone, pratichissimo de’ luoghi, fornito di corde, ferri ed altri necessari arnesi ed otto insegne, si arrampica coi compagni per què dirupi, col pericolo ad ogni passo di essere inghiottito dal sottoposto abisso; e tanto gli è prospera la fortuna, che può afferrare cò suoi la sommità del masso, e impadronirsi di una delle guardiole che mancava di difensori, come fuor di mano e di accesso creduto impossibile.

È San Leo composto del castello e della città, fortissima anch’essa. La porta di San Leo (che una sola ne ha) si chiudeva di dentro e di fuori con catenacci, e il Grifoni la chiuse destramente al di fuori, affinché il presidio uscire non potesse: quindi nascose la sua piccola schiera in posto da non essere scoperto. Ed ecco spuntando l’alba, echeggiare per que’ dirupi le trombe di guerra: era Federico che, secondo il previo accordo, doveva far le mostre dell’assalto. I difensori del castello saltano fuori, e scendono a corsa nella città, e vanno alle porte per difendere prima, secondo il costume, i posti esterni d’importanza. Ma mentre s’affaticano per uscire, e non possono per l’impedimento, Matteo fa sbucare i suoi soldati e correre con le insegne spiegate per la città, gridando “Feltro, feltro” e s’indirizza alla rocca. I pochi difensori che vi erano rimasti supposero che i feltreschi fossero entrati in San Leo per segreta intelligenza cò cittadini; ne vedendo alcuno saltar fuori dalla città a contrastare gli approcci al nemico, e perciò credendosi abbandonati dai compagni, senza resistere si arresero. I soldati poi, scesi in città. scorgendo inalberate le insegne nemiche sulla fortezza, tementi di essere presi in mezzo, si dispersero per le case; e così Grifone poté introdurre il suo signore. Quanto fu lieto Federico di sì nobile acquisto, che avvenne ai 22 ottobre 1441, altrettanto ne provò cocente dolore il Malatesta, si per la perdita del luogo creduto inespugnabile, si per vedersi vinto e sopravvinto, lui maturo e provato guerriero, da guerriero quasi imberbe.” (Storia dei conti e dei duchi di Urbino, Vol. 1, L. IV, pp. 321 ss, 1859)

Fino a qual momento, il castello di San Leo era ancora quello risalente all’alto medioevo, costituito dal mastio centrale con torri quadrangolari inserite nelle mura fortificate. Federico volle adeguare l’impianto difensivo alle moderne tecniche militari e il progetto lo affidò al grande architetto senese Francesco Giorgio Martini, già al suo servizio e che aveva appena terminato di adattare alle nuove esigenze il non lontano castello di Sassocorvaro. Però, tali accorgimenti nulla poterono di fronte alla furbizia e oltreché all’abilità militare di uno dei protagonisti del Rinascimento Italiano. L’episodio, datato al 1502, costituiva uno degli ultimi atti di una vicenda travagliata che aveva avuto inizio nel 1499, allorché Cesare Borgia detto il Valentino, figlio del pontefice Alessandro VI, tentò di riacquistare il pieno controllo di tutte le piccole signorie dell’Umbria e della Romagna. Il dominio del Borgia si rivelò una breve parentesi, dato che qualche mese dopo la popolazione locale si sollevò, scacciando le truppe del Valentino.

Antonio Giustinian, che ricopriva l’incarico di ambasciatore veneziano presso la Santa Sede, fu testimone di quei momenti: “Un castello ditto San Leo, el più forte del Ducato d’Urbino, nel quale si dice erano tutte le robe che fo’ del duca, e del signor de Camerino, se ha sollevato contra el Duca de Valenza, e chiama el duca vecchio……Essendo venuti alle mani li uomini della terra con alcuni Spagnoli che erano alla guardia di essa, per cason de certe donne, el castellano se interpose alla pace e compose la differenzia. In segno de gratificazion de tal pace, fensero gli uomini della terra, voler fare un presente al castellano, al condur del quale furono aperte le porte del castello, dove concorse molta zente, e tanta, che parendogli essere più forti de li Spagnoli, li assaltorono, et hanno taiato a pezzi el castellan con quanti ne eran in sua compagnia” (A. Giustinian, Dispacci, a cura di P. Villari, Firenze, 1876).

Francesco Maria I Della Rovere

Entrato in possesso nuovamente dell’abitato e del castello, Guidobaldo di Montefeltro lo tenne fino al 1508, quando la famiglia si estinse, a cui successe Francesco Maria I Della Rovere, suo nipote.  Tuttavia, nel giugno del 1516, le forze della Santa Sede conversero sul ducato d’Urbino, conquistandolo, e, al culmine dell’estate, Lorenzo dé Medici, nipote del papa, ebbe ufficialmente l’investitura sul ducato. San Leo era riuscito a resistere, ma era solo una questione di tempo. Antonio Ricasoli, capitano delle truppe fiorentine, che contavano ben duemila fanti, riuscì a superare ogni scoglio, facendo salire i suoi uomini sulla parete rocciosa alla base della fortezza e, nella notte, penetrarono nel paese con la conseguente capitolazione della rocca. L’assedio, raffigurato in un dipinto del Vasari nella sala Leone X del Palazzo Vecchio di Firenze, trovò un particolare testimone nello storico Francesco Guicciardini, che lasciò traccia nel…. Comunque, i Della Rovere ripresero San Leo nel 1527 e rimase in mano loro fino al 1631, quando il Ducato di Urbino fu assegnato allo Stato Pontificio.

Immagine tratta da Wikipedia

In seguito, il castello venne adibito a carcere. Servirono solo pochi accorgimenti: gli alloggi militari furono trasformati a celle, tirando su delle semplici mura interne, delle inferriate e portoni con tanto di catenacci. I prigionieri condannati per i reati più gravi erano incatenati e un capo della catena era legato a un anello di ferro confitto nel muro, ancor oggi visibile in ogni cella. Qui furono imprigionati alcuni patrioti italiani, come il carbonaro e mazziniano Felice Orsini e i riminesi Andrea Borzatti e Enrico Serpieri. Il castello fu luogo di prigionia e di morte per il palermitano Giuseppe Balsamo, l’abile furbacchione che, durante il secolo dei Lumi, seppe costruire attorno a sé un alone di leggenda. L’uomo, passato alla storia anche come il conte Alessandro Cagliostro, venne condannato il 7 aprile 1791, dopo un processo simbolico, volendo con ciò colpire uno dei più “originali” protagonisti della Massoneria, principale veicolo e diffusore delle nuove idee prodotte dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione.

Giuseppe Balsamo

Giorni dopo, il 20 aprile, consegnato al braccio secolare, viene condotto dapprima a Castel Sant’Angelo e poi fu trasferito a San Leo, affinché fosse custodito “senza speranza di grazia”. I primi mesi li trascorse dentro una cella in regime duro, ma non era nulla a confronto alla successiva. Fu, infatti, calato in una nuova cella di pochi metri quadrati, il cui unico accesso era una botola posta sul soffitto. L’unica finestra con tanto di barre era così minuscola da poter scorgere solo un brandello di cielo e le due chiese dell’abitato di San Leo. Qui trascorse gli ultimi anni della sua vita, con la sola compagnia della follia, che lo prese presto.

L’ingresso della cella finale di Giuseppe Balsamo – botola
Cella del tesoro – prima prigione di Giuseppe Balsamo

Il 23 agosto 1795, le guardie lo trovarono semi paralizzato, ormai più là che qua. Il cappellano del castello, frà Cristoforo da Cicerchia lasciò scritto:

“Restò in quello stato apoplettico per tre giorni, ne’ quali sempre apparve ostinato negli errori suoi, non volendo sentir parlare né di penitenza né di confessione. Infine de’ quali tre giorni Dio benedetto giustamente sdegnato contro un empio, che ne aveva arrogantemente violate le sante leggi, lo abbandonò al suo peccato ed in esso miseramente lo lasciò morire; esempio terribile per tutti coloro che si abbandonano alla intemperanza de’ piaceri in questo mondo, e ai deliri della moderna filosofia. La sera del 26 fu tolto dalla sua prigione per ordine de’ suoi superiori, e fu trasportato al ponente della spianata di questa fortezza di S. Leo, ed ivi fu sepolto come un infedele, indegno dei suffragi di Santa Chiesa, a cui non aveva quell’infelice voluto mai credere”. Dato che era quasi impossibile fuggire e le condizioni di vita dei prigionieri disumane, la sua destinazione a bagno penale rimase fino al 1906. In seguito, sempre alle dipendenze dell’esercito, venne destinato a semplice caserma.

In questo borgo, vero e proprio museo a cielo aperto, ogni palazzo, chiesa o una singola opera d’arte ricordano un’epoca, una persona e il mantenerle in vita è un modo per prolungarne la presenza, per cui non è difficile immaginare di girare un vicolo e trovarsi a tu per tu con Federico di Montefeltro, Dante Alighieri o, ancora, san Francesco.

Raggiunta la centrale Piazza Dante, “umbilicus” romanico del borgo, nel quale è possibile ascoltare “lo stillare del tempo nel mistero dei paesi” del poeta Luzi, si trova il Palazzo dei Conti Severini Nardini, le cui stanze ospitarono un’ospite, che avrebbe rigenerato fin le sue fondamenta il Cristianesimo: san Francesco d’Assisi. Come raccontato dai Fioretti, l’8 maggio del 1213, san Francesco si trovava a San Leo in occasione dell’investitura di un cavaliere e, all’ombra di un olmo tenne una predica sui versi di una canzone del tempo, “tanto è il bene che io m’aspetto che ogni pena m’è diletto”, che sciolse l’animo di uno dei presenti, il nobile Orlando Cattani, il quale volle donargli un monte, passato alla storia come uno centri più importanti del francescanesimo. Il suo ricordo non venne meno nella popolazione, tanto che l’evento si è cristallizzato nello stemma civico di san Leo, che riproduce la figura di san Francesco: Partito d’argento, alla figura di san Francesco d’Assisi, in maestà e in atto di predicare sotto un olmo, il tutto al naturale e d’oro, all’aquila di nero bicipite, coronata di una corona all’antica. Motto: Vetusta Feretrana Civitas Invicta Sancti Leonis»

(D.R. 13 aprile 1902).

Nel periodo delle origini dell’episcopato leontino, la chiesa dedicata all’Assunta risulta una delle più antiche del comprensorio e portatrice ab origine della qualifica pievanile. Mostra un impianto basilicale romanico diviso in tre navate da sei colonne con capitelli corinzi del I – IV secolo d.C., elementi di reimpiego, provenienti da qualche edificio romano non lontano. Vi si accede attraverso due portali con arco a tutto sesto, posti ai lati e sormontati da una loggetta cieca.

Purtroppo, alcuni restauri effettuati negli anni Trenta del ‘900 hanno cancellato per sempre gli ultimi lacerti di affreschi, che ricoprivano le pareti interne. Il presbiterio, posto sopra la cripta, custodisce il ciborio del tardo IX secolo, dedicato dal duca Orso alla Vergine:

AD HONORE (M) D (OMI) NOSTRI IH (ES) U XP (IST) I ET S (AN) C (T) E D (E) I IENETRICIS SE (M) P (ER)/QUE VIRGINIS MARIE. ECO QUIDEM URSUS PECCATOR/DUX IUSSIT ROGO VOS OM(NE) S QUI HUNC LEGITIS ORATE P(RO) ME/TEMPORIBUS DOM(I) NO IOH(ANNIS) P (A) P (E) ET KAROLI TERTIO IMP (ERATORIS) IND(ICTIONE) XV/.

Accanto fa bella figura di sé il Palazzo Mediceo. L’edificio è stato ristrutturato agli inizi del ‘600 dai Della Rovere, su un preesistente corpo di fabbrica cinquecentesco su commissione della Repubblica Fiorentina, per insediarvi il governatore di San Leo e dell’intero Montefeltro.

La facciata principale è dominata da cornicioni in pietra modanata e da un portale a tutto sesto, incorniciato da una ghiera in bugnato liscio. Attualmente l’edificio ospita l’Ufficio Turistico al piano terreno, mentre al piano superiore trova posto il Museo d’Arte Sacra.

Pochi passi e ci accoglie il duomo. La chiesa dedicata a santo Leone è il cuore della fede leontina. Sede vescovile fin dalla sua prima costruzione, avvenuta nel VII secolo, l’edificio presenta un impianto a croce latina, affiancata da due navate minori. Il presbiterio, edificato sopra la cripta, custodiva il corpo del santo.

Vicino si trova la Torre Civica, edificata intorno all’XI secolo. Presenta una struttura quadrata, che nasconde al suo interno una pianta circolare, forse indizio di una torre più antica. Qui, gli ecclesiastici e i maggiorenti laici trovavano rifugio nei periodi di pericoli.

Il borgo e il suo seducente impianto di palazzi, chiese, case, vicoli e scalinate costituiscono senza ombra di dubbio una parte essenziale dell’immaginario sulla bellezza delle terre italiane, dove, rubando le parole di Paul Morand, si può “prendersi il proprio tempo”, viaggiando a ritroso nel tempo alla scoperta dei luoghi autentici e delle tradizioni del passato, aiutati dagli stessi leontini, desiderosi di far conoscere quanto di bello vivono quotidianamente.  Nel corso di un’intervista, Umberto Eco, divenuto cittadino onorario di San Leo nel giugno del 2011, si trovò a definire la capitale del Montefeltro “una rocca e due chiese: la città più bella d’Italia”.

19 commenti su “San Leo, “una rocca e due chiese: la città più bella d’Italia”

  1. ben tornato con i tuoi formidabili articoli sulle meraviglie d’Italia.
    Bellissime immagini che ci accompagnano nel tour virtuale di questo paese reso famoso da Cagliostro.
    Interessanti notizie a corredo delle immagini.
    Buona serata

    Piace a 2 people

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: