Campo dei Santissimi Giovanni e Paolo. Il sogno del doge Jacopo Tiepolo

Bene o male a tutti quanti noi, veneziani o foresti, basta un semplice colpo d’occhio per riconoscere Piazza San Marco, sforzo tra i più semplici se pensiamo alla sua caratteristica struttura fisica e al profilo del panorama, definito da tutta una serie di edifici, dove fastosità e magnificenza coesistono armoniosamente con l’ambiente circostante. Quale edificio potrebbe illustrare l’imponenza della Piazza meglio della basilica, l’antica cappella del doge dedicata all’Evangelista? Chissà poi quante volte ci siamo proposti di esplorare la città lagunare, non sapendo dove andare e in che cosa ci saremmo imbattuti. Non c’è nulla di meglio che percorrerla alla cieca, facendoci guidare dai nostri sensi. In ogni momento della giornata, la città sa regalare struggenti sensazioni di calore, passione e amore romantico: il sospiro della città. Non a caso, qualcuno arrivò a titolare un volume di qualche tempo fa “Perdersi a Venezia”. Titolo più che mai azzeccato, senza dubbio; d’altra parte, gli autori possiedono la rara intimità con la città per riconoscervi tutte le sue anime. Così, alla fine, sappiamo destreggiarci tra campi e campielli, che accudiscono monumenti superbi e chiese da mozzare il fiato, come San Zaccaria, che si erge maestosa con le sue storie e leggende nel sestiere di Castello, ritenendoli, a ragione, cuori pulsanti della città, grandi o piccoli che siano. Tra questi vi è un luogo di grande rilevanza per la storia e la memoria, all’interno del quale gli animi più sensibili possono immergersi nell’atmosfera irreale e sentire l’eco del passato e delle persone che là hanno calpestato le pietre in cotto o i più robusti “masegni” in trachite nel corso dei secoli. Il luogo è il Campo dei Santi Giovanni e Paolo, il “Campo delle maraveje”, così definito da molti e, giustamente, dedicato ai due fratelli romani, martiri nel 363 d.C., durante la persecuzione di Giuliano l’Apostata. A dirla tutta, molti lo hanno attraversato per motivi ben diversi dall’amore verso l’arte e la storia. Lo sa bene anche lo scrivente. Infatti, qui si trova la struttura ospedaliera cittadina, anch’essa intitolata ai due testimoni della fede cristiana, dove, malgrado l’hub di Mestre, sopravvivono delle eccellenze, quali ad esempio l’Utic e il reparto di Cardiologia con il suo staff decisamente fuori dal comune, per la professionalità e l’empatia.

Comunque sia, il Campo si distende in uno spazio decisamente unico per l’immenso patrimonio storico, architettonico e artistico presente, che in buona parte si raccolgono nella chiesa omonima e negli edifici vicini, quali il Convento, l’Ospizio dei Mendicanti e la Scuola di San Marco, diventati dal 1819 sedi dell’attuale Ospedale Civile. Inoltre, l’interno della chiesa custodisce le spoglie di oltre un centinaio di personaggi noti, e meno noti, della Repubblica, tra i quali ben quindici dogi, tanto da spingere qualcuno a definirla il Pantheon veneziano, e non a torto.

La tradizione vuole che sia stata fondata nel XIII secolo, per l’interessamento della nobile famiglia Tiepolo. A quanto pare, nel bel mezzo di una notte d’estate del 1226, il sonno del doge Jacopo Tiepolo, fu scosso da un sogno. L’uomo, passato alla storia come pio e religioso, vide due bianche colombe incoronate da una croce d’oro e due angeli, che sovrastavano una cappella isolata, di modeste dimensioni, mentre risuonava nel cielo una voce, che proclamava: “Questo è il luogo che scelsi per i miei predicatori”. Al mattino, il ricordo del sogno perdurò al risveglio e ne fece parola al Senato, il quale pensò bene di donare ai frati domenicani il luogo della visione, una vasta area del sestiere di Castello in buona parte disabitato, se non per la presenza di un tempietto dedicato a San Daniele. Il panorama restante era una distesa di acqua e fango, regolata dall’influenza dell’astro lunare.

Domenico Robusti detto il Tintoretto, Jacopo Tiepolo, XVI secolo, Palazzo Ducale, Venezia

I domenicani si rimboccarono le maniche e presero a bonificare l’area, fino a toccare le attuali “Fondamenta Nove” e, intorno alla seconda metà del XIII secolo, avviarono la costruzione della chiesa, dando inizio ai lavori dal presbiterio. Dopo diverse pause più o meno lunghe, per lo più causate dalla mancanza di fondi e dall’imperversare delle epidemie, il vescovo di Ceneda, Antonio Contrario, provvide alla sua consacrazione nel 1430.

La chiesa, popolarmente conosciuta come “San Zanipolo”, si presenta come il frutto del fluire del tempo e si mostra come uno splendido esempio di gotico trecentesco, per quanto vi si inseriscono degli influssi protorinascimentali. La sua facciata si definisce di tipo conventuale, in cotto e rosone centrale, tripartita da due lesene, che trovano il coronamento nelle edicole marmoree, all’interno delle quali dominano le statue di San Tommaso d’acquino, San Domenico e San Pietro Martire, sovrastati nei pinnacoli da un’aquila (simbolo di San Giovanni), dalla raffigurazione dell’Eterno e dal leone di San Marco.

Nella parte inferiore della facciata, tra le arcate cieche trovano posto le arche funerarie del doge Marco Michiel, fondatore della chiesa di San Giovanni Evangelista (oggi dedicata a San Pietro Martire) a Murano, Marco Daniele Bon e dei dogi Jacopo e Lorenzo Tiepolo. Il portale è delineato da un disegno ad arcata ogivale, costituita da colonne singole e binate di marmo, provenienti dall’isola di Torcello. Sopra, nella lunetta, trovano posto i due santi titolari, mentre nell’architrave risaltano gli attributi iconologici di San Domenico: il giglio della purezza; la palma della vita eterna; la stella apparsa durante il suo battesimo e il cagnolino con la fiaccola ardente, simbolo della fedeltà all’ortodossia e di lotta all’eresia.

La pianta interna è a croce commissa e si dispiega su tre navate, già segnalate dalle lesene, attraverso dieci pilastri che sorreggono le arcate a sesto acuto e le volte a crociera. Con il transetto e le cinque cappelle absidali, il tempio raggiunge la lunghezza di poco superiore a centro metri e una larghezza massima del transetto di poco inferiore ai cinquanta metri.

John Ruskin, il grande professore di storia dell’arte a Oxford, mentre si appresta a compiere il suo viaggio tra le architetture sepolcrali lungo le pareti di Ss. Giovanni e Paolo, così esordisce: “Nel secolo XV nessuna forma d’arte è così rappresentativa del carattere nazionale di un popolo come quella che si rivela nelle tombe…Agli uomini del XIV secolo il sepolcro si presentava come un amico apportatore di riposo e di speranze; per gli uomini del secolo XV, invece, esso era lo spogliatore ed il vendicatore…Questo cambiamento nelle linee dei monumenti sepolcrali è comune a tutta l’Europa. Ma a Venezia, che per alcuni riguardi è il centro del Rinascimento, questo mutamento è espresso in circostanze straordinariamente favorevoli, perché noi ne possiamo ricavare le caratteristiche più spiccate” (J. Ruskin, Le Pietre di Venezia, 1987, pp. 298-299). Pertanto,

con in mano il volume dello studioso ottocentesco, che rimane sempre attuale, facciamo il nostro ingresso, dove sarà possibile osservare il cambiamento della concezione architettonica funeraria, dal sarcofago sopra la mensola a quello più recente, che vede il defunto disteso nel cataletto. L’impatto emozionale delle tre navate è davvero forte, da lasciare senza fiato. Lo sviluppo delle pareti è scandito dai monumenti funerari e dai numerosi complessi scultorei, che attorniano in un giro tondo della bellezza, l’altare maggiore, realizzato da Baldassarre Longhena e dal trentino Matteo Carneri nel 1638; e le dodici croci in bassorilievo che, stando a quanto il domenicano Jacopo da Varagine aveva lasciato scritto nella sua opera, avevano la capacità di lasciare fuori il demonio dalla chiesa e affermare il trionfo di Cristo.

Nel silenzio solenne, lo sguardo è ammaliato dalla controfacciata interamente ricoperta dai monumenti funerari della nobile famiglia dei Mocenigo. Al centro si trova il sepolcro di Alvise I Mocenigo, morto nel 1577, e di sua moglie, la colta Loredana Marcello. La quale, ricordata per i suoi studi di botanica e di storia, morì in giovane età e fu imbalsamata. Sopra la veste conventuale della Croce della Giudecca, le fu deposta una veste preziosa, del tutto ricamata da fili d’oro.

A sinistra, il Mausoleo di Pietro Mocenigo, doge e “Capitano do Mar”. Il monumento rompe con gli schemi del passato, per la sua innovativa rispondenza artistica e iconologica. Esso è fiancheggiato da sei nicchie occupate da sei militi romani in lorica, forse generali. Il sarcofago, retto da tre figure, è tripartito dalla presenza di rilievi scultorei. Nel centro del sarcofago compare un’iscrizione latina, che reca la scritta “Ex hostium manubiis” (dalle spoglie del nemico). Il valore militare del defunto è rimarcato ai lati con le immagini delle sue imprese più famose, mentre nella parte inferiore si osservano “Ercole e il leone Nemeo” e “Ercole contro l’Idra”.

Lo stile, debitore di influssi rinascimentali fiorentini, presenta numerose novità. Come è una novità la posa del doge, colto non nella consueta posizione supina, ma eretta, da persona risorta dalla morte.

A destra, invece, si trova la tomba di Giovanni Mocenigo, morto di peste nel 1485. Inizialmente fu sepolto nel vicino sepolcro dello zio Pietro; solo nel 1522 le sue spoglie furono deposte nell’attuale arca.

Sul pavimento, di fronte, vi sono le lastre tombali di Alvise I, Alvise III Sebastiano e Alvise IV Giovanni Mocenigo.

Da qui si arriva al sarcofago del doge Rainieri Zen, morto nel 1268. Il fronte presenta delle ascendenze stilistiche bizantine con le decorazioni del Cristo seduto sul trono con due angeli ai fianchi. Si supera l’altare rinascimentale con la tela della Madonna con Bambino e santi,

e si raggiunge il mausoleo di Marcantonio Bragadin, l’eroico governatore della città fortezza di Famagosta (oggi Gazimağusa) a Cipro, che, dopo mesi di assedio, nell’agosto del 1571 si trovò nelle condizioni di cedere le armi all’armata turca al comando di Lala Kara Mustafa Pascià. Dopo la resa, il nobile veneziano e i suoi cinquecento soldati furono massacrati. Al Bragadin mozzarono le orecchie e il naso. Lo trascinarono per le vie della città carico di pietre. Alla fine, venne denudato e scorticato vivo e le sue membra distribuite all’esercito. La sua pelle fu imbottita di paglia e ricucita, dandogli una parvenza di un essere umano. Il simulacro fu legato alla sella di una mucca, che fu trascinata in città. In seguito, fu portato a Istanbul e collocato all’interno dell’arsenale, dove un prigioniero cristiano, il veronese Girolamo Polidoro, riuscì a sottrarla, prima di scappare dalla schiavitù. I resti, oggi, sono custoditi nell’urna del monumento, attribuito a Vincenzo Scamozzi, come se fossero delle vere e proprie reliquie.

Quindi l’altare al domenicano spagnolo San Vincenzo Ferrer, abbellito dal polittico realizzato da Giovanni Bellini intorno al 1465. La cornice dorata racchiude l’Angelo Annunziante; Cristo morto sorretto da due angeli; Maria Annunziata; San Cristoforo; San Vincenzo Ferrer in estasi; e San Sebastiano; completano i cinque episodi della vita di San Vincenzo Ferrer. Sotto il ciclo pittorico trovano collocazione le spoglie del beato Tommaso Caffarini, confidente di Santa Caterina da Siena.

In seguito, il monumento, con il busto sopra l’urna e due sculture tra le due colonne, del senatore e grande oratore Luigi (Alvise) Michel, morto nel 1589.

Pochi passi e si raggiunge la barocca Cappella del Beato Giacomo Salomoni (la gotica del Nome di Gesù) dedicata all’asceta e mistico Frà Giacomo Salomoni, dell’ordine dei frati predicatori. Invocato come intercessore per la guarigione dai mali incurabili, i suoi resti furono traslati da Forlì e nel 1939 posti nell’altare della cappella a lui dedicata. Il soffitto è un florilegio di dipinti di Giovanni battista Lorenzetti. Nel centro risalta il Gesù Bambino, ai lati il Cristo Salvatore e le sue tre personificazioni: Filius Josedec, Nave e Filius Sirach. Lungo le pareti sono collocate delle sculture, raffiguranti Elia e Daniele, Zaccaria e David. Notevoli le pale del fiammingo Pietro Mera, nelle quali sono ritratti il Battesimo di Cristo, la Circoncisione di Cristo.  Sull’altare, invece, è collocata la pala di Pietro Liberi (1650) con rappresentati la Maddalena e San Luigi di Tolosa ai piedi del crocifisso.

Davanti, si trova la lastra sepolcrale del primicerio di San Marco, il nobile Alvise Diedo, morto alla fine del XV secolo.

Accanto, l’oratorio dedicato a San Filippo Neri, impreziosito da dipinti di Gregorio Lazzarini.

Alla fine della navata destra il complesso funerario della famiglia Valier, commissionato dalla dogaressa Elisabetta Querini, morta nel 1708. Il monumento, realizzato da Andrea Tirelli su disegni di Antonio Gasperi, prende movimento nel padiglione di marmo giallo, delimitato tra quattro colonne corinzie, con le sculture che raffigurano i dogi Bertuccio, Silvestro e di sua moglie Elisabetta. Nel piedistallo vi sono raffigurate le sette virtù, attraverso sette bassorilievi: la “Benevolenza”, la Carità”, la “Costanza”, il “Tempo”, il “Valore”, la “Mitezza” e, infine, la “Vittoria”, realizzate da Pietro Baratta, Giovanni Bonazza e Antonio Tarsia. L’ultimo bassorilievo rappresenta una chiara allusione alla battaglia vittoriosa ai Dardanelli, conseguita dalla flotta veneta il 26 giugno 1656.

Sotto la statua di Bertuccio si legge:

BERTVCIVS VALERIVS DVX PRVDENTIA

ET FACONDIA

MAGNVS HELLESPONTIACA VICTORIA MAIOR

PRINCIPE

FILIO MAXIMVS OBYT ANNO MDCLVIII

Sotto Il doge Silvestro:

SILVESTER VALERIVS BERTVCII FILIVS

PRINCIPATVM

AEMVLATIONE PATRIS MERVIT MAGNIFICENTIA

ORNAVIT SYRMENSI PACE MVNIVIT

OBIIT ANNI MDCC

Infine, sotto la dogaressa:

ELISABETH QVIRINA SILVESTRI CONIVX ROMANA

VIRTVTE VENETA PIETATE ET DVCALI CORONA INSIGNIS OBIIT MDCCVIII

Attraversato il varco, sotto il monumento funerario, si accede alla Cappella della Madonna della Pace, in precedenza dedicata a San Giacinto. La volta è abbellita dagli stucchi di Ottavio Ridolfi, mentre i quattro medaglioni sono di Jacopo Palma il Giovane, che illustrano le allegorie delle virtù possedute da San Giacinto. Ai lati due grandi dipinti. A destra la tela di Antonio Vassilacchi con rappresentata la “Flagellazione”, mentre a sinistra vi è il “Giacinto passa miracolosamente un fiume” di leandro Bassano. Nel vestibolo della cappella venne posto il sarcofago del doge Marin Faliero con la testa mozzata fra le gambe per il suo celebre tradimento. Quando la cappella fu oggetto di restauro nell’Ottocento il sarcofago fu aperto e, in effetti, il corpo ritrovato si presentava in queste condizioni. Il sarcofago fu portato al Museo Correr, mentre le ossa sono state portate nell’isola ossario di Sant’Ariano.

Alla fine della navata, si ammira la cappella di San Domenico, realizzata da Andrea Tirali nel 1690. Le pareti sono decorate da sei bassorilievi, che raffigurano la vita del santo. Cinque sono in bronzo e sono attribuiti a Giuseppe Maria Mazza, il sesto, in legno, è di Giobatta della Meduna. Sul soffitto vi è la tela, che raffigura la Gloria di San Domenico del 1725 di Giovanni battista Piazzetta, quando quattro pennacchi laterali contengono quattro tondi con le allegorie della Religione, della Mansuetudine, della Fortezza e della Giustizia.

Poco in là il piccolo altare dedicato a Santa Caterina da Siena, dove nel 1961 è stata deposta la reliquia del piede della Santa.

Sul transetto destro si trovano i monumenti funerari di Nicolò Orsini, Frà Leonardo da Prato e di Dionigi Naldi, condottieri veneziani, caduti durante il conflitto con la Lega di Cambrai. Queste furono le prime tombe erette a spese della Serenissima in segno di gratitudine per la lealtà con cui avevano combattuto in nome della Repubblica. Sulle pareti sono inserite l’Incoronazione della Vergine della scuola di Giambattista Cima, la Elemosina di Lorenzo Lotto e il Cristo fra gli Apostoli Pietro e Andrea di Rocco Marconi.

Monumento funebre di Nicolò Orsini
Lorenzo Lotto, Elemosina
Incoronazione della Vergine. Scuola di Giambattista Cima

Sulla parete di fondo della crociera, si svela la vetrata, il grande finestrone in stile gotico, alto ben 17 metri e largo sette metri e mezzo. Il capolavoro è stato realizzato nel 1510 dal maestro vetraio Giannantonio Licinio da Lodi sui cartoni di Bartolomeo Vivarini, pittore del primo rinascimento veneziano. Il maestro muranese pose mano anche alle immagini, mentre Cima da Conegliano sarebbe l’artefice della Madonna e dei Santi Giovanni Battista e Pietro; per ultimo, la parte inferiore fu fatta da Girolamo Mocetto. La vetrata possiede un suo certo che, difficile da definire subito. Di certo, è un richiamo mistico, non solo per gli uomini del passato, ma anche per chi vive nella quotidianità come la nostra. Gli spazi interni e gli elementi architettonici divengono fluidi, quasi immateriali. La luce, con il trascorrere delle ore, cambia toni e colori che rievocano quanto affermava il duecentesco Pierre de Roissy: “…le finestre dipinte sono delle scritture divine, perché spandono la luce del vero sole all’interno della chiesa, vale a dire nei cuori dei fedeli, illuminandoli al tempo stesso”. Il tema della trama narrativa è la rivelazione di Dio nella storia. L’ossatura del racconto biblico si dipana dall’alto verso il basso e il principio s’identifica con l’atto della Creazione, attuata da Dio con la presenza dello Spirito Santo, raffigurato sotto l’iconica forma della colomba. Procedendo nella lettura, l’arcangelo Gabriele rivela l’imminente avvento del messia, come annunciato da Mosè e da Davide. La narrazione prosegue con la Vergine Maria con in braccio il Bambino, additato da Giovanni Battista come Figlio di Dio. I quadri inferiori ritraggono gli Evangelisti e i quattro dottori della Chiesa occidentale: Agostino, Ambrogio, Girolamo e Gregorio. Quindi è la volta dei santi Domenico, Vincenzo Ferrer, Pietro da Verona e Tommaso d’Aquino. L’intreccio si conclude con San Giorgio e San Teodoro, due patroni della città lagunare, effigiati con la panoplia militare; e i due titolari della chiesa.

Sul lato destro del presbiterio si apre la Cappella del Crocifisso, dove la Confraternita di San Girolamo e dell’Assunta si riuniva. Il colore nero della pietra dell’altare, opera di Alessandro Vittoria, rimanda agli uffici di assistenza spirituale ai condannati a morte. Come sono del Vittoria le due statue, la Vergine e San Giovanni Evangelista, poste al di sotto del Crocifisso di Francesco Cavrioli.

Poco più avanti, sulla parete, si trova la tomba di Edward duca di Windsor, ambasciatore inglese, morto nel 1574.

Poco in là il sarcofago della seconda metà del XIV secolo, che dovrebbe custodire i resti di Paolo Loredan, anche se nulla lo indichi con certezza.

Quindi la Cappella della Maddalena, per la scultura della Santa, che però fu qui posta nell’Ottocento, provenendo dalla Chiesa dei Servi. Sulla parete è collocato dal 1921 il monumento funerario di Vettor Pisani, l’ammiraglio vittorioso nella Guerra di Chioggia contro i Genovesi nel 1380. In origine il monumento si trovava nella chiesa soppressa di Sant’Antonio a Castello. Vicino il monumento al pittore Melchiorre Lanza con la statua di Melchior Barthel, conosciuta come la statua “della donna vanitosa”, che, guardandosi allo specchio, vede specchiarsi l’immagine della morte.

Sempre sulla parete destra si trova il sepolcro del doge Michele Morosini, morto di peste nell’ottobre 1382, morto dopo soli quattro mesi di dogado. Commissionato dalla moglie, il monumento lo raffigura in abiti dogali, disteso sul letto funebre. Due angeli tendono le stoffe del baldacchino, quando due statue di diaconi sembrano vegliare sul defunto. Sulla lunetta musiva sono raffigurati, sia il doge che la moglie, colti nell’atto di pregare.

Monumento a Vettore Pisani
Urna pensile di Marco Giustiniani
Monumento funebre di Melchiorre Lanza
Melchior Barthel, Melanconia
Altare della Maddalena
Altare maggiore
Sepolcro del doge Michele Morosini

Di seguito, il monumento di Leonardo Loredan, il doge delle guerre contro i Francesi, l’Impero e i Turchi. Il fastoso sepolcro, realizzato nel 1571-1572, fu realizzato dallo scultore e architetto Girolamo Grapiglia. Le statue presenti, che raffigurano Venezia, la Lega di Cambrai, la Pace, l’Abbondanza sono di Daniele Cattaneo e alludono alla riconquista della terraferma da parte di Venezia, dopo la sconfitta di Agnadello del 1509.

La sepoltura di alcune suore del terzo Ordine Domenicano, anticipano lo splendido mausoleo del doge Andrea Vendramin, morto nel 1478. L’impaginato architettonico è alquanto complesso e classicheggiante, come classicheggianti sono i richiami all’architettura con l’Arco di Augusto a Rimini e il più tardo Arco di Costantino a Roma. Non mancano evocazioni iconografiche allegoriche, quali quelle provenienti dall’Hypnerotomachia Poliphili, il celebre romanzo misteriosofico, stampato a Venezia da Aldo Manuzio nel 1499 e attribuito a Francesco Colonna, frate domenicano a Ss. Giovanni e Paolo. Il doge è raffigurato disteso sul catafalco con le mani sul petto. L’urna è decorata dai rilievi delle tre virtù teologali e dalle quattro virtù cardinali, mentre sulle nicchie laterali si vedono altre sculture, che hanno sostituito le originarie di Adamo ed Eva, metafore dell’inizio e fine dell’umanità. La lunetta è completata con il bassorilievo che raffigura il doge mentre viene presentato alla Vergine per intercessione di San Marco.

Subito dopo, il monumento di Marco Corner, eletto doge il 22 luglio 1365, alla ragguardevole età di ottant’anni, trascorsi in buona parte tra importanti incarichi militari e diplomatici. Il sarcofago, di pietra d’Istria, regge la scultura del doge con la spada. Sopra il catafalco trovano spazio cinque edicole, impreziosite dalle sculture della Vergine con bambino, di San Pietro, di San Paolo e due angeli.

Mausoleo del doge Andrea Vendramin

Lasciato alle spalle il presbiterio, si segnalano la Cappella della Trinità e quella di San Pio V. La prima possiede un importante corredo pittorico. Innanzitutto, la pala dell’altare, che dà il nome alla Cappella, raffigura la Trinità, la Vergine, gli apostoli e San Domenico. Sulla parete, invece, si staglia l’Incredulità di San Tommaso. Ambedue i dipinti sono della mano di Leandro Bassano. Completano i dipinti di Giuseppe Porta detto il Salviati, che raffigurano la “Crocifissione”, il “Risorto con gli apostoli Jacopo, Tommaso, Filippo e Matteo”; e la tela del romano Lorenzo Gramiccia con tema la “Madonna del Rosario”.

Leandro Bassano, Incredulità di San Tommaso
Lorenzo Gramiccia, Madonna del Rosario

 Avanti ancora e si raggiunge la Cappella Cavalli o di San Pio V. All’interno è collocata l’urna del comandante Jacopo Cavalli, morto nel 1385, dietro alla quale si osserva un affresco raffigurante la Guerra di Chioggia, opera di Lorenzino di Tiziano; e il monumento del doge Giovanni Dolfin, morto nel 1361, decorato ulteriormente con la tela di Giuseppe Heintz con il Miracolo della mula di Sant’Antonio da Padova, risalente al 1670.

Accanto al grande orologio a ventiquattro ore dell’inizio del XVI secolo, posto sul portale della Cappella del Rosario, è collocato il mausoleo voluto da Nicolò Venier per suo padre, il doge Antonio Venier, morto di tristezza per le pene del figlio o, stando alle cronache, per i contrasti tra la nobiltà veneziana. Il monumento contiene spoglie non solo della coppia dogale, ma anche del figlio Nicolò e della nuora Petronilla de Tocco e della nipote Orsola.

Poco più in là, la statua bronzea del doge Sebastiano Venier, l’ammiraglio veneziano della celebre battaglia di Lepanto. La scultura è di recente fattura ed è stata realizzata da Antonio del Zotto nel 1907, allorché si spostarono i resti dell’ammiraglio dalla chiesa di Santa Maria degli Angeli a Murano. Sempre sul transetto si trova la statua equestre del condottiero Leonardo da Prato, Cavaliere di Rodi e Balivo di Venosa, morto nel marzo del 1511 e sepolto con tutti gli onori militari.

Urna di Jacopo Cavalli
Giuseppe Heintz, Miracolo della mula di Sant’Antonio da Padova. – Monumento funebre del doge Giovanni Dolfin
Monumento funebre del senatore Marino Cavalli
Statua del doge Sebastiano Venier
Statua equestre di Leonardo da Prato

Dopo di che si apre la Cappella del Rosario, realizzata da Alessandro Vittoria nel 1582, per celebrare la vittoria di Lepanto, avvenuta il 7 ottobre 1571, ricorrenza della Madonna del Rosario, sulle fondamenta di una precedente cappella del Trecento dedicata a san Domenico. Attraversato il varco del portale dell’orologio, vi si accede nella navata rettangolare con presbiterio. Un terribile incendio, avvenuto nell’agosto del 1867, la distrusse quasi interamente, mandando in fumo opere inestimabili, come la “Crocefissione” di Jacopo Tintoretto o i dossali lignei dello scultore bellunese Andrea Brustolon. Nel 1932, il soffitto della Cappella venne decorato e abbellito con tre tele di Paolo Veronese: L’Annunciazione, l’Assunzione e l’Adorazione dei pastori. Il ciclo pittorico proveniva dalla chiesa dell’Umiltà alle Zattere, soppressa con decreto napoleonico nel 1806. Le pareti laterali si presentano con dossali di legno, lavorati da Giacomo Piazzetta nel 1698, e, quasi timorosi alla vista, si scorgono i relitti delle sculture di Alessandro Vittoria (San Domenico, Santa Giustina) e di Gerolamo Campagna (San Tommaso d’Aquino e Santa Rosa). La decorazione delle pareti è completata da tele di rilievo, in parte provenienti dalle Gallerie dell’Accademia. Si segnalano, tra le molte, Gesù e la Veronica di Carletto Caliari; il Martirio di Santa Cristina di Sante Peranda e la Natività di Paolo Veronese. L’altare è sovrastato da un tabernacolo, che custodisce la statura della Madonna del Rosario, realizzata nel 1914 da Giovanni Dureghello.

Nella navata di sinistra, in prossimità dell’organo, costruito nel 1912 da Beniamino Zanin, è possibile scorgere la lapide commemorativa con la data di consacrazione della chiesa. Più avanti, il sito originario della sepoltura dell’artista Jacopo Negretti, conosciuto come Palma il Giovane, morto “oppresso dal catarro” nell’ottobre 1628. Oggi, il ricordo dell’artista viene commemorato più avanti con un busto, assieme a quello dello zio Palma il Vecchio e a quello di Tiziano, posizionati in prossimità della sacrestia. Oltre, si raggiungono i monumenti funerari del doge Pasquale Malipiero, morto nel 1462, e del doge Michele Steno, passato a miglior vita nel 1413, i cui resti erano, in origine, preservati nella chiesa dedicata a Santa Marina, soppressa il 18 settembre 1810 e demolita dieci anni dopo. In seguito, segue la tomba del letterato Alvise Trevisan, morto nel 1528. Lo Steno passò alle cronache per aver più volte osteggiato e dileggiato il doge Marino Falier. Il 20 novembre 1354 fu condannato per aver scritto in una sala di rappresentanza dogale «multa enormia verba loquentia in vituperium domini ducis et eius nepotis» (Appendici, in Lazzarini, 1963, doc. II, p. 259). Il giochetto costò al nobile Steno un mese di detenzione nelle carceri di palazzo ducale. Non contento fu l’artefice, almeno così si raccontò, della chiacchera maligna sulla moglie del doge: «Marin Falier de la bela moier, altri la galde e lui la mantien».

Sopra quest’ultimi due monumenti, è stato collocato l’urna di Giambattista Bonzio, deceduto nel 1508, dopo aver ricoperto l’incarico di Podestà e Capitano di Rovigo.

Bartolomeo Vivarini, Trittico di San Zanipolo
Beniamino Zanin, Organo
Monumento ai pittori
Monumento funerario del doge Pasquale Malipiero
In alto, Pietro Paolo Stella, monumento a Giambattista Bonzio; a destra, Monumento al doge Michele Steno con il San Tommaso d’Aquino di Pietro paolo Stella; a sinistra, monumento di Alvise Trevisan con San Pietro martire di Antonio Lombardo

Il successivo monumento è quello equestre del condottiero genovese Pompeo Giustiniani, passato alla storia come “Braccio di Ferro”, per la protesi al braccio destro, perso a causa di una palla da cannone durante il terribile assedio di Ostenda, città portuale belga. Morto nel corso dell’assedio di Gorizia nel 1616, fu seppellito in chiesa alla presenza del doge e dei maggiorenti della città. La scultura equestre fu realizzata tra il 1616 e il 1620 ed è sovrastata dal leone marciano, fiancheggiato dalle virtù della forza e della prudenza.

Vicino il monumento del doge Tommaso Mocenigo. Il sepolcro raffigura il doge, morto nel 1423, disteso nel baldacchino, quando due angeli sorreggono un velo sulla scena, sulla quale insiste lo stemma della famiglia, a sua volta sovrastato dalla statua della giustizia.

Il monumento successivo è quello del doge Nicolò Marcello, morto nel 1474, dove è raffigurato con Dio Benedicente e quattro Virtù. Accanto, la statua equestre barocca di Orazio Baglione, divenuto nel 1617 generale della fanteria veneta impegnata contro gli Uscocchi. Morto nello stesso anno a Gradisca d’Isonzo, il Senato gli eresse il monumento.

Alla fine della navata, il sepolcro degli eroi risorgimentali Attilio ed Emilio Bandiera, uccisi nel 1844 nei pressi di Cosenza assieme al patriota Domenico Moro. Seguono le tombe del comandante austriaco Gabriele di Chasteller, morto nel 1825, e del Capitano da Mar Girolamo Canal, morto nel 1535.

Pietro Lamberti e Giovanni di Martino da Fiesole, Monumento funerario di Tommaso Mocenigo
Pietro e Tullio Lombardo, Monumento funebre del doge Nicolò Marcello
Johann Carl Loth, Martirio di San Pietro da Verona
Statua equestre di Orazio Baglione
monumento funebre di Gabriele di Chasteller
Monumento funebre di Girolamo Canal

Merita un cenno anche la sacrestia, all’interno della quale si trovano numerosi dipinti, eseguiti per lo più a partire dal Quattrocento fino al Seicento. Tutti hanno come soggetto San Domenico, i santi domenicani e gli episodi eclatanti dell’Ordine. Tra i molti si ricordano il Cristo portacroce di Alvise Vivarini, il Crocifisso adorato da santi domenicani di Jacopo Palma il Giovane e il San Giovanni e San Paolo di Pietro Mera. 

A lato, sorge un edificio che rappresenta una delle più belle espressioni dell’arte rinascimentale veneziana: la Scuola Granda di San Marco.

Nel corso del Medioevo a Venezia si erano costituite delle confraternite nell’ambito delle comunità parrocchiali, dando vita alle espressioni delle categorie di lavoratori e devozionali, come quella dei Battuti, che si contraddistingueva per la pratica della flagellazione.

Il vocabolo Scuola, derivato dal greco “scholé”, designava in origine un’assemblea con finalità prettamente spirituali. I sodali appartenevano al vivace ceto borghese, dedito al commercio, alle professioni libere, alle arti e alle lettere.

Sul finire del Quattrocento, il Senato veneziano mise mano alla riorganizzazione delle Scuole, numerosissime in città, riordinandole in due gruppi: Grandi e Piccole. Alle prime furono ascritte quelle dei Battuti, alle seconde, invece, vennero poste tutte le altre. Le scuole Grandi erano sei e ciascuna aveva un proprio statuto, conosciuto sotto il nome di Mariegola.

La fondazione dell’originaria Scuola di San Marco riportava al 1260, alla Scuola dei Battuti, che aveva come sede la chiesa antichissima, oggi scomparsa, della Santa Croce, ubicata pressappoco negli attuali Giardini Papadopoli, a pochi passi dall’odierno Piazzale Roma, il terminal automobilistico veneziano. Assunto il nome dell’Evangelista, la Scuola ottenne dai Domenicani la facoltà di erigere la nuova sede, proprio di fianco al convento.

Basato sul progetto di Matteo e Stefano Bon, celebri architetti dell’epoca, l’edificio prese forma in poco tempo, ma il 31 marzo 1485 un furibondo incendio lo distrusse quasi del tutto. Le cronache del periodo riportarono che l’origine della tragedia fosse da imputare alle candele dell’altare principale della Sala Capitolare, lasciate accidentalmente accese.  Per nulla sconfortati dal disastro, i sodali si rimboccarono le maniche e aprirono per bene i loro portafogli. La nuova sede fu ricostruita in pochissimo tempo. La sua facciata divenne un bailamme di marmi pregiati e superbe sculture, un favoloso biglietto da visita della Scuola, che non badò alle spese.

Sull’architrave del portone sono presenti dei graffiti, lacerti di un tempo che fu. Alcuni di questi si limitano a dei semplici schizzi di nessuna importanza o frasi d’incerta grafia; altri raffigurano dei disegni, ricordi di qualcuno che lasciò il cuore sulle onde di chissà quale mare. A proposito di cuore. Tra i graffiti ve ne uno, che dovrebbe essere una testimonianza di un atto efferato fatto di sangue, avvenuto agli inizi del XVI secolo, compiuto da un ragazzo che di buon cuore ne aveva decisamente poco…

La storia, quella che si raccontava tra le calli o nelle osterie, tra un’ombra e l’altra, portava avanti il ricordo di uno scalpellino di Nome Francesco Pizzigani, Cesco per gli amici, che aveva perso ogni suo bene nel vano tentativo di salvare sua moglie da un brutto male. Cesco trascorreva ora tutte le sue giornate dinanzi all’ingresso della Scuola, sperando di trovare qualche anima pia che gli facesse la carità. Un giorno, i suoi occhi furono testimoni di un evento a dir poco raccapricciante.  Là vicino, abitava una povera ma onesta donna, che anni addietro aveva messo al mondo un figlio con un mercante levantino, di casa nell’isola della Giudecca. Il bimbo crebbe con il padre e, divenendo grande, assunse tutti i suoi costumi, tanto che aveva preso l’abitudine di vestirsi alla turca. Ogni tanto faceva visita alla madre, ma non erano baci ed abbracci. Scaricava sulla donna tutta la rabbia e la frustrazione, che albergavano in lui. La incolpava di aver dato alla luce una creatura metà levantina e metà veneziana, sdegnata da ambedue le genti. Nel corso dell’ennesima e violenta lite, il giovane prese un coltello e trafisse la madre senza pietà alcuna. Folle di rabbia, gli strappò il cuore ancora pulsante e corse fuori, raggiungendo il ponte del Cavallo, così chiamato per la vicinanza con una statua equestre. Quando fu sopra, mise un piede in fallo e cadde a terra. Una voce si fece sentire. Il ragazzo la riconobbe subito. Era quella di sua madre, proveniva dal cuore, che gli chiedeva se si fosse fatto male, cadendo…Si sa, cuore di mamma…Attanagliato dal rimorso o, forse, dalla paura, il giovane assassino corse a perdifiato verso la laguna, dove sparì annegando. Il terribile fatto di cronaca nera fu impressa nella pietra della Scuola, dove si vede un giovane con turbante alla testa e un cuore nella mano sinistra.

L’attuale edificio con la sua strepitosa facciata sono il frutto della sapiente direzione di Pietro Lombardo, che, in compagnia dei figli Antonio e Tullio, intrapresero la ricostruzione, finendola nel 1490; quando nel 1494 fu chiamato l’architetto bergamasco Mauro Codussi per concludere il lavoro della facciata, realizzandovi anche lo spettacolare scalone interno.

Il portale è affiancato da colonne con plinti ed è sormontato da una lunetta, che racchiude l’altorilievo raffigurante San Marco tra i confratelli, scolpito da Giovanni Bon nel 1445. Al di sopra, la Carità, attribuita sempre al Bon, coronamento del protiro. Nella parte inferiore trovano posto due leoni marciani e la rappresentazione di due episodi della biografia di San Marco: Il Battesimo di Sant’Aniano e la Guarigione di Sant’Aniano. Uno dei due leoni è una copia ottocentesca, che sostituisce l’originale andato in mille pezzi durante l’occupazione francese.

L’interno si apre con il solenne andito, caratterizzato da dieci piedistalli con colonne in doppia fila e dai portali, che conducono allo scalone di accesso della Sala del Capitolo. La quale conteneva i cicli delle Storie di San Marco, ora conservati in parte alle Gallerie dell’Accademia. Tra questi I Santi Marco, Giorgio e Nicola salvano Venezia dalla tempesta di Jacopo Palma il Vecchio; La guarigione di Aniano e il Battesimo di Aniano di Giovanni Mansueti; la predica di San Marco di Gentile Bellini; il martirio di San Marco di Giovanni Bellini; e il Pescatore consegna l’anello al Doge di Paris Bordon.

Al primo piano, nella Sala Capitolare e nella Sala dell’Albergo, è ancora possibile ammirare il soffitto intagliato e dorato, eseguito nel 1495 da Pietro e Biagio da Faenza, mentre le pareti sono decorate da tele, vere e proprie superstiti del saccheggio napoleonico e austriaco. Tra queste vi è il Cristo in gloria con San Marco, Pietro e Paolo di Palma il Giovane o le quattro di Domenico Tintoretto, che raffigurano episodi della vita dell’Evangelista.

Il fondo librario qui custodito è importante, quasi un unicum e deriva in parte dalla biblioteca del Convento domenicano. Vi sono raccolti oltre ottomila volumi, molti dei quali rarissimi, come il volume di Girolamo Fracastoro, il padre della moderna patologia, il Variarum Lectionem di Mercuriale; oppure il canone di Avicenna.

Il Campo sul quale si affacciano la Scuola Granda e la chiesa è un grande libro aperto, e non solo di storia dell’architettura o dell’arte. Ogni singolo monumento rappresenta un capitolo denso di avvenimenti di vita vissuta, sconosciuta ai più, come la pavimentazione del 1682 della piazzetta; oppure la collocazione della vera da pozzo, proveniente da Palazzo Corner di San Maurizio; ancora, il bassorilievo di Giusto le Court, raffigurante l’Annunciazione, collocato sopra la porta di un’abitazione. Nel Campo, di fronte alla Scuola Granda si erge maestoso il monumento equestre del capitano di ventura bergamasco Bartolomeo Colleoni. La statua venne commissionata allo scultore e pittore Andrea Cioni detto il Verrocchio, che realizzò il modello a Firenze e lo portò a Venezia. Lo scultore fiorentino, maestro di Leonardo da Vinci, vi lavorò fino alla fine, nel 1488, e fu terminato da Alessandro Leopardi. Alcuni studiosi avrebbero rinvenuto nella statua i tratti distintivi della mano di Leonardo, analoghi alla celebre scultura del Condottiero. La storia del monumento equestre ha del curioso. Morto nel suo castello di Malpaga nel 1475, il Colleoni lasciò parte dei suoi averi, circa centomila zecchini, oltre gli arretrati degli stipendi arretrati alla Serenissima, affinché li adoperasse per continuare la guerra contro i Turchi. Unica condizione, apparentemente facile da esaudire, era quella di avere una statua in Piazza San Marco. Il 30 luglio 1479, il Senato decretò di realizzare un monumento in onore, ma di erigerla davanti alla Scuola Granda di San Marco, aggirando così il problema delle leggi veneziane che non permettevano il culto della personalità, peraltro in bella vista in uno dei posti più simbolici della città. E così, alla fine, la statua fu innalzata di fronte alla Scuola, rispettando di fatto le disposizioni testamentarie.

Volendo appagarci di successive chicche, basta imboccare il Rio dei mendicanti, che porta alle Fondamenta Nove. Erette nel 1546, le Fondamenta dovettero subire un profondo rimaneggiamento, in seguito alla terribile tempesta del 20 dicembre 1766. Fin dalla loro prima realizzazione, divennero meta per la popolazione, per le presunte qualità dei fattori ambientali climatici, quale la salubrità dell’aria, dovuta ai venti del nord e nord est. La tradizione popolare ha sempre rimarcato il fatto che nessuna pestilenza vi ha messo piede. Non fu un caso se qui venne costruito un complesso assistenziale: San Lazzaro dei Mendicanti. Nel corso dell’epoca medioevale, i malati di lebbra della città erano curati presso la parrocchia di San Trovaso, poi si optò di condurli nell’isola di San Lazzaro, oggi isola di San Lazzaro degli Armeni, sede di un monastero, casa madre dell’Ordine Mechitarista, per giungere al Sedicesimo secolo con la fondazione dell’ospedale di San Lazzaro dei Mendicanti, “vicino alle chiese delli R.di Padri di S. Giovanni et Paolo, et San Fran.co et alle piazze di S. Marco, et di Rialto ove in tutti i tempi vi è grande concorso di popolo”, ovvero dietro al convento domenicano e alla Scuola Grande di San Marco, sulle fondazioni di una precedente struttura assistenziale interamente in legno. Preso a modello l’ospedale dell’Opera dei Poveri Mendicanti di Bologna, anche la più tarda struttura veneziana prese a fronteggiare il problema della mendicità della città, ovvero di garantire in linea di massima l’assistenza e il benessere di “tutti quegli abitanti indigenti della città di entrambi i sessi e di ogni età, e non sono in grado di guadagnare abbastanza per sostenere se stessi, sia a causa della loro giovane età, o perché non conoscono commercio, o a causa di incapacità personale, o per vecchiaia e decrepitezza” (Capitoli 1619). A sostegno di un’azione più incisiva, l’Ospedale assunse anche una funzione educativa, con il fine di rieducare gli ospiti con l’insegnare un mestiere e, nel caso delle ragazze, si provvide ad impartire un’educazione musicale di tutto rispetto, tanto da far salire agli onori l’Ospedale per i concerti diretti dai migliori maestri dell’epoca.

Dopo alterne vicende, nel 1807 l’ospedale assunse la designazione di ospedale militare con gli edifici della Scuola Grande e, nel 1819, divenne parte integrante dell’ospedale civile.

La chiesa, affacciata sul Rio, si mostra con una navata unica con un presbiterio quadrato. Oltre all’altare maggiore, altri quattro altari sono collocati nelle mura laterali in piccole cappelle. Caratteristici i cori, strisce rettangolari disposte nelle campate. Da qui, gli ospiti potevano assistere alla messa, con la consueta separazione tra uomini e donne. La cantoria si presente pensile e con inferriate, grazie alle quali non era possibile scorgere il viso delle giovani donne intente al bel canto. Il vestibolo lo trovo sconcertante nella sua semplicità apparente. In una prima occhiata appare nudo, semplice, per quanto vi siano alcuni monumenti, che lo abbelliscono, ma in effetti è una soluzione che appare senza senso. Poi, entrando nell’aula, tutto diventa più chiaro. La facciata e la controfacciata, tutt’uno con il monumento funebre di Alvise Mocenigo, risultano un filtro, efficace a bloccare i rumori provenienti dall’esterno e che potrebbero disturbare lo svolgersi dei concerti o delle messe cantate.

Francesco Contin. Altare Maggiore
Francesco Contin. Altare Bergonzi
Francesco Contin. Altare Tasca
Francesco Contin. Altare Biava

Notevole il patrimonio pittorico. Si ricordano il “Cristo in croce, la Vergine e San Giovanni”, di Paolo Veronese; l’”Annunciazione” di Giovanni Porta; il “Sant’Elena in adorazione davanti alla Croce”, unica opera del Guercino a Venezia; oppure il “Sant’Orsola e le undicimila vergini” di Jacopo Tintoretto.  

In questo Campo e nelle sue immediate vicinanze, sembra attecchire bene l’idea secondo la quale un albero cresce bene e dona abbondanza di frutti se le radici sono ben immerse nel terreno. Qui, la vita non è un semplice appagamento fine a sé stesso delle bellezze circostanti, ma è un incessante presentarsi di segni di vitalità che mantengono in vita la memoria della propria storia, quella vera, quella di ogni giorno da ogni singolo veneziano e turista. Un vissuto e un vivere, nei quali il veneziano, e non solo, ha prodotto cultura, contrassegnato le attività e innalzato monumenti d’arte di rara bellezza.       

28 commenti su “Campo dei Santissimi Giovanni e Paolo. Il sogno del doge Jacopo Tiepolo

    • Thanks very much for the comment, which I appreciate. I must say that it was absolutely not a struggle, quite the contrary. I literally got lost in the beauty of the places and the moment. Priceless. Thanks again. Until next time. Marco

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  1. un lavoro monumentale questo post! Neppure Alberto Angela avrebbe potuto fare di meglio. Forse suddividerlo in diverse parti avrebbe permesso di ammirarlo con più calma, ad ogni modo complimenti di cuore! 👍👏👏👏👏👏

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    • Esagerato. Comunque, avevo pensato di suddividerlo in più parti. Poi, si è fatto sentire il timore che ciò potesse impedire di cogliere l’insieme, spaziando nei singoli monumenti. Non dico che la scelta si sia basata sulla classica moneta – testa o croce – ma poco mancava. Grazie per il commento. Ciao, alla prossima. Marco

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  2. Bellissimo post, e frutto dì una buona ricerca direi.
    Ci passo spesso da quella parte perché mi piace molto. Ma anche per onorare nel mio piccolo il prode Bartolomeo che sognava Piazza San Marco.

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    • Grazie per il commento. L’importante è passarci per il puro godimento e non per fruire dei servizi di qualche struttura vicina. Forse la collocazione della statua in Piazza San Marco avrebbe avuto un certo che di prestigioso, senza dubbio, ma, secondo me, si sarebbe persa tra gli altri monumenti. Invece, nel suo Campo, tutto sembra esaltarla. Magari, lo stesso Bartolomeo sarebbe contento di questa opzione. Alla prossima.

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    • Spero vivamente che tu possa a breve avere l’opportunità di ritornarvi e, magari, di viverla un pò , come si deve, da veneziano doc. Grazie per il commento. Ciao, alla prossima. Marco

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  3. era tempo che non ti leggevo ma questo post è grandioso sia per le immagini stupende sia per le accurate descrizioni che trascinano il lettore nella visita a questa meravigliosa chiesa.
    Complimenti per quello che hai scritto e mostrato.
    O.T. hai citato un libro Perdersi a Venezia. Esiste e si può acquistare?

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    • Ciao, è sempre un piacere “sentirti”. Innanzitutto, grazie per le tue parole che sono sempre un caloroso incentivo, per continuare a scrivere sul blog. Per quanto riguarda il volume si può reperirlo attraverso Amazon. A questo proposito desidero lasciarti un articolo, che lo riguarda.
      “11/07/2011
      Prof.ssa Alessandra Graziottin
      Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica H. San Raffaele Resnati, Milano

      Per gli innamorati di Venezia, ecco un libro imperdibile: “Perdersi in Venezia”, di René Huyghe e Marcel Brion. Libro deliziosissimo, che oggi possiamo (ri)assaporare grazie all’intelligenza e al gusto letterario di un editore veneziano di rara sensibilità, Giovanni Maria Fiore. Ho un entusiasmo di parte? Sì, sia perché adoro Venezia sia perché mi delizia la scrittura pregevole. E’ un libro per tutti? No. Ni. Forse sì. No, se si cerca una lettura immediata, lineare, sincopata, concisa, da guida turistica. Ni, se si cerca un’emozione che modifichi con pazienza lo sguardo, il tempo di osservazione, la musica interiore che si decide di ascoltare. Osservando e lasciandosi sedurre, silenziosamente, dalla malia di questa città da amare d’inverno, quando silenziosa palpita sotto una pioggia leggera. Da amare di tardo autunno, muovendosi sul far della sera tra isole silenziose e musicanti di storia e nostalgie, fino a Torcello. Da amare a primavera, quando il profumo del glicine, abbracciato alle vecchie case, danza persuasivo col salmastro, accendendo la Giudecca di bagliori antichi e fugaci malinconie. Da amare d’estate, ma all’alba, quando ancora tace il rumore offensivo di turisti ciabattanti e inconsapevoli. Da amare di notte, in tutte le stagioni. Quando il buio silenzioso restituisce alle case il loro mistero e i loro enigmi. Come il vecchio palazzo decaduto “che emanava una tristezza disperata, con gli echi di una musica spenta…” come scrive Brion, così attento al “volto color notte” di questa rara città.
      Forse sì. Perdersi in Venezia, può essere un’iniziazione potenzialmente aperta a tutti. Per chi ha una formazione classica, questo libro ha la rara capacità di far iniziare contemporaneamente molteplici viaggi. Nella città reale, certamente. Nella memoria, nella storia dell’arte italiana, dell’architettura e della pittura in particolare, con una capacità formidabile di trasmettere l’essenza di uno sguardo, di un disegno, di un percorso artistico di una città, di un’epoca, di un mondo. Nella scrittura di qualità: le parole palpitano, lievitano, suggeriscono, accarezzano, anche grazie alla impeccabile traduzione di Mario Roffi. Assediati da un italiano sempre più sciatto, volgare, minimalista, si prova gioia vera, fatta d’aria pura, a passeggiare in una sintassi così accurata, in un periodare così suggestivo e morbido. Che asseconda il viaggio di conoscenza più squisito, nell’essenza della vita e in se stessi, attraverso la bellezza cangiante di una città sorta sull’acqua, attraverso il suo splendore e la sua rovina. Questo è il viaggio più originale, che può essere iniziatico anche per chi non abbia una formazione classica, ma abbia la sensibilità, la curiosità e l’intelligenza per scegliere un orizzonte culturalmente diverso da quelli abituali. Proprio per chi accetta la sfida di un viaggio nuovo questo libro può essere (quasi) una folgorazione.
      Chi sono gli autori che mi hanno così incantato? Sono due Accademici di Francia, specialisti d’arte, innamorati della nostra città, visitata a metà degli anni Settanta. Coltissimi, riescono ad essere lievi, a porgere con grazia riflessioni profonde e uno spessore culturale abissale. “Una guida verso la luce” è l’eloquente sottotitolo. Il filo conduttore è infatti un percorso di luce, seguendo l’anima millenaria della città che ha acceso il bagliore dei mosaici con le tessere di vetro; ha illuminato le case coi vetri soffiati; e ha amato il ritmo musicale, fatto di luce e d’ombra, che percorre le facciate di chiese e palazzi, cangianti nell’aria e nell’acqua. Luce che si accende nello sguardo e nella mente di chi riconosca in questo percorso il filo sottile di una bellezza millenaria. Il libro suggerisce percorsi in solitudine, per cammini di luce non disturbati, in cui ritrovarsi. Percorsi innamorati, purché la passione non faccia chiudere gli occhi su altri orizzonti. Percorsi interiori, soprattutto. Così passeremo “dal sogno di Venezia alla Venezia dei sogni”. Ciao e grazie ancora. Un abbraccio. Marco

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      • grazie per l’informazione. Credo di procedere all’acquisto nei prossimi giorni.Sarà un usato proveniente dalla Francia.
        Bellissima questa recensione della Graziottin, che conosco per fama. Ancora complimenti per il bellissimo post e le magnifiche immagini.
        Ciao

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    • Grazie. Il campo è davvero spettacolare con tutti i suoi monumenti che lo attorniano a guisa di corona. Inoltre, il vicino ospedale, con tutte le sofferenze che racchiude, non sembra minimamente scalfire la bellezza nelle sue varie sfaccettature, che il luogo promana a qualsiasi ora e con qualsiasi tempo. Ti lascio solo indovinare come possa l’animo compiere il passaggio inverso, ovvero uscire dall’ospedale e trovarsi di fronte a cotanta bellezza. Con cognizione di causa, posso assicurarti che è come rinascere in pieno e consapevole stupore. Un abbraccio. Marco

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    • Grazie mille. Hai ragione. Oggi, questi gioielli sono così preziosi e meravigliosi, da allontanare dalla testa i motivi principali per cui ci si trova in quel Campo.

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  4. Una guida preziosa per cotanta preziosa arte!
    Grazie per questo post bellissimo che mi ha fatto sprofondare nell’arte, nella cultura, leggenda, nella bellezza di questa città stupenda.

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