IL Sepolcro di Antenore. Il saggio troiano

A Padova, la “migliore tra le città in questa regione”, volendo dare ragione alle parole del geografo greco Strabone (5, 7.1), nel cuore della sua tramatura urbanistica romana, medioevale e rinascimentale, un’edicola in mattoni rimanda alle origini mitiche della città, ricordate dal sommo poeta di Mantova, che prese a cantare le armi e l’eroe, che per primo dalle coste di Troia, profugo per fato toccò l’Italia e le spiagge lavinie. La copertura del tempietto cuspidato sovrasta il sepolcro di colui che avrebbe fondato la città, il teucro Antenore, figlio di Esiete e di Cleomestra, sposo fedele di Teano; e considerato il più saggio tra i membri del Consiglio degli Anziani del re Priamo di Troia. A pochi palmi di mano, un secondo sepolcro, che la pietà popolare volle per il filologo e letterato padovano Lovato dei Lovati, considerato a ragione il padre dell’umanesimo, il movimento culturale caratterizzato dalla riscoperta dell’antichità nei suoi molteplici risvolti. Tra le sue numerose attività filologiche, si ricorda il lavoro di ricostruzione effettuato sull’opera dello storico latino Tito Livio, reso possibile anche attraverso la scoperta delle decadi liviane rinvenute nell’Abbazia di Pomposa.

Nell’anno del Signore 1257, degli operai lavoravano nel cantiere della Cà di Dio, l’ospizio che offriva l’accoglienza ai bambini abbandonati, quando, tra lo stupore dei presenti, vennero alla luce “due vasi di monete e una cassa di piombo racchiudente un’altra cassa di cipresso con lo scheletro di un soldato con spada” (Zaramella, 19, 63). Sull’onda dell’entusiasmo della scoperta, fu chiamato il Lovati, il quale, influenzato dagli amati studi classici e da un sottile pragmatismo che non guasta mai, non tardò a riconoscervi nelle spoglie del mitico fondatore della città, il principe guerriero celebrato da Virgilio nell’Eneide (I, 242-249). Una così grande legittimazione delle origini della città urtò qualche nervo scoperto dei vicini, sempre pronti a calcare la mano sull’altezza del proprio campanile. Un cantore veronese, rimasto anonimo, si prese la briga di minimizzare l’avvenimento buttandolo sul ridicolo, e raccontando che le ossa del troiano erano state trovate da una scrofa intenta a pascolare dentro il cantiere.

La notizia del ritrovamento straordinario fece subito il giro della città e molti si ricordarono di una vecchia profezia, che circolava da lungo tempo: “Quando la Capra parerà e ‘l Lovo che responderà, Antenore se leverà”. Volle il caso che la persona incaricata a sovraintendere ai lavori facesse di cognome Capra e Lovo ovviamente non poteva non ricordare il letterato padovano; pertanto, di fronte ad una prova così dal vago sentore ontologico, i poveri resti non potevano che essere quelli di Antenore. Il riconoscimento fu festeggiato dai padovani con celebrazioni religiose e civili memorabili che si protrassero per giorni; infine, si eresse un monumento sepolcrale su un lato del ponte romano di San Lorenzo, che attraversava il Naviglio prima di essere interrato.

La scoperta capitò al momento giusto, fu quasi provvidenziale per la città, che si trascinava stancamente con i colpi di coda della guerra tra le diverse fazioni aristocratiche, dopo la cacciata di Ezzelino III da Romano, signore di Verona, Vicenza e Padova, passato alla storia con l’appellativo de il Terribile.

Ezzelino III da Romano

Antenore, quindi, si trovava ad appianare le divisioni, divenendone l’elemento di coesione e di orgoglio cittadino. L’autore della Cronaca Ezzeliniana, il notaio Rolandino, grammatico e insegnante a Padova tra il 1229 e il 1238, rievocò Antenore, assegnandogli un ruolo di primo piano nella tragedia senza tempo tra la tirannide e la libertà. Sotto l’egida del padre fondatore, i padovani avrebbero potuto chiamarsi nuovamente comunità.

Lovati fu incaricato di scrivere un testo commemorativo da incidere sul sepolcro, per sfidare le ingiurie del tempo. Il letterato si buttò a capofitto tra i suoi amati autori e dovette selezionare i passi, soprattutto da Virgilio e Tito Livio, che facevano al suo caso. In effetti, non tutta la tradizione classica era uniforme sulla reputazione del troiano. Un filone, originatesi con la diffusione del mito antenoreo in Occidente, non lo riteneva per nulla una figura edificante, dato che lo si accusava, assieme all’altro eroe troiano Enea, di essere un traditore nei confronti della patria, uno dei reati più infami che potevano essere perpetrati. A sua volta, la tradizione omerica e parte di quella romana lo aveva dipinto come un principe troiano saggio, che aveva sostenuto da sempre la pace con gli Achei e la restituzione di Elena e dei suoi tesori al fratello di Agamennone, oltre al suo intervento che scongiurò l’assassinio dei due ambasciatori, Ulisse e Menelao, progettato da Antimaco, altro consigliere del re troiano (Ilia. VII; Bacchilide, Dith., XV; Apollodoro, Epit. III 28-29). I due achei dimostrarono gratitudine e riconoscenza salvando la vita di Antenore e dei suoi familiari durante il sacco della città. Sulla porta di casa del troiano venne posta una pelle di leopardo e fu risparmiata dal furore delle truppe greche entrate in città (Pausania, X 27, 3; dipinto di Polignoto nella lesche di Delfi; Sofocle, Antenoridi, presso Strabone XIII, I 53, 608).

Padova, Prato della Valle, Statua di Antenore

La migrazione di Antenore sulle coste venete, alla guida di alcuni sopravvissuti troiani e degli Eneti, orfani del loro re Pilemene,  viene ricondotto al V secolo, quando gli ateniesi si trovarono a solcare il mare Adriatico e, attraverso il processo di “troianizzazione” dei popoli indigeni, il mito troiano conobbe sempre nuovi porti (L. Braccesi, la leggenda di Antenore, Venezia, 1997; J. Perret, Athènes et les légendes troyennes d’Occident, in Mélanges offerts a J. Heurgon, Pars, 1976, 791-803).  

Paride arciere, prima metà del V secolo. Museo archeologico di Quarto d’Altino

Di questa frequentazione vi si troverebbe ricordo in una tragedia del poeta Sofocle, andata perduta e riportato da Strabone (XIII, 1, 53, 607-608), per quanto più di uno studioso abbia arricciato il naso sulla sua reale attendibilità.

In epoca romana, il mito di Antenore trovò nuova linfa e fu utilizzato dalla propaganda romana in funzione conciliativa per un problema nella città patavina, che poteva provocare degli sviluppi imprevedibili di notevole rilevanza politica. Lo storico Tito Livio, raccontando della ribellione, avvenuta nel 174 a.C., che minacciava di trasformarsi in una vera e propria guerra civile cittadina, il Senato romano inviò il console Marco Emilio Lepido con il compito di sedare gli animi. In città, il console, la cui stirpe si riconduceva ai profughi di Ilio, conobbe le tradizioni locali troiane e, forse, si rinsaldarono i legami con i Romani, attraverso l’ascendenza troiana. Più tardi, il mito antenoreo dovette fare i conti con la propaganda sviluppata da Mitridate VI del Ponto (111 a.C. – 63 a.C.), imperniata sulla continuità tra il sovrano orientale e gli Eneti, originari della Paflagonia, una regione dell’Anatolia settentrionale, stretta tra Bitinia e Cappadocia.

Ritenute le genti venete di origine venete, in questo periodo si affermò l’esplicita affermazione, communis opinio, di Antenore, quale fondatore della città di Padova (Pomponio Mela, II, 4,2; Marziale, I, 76). Nell’episodio dell’Eneide, che la dea Venere supplica il padre degli dèi di far cessare le pene di suo figlio, ricorda che, nel frattempo, Antenore ha già fondato la sua nuova città e vive in pace:

Antenor potuit mediis elapsus Achiuis

Illyricos penetrare sinus atque intima tutus

regna Liburnorum et fontem superare Timavi,

unde per ora novem vasto cum murmure montis

it mare proruptum et pelago premit arva sonanti.

hic tamen ille urbem Patavi sedesque locavit

Teucrorum et genti nomen dedit armaque fixit

Troia, nunc placida compostus pace quiescit.

Antenore, pure, ha potuto, sfuggendo agli Achivi,

penetrare sicuro il mar d’Illiria, e i lontani

regni Liburni

 e la fonte superar del Timavo,

donde per nove bocche, con vasto rimbombo del monte,

va, dilagato mare, travolge i campi dell’onda muggente.

Si, egli pose qui Padova, sede dei Teucri,

e diede un nome alla gente, e appese l’armi di Troia,

e ora, in placida pace composto, riposa.

La tradizione, che lo tirava in ballo assieme ad Enea nell’accusa di complicità nella caduta della città di Troia, fu ripresa nel corso del Medioevo da Servio, il celebre commentatore dell’Eneide, dove Antenore è presentato come reo di tradimento e in più circostanze.

Dante Alighieri, che conosceva a menadito la glossa di Servio, pensò bene di chiamare Antenorea, la parte più bassa dell’Inferno, dove erano collocati i traditori della patria. Inoltre, l’autore della Commedia, nel V Canto del Purgatorio, si levò via qualche sassolino dalle scarpe nel celebre episodio di Jacopo del Cassero, trascinandovi dentro i maggiorenti padovani del tempo, “traditori abituali”.

Antenora

Sconsacrata e soppressa la chiesa di San Lorenzo nel 1809, dopo aver inglobato l’antico monastero benedettino di Santo Stefano, l’edificio venne demolito nel 1937 e il monumento funerario di Antenore si trovò alle prese con uno strano e, per certi versi, contorto percorso, che lo portò a girovagare per le diverse parti della città, fino a ritornare nell’attuale collocazione, ormai divenuta piazzetta XI Maggio, l’attuale Piazza Antenore, con la demolizione degli edifici per far fronte al nuovo palazzo prefettizio.

Sopra la tomba è possibile osservare due iscrizioni:

Cum quater alma Dei natalia viderat horrens

Post decies octo mille ducenta Caper

Extulit hec Padue preses cui nomen Olive

Cognomen Circi patria Floris erat.

Protestate nobili viro domino

Fantone de Rubeis de Fiorentia

Perfectum fuit hoc opus.

E sul lato ovest, i versi di Lovato:

Inclitus Ant(h)enor patriam vox nisa quietem

Transtulit huc Enetum Dardanidumq(ue) fugas,

Expulit Euganeos, Patavina(m) (con)didit urbem,

Quem tenet hic umili ma(r)more cesa domus.

Il glorioso Antenore, voce tesa alla pace della patria,

Scortò qui la fuga degli Eneti e dei Troiani,

Scacciò gli Euganei, fondò la città di Padova.

Lo custodisce qui una dimora, ricavata da umile marmo.

Sulla tomba di Lovato Lovati è stato inciso:

Tomba di Lovato dei Lovati. Le spoglie del letterato sono andati persi, in seguito ai numerosi spostamenti del sepolcro

T(umulus) Lovati Paduani militis iudicis et poete /

Obiit anno nat(ivitatis) Chr(ist)i M CCC Nono Septimo die intrante Marcio

e

Id quod es, ante fui, quid sim post funera, queris;

quod sum, quicquid id est, tu quoq(ue) lector eris:

Ignea pars celo, cese pars ossea rupi,

lectori cessit nomen inane Lupi. D(is) M(anibus).

Mors mortis morti mortem si morte dedisset,

hic foret in terris aut intege[r] astra petisset.

Sed quia dissolvi fuerat sic iuncta necesse,

ossa tenet saxum, proprio mens gaudet in esse. V(ivens) F(ecit)

Ciò che tu sei, prima io fui, che cosa io sia dopo la morte, cerchi di sapere;

ciò che io sono, qualunque cosa sia, tu pure lettore sarai.

La parte ardente passò al cielo, la parte ossea alla pietra scolpita,

al lettore solo il nome insignificante di Lupo. Agli dèi Mani.

Se la morte della morte avesse dato morte alla morte tramite la morte,

Costui sarebbe sulla terra, o meglio, avrebbe ambito integro alle stelle.

Ma poiché le parti collegate dovevano così necessariamente dissolversi,

la pietra tiene le ossa e la mente si rallegra di essere nel proprio. Fatto da vivo.

Nel settembre del 1985, la cassa lignea contenuta all’interno dell’arca fu oggetto di un sopralluogo. Furono trovate numerose ossa, tutte alla rinfusa, alcune delle quali con parziali lembi di pelle rinsecchita (si disse con tracce di imbalsamazione). Il teschio, che risultava disposto in un angolo della cassa, presentava un’ampia lesione sulla parete frontale, sicuramente provocata da un’arma da taglio. Dall’esame del foro occipitale pare che questo sia stato ampliato successivamente alla sua morte. L’esame dello scheletro, malgrado l’interferenza di altre ossa estranee, ha condotto all’ipotesi che il corpo dovesse possedere un’altezza di un metro e settantaquattro. Sono stati trovati i sigilli risalenti al Duecento, attribuiti all’epoca del rinvenimento e, dopo l’opportuno esame del Carbonio 14, i resti sono stati retrodatati al Terzo secolo con uno scivolo temporale di circa cinquant’anni; per cui l’inumato non poteva essere il mitico Antenore e non stava a galla neppure l’ipotesi che lo voleva come un guerriero ungaro del IX secolo.

Si è potuto appurare che la tomba era stata aperta in precedenza, forse nel 1937, quando erano in corso le lavorazioni in Piazza o, più prosaicamente, da taluni studenti universitari in vena di smargianate nei confronti dell’allora Magnifico Rettore.

Le spoglie del presunto Antenore non rappresentano l’unico mistero del sito. A quanto pare, sotto la tomba sono celati i resti di un giovane ragazzo, passato alla storia grazie alle Ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo. La vera vicenda, a cui si era ispirato liberamente lo scrittore, riguardava un ragazzo di nome Girolamo Ortis, originario del borgo friulano di Vito d’Asio, che si uccise a Padova il 29 marzo del 1796, dopo quattro giorni di febbre.

Girolamo Ortis frequentava con successo il quarto anno di Medicina a Padova ed era in dirittura d’arrivo con l’esame di laurea, quando si sarebbe inferto un paio di coltellate, una al petto e una alla gola, che recise la giugulare, uccidendolo dopo poco. Il suicidio avvenne nella camera dove alloggiava nel Collegio Pratense, l’istituzione per studenti meritevoli e bisognosi friulani. La notizia, ovviamente, ebbe una cassa di risonanza incredibile nella Padova di allora e subito si posero molti dubbi sulla mano assassina effettiva e sulle motivazioni che stavano dietro al terribile gesto. Uscirono fuori molte illazioni e si scrissero molte cose. Di certo, nella notte tra il 28 e il 29 marzo, il ragazzo fu visitato dal dottore Furlani, che gli somministrò un antiemetico.  Il giorno dopo, alle prime ore del giorno, l’abate della struttura si trovò a registrare che: «Questa mattina … si trovò immerso nel proprio sangue per due ferite un giovane friulano, scolare di medicina di quarto anno, le quali ferite si diede egli stesso con un coltellino, non si sa da quali cagioni mosso; se non che si sospetta che ciò gli sia intravvenuto per qualche ratto alla testa, essendo febbricitante da qualche dì».

Una lettera del 16 aprile, scritta da don Germanico Ciconi, un sacerdote dell’Istituto a Candido Ortis, al fratello di Girolamo, resoconta su alcuni aspetti sottaciuti:

“Imprudentissimamente il medico Furlani lunedì alle ore 23 gli ordinò uno scrupolo di epichequama in tre parti. Alle ore 24 ne prese due, ma senza niun effetto sino alle quattro ore di notte, che poi fu lasciato solo in camera. Dopo poi quella fatal polvere mise in tal orgasmo la macchina, che privato de’ sensi gli cagionò l’eccesso. Io colà non sapevo se prendermela con il medico per la sua imprudenza, se con il rettore per la poca attenzione, se con il servitore per la poca cura. … Erano disseminate alcune ciarle, dicendo alcuni, che ciò era accaduto per amore, altri per debolezza di testa, coll’aver altre volte tentato di darsi la morte, ma falsa la prima, e falsissima la seconda. Feci tanto che ho voluto sapere il fonte, dal quale erano uscite simili ciarle, e ritrovai essere il signor medico Furlani, e ciò per coprire in qualche maniera la sua ignoranza ed imprudenza.

Il silenzio fatto calare su questo grave fatto di cronaca nera, compreso lo zelo dei fratelli, tutti quanti sacerdoti, che fecero di tutto per “smentire le dicerie e salvare l’onore del nostro povero defunto».

Alla fine, il ventitreenne, “ritrovato nella sua camera ucciso” poté avere il funerale religioso, che si tenne nella chiesa di San Lorenzo. Fu sepolto nella cripta, in aderenza alla facciata, sulla quale era addossata la tomba di Antenore.

Chissà quante volte ci si è imbattuti in questi monumenti, non degnandoli di alcun sguardo. Molto spesso capita di osservare i ragazzi o meno accostarsi a loro, con atteggiamenti indelicati. A loro attenuante si può affermare che molti non conoscono i due monumenti e tanto meno che cosa rappresentino, per cui…In realtà, i due monumenti, per quanto possano apparire piccoli ed insignificanti, rievocano millenni di storia e la saga di un popolo, che di fatto rappresenta un tassello importante dell’epopea della cultura occidentale. Inoltre, è sorprendente pensare che sotto, a qualche centimetro di terra, vi giacciano i resti di un povero ragazzo infelice, che, senza saperlo, la sua tragicità ha dato lo spunto necessario per un nuovo incastro culturale, dato che il là per una delle opere più affascinanti della nostra letteratura. E tutto questo nello spazio di pochi metri. Forse, meriterebbero poco più di rispetto.

13 commenti su “IL Sepolcro di Antenore. Il saggio troiano

    • Hai ragione. Padova è una città che sa offrire molto a chi sa chiedere. La conosco molto bene. La frequentavo quando ancora il mento non conosceva un filo di barba, poi c’è stata l’Università,… momenti straordinari, che mi ha offerto di mettere mano sulla storia più antica della città e…non solo. Comunque, è vero. Padova presenta una storia ricca, come ricco è il patrimonio culturale ed artistico qui custodito. Grazie del tuo commento, che apprezzo sempre. Ciao, alla prossima. Marco

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  1. sempre molto accurato e allo stesso tempo sintetico: bravo!! …. intorno al 1960 – 61 mio padre mi aveva spiegato il significato del capitello, lui lavorava alla SADE (Società Elettrica poi nazionalizzata in ENEL) che aveva la sede appena un po’ dopo il monumento continuando in via S. Francesco ….. GULP, più di 60 anni fa!!!!! 😉 🙂 🙂 passa il tempo, eh!!??? 😀 😀 😀

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    • Caro Il mio Deboroh con l’acca, come hai ben intuito, mi sto specializzando in sintesi letteraria, cercando di focalizzare il meno possibile nelle descrizioni o minuzie del caso. A parte la dotta dissertazione d’intenti, la SADE…un acronimo d’altri tempi, senza dubbio, ma contenente in sé diversi motivi di fierezza. Mi vengono in mente diversi personaggi, che, nel bene e nel male, hanno fatto la storia dell’industria italiana e non solo, basta pensare a Giuseppe Volpi; o ai tanti operai, che si fregiavano di appartenere a una così strategica e innovativa azienda. Altri tempi. Già. Ora abbiamo il non xe capisse pi gnente. Per ultimo, caspita ti si veramente vecio, caro mio. Ciao. Marco

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  3. Al vertice dei due cateti che lo uniscono al mio liceo e alla facoltà in cui mi sono laureata. Molti anni dopo, andando dalla “Casa del Pellegrino” alla cappella degli Scrovegni, ci ho fatto fare ai miei scolari una sosta fuori programma, che era davvero impensabile non fare.

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  4. Storia intrecciata e interessante.
    A volte mi domando se i giovani sanno di questi episodi, se magari a scuola qualcuno si prende la briga di raccontare loro anche fatti del genere, che comunque fanno parte della cultura della città in cui si vive.

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  5. sempre ricchi di dettagli e fotografie i tuoi post. Certi miti, si sa che servono per farsi belli, sono affascinanti e questo di Antenore sicuramente tra questi.
    Rivedendo le tue fotografie sono tornato indietro di decenni quando ho abitato a Padova.

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