Marianna Concina. Una vita negata

Infissa nella parete esterna della chiesa di Sant’Ambrogio di Fiera di Treviso, una solitaria e grigia lastra tombale racconta, o meglio, dovrebbe raccontare e fissare nella memoria gli attimi salienti di una vita, che attraversò velocemente la seconda metà del secolo dei cosiddetti Lumi. Invece, delle mani ignote e sacrileghe hanno fatto di tutto per cancellare il ricordo di questa vita, macchiatosi di chissà quale ignominia. Al di là di una prima impressione di abbandono, senza che nessuno si preoccupi di tenere viva la memoria, anche il tempo ci mette del suo, raschiando le poche lettere sopravvissute.

Comunque stiano le cose e a dispetto della malignità umana, l’epitaffio ci costringe ad interrogarci sul destino della vita di una giovane donna, che se ne è andata troppo presto, a soli trentatré anni. Il suo nome era Marianna Concina. Una bella fanciulla dai ricci color rame, dagli occhioni forse neri e un incarnato di latte e rosa. Si racconta che il borgo di San Daniele del Friuli abbia dato i natali alla fanciulla nel 1764. Il padre dovrebbe coincidere con uno dei due figli di Giacomo da Concina, divenuto con lettera ducale del 25 agosto 1780 conte del feudo di San Daniele, mentre l’identità della madre dovrebbe corrispondere ad Anna Broili o Brogli da Venzone.

Il genitore, buon figlio del suo tempo, aveva messo al mondo dei figli e regnava nella casa, come un monarca assoluto, soprattutto nei confronti di tutto ciò che faceva parte della sua vita, a partire dalle persone. Con il fine di non disperdere il patrimonio familiare, l’uomo dispose che sua figlia, unica figlia femmina, fosse instradata in un percorso ben definito, offrendo la sua gioventù a Gesù, con il traguardo nella forzata e avvilente vita al convento, secondo l’accorgimento collaudato della consuetudine del maggiorascato. Una pratica questa ben trattata dalla letteratura, basti il romanzo dei “I Promessi Sposi” con il personaggio di Gertrude che, ancora nel ventre materno, la sua condizione era stata già stabilita ineluttabilmente; oppure la piccola Maria nella “Storia di una Capinera” di Giovanni Verga.

Marianna entrò nel convento di San Paolo a Treviso, divenuto successivamente Distretto Militare e, oggi, la sede dell’Università di Cà Foscari.

Indossato l’abito claustrale, la novizia si dimostrò molto obbediente e, a quanto pare, compiva i suoi uffizi con rassegnazione e pregava molto. Da qui poteva vedere “oltre il Sile, sulla sponda sinistra, molta gente che iva e rediva fuor delle mura: erano popolani, cittadini, uomini, donne, fanciulli, che movevano lieti a passeggio fuori del Portello, e s’avviavano al luogo detto la Fiera. Stette…a contemplare l’incantevole veduta; il suo cuore era frammezzo quella gente spensierata, che godeva la vita; ed ella poverina racchiusa, Dio sa quanto! In un convento; ed ora serrata a penare in un luoghicciolo a tetto. Discese alla fine dal finestrino, si gettò sul lettuccio, e pianse e pianse tutta la sera”.

Spesso, molto spesso, il suo volto era pallido e il suo corpo si presentava abbattuto, tanto da ottenere delle dispense dai lavori pesanti. La badessa pensò bene di chiamare il medico, che aveva in cura le religiose. Il quale non trascurò il suo malessere, ordinandogli tutta una serie di cura, ma si preoccupò, inoltre, di fargli conoscere un giovane aitante e di buona famiglia, il nobile Domenico Zuccaredda.

Il ragazzo rimase folgorato da quella apparizione, senza ombra di dubbio un bellissimo “giardino recintato, una fontana sigillata piena solo di acqua chiarissima”, un amore proibito, data la vesta indossata dalla giovane. Fatto sta che la novizia quando gli apparve il giovane di buona famiglia, si lasciò corteggiare, anche perché era più che mai convinta che la corte non fosse altro che l’anticamera del fidanzamento prima e del matrimonio dopo. Marianna “con il suo bel cuoricino aperto a tutte le impressioni, movea sui rialti erbosi, che cingevano l’orto, e strappava le candide margherite. Quindi spiccando loro ad uno ad uno i petali, ripeteva la nota fola: – Mi ama, mi brama, mi vuol bene e via e via, le solite care illusioni e speranze delle innamorate: per cui anche nella fogliolina d’un fiore pare loro di trovar un lieto responso, un segno d’amore” . Finalmente, la giovane donna venne persuasa a lasciare il convento, ma dopo un po’ l’illusa dovette fare i conti con la realtà. Dopo aver conosciuto l’amore sensuale e sessuale, la giovane donna fu buttata in strada. Non gli rimase altro che scrivere al padre, supplicandolo di correre in suo aiuto, ma rimasero parole morte. Non avendo ottenuto nessun aiuto dalla famiglia e non potendo ritornare al convento, prese a vivere in strada, in estrema miseria, dove si ammalò seriamente. Un giorno, il caso gli fece incontrare Andrea Viola, di origini aristocratiche e di professione avvocato. L’uomo, ormai di una certa età, si commosse di quanto venne a conoscenza e prese a cuore la sua situazione. In breve tempo, l’avvocato riuscì ad ottenere la nullità dei voti monacali per la donna e, addirittura, che la famiglia di lei ritornasse sui propri passi, fornendole anche della dote necessaria per il suo futuro.

I due s’innamorarono e il 7 maggio del 1793 convennero alle nozze. L’idillio della luna di miele non era destinato a durare a lungo. Nel giro di poco tempo, un anno e poco più, le condizioni di salute di Marianna erano precipitate. Non c’era stato nulla da fare. La donna fu vinta dalla tisi, che aveva contratto nel periodo trascorso in strada, abbandonata da tutti. “I registri parrocchiali di Santo Ambrogio della Fiera ricordano morta la Concina, «assalita da una febbre consuntiva pel corso di sedici mesi, cagionata da congestione polmonare…»”.

Rimasto vedovo soffocò nel silenzio il suo dolore, ma il suo lutto rimase a covare sotto la cenere, pronto a riemergere in qualsiasi momento. La fede rimase il suo sostegno, la forza e il coraggio per andare avanti. Contro tutto e tutti, l’uomo volle seppellire la giovane moglie all’interno della chiesa di Sant’Ambrogio. Anni dopo, allorché venne meno chi la piangeva, posandole un semplice giglio sulla sua lastra, in ossequio alle ambiguità e alla ipocrisia della morale borghese, ci si preoccupò di profanarne la tomba, disperdere per sempre i suoi resti e collocare all’esterno la sua lapide, dove tuttora si trova, testimonianza silente di una vita negata nel secolo dei Lumi. Non contenti di tutto ciò, ci fu anche chi volle cancellare ogni suo ricordo, cancellando ogni singola riga dell’epitaffio. Ma, come spesso accade, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Il celebre proverbio trovò sua applicazione nella curiosità di un letterato, nato nel veneziano, a Martellago, di nome Francesco Scipione Fapanni (1804- 1894), il quale, prese spunto dalla vicenda e pubblicò un romanzo, intitolandolo “La monaca del Sile”. Lo scritto trovò le stampe nel 1870 sull’Osservatore Veneto e, grazie al successo conseguito, vi furono diverse successive ristampe.

Fu così che, nonostante la malevolenza di molti, il nome della povera donna non è andato perduto, anzi. Nel suo volume, da cui abbiamo tratto e ricopiato i diversi virgolettati, lo scrittore si prese la cura di ricopiare quanto vi era scritto nella lapide, a partire dal suo nome e cognome di nascita:

Certo, c’è stata molta perfidia in questa vicenda. Ma è stata vana, per fortuna. Il tentativo maldestro di celare la vita della donna ha, invece, stuzzicato l’interesse del letterato, che si è ben guardato dal seguire l’empio esempio. Alla fine dei giochi, dei nostri benpensanti non è rimasta alcuna traccia, mentre… Quando si dice della legge del contrappasso. Eh sì, davvero una legge divina. Inoltre, pare, almeno stando a quanto si racconta, che in una villetta del capoluogo della Marca si custodisca un’immagine che ritrarrebbe la giovane Marianna in un momento gioioso della sua vita.

E chissà che, lontani dagli occhi severi delle autorità ecclesiastiche e del popolino, sempre pronto a giudicare, questa coppia d’innamorati abbia trovato appagamento delle loro emozioni, insegnandoci cosa sia capace di fare l’amore.

47 commenti su “Marianna Concina. Una vita negata

  1. un’altra tacca impressa sui confessionali della chiesa di Roma. Storia tristissima e, ahimè, molto diffusa, fin quasi alle porte del nostro mondo coevo.

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    • Condivido quanto hai scritto. Spesso e volentieri ragione, fede e sentimento hanno percorso poche volte una via, che conducesse al rispetto del singolo e della sua specificità, chiunque esso fosse, prescindendo dai suoi valori religiosi, sessuali e culturali. Purtroppo, devo darti ragione nuovamente, allorché affermi che tale pratica si sia affacciata fino ai giorni nostri. Le cronache anni ‘Cinquanta del secolo precedente riferiscono di numerosi episodi, non sempre finiti bene, anzi. Grazie per il commento. Alla prossima. Marco

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    • Caro Deboroh con l’acca leggo sempre con attento interesse i tuoi commenti, che considero pregni di sostanza e forma senza pari. Hai colto nuovamente. Non è un caso se sono uno tra i maggiori estimatori della qualità artistica e culturale della statua bronzea della Spigolatrice di Sapri. Alla perenne ricerca di sempre nuove icone caratteristiche e specifiche di sempre nuove Spigolatrici, m’imbatto spesso in queste marasmatiche situazioni umane. Peraltro, essendo un assiduo lettore del Libro di Giobbe, cerco sempre una giustificazione al dilagante malessere umano consequenziale. Una piccola e curiosa annotazione: difficile pescare all’interno di un camposanto con canna da lancio. Non ti dico la plastica. Maledetto inquinamento. Ciao. Marco. sempre un grande abbraccio

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    • Grazie. Purtroppo, alla condizione femminile è stato riservato questo ed altro; e fino a non molto tempo fa, per camuffarsi, nel mondo del lavoro per esempio, in rilievi più subdoli. Grazie ancora per il commento. Ciao. Marco

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    • You must use Google to translate the story into English because its a moving, sad story of faith and how the faithful and the so-called Enlightenment are sometimes a charade of inhumanity… the SILE NUN has nothing to do with those buildings but shewing the scenes of a young girl’s laborious life in the 18th century … sad, sad sad

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      • In the meantime, thanks for what you wrote, which I really appreciate. As for your objections, which indicate a sincere and profound reading, which still pleases me. Anyway, you are right. I hope soon I will put the Google button for immediate translation from Italian. Then, I perfectly agree with you with the damage caused by the Enlightenment, as far as the merits are also counted. A big hug. Hello Marco

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  2. una storia crudele, quella di Marianna, ma alla fine di lei esiste il ricordo degli altri nulla come hai scritto.
    Sempre interessanti e dettagliati i tuoi post che si leggono in modo piacevole.

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  3. una storia davvero interessante amico mio gli omicidi di chiesa e stato nonché di certa ipocrisia ancora imperante non si contano. ti ho letto con grande piacere, buon martedì ❤

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    • Ciao Viki, grazie di essere passata dalle mie parti. Mi fa sempre piacere leggerti, come sai. Sono perfettamente d’accordo con te. I soprusi e i più gravi delitti fatti in nome di chissà quali ideali alti non si contano da quanti si possono portare a rassegna. Purtroppo, ancora ai giorni nostri. Buon fine settimana e, soprattutto, una buona e serena Pasqua. Un abbraccione sempre grande.

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  4. Che storia incredibile!
    Pur nella sua tristezza trovo sia meravigliosa.
    Il tempo è il vero artefice delle nostre vite.
    Questa giovane donna ha superato la sua stessa esistenza arrivando fino a noi lasciando sue tracce in un libro. Meraviglioso!

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    • Grazie. Sempre gentile, malgrado la tempestività nel rispondere non sia decisamente proverbiale. Comunque, devo dire che la storia è davvero ricca di interesse e l’ambientazione pure. Alla prossima.

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  5. Anni fa mi sono occupato di una monaca vissuta nel ‘600 originaria di Castelfranco, Isabetta Novello, che era vissuta nel monastero del Redentore della città di Giorgione. Una storia simile a quella da lei raccontata, con una dmnata memoria che alla fine ha fatto perdere le tracce.

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    • Purtroppo, siamo di fronte ad un fenomeno socio economico molto diffuso anche a livello diacronico e cessato, a quanto pare, non molto tempo fa in area padano veneta, per quanto vi possono essere avvisaglie di tutto alto genere. Interessante rilevare, che il suo intervento rilevi un avvenimento del ‘600, mentre un commento successivo ricorda un episodio risalente al 1800, proprio per sottolineare il grande arco temporale nel quale insiste il fenomeno, che parte con l’istituzione dei cenacoli conventuali fino ai giorni nostri. Grazie per il commento.

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  6. Bel racconto, bella storia. Avrà trovato nei secoli molte simili purtroppo.
    Io stesso ne avrei una da raccontare, molto antica e tanto simile. Un’altra del 1800, quindi più “vicina”, ma al maschile. Poi le inserirò

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    • La sua pubblicazione sarebbe davvero interessante, anche per la possibilità di incrementare le diverse visuali su questo fenomeno socio economico dall’arco temporale secolare. Grazie per il commento. Alla prossima.

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