Oderzo, il filo della storia

C’era una volta un luogo, dove era possibile ascoltare e danzare sulle note di melodiose armonie dello svolgersi della storia, con i suoi altalenanti momenti di cambiamento e di transizione, ottimamente simboleggiati dagli antichi con la divinità di Giano Bifronte, patrocinatore degli inizi e dei passaggi, nelle attività umane e in quelle naturali.

Nei vicoli e nelle piazze di questa località il fato si è divertito a scandire la vita di tutti i giorni dei suoi abitanti. Non a caso, hanno dedicato una porzione della Piazza Grande, la principale della cittadina, al fato e allo scorrere del tempo. Ci si perde nel quadrante della meridiana, dove una linea a forma di otto accompagna i raggi del sole alla definizione del tempo, legandoli al moto astronomico della terra e alla misteriosa equazione del tempo. L’analemma, così si chiama la curva geometrica a forma di otto, è appaiato tra lo svolgersi dei segni zodiacali, anch’essi nella pietra della Piazza, piccolo tributo per averli guidati nelle cose della natura per millenni.

I sapori, vecchi di secoli e secoli ancora, si ascoltano sul nastro magnetico della vita il concitato vociare delle contrattazioni per le innumerevoli primizie offerte dalle fertili terre, raccolte con tanto sudore da mani callose poche ore prima. In seguito ai messaggi della Luna e del Sole, echeggiavano lingue del nord, non sempre amiche o del tutto comprensibili, ma non mancavano parlate delle lontane terre del sud, che portavano con loro i racconti, che rievocavano duelli tra eroi, la distruzione di una nobile città; e tutto ciò per una donna, così bella e sensuale da sfidare in agone la stessa Afrodite, la dea dell’amore e della bellezza. Un coacervo confusionario di lingue diverse. Una piccola torre di Babele. Poi, bene o male, si fece strada una nuova lingua, che si affermò con la forza dei suoi legionari, commercianti e funzionari pubblici. Era la lingua della nuova capitale del mondo occidentale conosciuto.

No! Per fortuna, il filo non è andato perso, non si è smarrito nella nebbia del nulla. C’è ancora, eccome se c’è. In questa cittadina del trevigiano i colori più intimi della sua essenza non sono andati sbiadendo nel corso dei secoli. Siamo ad Oderzo.

Basta esplorarla a piedi, da un posto all’altro, scoprendo i suoi angoli più nascosti o meno conosciuti, magarci concedendoci brevi deviazioni, seguendo il dedalo di case dal sapore medioevale e rinascimentale; oppure da quelle seicentesche con tanto di portici e cortili, molte delle quali adornate da affreschi sbiaditi, ma sempre affascinanti da vedere: o sostare davanti alle “piere” di qualche millennio di anni fa, oppure, più prosaicamente, in qualche locale caratteristico per fare un salto nel passato. Certo, in questo luogo la Luna non è più bella di quella che splende a Corinto, ma qui si vive il presente e si costruisce il futuro, guardando con attenzione e rispetto al passato, senza portarne le pesanti catene. Qui, tra le molte isole di verde, è possibile ambientarvi le parole dell’amata Anite: “Siediti qui, ignoto viaggiatore, sotto le belle verdeggianti foglie dell’alloro, e bevi la dolce acqua della fonte di stagione, perché il tuo corpo in affanno per le fatiche d’estate battuto dal vento di Zefiro riposi”. (A.P. 9. 313).

Oderzo ha navigato in balia delle onde della storia, tra tempeste terribili e possibili naufragi, ma è riuscita a mantenere la rotta fino al porto sicuro del suo essere baricentro della media pianura tra il/la Piave e il/la Livenza, l’area di confine di commistione reciproca tra le popolazioni dei veneti e dei Carni, genti celtiche originarie delle pianure tra il Danubio e il Reno.

Da lontano, il borgo si mostra modesto, discreto a suo modo nei confronti del viaggiatore o del più semplice visitatore. Si perde tra il verde dei campi, un prato all’italiana senza fine di vigneti ordinati, i lontani e abbozzati contorni delle dolomiti bellunesi e friulane e l’azzurro del vasto cielo.

I suoi primi ed incerti passi risalgono a molti secoli addietro, al mondo che è stato definito paleoveneto. Gli studiosi, setacciando con pazienza, tanta pazienza e altrettanta fortuna, il suo suolo, hanno messo insieme gli elementi di un passato, le cui origini traevano vita nel X secolo a.C., almeno per quanto riguarda l’insediamento urbano vero e proprio.

Le indagini archeologiche e geofisiche hanno ricostruito un quadro ambientale ben diverso da quello attuale. Il sito venne scelto sopra un dosso, a ridosso di due corsi fluviali. Il primo corrisponde al Navisego, che forma il Piavon; e il Monticano, che, più avanti, confluiva nel Livenza, per poi raggiungere il vicino mare Adriatico, dando ragione alle parole di Plinio il Giovane, contenute nella sua Naturalis Historia, quando descrive la Venetia (III, 117/130), allorché la individua nella Regio mediterranea, con l’unico collegamento con il mare attraverso un corso fluviale; o di Strabone (V, 7, 214) che la pone tra le polismatia, centri urbani contraddistinti dalla presenza di un corso fluviale che permetteva la navigazione fino al mare.

Il toponimo venetico e la radice ter in esso presente lasciano pochi dubbi sul suo significato. Il nomen omen manifesta il suo ruolo di “Piazza Mercato”, come la lontana Targeste, l’attuale Trieste. Il filo della storia intreccia nuovamente i suoi fili della trama con quelli dell’ordito dell’enorme palcoscenico rappresentato dal Mediterraneo per mettere in scena gli episodi della Guerra Civile di quel particolare avvenimento che sarà poi ricordato come la Guerra Sociale, che prese vita nel gennaio del 49 a.C. per terminare nel marzo del 45 a.C.. Cesare aveva terminato vittoriosamente la campagna gallica e gli apparve giunto il momento per regolare i vecchi conti con Pompeo e la fazione tradizionalista e conservatrice del Senato romano. Nel maggio del 49 a.C., nei pressi di Salona, poco a nord est di Spalato in Croazia, dei pontoni stavano trasportando legionari e reparti ausiliari di fede cesariana. A bordo di una di queste singolari imbarcazioni, in realtà poco più che zatteroni, si faceva sentire l’energico tribuno Gaio Vulteio Capitone, nativo di Oderzo, come opitergini erano i legionari della sua coorte. Questi, quando si ritrovarono circondati dai pompeiani, preferirono intingere nel proprio corpo le spade, piuttosto che cadere nelle mani dei nemici. L’episodio, ricordato da alcune fonti letterarie ((Scholia ad Lucanum, IV, 462; Livio, ep. 110; Floro, II, 13,33) non è ricordato da Cesare nel suo celebre resoconto della Guerra Civile. Tale omissione, piuttosto sospetta, ha fatto sobbalzare più d’uno studioso sulla sua veridicità, insomma secondo qualcuno si tratterebbe di un’invenzione bella e buona. Di certo, Cesare esentò Oderzo per venti anni dal servizio militare e ampliò anche il suo di ben 300 centurie. Inoltre, a ricordare la partigianeria dei Veneti per la fazione cesariana, sono state ritrovate le ghiande missili ad Ascoli Piceno, con scritte in venetico e latino, che non lasciano dubbi a questo riguardo. A dire il vero, la tradizione si sarebbe fatta carico di ricordare un altro manipolo, che avrebbe lasciato memoria di sé per meriti decisamente non edificanti. I legionari romani di stanza a Gerusalemme che divennero gli esecutori materiali della morte per crocifissione di Gesù provenivano da Oderzo, come lo stesso Longino, il leggendario centurione che trafisse il costato del Messia, con la Lancia del Destino, custodita oggi nella Schatzkammer dell’Hofburg di Vienna. Storie da non andare fieri, senza dubbio. Per fortuna, si tratta di fantasie buone solo per abili romanzieri, niente più.

A proposito di immagini fascinose, a pochi chilometri dal centro storico cittadino, in località Colfrancui, una semplice rete metallica cinge una modesta collina artificiale. È conosciuta con il nome di Mutera. Si è ipotizzato che fosse un osservatorio astronomico, di certo alla sua base è stata rinvenuta una sepoltura di un cavallo. In prossimità è stata rilevata una fornace, presumibilmente di epoca romana.

Già, in epoca romana. Oderzo era un municipium retto da Quattuorviri ed era ascritto alla tribù Papiria. Nel corso degli anni della tarda repubblica, la città fu interessata da un restyling urbanistico di tutto rispetto. Benché la sostanziale continuità abitativa del centro urbano, tuttavia le indagini archeologiche sono riuscite a rilevare tracce murarie, edifici commerciali, terme, molo fluviale e le porte del foro, lastricato con la trachite dei Colli Euganei, munificenza della matrona romana Volceia Marcellina, il cui ricordo è sopravvissuto attraverso una lapide rinvenuta nel foro.

Il filo della memoria ci accompagna, inoltre, nella diffusione del Cristianesimo in ambito venetico, che ad Oderzo trovò terreno fecondo, tanto da divenire un centro vescovile, con addirittura tre vescovi canonizzati: Tiziano, Magno e Floriano, tutte e tre iconografici nella tradizione viva della fondazione di quella che sarà Venezia.

L’insieme dei fili della trama non può non tenere conto delle invasioni barbariche, iniziate con i Marcomanni (167 d.C.), proseguite con i Visigoti nel 403 d.C. e il saccheggio di Attila nel 452, per quanto non vi siano prove certe di questa devastazione. Ma fu sufficiente per creare di sana pianta una specie di leggenda “metropolitana”, dato che si è estesa alle principali città della Venetia, secondo la quale i maggiorenti del la località, saputo dell’arrivo del capo barbaro, avrebbero nascoste tutte le ricchezze del contado dentro un pozzo. Tesoro, ovviamente, mai recuperato e andato perso. Per fortuna non sempre il diavolo, in questo caso Attila, non è così brutto come lo si dipinge, la città poté sopravvivere e mettersi in gioco nuovamente con quanto il fato l’aveva predestinata. Nel 616 d.C. o giù per lì, all’interno delle sue mura si consumò un fatto di sangue, che andava contro il diritto delle genti, allorché i duchi longobardi Caccone e Tasone furono trucidati in un’imboscata dal patrizio bizantino Gregorio. Anni dopo, nel 667, il longobardo Grimoaldo vendicò l’accaduto distruggendo la città e dividendone l’agro tra Treviso, Ceneda e Cividale. Nel frattempo, il centro aveva conosciuto il fenomeno dello spopolamento, divenendo una semplice borgata con il vago sentore di avamposto militare. Parte della sua popolazione aveva trovato rifugio a Civitas Nova, la matrice di Venezia, ma non si perse nelle pieghe della storia. Rinacque nuovamente attraverso le tappe dell’incastellamento rurale, ritornando ad essere un centro strategico per il contado. Dovette sostenere più volte assedi e battaglie nel corso delle guerre tra i nuovi protagonisti del Medioevo. Tra questi, il maggior peso lo ebbero i vescovi di Belluno, la stirpe dei da Camino, Ezzelino da Romano, infine, il Comune di Treviso, artefice della nuova configurazione della cittadella, cinta con una più recente cerchia muraria.

La cittadina ai primi del Novecento dovette sopportare l’abbattimento o il restauro, così così, di molti edifici storici. Inoltre, nel corso del Primo conflitto mondiale si trovò in prima linea, soprattutto dopo la ritirata di Caporetto del 1917, con tutto ciò che ne consegue, distruzione e perdite irrimediabili. Anni dopo, assistette alle violenze del Secondo conflitto. Dalla Piazza Grande, vero e proprio salotto all’aria aperta, dove ci si incontra, si chiacchera e si allieta il palato con un calice di prosecco, un buon caffè e chissà altro ancora, è possibile accedere ai monumenti più vicini. Lasciato alle spalle il ristorante Gellius, un locale tra tavole e sorprese archeologiche vere e proprie di un’abitazione patrizia romana,

si può muovere alla direzione del Torresin, la ricostruzione del Novecento dell’antica porta medioevale, l’accesso principale dalla strada Callalta, proveniente da Treviso.

Durante la dominazione veneziana, intorno al 1339, l’edificio e la vicina casa torre del XIII secolo vennero destinate a residenza del podestà. Prima di varcare il Torresin e gettarci nelle braccia accoglienti della cittadina, ci aspetta il duomo intitolato a San Giovanni Battista, le cui fondazioni troverebbero una continuità con un tempio pagano, dedicato nientepopodimeno al dio della guerra, l’iracondo Marte. La prima comunità cristiana opitergina si trovò a radunarsi nel tempio pagano, dopo che il primo vescovo di Padova, San Prosdocimo, inviato da San Pietro in persona per evangelizzare le terre venete, scacciò non solo il povero Marte dal suo tempio, ma ne devastò per bene le sue suppellettili presenti, in particolare l’idolo di bronzo che lo raffigurava.

Le perle al suo interno sono numerose, si ricordano, fra le molte, le opere di Palma il Giovane, Domenico Tintoretto, oppure di Pomponio Amalteo.

L’attuale edificio, pietra angolare tra la Piazza Grande e la Piazza Giosuè Carducci, risente a colpo d’occhio degli interventi, che, nel corso delle epoche, dovette subire, modificando molti degli aspetti romanici originari. Il restauro più importante avvenne negli anni Venti del Novecento su indicazione del monsignore Domenico Visintin, che pretese di riportare l’aspetto esteriore della chiesa all’XI secolo, eliminando i sedimenti dei secoli successivi. Il tempio oggi si presenta con un tetto a capanna semplice, mentre la facciata è decorata con un piccolo rosone centrale e dei pinnacoli. Lo spazio dell’interno si distribuisce in una navata, che si conclude armoniosamente in tre absidi. Il campanile, tirato su nel Cinquecento, poggia le sue basi su una delle torri della scomparsa fortificazione muraria, mentre tutt’intorno è un florilegio di palazzi nobiliari di squisite fattezze, per lo più risalenti al Cinquecento e Seicento.

L’area archeologica opitergina si estende un po’ ovunque nel tessuto urbano. Di fronte al Duomo, si ha l’area delle antiche carceri, dove si è potuto appurare una sostanziale continuità, che si è praticamente chiusa con l’ultima stratificazione superiore, quella attuale, costituita da un prosaico ristorante, chiamata Gellius, dal ritrovamento di una lapide funeraria dedicata ad un defunto di nome Gellius rivenuta nella sezione romana. La quale è piuttosto rappresentata dalle mura di età augustea con uno spessore di tutto rispetto di circa 1,90 centimetri e una probabile altezza originaria di circa sei metri. Sulle mura augustee furono erette le fondazioni di un torrione fortificato dell’VIII secolo ca., quindi la casa torre del XIII secolo, che, oltre ad ospitare le segrete, divenne la sede del governo veneziano in città. Secoli avanti, l’edificio ormai fatiscente, venne abbattuto per far posto nel 1797 ad una torre carceraria. Gli scavi condotti nell’area della via Mazzini hanno riportato alla luce lacerti del foro, il cuore della città romana, che risultava porticata, intorno alla quale si ergevano la maggior parte degli edifici pubblici e il probabile tempio dedicato alla triade capitolina, rappresentata da Giove, Giunone e Minerva; senza contare i resti di una domus e di altri edifici abitativi aristocratiche. Ancora, si possono visitare altre aree archeologiche, tutte a cielo aperto, come quella posta in Via dei Mosaici, ove si osservano i resti di altre abitazioni. Infine, l’enorme quantità di materiali rinvenuti è oggi custodita nel Museo Civico Archeologico, dedicato allo studioso Eno Bellis, e nella Pinacoteca intitolata ad Alberto Martini.

Caro Viaggiatore, visitando il suo centro storico, la cittadina ti farà vivere l’emozione di sottrarti dal presente e di lasciarti andare via, con una certezza in più. Quella di aver scoperto una nuova amicizia, che saprà accoglierti ogni qual volta tu lo desiderai.

33 commenti su “Oderzo, il filo della storia

    • Thanks for the comment. On the other hand, if you were to visit every church, museum or archaeological site in Italy, you seriously risk losing other equally important aspects such as conviviality. However, these sites don’t run away. They always wait for a second, a third … chance. Thanks again for the comment. A hug. Marco

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  1. leggo sempre con piacere i tuoi post sulle chicche del tuo amato Veneto. Anche stavolta ho seguito il filo della tua passeggiata tra le vie di Oderzo attraverso le parole e le immagini. Una cittadina carica di storia e di reperti come altri borghi veneti, che meritano di essere visitati. Il tuo tour virtuale mi ha fatto apprezzare ogni angolo e piazza di questa cittadina posta tra i due grandi fiumi veneti del Piave e della Livenza.
    bella serata Marco.

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    • Grazie. Non ti nascondo che leggo sempre con piacere anche i tuoi commenti. Mi fa molto piacere pensare che le mie parole abbiano avuto la facoltà di accompagnarti per le vie di Oderzo. Il che vuol dire aver raggiunto una delle finalità prefissate in questo blog, che non si fermerà alle terre venete. Giusto il tempo… Grazie ancora. Un abbraccio. Marco

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  2. Beautiful. I’ve recently read a book where it tells about the episode with the longobard dukes assassinated there, and the revenge. Many lovely places here, thank you!

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  3. Gradevole essere accompagnata da un così brava e sapiente persona come te per le bellezze del nostro paese. E così oggi ho fatto una istruttiva e piacevole gita. Grazie.

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