Il castello di Taufers

La località di Sand in Taufers è adagiata in un’ampia e soleggiata conca, circondata da imponenti montagne, le cui pendici boscose s’alternano a ripide pareti e prati alpini. Posto nel cuore del Parco Naturale Vedrette di Ries Aurina, il vivace centro porta con sé la spiegazione del proprio nome. Le fonti archivistiche svelano, infatti, le origini del toponimo, altrimenti oscuro. A quanto pare l’etimo Taufers dovrebbe derivare dal preromano “Tyfres”, che rifletterebbe il quadro paesaggistico delle gole, formatesi nel corso dei secoli dai torrenti Aurino, Rio di Riva e il Rio di Selva, le cui acque ancora oggi percorrono rumorosamente la vallata.

La valle sembra immune allo scorrere del tempo. L’epoca medioevale ha lasciato ovunque una traccia del suo stile e del suo gusto. Sullo sfondo del paese, sopra una diga naturale di roccia viva, troneggia un castello, imponente e turrito. Alle sue spalle, il panorama si riempie dei versanti delle Alpi della Zillertal, che sembrano cingerlo nella dignità regale. Dal centro abitato, un suggestivo e facile sentiero ne permette la visita. Un caratteristico pontile in legno, che sovrasta le acque scroscianti del ruscello Ahornbach,

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conduce alla cappella Schlosskreuz, dalla quale inizia la risalita. Qualche manciata di minuti e il visitatore si trova di fronte all’ingresso aggettante del castello di Taufers.

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Il castello apparve per la prima volta nella storia nell’agosto del 1225, allorché Ugone IV di Taufers si trovò a soggiacere alla politica espansionistica del vescovo di Bressanone, Enrico IV. L’episcopo, peraltro cugino di primo grado di Ugone IV, ottenne senza colpo ferire la proprietà dei castelli di Taufers e Uttenheim, veri e propri baluardi e simboli familiari del povero Ugone, il quale poté riottenerli solo in seguito al giuramento di vassallaggio al vescovo.
I signori di Taufers intrattennero stretti rapporti con l’Ordine Teutonico, nonché con la prestigiosa Abbazia di Novacella.

Il 9 giugno 1241, la nobile Adelheid, contessa di Appiano, e suo marito Hugo von Taufers si ritrovarono nella condizione di rifondare a Vipiteno l’ospizio dedicato al Santo Spirito, all’interno del quale venne istituita la regola monastica di Sant’Agostino dal vescovo brissinese Egno. Anni dopo, nel 1254, la nobile donna, nel frattempo rimasta vedova, prese la decisione di affidare all’Ordine Teutonico lo “hospitalis in honore Sancti Spiritus ad sustentationem et recreationem pauperum et peregrinorum” (Atto di donazione, conservato presso l’archivio centrale dell’Ordine Teutonico a Vienna del 5 novembre 1254).

Nei secoli successivi, Taufers visse i momenti turbolenti della storia medioevale. La particolare posizione geografica del castello lo pose al centro degli scontri tra l’Impero e il Papato, nonché delle mire territoriali dei potentati locali. Il caso emblematico di questo stato di cose è rappresentato dall’episcopato di Nicolò Cusano, vescovo di Bressanone, che dovette sottostare alle violente ingerenze del duca del Tirolo, Sigismondo d’Austria detto il Danaroso, che lo privò di alcune importanti prerogative temporali. Dal suo rifugio di Andraz, il Cusano tentò con ogni mezzo di limitare il duca, che cercava di sottomettere e ridimensionare i principati ecclesiastici dei suoi territori. Le vittorie di Cusano, tuttavia, non impedirono che la vallata di Taufers passasse di mano all’imperatore Massimiliano I d’Asburgo, che aveva ottenuto non senza fatica la tregua tra i due contendenti.

Il 25 ottobre 1504, Massimiliano I vendette ai fratelli Fieger la gestione della giustizia di Taufers per ben 27.400 fiorini. Alla famiglia Fieger subentrarono nel XVII secolo i Zeiler, che la detennero fino al 1815, anno in cui morì l’ultimo discendente della famiglia.

 

Il castello restò a lungo abbandonato; e il fatto di aver cambiato numerosi proprietari non lo aiutò affatto. Delle preziose vedute di inizio Ottocento e dei resoconti più tardi testimoniano il suo degrado. Già nel 1813 la copertura del dongione era di fatto scomparsa e nel 1830 il mastio crollò, portandosi con sé parti della cinta e alcuni edifici vicini. Dopo alterne vicende, nel 1903 il castello venne acquistato da Ludwig Lobmeyer, che malgrado tutto e tutti, riuscì a curare un primo consolidamento delle strutture, operandovi anche un primo restauro degli edifici principali. I lavori continuarono più tardi da Hieronymus Gassner, procuratore generale dell’ordine dei benedettini austriaci a Roma, con la ricostruzione del torrione e di alcuni tratti delle mura. Nel 1977 il castello passò al Südtiroler Burgeninstitut, che provvede ai necessari restauri e ne cura le visite al suo interno.

L’accesso al castello avviene per mezzo di un ponte di legno, una volta levatoio, che scavalca un sottostante fossato. Da qui, il visitatore si trova dinanzi ad una porta fortificata, da cui si giunge all’interno. Tra gli edifici che ombreggiano il cortile, spiccano senza dubbio il dongione e il mastio. al suo interno.

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Il dongione, il praiter thurn, eretto tra il 1224 e il 1230, si presenta come un compatto ridotto difensivo, la cui severità delle facciate è lievemente alleggerita dalle bifore con colonnina cilindrica e capitelli a forma trapezoidale.

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Al pianterreno, tre ambienti di servizio sono adibiti a cantina, mentre il quarto, denominato con il nome di segreta, presenta la pavimentazione costituita dalla roccia viva e sporgente. Al piano superiore vi è una piccola cappella, intitolata a san Pietro.

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Nella parte superiore del catino absidale, sopra l’altare, risalta un affresco della fine del XV secolo, raffigurante il tema iconografico di matrice culturale bizantina della “Deesis” o “Deisis”. La figura centrale, Cristo, assiso in trono all’interno di una mandorla attorniata dai colori dell’arcobaleno, regge con la mano sinistra un globo sormontato dalla croce e con la destra benedice i giusti, condannando di fatto i malvagi. Tra le labbra una spada.

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La collocazione del ciclo non è frutto del caso, ma è legata alla celebrazione del rito eucaristico, che realizza il Secondo Avvento di Cristo. Il Primo è avvenuto con la carne, il Secondo con il Mistero e, infine, il Terzo avverrà nella Gloria, come giudice dei vivi e dei morti.
Il simbolo del mandorlo possiede una indubbia valenza significante. Già il profeta Geremia ne fece largo uso: Mi fu rivolta questa parola del Signore. “Che cosa vedi, Geremia?”. Risposi: vedo un ramo di mandorlo. Il Signore rispose: “Hai visto bene, poiché io vigilo sulla mia parola per realizzarla” (Ger. 1, 11-12). Nondimeno l’arcobaleno, citato per esempio in seguito al diluvio universale: “L’arco sarà sulle nubi e io lo guarderò per ricordare l’alleanza eterna tra Dio e ogni essere che vive in ogni carne che è sulla Terra” (Gen. 9,16); o, ancora: “Sopra il firmamento che era sulle loro teste, apparve qualcosa come pietra di zaffiro in forma di trono e su questa…una figura dalle sembianze umane. Da ciò che sembrava essere dai fianchi in su, mi apparve splendido come l’elettro e da ciò che sembrava dai fianchi in giù, mi apparve di fuoco. Era circondato da uno splendore il cui aspetto era simile a quello dell’arcobaleno nelle nubi in un giorno di pioggia. Tale mi apparve l’aspetto della gloria del Signore” (Ez. 1, 26-28). Dunque, la mandorla con i suoi colori dell’iride rappresenta il mistero luminoso di Dio, che si manifesta attraverso la figura di Gesù, la cui natura divina è nascosta in quella umana, come il frutto della mandorla sotto il suo guscio.

Al centro del catino, l’affresco è integrato dalla rappresentazione dei punti salienti delle biografie dei santi Pietro, Paolo, Andrea, Erasmo e Sigismondo di Burgundia. Nei lunotti che precedono il catino, il Cristo nel giardino dei Getsemani.
Il piano superiore, anch’esso suddiviso in quattro vani, non presenta particolari attrattive, dato che è stato svuotato negli anni dei suoi arredamenti.

Il mastio, simbolo per eccellenza del potere, possedeva in origine un’altezza ragguardevole, toccando i 26 metri circa e 35 con la copertura. Adiacente vi è la bertesca, la torretta cilindrica sovrastante il ponte d’ingresso. Da qui il visitatore può raggiungere la sinistra “camera della tortura”, dove ancora oggi è possibile vedere un’antica gogna

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e uno scolo inciso sulla pietra, che il sentir comune vorrebbe funzionale per il sangue dei poveri infelici qui torturati. Vicine la prigione, conosciuta sotto il nome di “segreta invernale”, e la “sala del capitano”, impreziosita dalle pareti rivestite dal legno di cirmolo e da una stübe a olle in stile impero.

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Come nelle migliori tradizioni gotiche, anche Taufers avrebbe il suo fantasma, che, nelle notti senza luna, si aggirerebbe nel castello, il cui pianto straziante riecheggia senza fine per tutte le stanze, in particolare in quella che è stata denominata la “stanza degli spiriti”.
Durante l’epoca delle crociate, il signore di Taufers, prima di intraprendere il cammino che lo avrebbe condotto in Terrasanta, si raccomandò al fratello, vescovo di Bressanone, di occuparsi della sua giovane e bella figlia per tutto il tempo che sarebbe mancato. Passarono i giorni e i mesi e il cuore di Margherita non batteva che per suo padre, lontano nelle terre assolate a combattere gli infedeli. Un giorno la giovane ragazza s’innamorò del capitano del castello; e, a quanto pare, il sentimento era corrisposto. Data la bassa estrazione sociale dell’uomo, lo zio le tentò tutte pur di ostacolare la loro storia d’amore, ma non ci fu verso. I due giovani decisero di coronare il loro sogno d’amore, convolando a nozze. Una freccia mise la parola fine al sogno, troncando la vita del capitano. Margherita, disperata si rinchiuse nelle sue stanze, cadendo in una profonda e tragica melanconia, che a poco a poco l’uccise.

La vicenda, tanto romantica quanto tragica, tramandata da padre in figlio durante le lunghe notti d’inverno per affascinare e donare emozioni agli adulti e ai bambini, è una semplice poesia di una fiaba, libera di viaggiare oltre l’immaginazione. Margherita non è mai esistita. Nessuna ragazza con questo nome visse il suo tempo all’interno del castello, se non nei “cunti” del focolare.

Lasciata la “stanza degli spiriti”, degna di visita è l’ala orientale del castello. Qui si può visitare la “sala del Giudizio”, anch’essa del tutto rivestita da cirmolo. Una colonna al centro della stanza provoca qualche curiosità. Ad essa veniva legato il reo mentre attendeva il giudizio, che, molto spesso, non andava troppo per il sottile.

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Raggiunto il piano superiore, ecco la Biblioteca con il suo soffitto a cassettoni con i riquadri, raffiguranti i profeti del Vecchio Testamento. Dei rimanenti ambienti ammobiliati, degni di menzione sono l’infermeria, addobbata con la serie di ritratti dei bambini, che frequentarono la scuola del castello nel XVI secolo; la cosiddetta “stanza di Napoleone”, nell’ala degli ospiti, il salone e la “camera del Cardinale”.

Grazie al Südtiroler Burgenininstitut, che ha salvato il castello dall’abbandono, riponendolo all’attenzione che meritava, il visitatore può riscoprire, attraverso la sua visita, la storia di Taufers e della sua vallata, nonché dei molti protagonisti della storia che segnarono i secoli di guerra e di pace tra l’Europa Mitteleuropea e le terre lambite dalle lagune veneto friulane.

 

La contessa Paolina Secco Suardo Grismondi. L’arcade Lesbia Cidonia. “Lesbia Cidonia a Palide Lidio” XVIII secolo.

D’alto incendio di guerra arde gran parte
D’Europa, e intorno a lei scorre fremente
Colla orribil quadriga il fiero Marte;

L’Istro e la Neva il sanno, il sa la gente
Che la Vistola beve, e sì vicine
Del crudo Nume le minacce or sente,

Che a lei si avventa, qual per nevi alpine
Torrente altier che giù tra balzi scende,
E mugghiando terror sparge e ruine.

E d’intorno alla Senna oh quai più orrende
Desta empie faci la discordia, oh quale
Onda immensa di fumo al ciel ne ascende!

Cresce il rio foco, incontro a cui non vale
Di leggi schermo, e va di tetto in tetto
Sin che la Reggia furibondo assale.

Oh Reggia, oh mura di piacer ricetto,
Di gloria un dì, come di lutto or siete
E di spavento ahi lagrimoso obbietto!

Ma dove, o carmi miei, che amar dovete
D’umili canne il suon, dove sì audace,
Per sentiero non vostro, il voi stendete?

Ah che in queste ov’io seggio, e dove tace
Ogni strepito d’armi, apriche rive
Miti accenti sol chiede amica pace;

E in dolce ozio tranquillo imbelli e schive
Sempre aborrirò il marzial furore,
Di pace amanti, le Castalie Dive.

Poiché d’ira fremendo e di dolore
Coll’Egizia Regina il Nil raccolse
Nel ceruleo suo sen le frante prore,

E poiché Augusto vincitor si sciolse
Dall’aspro usbergo, e il non più dubbio Impero
Con soavi a bear leggi si volse,

Né più Bellona il sanguinoso e fiero
Suo flagello agitò, né più le genti
Impallidìr di trombe al suon guerriero,

Delle Muse all’invito impazienti
Corsero i vati al Tebro, e non pria uditi
Gl’insegnaro a ridir febei concenti.

Maro gli affanni allora, gl’infiniti
Cantò dal teucro Eroe varcati orrori,
Seguendo il fato, i vènti, i lazj liti.

Narrò Tibullo i suoi teneri ardori,
Dolci note accordando a flebil cetra,
Che amor di propria man spargea di fiori:

E mentre ei Delia e la vezzosa all’etra
Nemesi alzava, i forti inni sciogliea
Il Venosin dalla dircea faretra,

Ond’or bei nomi al tardo oblìo togliea,
Ed or di rose intatte e mirtee fronde
Serti a Glicera e a Lalage tessea.

Chiare in quegl’inni di Blandusia l’onde
Splendono ancor dopo tant’anni, ancora
Il Lucretile amene ombre diffonde.

Oh come a tanti eletti cigni allora
Eco fean lieta i colli e le beate
Rive cui lambe il biondo Tebro e infiora!

Né lungo a quelle rive avventurate
Or men vivace la sua fiamma spira
De’ carmi il Genio a cent’alme bennate.

Roma, superba Roma, abbatter l’ira
Te non poteo del tempo, ancor nudrice
Te dell’arti d’Apollo il mondo ammira.

Vedi qual figlio oggi additar ti lice,
Di Mecenate a un tempo e degli ascrei
Cultor più esperti emulator felice.

Palide egli è. Con piena man gli Dei
Ricchezze in lui versaro e onori e quanti
Pregi ornar ponno un’alma eccelsi e bei.

Chi di cetre le fila auree sonanti
Più dotto a ricercar, chi più gradite
Rime elette a temprar fia che si vanti?

Voi che sovente la sua voce udite,
Campagne amene, e voi, d’Arcadia al Dio
Diletto albergo, ombrose selve, il dite.

Ed oh potessi, o selve, un giorno anch’io
A lui dappresso offrirgli in seno a voi
Di grat’animo in segno il canto mio!

Egli il mio nome co’ begl’inni suoi
Volle fregiar, e a eternità il commise,
Che i nomi ha in guardia de’ più chiari eroi;

E sin dai sette colli amico arrise
Agl’incolti miei carmi, e là talvolta
Intorno intorno a verdi allòr gl’incise.

E quando il fato estremo avrammi tolta
La dolce aura di vita, e fia da questo
Infermo vel l’ignuda alma disciolta,

Né più forse sarà chi sul funesto
Sasso ove l’ossa mie chiuse staranno
Un guardo sol volga pietoso e mesto,

E immemori di me forse ahi! saranno,
Que’ che amici sperai, pur sempre chiara
Vita i miei versi gloriosi avranno,

Poiché, Palide, a te Lesbia fu cara.

La contessa Paolina Secco Suardo Grismondi. L’arcade Lesbia Cidonia. “O rondinella”. 1778

O rondinella che con rauco strido
Sembri farti compagna al mio lamento
Mentre ti aggiri intorno al caro nido
L’antico ripetendo aspro tormento,

Quanto t’invidio! io teco e piango e grido,
Ma non ho al par di te l’ali onde al vento
Franca ti affidi, e d’uno in altro lido
Puoi libera varcare a tuo talento.

Se i vanni avessi anch’io n’andrei felice
Quel dolce a riveder beato suolo
Dove partendo ho abbandonato il core;

E là vorrei… ma lassa a me non lice
Per l’ampie vie del ciel seguirti, e solo
Fatta simile a te son nel dolore.

La contessa Paolina Secco Suardo Grismondi. L’arcade Lesbia Cidonia. “Per amico lontano”. XVIII secolo.

Chiudo le luci al sonno, e indarno spero
Trovar quiete all’agitata mente
Che mentre io dormo avvien ch’anzi più fiero
Stuolo d’affanni contro me si avvente.

Parmi lunge veder sotto straniero
Cielo, e su fragil prora errar dolente
Il mio diletto amico, e l’aere nero
Che il minaccia ravviso, e il mar fremente.

Odo i gemiti suoi, già di sua vita
Vicin veggo il periglio, e grido o Dei
Deh gli porgete, o Dei pietosi aita!

Mi sveglio allor tremante, e la funesta
Immago non mi lascia, e gli occhi miei
D’amaro pianto innondo e pur son desta.

Compiuta Donzella. La prima poetessa della lingua volgare italiana. XIII secolo. “Ornato di gran pregio”

Ornato di gran pregio e di valenza
e risplendente di loda adornata,
forte mi pregio piú, poi v’è in plagenza
d’avermi in vostro core rimembrata
ed invitate a mia poca possenza
per acontarvi, s’eo sono insegnata,
come voi dite, c’agio gran sapienza,
ma certo non ne sono amantata.
Amantata non son como voria
di gran vertute né di placimento;
ma, qual ch’i’ sia, agio buono volere
di servire con buona cortesia
a ciascun ch’ama sanza fallimento:
ché d’Amor sono e vogliolo ubidire.

Compiuta Donzella. La prima poetessa della lingua volgare italiana. XIII secolo.” Lasciar voria lo mondo, e Dio servire”

Lasciar voria lo mondo e Deo servire
e dipartirmi d’ogne vanitate,
però che vegio crescere e salire
matezza e villania e falsitate,
ed ancor senno e cortesia morire
e lo fin pregio e tutta la bontate:
ond’io marito non voria né sire,
né stare al mondo, per mia volontate.
Membrandomi c’ogn’om di mal s’adorna,
di cischedun son forte disdegnosa,
e verso Dio la mia persona torna.
Lo padre mio mi fa stare pensosa,
ca di servire a Cristo mi distorna:
non saccio a cui mi vol dar per isposa.

Compiuta Donzella. La prima poetessa della lingua volgare italiana. XIII secolo.” Alla stagion che il mondo foglia e flora”

A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora
acresce gioia a tut[t]i fin’ amanti:
vanno insieme a li giardini alora
che gli auscelletti fanno dolzi canti;

la franca gente tutta s’inamora,
e di servir ciascun trag[g]es’ inanti,
ed ogni damigella in gioia dimora;
e me, n’abondan mar[r]imenti e pianti.

Ca lo mio padre m’ha messa ‘n er[r]ore,
e tenemi sovente in forte doglia:
donar mi vole a mia forza segnore,

ed io di ciò non ho disìo né voglia,
e ‘n gran tormento vivo a tutte l’ore;
però non mi ralegra fior né foglia.

Caterina Franceschi. Una poetessa patriota e la prima donna corrispondente all’Accademia della Crusca. L’esiglio. XIX secolo.

O dolce patria, o sacro
Diletto suol natio,
Agli occhi nostri più gradito assai
Del bel diurno raggio,
Innamorato a te vola il desio;
Ma di tua cara vista
Non potrem l’alma rallegrar giammai.
Fra ghiacci eterni faticosa e trista
Lentamente per noi passa la vita;
E quando ancor c’invita
A ricordar la gloria alta degli avi,
L’armi, le pugne combattute, il santo
Nome di libertade, inermi e schiavi
Non abbiamo a donarti altro che pianto.
Così mesti dicean molti de’ prodi
Sarmati eroi, che, dopo la ruina
Della misera patria, in lungo esiglio
Sotto aspro ciel patiano il cenno e l’ira
Del vincitor severo. Allor che il sole
Debile e fredda la sua luce invia
Su quelle terre, ove giammai non spira
Zefiro lieve, né germoglia un fiore,
Ritornavan que’ forti alle sudate
E non degne fatiche. Altri col duro
Vomere apriva le infeconde zolle,
Altri i massi rompendo, e le secrete
Viscere della terra, iva sdegnoso
Nelle caverne a ricercar le vene
del pallid’oro. Ma, poiché la notte
Placidissima e calma breve oblio
Spargea de’ mali, riduceansi uniti
Sotto povero tetto, ed ivi assisi
Presso lo scarso focolar, piangendo
Ricordavan le madri, i fidi amici,
Le consorti, i figliuoli e la perduta
Soave libertà, più delle spose
Cara, più che la vita. In mezzo a loro
Stavasi un vecchio lagrimoso, a cui
Era solo desio, sola speranza
La pace del sepolcro. E, poich’egli ebbe
Ripetuto più volte il nome amato
Della patria, sì disse a un giovinetto
Che presso gli era: Canta, o dolce figlio,
Deh! canta l’inno del dolor; rinnova
I desir’, le speranze e le dilette
Memorie della patria; e, pria che il sonno
Eterno scenda agli occhi miei già stanchi
Della luce e del pianto, mi consola
Con la mesta armonia de’ tuoi concenti.
Tacque; e l’altro staccò dalla parete
L’arpa compagna dell’esilio; un molle
Suono fuori ne trasse, e sospirando
Aperse il labbro in tai dogliose note:
Poiché nel pianto geme
Il bel paese ov’io sortii la cuna,
Che l’iniqua fortuna
Fa di sua rabbia in noi le prove estreme,
A che spiro vital c’informa ancora?
Si mora omai, si mora!
Ché, se impotenti negli umani petti
Stan la vendetta e l’ire,
Ed i più dolci affetti
Son vana rimembranza e van desire;
Un tormentoso e grave
Pondo è la vita, ed il morir soave.
Qui non mai ci consola
Di primavera il riso;
Né un atto, una parola,
Non il pietoso impallidir d’un viso
Porgono al nostro lagrimar conforto.
Questa non è la terra benedetta,
Che nel suo grembo chiude
Le sacre, venerande ossa paterne:
Qui son gelate, ignude
Piagge, squallidi boschi, atre caverne:
Né mai risponde l’Eco
D’un uom libero al canto;
Ma sol ripete dal percosso speco
Le querimonie e il pianto
Degl’infelici a cui morta è la spene,
Od il cupo fragor delle catene.
E questi ferri, e queste aspre ritorte
Premon le nostre mani?
E noi schiavi sediam: noi, che ai felici
Giorni, del sangue ostile
Tingendo in rosso le riviere e i piani,
Mille e mille nemici
Corpi lasciammo pasto immondo ai cani?
Come vento che porta arbori e biade,
Come leon che atterra,
E addenta, e sbrana il gregge in che si scaglia,
Era il nostro apparir nella battaglia.
Era il grido di guerra
Grido di morte alle nemiche schiere.
Che vòlto il tergo, paurose e vinte
Lasciâr cocchi, cavalli, armi e bandiere!
Oh quanta gioja ci pioveva in seno,
Quando, stanchi dal campo,
Al patrio tetto si facea ritorno!
D’una turba festosa il luogo intorno
Era calcato e pieno:
Venian le madri antiche,
Veniano i vecchi infermi, e le pudiche
Donzellette amorose:
Liete correan le spose,
E, sulle braccia alzati i pargoletti,
Tra le vittrici squadre
Col dito ad essi gían mostrando il padre,
Poi sclamavan concordi: Oh! benedetti
Voi, che questo diletto almo paese
Togliete a fato indegno!
Larga fortuna, e il ciel vi sia cortese:
Qui ponga eterno il regno
Libertà con giustizia, e a voi somigli
La crescente virtù de’ cari figli!
Ahi! desïar fallace,
Ahi, pregar vano! Alfin venne il tremendo
Ultimo giorno, ed al poter del Fato
Nostra virtù soggiace.
Tuona il folgor di guerra, in ogni lato
Rimbomba il suol percosso, e l’aura trema
Delle barbare torme all’urto orrendo:
Indarno a mille a mille
Cadono i forti sulle patrie mura:
Invan le donne inermi,
Di lagrime atteggiate e di paura,
Levan le mani supplicando al cielo.
Ahi, dolorosa sorte!
L’antica gloria una ruina involve;
E per la terra, già devota a morte,
Suona de’ prodi con l’estrema voce
Lo scherno e il grido del guerrier feroce.
Degli anni verdi nel fiorito aprile
Te pur forse di vita
Tolse l’ostil furore e il duol segreto,
Verginella gentile,
Che avesti in man delle mie voglie il freno.
Ma, se l’aure celesti ancor respiri,
Deh! la memoria mia conforta almeno
Di pietose parole,
Di poche lagrimette, e di sospiri.
Io porto invidia al sole,
Che il suo candido raggio
Sopra te piove allor che adduce il giorno;
Io l’aria invidio che ti sta d’intorno;
E da questo selvaggio
Luogo, ove piango, per virtù d’amore,
Cara angioletta, a te vola il mio cuore.
Oh! cento volte e cento
Bëati quei che tomba
Trovâr pugnando nel natìo paese!
Altamente rimbomba
Lor nome; e il suon delle onorate imprese
Per i lidi lontani ancor si spande.
Su quelle pietre, lagrimose e meste,
Spargon le donne a’ mattutini albori
Odorate ghirlande
Di rugiadosi fiori.
E il villanel, tornando alla capanna
Dalle arate campagne,
I sacri avelli ai figliuoletti addita,
E gli alti esempj ad emular gl’invita.
Verrà, verrà quell’ora
In cui dal cener muto
Di tanti prodi sorgeranno arditi
Vendicatori dell’oltraggio indegno.
Raggiando allora del fulgor perduto
Avrai decoro e regno,
Diletta patria, libertade avrai.
Deh! almen, pria che la luce
S’involi eternamente a questi rai,
Io veder possa un sì bëato giorno!
Oh! come dolce mi parrà la morte,
Se, facendo ritorno
A te possente e forte,
Nel tuo grembo mi lice in poca fossa
Lasciar le membra travagliate e l’ossa.

 

 

Il cimitero dei burci del Parco Naturale del Sile

Il Parco Naturale Regionale del fiume Sile comprende un territorio di circa 4.152 ettari e si distribuisce tra ben undici comuni nelle province di Padova, Treviso e Venezia. Il Sile è un fiume di risorgiva più lungo d’Europa e nasce, attraverso le polle di risorgiva, tra Casacorba di Vedelago nel Trevigiano e Torreselle di Piombino Dese in provincia di Padova, dove è possibile osservare il “fontanasso dea coa longa”, la sorgente principale. Le sue foci attualmente fanno da confine tra il Lido di Jesolo e il Litorale del Cavallino. Secoli addietro, invece, il fiume si buttava nelle acque dell’Adriatico a Portegrandi, frazione del Comune di Quarto d’Altino. Nel 1683, il governo della Serenissima nella sua continua lotta contro l’impaludamento della laguna veneta, fece deviare il corso del fiume, attraverso il canale detto Taglio del Sile, immettendolo nel vecchio alveo del fiume Piave, anch’esso deviato ad oriente. Le sue acque sono sostenute in parte da quelle del fiume Piave, che, insinuandosi al di sotto del terreno ghiaioso a nord del Montello, riemergono alla luce del sole, grazie al terreno argilloso impermeabile. Tra le sorgenti e Treviso il corso del fiume caratterizza il paesaggio in un amalgama di polle sorgive, torbiere e zone umide, e boschetti ripariali. Da qui, lo scenario cambia. Le acque del fiume divagano a mare lungo un percorso sinuoso, attraversando località caratteristiche, ville nobiliari, zone umide, ex cave del tutto soggiogate dalla natura in piccoli laghetti, coltivazioni, pioppeti e vaste aree di boscaglia igrofila. Lungo questo tratto – e fino alle foci – le sue sponde sono state alzate nel passato, le “restere”, permettendo il traino delle grosse imbarcazioni fluviali durante la navigazione contro corrente e arginando l’impetuosità delle sue acque. In prossimità del mare, il fiume si divide nei rami del Silone, del Siloncello e il Taglio del Sile.

Il Sile, come tutti i fiumi, è stato e lo è ancora l’elemento fondante delle vicende umane, che si sono susseguite nel corso del tempo lungo il suo corso ancora mutevole, quale ad esempio il suo ruolo di via di collegamento di rilevanza commerciale o di asse di comunicazione tra il mondo lagunare e quello dell’entroterra, a partire dalla lontana età del Bronzo all’era industriale contemporanea.
Con la Legge Regionale n. 8 del 28.01.1991, si veniva ad istituire il Parco Naturale Regionale del fiume Sile, con l’obiettivo “di regolamentare, tutelare, valorizzare e rilanciare il territorio e le acque prospicienti il fiume Sile”. L’articolo 2, che indica le finalità istituzionali, definisce tra le altre cose che:

La tutela, il mantenimento, il restauro e la valorizzazione dell’ambiente naturale, storico, architettonico e paesaggistico considerato nella sua unitarietà, e il recupero delle parti eventualmente alterate” e “la salvaguardia delle specifiche particolarità antropologiche, idrogeologiche, geomorfologiche, vegetazionali e zoologiche”.

La visita di questo parco, libero e gratuito, rappresenta un’esperienza fuori dal comune. Le tante testimonianze storiche sono immerse in un paesaggio ambientale di grande suggestione, dove è possibile, senza alcuna fatica, osservare numerose specie di uccelli selvatici, liberi di volare o di sguazzare tranquillamente lungo le più calme anse o i piccoli rettilinei del fiume; come è possibile incrociare numerosi altri animali, oltre alla pregiata fauna ittica.

A Casier, località del trevigiano bagnata dal Sile, è possibile accertare il particolare amalgama, che si è venuto a creare lungo il fiume. Lasciata l’auto negli appositi parcheggi, posti in prossimità della chiesa parrocchiale, ci si può addentrare senza alcun problema nel percorso lungo Sile, grazie ai tanti cartelli segnalatori, in particolare per chi ama passare il tempo libero all’aria aperta con la bicicletta. D’altra parte, l’utilizzo della bici è uno dei modi migliori per scoprire il percorso del parco.

 

Dopo un tratto di strada asfaltata e aver imboccato la “sterrata” alberata,

 

che segue il sinuoso corso del fiume, una piccola passeggiata ci porta a scoprire l’ex molino Toso – Stucky, devastato da un incendio il 7 aprile del 2015, facendo naufragare il progetto dell’hotel “Stuckyno”.

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Pochi metri e si giunge ad un ponticello, che immette ad una brevissima sterrata, anch’essa ombreggiata dalla vegetazione circostante.

 

Un piccolo cartello avverte che siamo arrivati al “Cimitero dei burci”.

Il burcio era una grossa imbarcazione armata al terzo dal fondo piatto, adibita al trasporto di grossi carichi all’interno della laguna di Venezia e nei fiumi veneti; e poteva misurare mediamente 20 – 35 metri per una larghezza massima di circa 6.30 metri, con pescaggio massimo di due metri. L’anima viva dello scafo era impregnata di pece, di cui il consueto colore nero, mentre la poppa e la prua, con la punta rialzata, erano decorate con immagini, per lo più religiose, dai colori sgargianti.

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In questa ansa del Sile, a causa dell’utilizzo del nuovo trasporto su gomma, vennero abbandonate alcune imbarcazioni, che per decenni avevano solcato le acque del fiume, trasportando il trasportabile. Le recenti rilevazioni hanno contato ben 19 relitti, alcuni dei quali risalenti alle prime decadi del ‘900: 5 burci, 2 burci per l’escavazione, 2 comacine, 3 batei, 3 gabarre, 1 topo, 1 barchetto e, infine, 2 imbarcazioni di difficile classificazione. Tutti questi relitti, in buona parte decomposti, sono diventati l’oggetto di attenzione di una variegata fauna, che ha deciso di dare una seconda vita ai legni, facendone la propria casa.

 

 

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Erminia Fuà Fusinato. Venezia alla Polonia. 1863

Qual, se un sonno agitato alfin succeda
A veglia increscïosa,
E perigliar nel sogno ansio si veda
Una diletta cosa,
Si slancia l’alma dal disio compresa
Di porgerle difesa,
Ma invan ché ad essa il vieta
Il grave incarco dell’inerte creta,

Tal io, dal giorno che le geste prime
Del tuo valore appresi,
A te, d’incliti eroi madre sublime
Il cor tratto m’intesi;
E mentre il sangue mio darti vorrei,
Quello de’ figli miei,
Immota ahi! qui mi tiene
L’immane pondo delle mie catene!

Fur distrutte le mie splendide navi
Maraviglia alle genti;
Fin la gloria scontar mi fan degli avi
Quest’invidi potenti!
Or volgono quattr’anni, e le ritorte
Una benigna sorte
Infranse alla mia suora,
E me obblian terra e cielo, e servo ancora!

De’ miei figli la parte ahimè! più eletta
O soccombeva in guerra,
O nel carcere langue, o fu costretta
Migrar da questa terra.
I vetusti palagi, i chiostri, i tempi
M’invasero quest’empi,
Tutto m’han tolto, tutto.
E irridon profanando anco al mio lutto!

Bello è il cadere in un aperto campo,
Mentre l’errante sguardo
Saluta ancora dei moschetti al lampo
Il vincitor stendardo –
Ma servir sempre ed aspettare invano,
Morire a brano a brano,
Oh! quest’angoscia è tale
Che il pensiero non può finger l’eguale.

Pur s’io potessi al tuo reciso crine,
Martire illustre e santa,
Le sparse gemme ricomporre alfine
Della corona infranta,
Pel sublime gioir di quel momento
Saprei senza lamento
Durar per anni ed anni
Fin la verga de’ miei sozzi tiranni.

Ma se tal gioia e gloria tal m’è tolta,
Se nulla offrirti io posso,
Questi poveri canti almeno ascolta
Figli d’un cor commosso:
L’ira dei tristi e l’ironia dei fati
Tarpâr l’ali a’ miei vati,
E i fiori del pensiero
Crescon senza profumo in cimitero.

Ma né l’ira dei tristi o il fato avverso
Farà languir l’affetto,
Ch’io mal tentai significar col verso
Umil tanto e negletto!
E se giorno verrà che il voto mio
Alfin coroni Iddio,
Oh allora sol saprai
Quanto piansi per te, quanto pregai!