Povera Venezia

I leoni dell’Arsenale di Venezia

Nel sestiere di Castello, delle mura merlate e secolari nascondono alla vista l’antico arsenale di Venezia, da cui presero corpo e forma le singole navi della flotta militare e commerciale, che fecero la fortuna della città lagunare. Nel passato si scrissero molte pagine, ricercando le origini del suo nome. L’opinione dotta opinò una sua genesi latina o, tutt’al più, una provenienza neolatina altomedievale; ma l’esito semantico rimase incerto, più o meno oscuro a seconda del bagaglio culturale del commentatore di turno. Tuttavia, nel passato l’etimologia più comunemente accettata fu determinata da un brano del letterato Francesco Sansovino, figlio del grande architetto Jacopo. Nel suo “Venetia città nobilissima et singolare” avanza una sua particolare spiegazione: “Ma la base e il fondamento della grandezza di questa Repubblica, anzi lo honor di tutta Italia, e per dire meglio, e con verità, di tutti i Christiani, la Casa dell’Arsenale, che s’interpreta Arx Senatus, cioè fortezza, bastione, antemurale, e sostegno del Senato, e della fede nostra contra l’armi de gli Infedeli” (Venezia, 1633, p. 366). Per quanto evocativa, la versione del Sansovino andò sgretolandosi di fronte alla spiegazione forse più veritiera, che la faceva derivare da un termine arabo, che designava lo spazio deputato alla costruzione delle navi e alla loro riparazione.

L’ingresso principale dell’arsenale è costituito dalla monumentale Porta di Terra, eretta nel 1460, sotto la vigile supervisione dell’architetto Antonio Gambello. Esso richiama nell’insieme un ordito architettonico classicheggiante con lo schema compositivo di un arco trionfale, sormontato da un’edicola con timpano che racchiude un imponente leone alato, simbolo della Serenissima; e prospetta una terrazza del 1692, sulla quale fanno bella mostra di sé otto sculture barocche, che personificano altrettante divinità mitologiche.

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Fuori di essa, ai lati, quattro leoni di marmo vigilano l’ingresso maggiore della “Casa dell’Arsenale”. La loro storia è per molti versi rocambolesca e conserva ancora oggi non pochi segreti.

Tre di questi capolavori del passato arrivarono a Venezia dalla Grecia come bottino di guerra del “capitano generale da mare” Francesco Morosini, che, attraverso una serie di operazioni di sbarco e incursioni nei territori turchi, aveva conseguito numerose vittorie, culminate con la capitolazione della città di Atene, avvenuta il 29 settembre 1687.

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Giovanni Carboncino, Ritratto del doge Francesco Morosini, 1690

La resistenza turca, che aveva tentato di giocare l’ultima resistenza, asserragliandosi sull’acropoli millenaria, fu messa a tacere dai mortai del luogotenente del Morosini, lo svedese Otto Wilhelm von Königsmark,

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Otto Henrik Wallgren, litografia di Otto Wilhelm Konigsmarck, 1849

infliggendo purtroppo anche gravi danni al Partenone, adibito dagli assediati a polveriera.

Partenone_in_fiamme

Così molte delle testimonianze della civiltà ellenica presero il mare in direzione di Venezia; e tra queste, appunto, vi erano tre sculture dei cosiddetti “Leoni dell’Arsenale”.

Il leone di destra risale al IV secolo a.C. ed è ritratto sdraiato.

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Le testimonianze, coeve e più tarde, chiosano sulla sua provenienza di certo attica, ma delle indicazioni permettono di avvalorare l’idea secondo la quale l’ubicazione originaria sia da ricercarsi in una delle stazioni lungo i ventidue chilometri della Via Sacra Eleusa, che congiungeva Atene ad Eleusi. Pertanto, il leone dell’Hephaisteion, dal tempio di Efesto che domina l’agorà di Atene, possiede dei tratti stilistici che lo caratterizzerebbero per un uso funerario, quale la leonessa della tomba di Lisimakides,

Leone del Ceramico
Atene, sito del Ceramico, leonessa di Lisimakides

ed era collocato nel percorso, dove si celebravano i “misteri di Eleusi”, e che trovavano il loro compimento nel tempio della dea Demetra. Un’iscrizione bronzea, posta sul piedistallo fino al 1797, recitava:
ATHENIENSIA VENETAE CLASSIS
TROPHOEA VENETI SENATUS
DECRETO IN NAVALIS
VESTIBULO CONSTITUTA

Il leone di destra, databile alla seconda metà del IV secolo a.C., è colto in una posa del tutto diversa. Il suo corpo raggiunge un’altezza considerevole di circa tre metri. Il tronco è eretto, adagiato sulle zampe posteriori, mentre le anteriori sono distese in tutta loro lunghezza.

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La scultura, al di fuori della sua testa che evidenzia delle manomissioni da ricondursi al tempo del Morosini, presenta nel suo complesso una decisa affinità in linea con gli stilemi artistici del Leone di Cheronea, eretto da Filippo sulla sepoltura collettiva dei macedoni, caduti nella battaglia del settembre del 338 a.C..

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Leone di Cheronea

In origine la statua ornava l’ingresso del Pireo, l’antico porto di Atene, e un brano di uno storico veneziano del XIX secolo ricorda che “il 15 marzo 1692 si collocasse a fianco del maggiore ingresso dell’Arsenale, in perenne ricordo di quella campagna gloriosa. Né monumento recar poteva alla patria il Morosini, dalla debellata città, più insigne di questo leone che da secoli guardava l’entrata del Pireo, nome dimenticato nell’età di mezzo per sostituirvi quello di Porto Leone, o porto leom come troviamo fino dal 1318 nel più antico dei portolani italiani, in quello cioè del genovese Pietro Vesconte che serbasi nel Museo Correr di Venezia” (V. Lazari in Archivio Storico Italiano nuova serie, vol. 4, no. 1 (7) 1856, pp. 215-216). Ancora, nella sommaria descrizione del leone, lo stesso storico informa di “un solco praticato lunghesso il dorso e che riesce dalla bocca, otturato da pezzi di svariato marmo…” mostrandoci “…l’antica destinazione che aveva, a cacciar dalle fauci un grosso zampillo d’acqua, posto siccom’era ad ornamento di una fontana”. Un’altra testimonianza della sua originaria collocazione trovava attestazione in una tavoletta bronzea, anch’essa osservabile fino al 1797, posta sul basamento della scultura, che recitava “Franciscus Maurocenus Peloponnesiacus/expugnatis Athenis marmorea leonum simulacra/triumphali manu e Piraeo direpta/in patriam transtulit futura Veneti leonis/quae fuerant Minervae Atticae ornamenta” (G. Graziani, Francisci Mauroceni Peloponnesiaci, Venetiarum principis gesta. Scriptore, Patavi, 1698, pp. 338-339).

Sulle spalle e sui fianchi del leone appaiono dei curiosi segni tra le striature del marmo, tanto che uno sguardo distratto potrebbe confonderli con la semplice imperfezione della pietra, quando in realtà si tratta di sempre più sbiadite testimonianze dell’XI secolo di uno o più variaghi, i famosi mercenari scandinavi e russi che costituivano la Guardia dell’imperatore di Bisanzio a partire dal X secolo, le cui vicende si sono tramandate nella famosa saga islandese Brennu Njàls saga o nelle Cronache di Giovanni Scilitze, nelle quali si raccontano anche le gesta di re Haroldr “Lo Spietato” di Norvegia con le sue incursioni in Sicilia e nell’Italia meridionale.

Una specie di largo nastro che gli serpeggia con varii rivolgimenti fra di loro intrecciantisi sulla parte diritta; e viene a cadere verso la zampa anteriore, mentre dall’opposto lato si osserva più semplice nastro” (V. Lazari, p. 216) divenne oggetto di diversi commenti. Anzi. “Pochi oggetti stuzzicarono tanto la curiosità dei dotti, e mossero la lingua e la penna degli eruditi, quanto li fecero questi simulacri e l’interpretazione di quelle sigle! vennero immaginate, dette e scritte, sul loro proposito, cose ingegnosissime ad un tempo e strane” (G. Casoni, Guida per l’Arsenale di Venezia, 1829, p. 2).

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Fra i tanti viaggiatori stranieri, che dalla seconda metà del XVIII secolo alla fine del XIX furono presi dal fascino di Venezia e dai suoi monumenti, il diplomatico svedese Johan David Äkerblad fu il primo ad interessarsi di quelle strane iscrizioni, incise seguendo la forma di un lindworm, simbolo norreno ricorrente in molte delle iscrizioni in cui si era imbattuto nel corso della sua vita. Non fece fatica ad identificarle come rune e, poco tempo dopo, diede alle stampe una descrizione del leone, riproducendovi anche le incisioni sebbene in maniera approssimativa.

Le Rune o la scrittura runica è un sistema grafico, sviluppato ed utilizzato dalle popolazioni germaniche a partire dal I secolo a.C., la cui “matrice dell’alfabeto runico è duplice: da una parte nord italica, e più specificatamente venetica, dall’altra, concomitante, latina” (Marchese, 1980, 21); e l’origine di tale sistema va ricercata nel grande crocevia che fu il Noricum, dove la lingua venetica, soprattutto d’ambito cadorino, procedette di pari passo con l’apertura delle vie romane, le cosiddette “strade del ferro”: “l’aspetto cronologico pare ora colmato dalla seriorità della veneticità alpina, specificatamente cadorina; tuttavia la seriorità della veneticità è necessaria ma non sufficiente né primaria quale puro aspetto cronologico: ciò che è primario, da entrambi i fronti, sono i modi storici della realtà culturali espresse dalle scritture…Dal lato ormai romano c’è un recupero di veneticità il che implica “scuola” di scrittura quindi conoscenza di più alfabeti, oltre quello romano e venetico…Le precondizioni culturali alla creazione dell’alfabeto runico c’erano tutte; in particolare c’era la possibilità di mescolare per variare tra forme e contenuti delle lettere così da presentare una scrittura alfabetica che non mostrasse dipendenza da alcuna scrittura matrice, in particolare da quella romana che era il modello di riferimento egemone ma che si doveva, perché si voleva, negare, e questo era lo spirito ideologico di volontà di ricezione di una scrittura nazionale germanica” (A.L. Prosdocimi in AA.VV, Letture dell’Edda. Poesia e prosa, Alessandria, 2006, p. 189).

Anni dopo, Carl Christian Rafn, storico danese ricordato anche per essere uno dei più accesi sostenitori dell’esplorazione vichinga delle terre nordamericane, intraprese il primo vasto disegno sulla storia del leone e delle sue iscrizioni,

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arrivando alla loro traduzione. Nel suo “Oldtidsminder fra Oster”, pubblicato a Copenaghen nel 1856, il danese propose una suggestiva lettura con la relativa parafrasi (le lettere in minuscolo sono state ricostruite):

HAKUN:VAN:ÞIr:ULFR:aUK:ASMuDr:aUK:AuRN:
HAFN:ÞESA:ÞIR:MEN:LagþU:A:Uk:HARADr:HAfI:
UFIABUTA:UPRArStar:Vegna:GRIkIAþIþS:VARþ:
DALKr:NaUþugr:I:fIARi:laþum:eegil:var:I:faru:ragnarR:
TIL:ruMANiu….AUK:Armeniu:

Hakon con Ulf e Asmund e Örn conquistarono questo porto. Questi uomini e Harold l’Alto hanno imposto una forte tassa agli abitanti del paese, a causa della rivolta del popolo greco. Dalk è tenuto prigioniero in terre lontane. Egli era partito per una spedizione con Ragnar in Romania e in Armenia”.

Sul lato destro, si legge:

ASMUDR:HJU:ruNAR:ÞISAR:ÞAIR:ISKir:auk:
ÞuRLIFR:þURþR:AUK:IVAr:at:BON:HaRADS:
hAFa:þUAT:GRIKiAR:uf:hUGSAþu:auk:bAnaþu:

Asmund incise queste rune con Asgeir e Thorleif, Thord e Ivar, su richiesta di Harold l’Alto, nonostante i greci avessero tentato di impedirlo”.

La critica successiva non mancò di sottolineare alcune incertezze. Tra le successive edizioni, la più autorevole apparve quella di Erik Brate, accademico svedese, che propose una nuova traduzione del testo, pubblicandola nel 1922 all’interno del libro Sverges Runinskrifetr:

hiuku þir hilfninks milum hna en i hafn þesi þir min eoku runar at haursa bunta kuþan a uah riþu suiar þita linu fur raþum kul uan farin
tri (n) kiar ristu runar [a rikan strin] k hiuku þair isk [il-] [þu] rlifr
litu auka ui [i þir a] roþrslanti b [yku] – un sole iuk runar þisar.
ufr uk – li st [intu] a [t haursa] kul] uan farn

Lo hanno abbattuto nel mezzo delle sue forze. Ma nel porto gli uomini tagliano rune in riva al mare in memoria di Horsi, un buon guerriero. Gli svedesi hanno messo questo sul leone. Lui se ne andò con un buon consiglio, l’oro ha vinto nei suoi viaggi. I guerrieri tagliato rune, s’è scavato in un cartiglio. Æskell (Askell) [e altri] e Þorlæifʀ (Þorleifr) li aveva ben tagliato, che ha vissuto in Roslagen . [NN] figlio di [NN] tagliare queste rune. Ulfʀ (Ulfr) e [NN] li colorati in memoria di Horsi. Ha vinto l’oro nei suoi viaggi”.

L’ipotesi del danese non fu accolta favorevolmente da Haakon Shetelig e Magnus Olsen, i quali ne smontarono l’impianto, evidenziando due aspetti fondamentali. L’autore delle iscrizioni doveva essere ricercato in tre persone diverse e, cosa ancor più importante, buona parte della lettura proposta doveva essere espunta, poiché una visione autoptica dell’iscrizione permetteva un’interpretazione certa solo di alcuni frammenti:

… ho hafn þisi … (… v ru) nar a …
M biki I (sem bjuggu i)

Qualche anno dopo, nel 1930, lo studioso Erik Moltke, dopo aver constatato lo stato lacunoso delle iscrizioni, sottolineò nuovamente le differenze presenti nelle iscrizioni, avvalorando a suo dire la teoria di più mani e tempi diversi. Inoltre, il Moltke evidenziò che l’iscrizione di sinistra esordiva con i grafemi rovesciati e vi leggeva che due uomini di nome Ufr e Smidr avevano portato a buon fine una missione a loro assegnata nel porto del Pireo.

Di recente una studiosa svedese, la filologa Thorgunn Snaedal (Runinskrifterna på Pireuslejonet i Venedig, 2014), ha scompaginato ancora una volta le carte, fornendo una nuova lettura, che, a quanto pare, porrebbe la parola fine sulla diatriba, dato che alcuni studi specialistici ne avrebbero avvalorato la valenza scientifica.

Adiacente al Rio dell’Arsenale, è collocata la scultura più piccola. In realtà, gli studi di C. Vermeule hanno evidenziato che la statua, anch’essa del IV secolo a.C., in origine ritraeva un cane, identificato come un mastino o un molosso, forse da attribuire alla scuola del “Maestro del Ceramico”. Peraltro, sempre lo studioso pose l’accento sul fatto che la statua fosse acefala quando Morosini la prelevò quale “spolia” di guerra. Come nei precedenti leoni, anche la base di questo leone venne dotata di un’iscrizione, costituita da una semplice e brevissima frase EX ATTICIS.

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Infine, l’ultimo leone, il più antico, dato che risale al VII secolo a.C., si presenta con il corpo magro e slanciato.

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La sua originaria sede la si pone nella celebre Terrazza dei Leoni sull’isola di Delo, la “luminosa”, nell’arcipelago delle Cicladi, dove secondo la leggenda la dea Leto (la romana Latona) diede alla luce Artemide e Apollo, al quale venne dedicata la stessa isola. Sulla Terrazza dei Leoni, che dominava il Lago Sacro, gli abitanti di Nasso, alla fine del VII secolo, posero sedici leoni maschi allineati, dei quali si sono conservati solamente cinque ed alcuni frammenti di altri due e sono attualmente custoditi nel locale museo.

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Delo, copie dei leoni della Terrazza

Al contrario delle altre statue, questa venne deposta successivamente, allorché il nobile Domenico Pasqualigo “essendo Proveditor al Arsenal assieme con Sier Nicolò Donà, donò una livonessa di marmo greco trasportata dal di lui zio Sier Alvise q.m. Zuanne Capitano delle Navi, dall’isola di Dilo, e fu collocata su la Piazza dell’Arsenale tra l’uno dei leoni d’Athene, e la picciola leoncina che è alla riva e vi fu sotto posta l’epitaffi seguente allusiva alla liberazione di Corfù seguitta nell’anno del dono suddetto, che fu nel 1716. Ecco l’epitaffi: Anno Corcyrae Liberate” (M. Barbaro, A.M.Tasca, Arbori dé Patritii veneti, Archivio di Stato di Venezia, Misc. Codici S.I., Storia Veneta n.21, VI, 26).

Le sculture raccontano le vicende liete e dolorose della storia e oltrepassano la patria geografica con cui s’identificano. Non è un caso se i leoni abbiano occupato nel passato anche recente le cronache internazionali, risvegliando l’attenzione dei visitatori. Molti sono gli interrogativi ancora irrisolti che li riguardano e alimentano le speculazioni più diverse, magari proprio sulla mano che incise le rune sui fianchi di un capolavoro dell’antichità. Oggi, e giustamente, quell’atto passerebbe per un atto di inciviltà. Certo, nulla a che fare con le solite frasi idiote dell’ebete di turno o disegni di semianalfabeti, ma è pur sempre uno sfregio. Ma al di là di tutto ciò, i leoni riescono ancora ad appassionare chiunque si ponga di fronte a loro e, a guisa di sfingi, sembrano ancora serbare qualcosa di non detto, le cui domande aperte aspettano ancora una risposta.

 

 

 

 

 

 

L’abbazia di Novacella

Nel comune di Varna, nelle immediate vicinanze di Bressanone, lo scosceso e tormentato paesaggio dolomitico si stempera in dolci versanti, in parte ammantati da boschi e frutteti, dove fanno da padroni i castagni e i meleti. In questa cornice naturale, facilitata da un favorevole microclima e dalle risorse naturali piuttosto generose, l’opera dell’uomo si è inserita in una perfetta simbiosi. Ne sono una testimonianza il castello Salern e gli edifici religiosi del tutto armonizzati con l’ambiente. Oltre ad essere uno snodo orografico, che si apre sulle vallate dolomitiche adiacenti, il territorio di Varna si presta come naturale cerniera tra il mondo germanico e il mondo veneto, tra la cultura nordica e la cultura mediterranea. Non può dunque sorprendere che l’antico abitato di Neustift custodisca uno tra i più importanti complessi religiosi del Tirolo: l’abbazia di Novacella.

Fondata nel 1142 dal vescovo Hartmann, l’abbazia ottenne la convalida pontificia il 9 aprile 1143 da parte di Innocenzo II e, nel 1157, la protezione dell’imperatore Federico Barbarossa. Ben presto Novacella divenne uno tra i più importanti punti di sosta nei cammini verso i luoghi della Cristianità, assicurando a sua volta al potere politico il controllo della viabilità e del territorio.

Allo scopo furono chiamati i monaci dell’ordine Agostiniano, provenienti dall’abbazia di Klosternneuburg sul Danubio, a nord di Vienna; e diedero vita alla “nova cella”. I futuri sviluppi dell’abbazia finirono per superare gli intenti e le previsioni del suo fondatore, grazie anche al godimento della proprietà dei boschi, dei pascoli e delle chiese, poste nel suo territorio, nonché dei diritti fiscali che davano a Novacella la facoltà di riscuotere i contributi dei sudditi del convento.

Quasi coevo alla fondazione lo scriptorium, perno vero e proprio della produzione dei testi liturgici per uso interno e dove le arti e le scienze fiorirono. Poco più tarda la scuola conventuale, indirizzata alla musica e al canto.
Il 17 aprile 1190 un incendio di vaste proporzioni, nato forse per la goffaggine di un giovane novizio, rase al suolo il complesso, facilitato anche dal fatto che buona parte degli edifici erano di legno. Il prevosto Konrad II di Rodank non si perse d’animo di fronte ad una sì distruzione e coordinò la ricostruzione, basandosi sulla pianta dell’abbazia di San Gallo in Svizzera, adattandola alle necessità di Novacella.

Durante tutto il medioevo, l’abbazia, divenuta un punto di riferimento nello scacchiere dolomitico, si trovò a fronteggiare i signori locali e le loro rivendicazioni politiche e territoriali, che tentarono di eroderne i privilegi e i possedimenti. Nel 1434, Novacella mise a profitto la generosità e la protezione dell’imperatore Sigismondo, che di fatto pose nuovamente dei paletti a salvaguardia degli interessi dell’abbazia e vi pose come protettore il suo consigliere, Oswald von Wolkenstein,

Oswald

l’irrequieto ed avventuroso minnesanger. Il quale, nel corso dei suoi soggiorni, vi compose molti dei suoi componimenti. Morto a Merano nel 1445, il poeta fu sepolto nella chiesa del convento, dove tuttora riposa.

Nel maggio 1525, una moltitudine di contadini e fittavoli, guidati da Michael Gaismair, mossero contro l’abbazia, dopo aver saccheggiato la vicina Bressanone. Le fortificazioni, erette in previsione di un attacco turco, poterono ben poco. Il saccheggio durò cinque giorni e buona parte del patrimonio andò perduto irrimediabilmente. Ci vollero decenni prima che Novacella tornasse ai vecchi fasti, ma nuovi tempi bui si addensarono nel 1636, allorché nella vallata comparve il morbo della peste, la cui virulenza decimò la popolazione nel giro di poco tempo. La successiva disinfezione dei locali provocò la distruzione quasi totale degli affreschi del chiostro, risalenti al XIV e XV secolo, a causa dell’imbiancatura effettuata con la calce.

Nel tormentato periodo delle guerre napoleoniche, Novacella dovette sopportare le ripetute occupazioni militari, che si risolsero nella requisizione degli edifici e la loro nuova destinazione ad ospedale e caserme, con tutti i danni intuibili. Il 26 dicembre 1805, la Pace di Pressburg, stipulata tra Francesco I d’Austria e Napoleone, stabilì tra le altre clausole che la contea del Tirolo e il Vorarlberb passassero al regno di Baviera, alleato della Francia. L’annessione fece ripiombare Novacella nei tempi più cupi, rendendo incerta la stessa sopravvivenza del cenobio. Nel regno tedesco, con la cosiddetta “secolarizzazione”, si era provveduto ad incamerare e ad espropriare i beni ecclesiastici, destinando buona parte di questi tesori rinascimentali e barocchi in manicomi e prigioni. Sulla scorta del decreto del 17 settembre 1807, i rappresentanti del governo bavarese si presentarono alle porte di Novacella e stilarono l’inventario di tutto il patrimonio dell’abbazia; e, dopo averlo asportato, si procedette alla vendita al miglior offerente. Ritornato il Tirolo sotto il dominio degli Asburgo, Francesco I ristabilì gli antichi privilegi e possedimenti dei cenobi, ormai immagini sbiadite di un passato di fasti. Novacella versava in condizioni disastrose. La chiesa e il monastero erano stati depredati di tutto e necessitavano di importanti restauri. Altri edifici, invece, sembravano stare in piedi solo per grazia divina. Nella seconda metà del XIX secolo, dopo avveduti restauri, il monastero ritornò a fiorire, assumendo nuovamente quell’eleganza delle forme romaniche e barocche che ancora oggi lo caratterizza.

Le due guerre mondiali provocarono ingenti danni che richiesero sostanziali restauri, soprattutto in seguito al bombardamento aereo alleato del 23 marzo 1945, per la presenza di truppe della Wehrmacht all’interno delle sue mura.

Oggi l’abbazia opera come centro di spiritualità e di accoglienza, luogo d’incontro e di preghiera. Inoltre, si tengono di frequente convegni e conferenze di carattere culturale, nonché concerti di musica classica e religiosa. Raffinata e rinomata la produzione dei vini bianchi tipici della Valle Isarco, che si possono acquistare, assieme ad altri prodotti di altri monasteri, nel negozio all’ingresso del convento.

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Logo dei vini di Novacella

Dal parcheggio si passa accanto al Castello di Sant’Angelo. Si tratta di un singolare edificio, costituito da una cappella dedicata al Cristo Redentore di forma circolare con l’attigua cripta nel piano terra e, nel piano superiore, un ambulacro poligonale con 14 bifore. Consacrato nel 1198 dal prevosto Konrad II, quale “casale peregrinorum receptu”, l’edificio venne distrutto dall’incendio del 1190 e ricostruito con forme e dimensioni del tutto diverse all’originario. Nel XVI secolo, sotto la spinta del pericolo turco, l’ospizio assunse l’attuale veste di rocca fortificata.

Entrati nel cortile del monastero, appare il pozzo del 1508, sulla cui copertura a forma di pagoda Nikolaus Schiel dipinse le sette meraviglie del mondo classico, riproducendo nell’ottavo riquadro l’abbazia medesima.

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Sul lato sud, un grande edificio di due piani custodisce la biblioteca e la sua sala in pieno stile rococò. Qui sono custoditi oltre 70.000 opere di carattere vario, oltre ai numerosi manoscritti, all’interno di 43 armadi.

Biblioteca

Più avanti, lasciata alle spalle la prelatura, la torre campanaria del XII secolo. Al suo interno, in origine vi erano due cappelle. La prima, situata al piano di calpestio, era consacrata alla Madonna e venne inglobata dall’attuale atrio della chiesa abbaziale. La seconda, invece, aveva diverse intitolazioni: al Redentore, alla Santa Croce e a sant’Agostino. Di essa è rimasto ben poco, tranne l’affresco posto nell’abside.

La chiesa abbaziale, eretta in origine in stile romanico nel XII secolo, si presenta al suo interno con una navata tripartita in un florilegio di barocco e rococò di stampo svevo e tirolese. Precedute dall’atrio con l’affresco raffigurante l’atto di fondazione dell’abbazia, le volte della navata sono impreziosite dal ciclo di affreschi, che narrano gli episodi salienti della vita del santo di Ippona. Le volte laterali, invece, rappresentano alcuni santi dell’ordine agostiniano. Sul lato sinistro si apre la cappella dedicata alla Vergine, eretta nel 1695 da Simone Delai da Bolzano con la cupola affrescata da Ägidius Schor e Kaspar Waldmann. Il soffitto della sagrestia gotica è decorato con riquadri raffiguranti i quattro padri della chiesa e i quattro evangelisti.

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Il chiostro si trova al centro del complesso e, come di consueto, congiunge tra di loro i principali edifici del complesso: la sala capitolare, il refettorio, la cucina e le officine. Al di sopra le celle e il dormitorio.

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Poco lontano la cappella di san Vittore, probabilmente antecedente alla stessa fondazione dell’abbazia e, volendo dare credito alla dedicazione, si stagliava in piena solitudine all’interno di un bosco. Del tutto distrutta dall’incendio del 1190, fu ricostruita e, nel XIV secolo, affrescata. Nel XV secolo fu interessata da nuovi lavori e furono costruiti in adiacenza l’infermeria e una piccola torre campanaria, sotto la quale è posta l’immagine di san Vittore, rappresentato con le vesti di legionario romano o cavaliere cristiano.

La visita dell’abbazia può rivelarsi una piacevolissima sorpresa, da assaporare con lentezza e curiosità, godendo dell’atmosfera di grande serenità che vi si respira, tanto che si ha la netta sensazione di essere entrati in un luogo di pace fuori dal tempo.

Il castello di Taufers

La località di Sand in Taufers è adagiata in un’ampia e soleggiata conca, circondata da imponenti montagne, le cui pendici boscose s’alternano a ripide pareti e prati alpini. Posto nel cuore del Parco Naturale Vedrette di Ries Aurina, il vivace centro porta con sé la spiegazione del proprio nome. Le fonti archivistiche svelano, infatti, le origini del toponimo, altrimenti oscuro. A quanto pare l’etimo Taufers dovrebbe derivare dal preromano “Tyfres”, che rifletterebbe il quadro paesaggistico delle gole, formatesi nel corso dei secoli dai torrenti Aurino, Rio di Riva e il Rio di Selva, le cui acque ancora oggi percorrono rumorosamente la vallata.

La valle sembra immune allo scorrere del tempo. L’epoca medioevale ha lasciato ovunque una traccia del suo stile e del suo gusto. Sullo sfondo del paese, sopra una diga naturale di roccia viva, troneggia un castello, imponente e turrito. Alle sue spalle, il panorama si riempie dei versanti delle Alpi della Zillertal, che sembrano cingerlo nella dignità regale. Dal centro abitato, un suggestivo e facile sentiero ne permette la visita. Un caratteristico pontile in legno, che sovrasta le acque scroscianti del ruscello Ahornbach,

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conduce alla cappella Schlosskreuz, dalla quale inizia la risalita. Qualche manciata di minuti e il visitatore si trova di fronte all’ingresso aggettante del castello di Taufers.

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Il castello apparve per la prima volta nella storia nell’agosto del 1225, allorché Ugone IV di Taufers si trovò a soggiacere alla politica espansionistica del vescovo di Bressanone, Enrico IV. L’episcopo, peraltro cugino di primo grado di Ugone IV, ottenne senza colpo ferire la proprietà dei castelli di Taufers e Uttenheim, veri e propri baluardi e simboli familiari del povero Ugone, il quale poté riottenerli solo in seguito al giuramento di vassallaggio al vescovo.
I signori di Taufers intrattennero stretti rapporti con l’Ordine Teutonico, nonché con la prestigiosa Abbazia di Novacella.

Il 9 giugno 1241, la nobile Adelheid, contessa di Appiano, e suo marito Hugo von Taufers si ritrovarono nella condizione di rifondare a Vipiteno l’ospizio dedicato al Santo Spirito, all’interno del quale venne istituita la regola monastica di Sant’Agostino dal vescovo brissinese Egno. Anni dopo, nel 1254, la nobile donna, nel frattempo rimasta vedova, prese la decisione di affidare all’Ordine Teutonico lo “hospitalis in honore Sancti Spiritus ad sustentationem et recreationem pauperum et peregrinorum” (Atto di donazione, conservato presso l’archivio centrale dell’Ordine Teutonico a Vienna del 5 novembre 1254).

Nei secoli successivi, Taufers visse i momenti turbolenti della storia medioevale. La particolare posizione geografica del castello lo pose al centro degli scontri tra l’Impero e il Papato, nonché delle mire territoriali dei potentati locali. Il caso emblematico di questo stato di cose è rappresentato dall’episcopato di Nicolò Cusano, vescovo di Bressanone, che dovette sottostare alle violente ingerenze del duca del Tirolo, Sigismondo d’Austria detto il Danaroso, che lo privò di alcune importanti prerogative temporali. Dal suo rifugio di Andraz, il Cusano tentò con ogni mezzo di limitare il duca, che cercava di sottomettere e ridimensionare i principati ecclesiastici dei suoi territori. Le vittorie di Cusano, tuttavia, non impedirono che la vallata di Taufers passasse di mano all’imperatore Massimiliano I d’Asburgo, che aveva ottenuto non senza fatica la tregua tra i due contendenti.

Il 25 ottobre 1504, Massimiliano I vendette ai fratelli Fieger la gestione della giustizia di Taufers per ben 27.400 fiorini. Alla famiglia Fieger subentrarono nel XVII secolo i Zeiler, che la detennero fino al 1815, anno in cui morì l’ultimo discendente della famiglia.

 

Il castello restò a lungo abbandonato; e il fatto di aver cambiato numerosi proprietari non lo aiutò affatto. Delle preziose vedute di inizio Ottocento e dei resoconti più tardi testimoniano il suo degrado. Già nel 1813 la copertura del dongione era di fatto scomparsa e nel 1830 il mastio crollò, portandosi con sé parti della cinta e alcuni edifici vicini. Dopo alterne vicende, nel 1903 il castello venne acquistato da Ludwig Lobmeyer, che malgrado tutto e tutti, riuscì a curare un primo consolidamento delle strutture, operandovi anche un primo restauro degli edifici principali. I lavori continuarono più tardi da Hieronymus Gassner, procuratore generale dell’ordine dei benedettini austriaci a Roma, con la ricostruzione del torrione e di alcuni tratti delle mura. Nel 1977 il castello passò al Südtiroler Burgeninstitut, che provvede ai necessari restauri e ne cura le visite al suo interno.

L’accesso al castello avviene per mezzo di un ponte di legno, una volta levatoio, che scavalca un sottostante fossato. Da qui, il visitatore si trova dinanzi ad una porta fortificata, da cui si giunge all’interno. Tra gli edifici che ombreggiano il cortile, spiccano senza dubbio il dongione e il mastio. al suo interno.

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Il dongione, il praiter thurn, eretto tra il 1224 e il 1230, si presenta come un compatto ridotto difensivo, la cui severità delle facciate è lievemente alleggerita dalle bifore con colonnina cilindrica e capitelli a forma trapezoidale.

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Al pianterreno, tre ambienti di servizio sono adibiti a cantina, mentre il quarto, denominato con il nome di segreta, presenta la pavimentazione costituita dalla roccia viva e sporgente. Al piano superiore vi è una piccola cappella, intitolata a san Pietro.

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Nella parte superiore del catino absidale, sopra l’altare, risalta un affresco della fine del XV secolo, raffigurante il tema iconografico di matrice culturale bizantina della “Deesis” o “Deisis”. La figura centrale, Cristo, assiso in trono all’interno di una mandorla attorniata dai colori dell’arcobaleno, regge con la mano sinistra un globo sormontato dalla croce e con la destra benedice i giusti, condannando di fatto i malvagi. Tra le labbra una spada.

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La collocazione del ciclo non è frutto del caso, ma è legata alla celebrazione del rito eucaristico, che realizza il Secondo Avvento di Cristo. Il Primo è avvenuto con la carne, il Secondo con il Mistero e, infine, il Terzo avverrà nella Gloria, come giudice dei vivi e dei morti.
Il simbolo del mandorlo possiede una indubbia valenza significante. Già il profeta Geremia ne fece largo uso: Mi fu rivolta questa parola del Signore. “Che cosa vedi, Geremia?”. Risposi: vedo un ramo di mandorlo. Il Signore rispose: “Hai visto bene, poiché io vigilo sulla mia parola per realizzarla” (Ger. 1, 11-12). Nondimeno l’arcobaleno, citato per esempio in seguito al diluvio universale: “L’arco sarà sulle nubi e io lo guarderò per ricordare l’alleanza eterna tra Dio e ogni essere che vive in ogni carne che è sulla Terra” (Gen. 9,16); o, ancora: “Sopra il firmamento che era sulle loro teste, apparve qualcosa come pietra di zaffiro in forma di trono e su questa…una figura dalle sembianze umane. Da ciò che sembrava essere dai fianchi in su, mi apparve splendido come l’elettro e da ciò che sembrava dai fianchi in giù, mi apparve di fuoco. Era circondato da uno splendore il cui aspetto era simile a quello dell’arcobaleno nelle nubi in un giorno di pioggia. Tale mi apparve l’aspetto della gloria del Signore” (Ez. 1, 26-28). Dunque, la mandorla con i suoi colori dell’iride rappresenta il mistero luminoso di Dio, che si manifesta attraverso la figura di Gesù, la cui natura divina è nascosta in quella umana, come il frutto della mandorla sotto il suo guscio.

Al centro del catino, l’affresco è integrato dalla rappresentazione dei punti salienti delle biografie dei santi Pietro, Paolo, Andrea, Erasmo e Sigismondo di Burgundia. Nei lunotti che precedono il catino, il Cristo nel giardino dei Getsemani.
Il piano superiore, anch’esso suddiviso in quattro vani, non presenta particolari attrattive, dato che è stato svuotato negli anni dei suoi arredamenti.

Il mastio, simbolo per eccellenza del potere, possedeva in origine un’altezza ragguardevole, toccando i 26 metri circa e 35 con la copertura. Adiacente vi è la bertesca, la torretta cilindrica sovrastante il ponte d’ingresso. Da qui il visitatore può raggiungere la sinistra “camera della tortura”, dove ancora oggi è possibile vedere un’antica gogna

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e uno scolo inciso sulla pietra, che il sentir comune vorrebbe funzionale per il sangue dei poveri infelici qui torturati. Vicine la prigione, conosciuta sotto il nome di “segreta invernale”, e la “sala del capitano”, impreziosita dalle pareti rivestite dal legno di cirmolo e da una stübe a olle in stile impero.

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Come nelle migliori tradizioni gotiche, anche Taufers avrebbe il suo fantasma, che, nelle notti senza luna, si aggirerebbe nel castello, il cui pianto straziante riecheggia senza fine per tutte le stanze, in particolare in quella che è stata denominata la “stanza degli spiriti”.
Durante l’epoca delle crociate, il signore di Taufers, prima di intraprendere il cammino che lo avrebbe condotto in Terrasanta, si raccomandò al fratello, vescovo di Bressanone, di occuparsi della sua giovane e bella figlia per tutto il tempo che sarebbe mancato. Passarono i giorni e i mesi e il cuore di Margherita non batteva che per suo padre, lontano nelle terre assolate a combattere gli infedeli. Un giorno la giovane ragazza s’innamorò del capitano del castello; e, a quanto pare, il sentimento era corrisposto. Data la bassa estrazione sociale dell’uomo, lo zio le tentò tutte pur di ostacolare la loro storia d’amore, ma non ci fu verso. I due giovani decisero di coronare il loro sogno d’amore, convolando a nozze. Una freccia mise la parola fine al sogno, troncando la vita del capitano. Margherita, disperata si rinchiuse nelle sue stanze, cadendo in una profonda e tragica melanconia, che a poco a poco l’uccise.

La vicenda, tanto romantica quanto tragica, tramandata da padre in figlio durante le lunghe notti d’inverno per affascinare e donare emozioni agli adulti e ai bambini, è una semplice poesia di una fiaba, libera di viaggiare oltre l’immaginazione. Margherita non è mai esistita. Nessuna ragazza con questo nome visse il suo tempo all’interno del castello, se non nei “cunti” del focolare.

Lasciata la “stanza degli spiriti”, degna di visita è l’ala orientale del castello. Qui si può visitare la “sala del Giudizio”, anch’essa del tutto rivestita da cirmolo. Una colonna al centro della stanza provoca qualche curiosità. Ad essa veniva legato il reo mentre attendeva il giudizio, che, molto spesso, non andava troppo per il sottile.

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Raggiunto il piano superiore, ecco la Biblioteca con il suo soffitto a cassettoni con i riquadri, raffiguranti i profeti del Vecchio Testamento. Dei rimanenti ambienti ammobiliati, degni di menzione sono l’infermeria, addobbata con la serie di ritratti dei bambini, che frequentarono la scuola del castello nel XVI secolo; la cosiddetta “stanza di Napoleone”, nell’ala degli ospiti, il salone e la “camera del Cardinale”.

Grazie al Südtiroler Burgenininstitut, che ha salvato il castello dall’abbandono, riponendolo all’attenzione che meritava, il visitatore può riscoprire, attraverso la sua visita, la storia di Taufers e della sua vallata, nonché dei molti protagonisti della storia che segnarono i secoli di guerra e di pace tra l’Europa Mitteleuropea e le terre lambite dalle lagune veneto friulane.

 

La contessa Paolina Secco Suardo Grismondi. L’arcade Lesbia Cidonia. “Lesbia Cidonia a Palide Lidio” XVIII secolo.

D’alto incendio di guerra arde gran parte
D’Europa, e intorno a lei scorre fremente
Colla orribil quadriga il fiero Marte;

L’Istro e la Neva il sanno, il sa la gente
Che la Vistola beve, e sì vicine
Del crudo Nume le minacce or sente,

Che a lei si avventa, qual per nevi alpine
Torrente altier che giù tra balzi scende,
E mugghiando terror sparge e ruine.

E d’intorno alla Senna oh quai più orrende
Desta empie faci la discordia, oh quale
Onda immensa di fumo al ciel ne ascende!

Cresce il rio foco, incontro a cui non vale
Di leggi schermo, e va di tetto in tetto
Sin che la Reggia furibondo assale.

Oh Reggia, oh mura di piacer ricetto,
Di gloria un dì, come di lutto or siete
E di spavento ahi lagrimoso obbietto!

Ma dove, o carmi miei, che amar dovete
D’umili canne il suon, dove sì audace,
Per sentiero non vostro, il voi stendete?

Ah che in queste ov’io seggio, e dove tace
Ogni strepito d’armi, apriche rive
Miti accenti sol chiede amica pace;

E in dolce ozio tranquillo imbelli e schive
Sempre aborrirò il marzial furore,
Di pace amanti, le Castalie Dive.

Poiché d’ira fremendo e di dolore
Coll’Egizia Regina il Nil raccolse
Nel ceruleo suo sen le frante prore,

E poiché Augusto vincitor si sciolse
Dall’aspro usbergo, e il non più dubbio Impero
Con soavi a bear leggi si volse,

Né più Bellona il sanguinoso e fiero
Suo flagello agitò, né più le genti
Impallidìr di trombe al suon guerriero,

Delle Muse all’invito impazienti
Corsero i vati al Tebro, e non pria uditi
Gl’insegnaro a ridir febei concenti.

Maro gli affanni allora, gl’infiniti
Cantò dal teucro Eroe varcati orrori,
Seguendo il fato, i vènti, i lazj liti.

Narrò Tibullo i suoi teneri ardori,
Dolci note accordando a flebil cetra,
Che amor di propria man spargea di fiori:

E mentre ei Delia e la vezzosa all’etra
Nemesi alzava, i forti inni sciogliea
Il Venosin dalla dircea faretra,

Ond’or bei nomi al tardo oblìo togliea,
Ed or di rose intatte e mirtee fronde
Serti a Glicera e a Lalage tessea.

Chiare in quegl’inni di Blandusia l’onde
Splendono ancor dopo tant’anni, ancora
Il Lucretile amene ombre diffonde.

Oh come a tanti eletti cigni allora
Eco fean lieta i colli e le beate
Rive cui lambe il biondo Tebro e infiora!

Né lungo a quelle rive avventurate
Or men vivace la sua fiamma spira
De’ carmi il Genio a cent’alme bennate.

Roma, superba Roma, abbatter l’ira
Te non poteo del tempo, ancor nudrice
Te dell’arti d’Apollo il mondo ammira.

Vedi qual figlio oggi additar ti lice,
Di Mecenate a un tempo e degli ascrei
Cultor più esperti emulator felice.

Palide egli è. Con piena man gli Dei
Ricchezze in lui versaro e onori e quanti
Pregi ornar ponno un’alma eccelsi e bei.

Chi di cetre le fila auree sonanti
Più dotto a ricercar, chi più gradite
Rime elette a temprar fia che si vanti?

Voi che sovente la sua voce udite,
Campagne amene, e voi, d’Arcadia al Dio
Diletto albergo, ombrose selve, il dite.

Ed oh potessi, o selve, un giorno anch’io
A lui dappresso offrirgli in seno a voi
Di grat’animo in segno il canto mio!

Egli il mio nome co’ begl’inni suoi
Volle fregiar, e a eternità il commise,
Che i nomi ha in guardia de’ più chiari eroi;

E sin dai sette colli amico arrise
Agl’incolti miei carmi, e là talvolta
Intorno intorno a verdi allòr gl’incise.

E quando il fato estremo avrammi tolta
La dolce aura di vita, e fia da questo
Infermo vel l’ignuda alma disciolta,

Né più forse sarà chi sul funesto
Sasso ove l’ossa mie chiuse staranno
Un guardo sol volga pietoso e mesto,

E immemori di me forse ahi! saranno,
Que’ che amici sperai, pur sempre chiara
Vita i miei versi gloriosi avranno,

Poiché, Palide, a te Lesbia fu cara.

La contessa Paolina Secco Suardo Grismondi. L’arcade Lesbia Cidonia. “O rondinella”. 1778

O rondinella che con rauco strido
Sembri farti compagna al mio lamento
Mentre ti aggiri intorno al caro nido
L’antico ripetendo aspro tormento,

Quanto t’invidio! io teco e piango e grido,
Ma non ho al par di te l’ali onde al vento
Franca ti affidi, e d’uno in altro lido
Puoi libera varcare a tuo talento.

Se i vanni avessi anch’io n’andrei felice
Quel dolce a riveder beato suolo
Dove partendo ho abbandonato il core;

E là vorrei… ma lassa a me non lice
Per l’ampie vie del ciel seguirti, e solo
Fatta simile a te son nel dolore.

La contessa Paolina Secco Suardo Grismondi. L’arcade Lesbia Cidonia. “Per amico lontano”. XVIII secolo.

Chiudo le luci al sonno, e indarno spero
Trovar quiete all’agitata mente
Che mentre io dormo avvien ch’anzi più fiero
Stuolo d’affanni contro me si avvente.

Parmi lunge veder sotto straniero
Cielo, e su fragil prora errar dolente
Il mio diletto amico, e l’aere nero
Che il minaccia ravviso, e il mar fremente.

Odo i gemiti suoi, già di sua vita
Vicin veggo il periglio, e grido o Dei
Deh gli porgete, o Dei pietosi aita!

Mi sveglio allor tremante, e la funesta
Immago non mi lascia, e gli occhi miei
D’amaro pianto innondo e pur son desta.

Compiuta Donzella. La prima poetessa della lingua volgare italiana. XIII secolo. “Ornato di gran pregio”

Ornato di gran pregio e di valenza
e risplendente di loda adornata,
forte mi pregio piú, poi v’è in plagenza
d’avermi in vostro core rimembrata
ed invitate a mia poca possenza
per acontarvi, s’eo sono insegnata,
come voi dite, c’agio gran sapienza,
ma certo non ne sono amantata.
Amantata non son como voria
di gran vertute né di placimento;
ma, qual ch’i’ sia, agio buono volere
di servire con buona cortesia
a ciascun ch’ama sanza fallimento:
ché d’Amor sono e vogliolo ubidire.

Compiuta Donzella. La prima poetessa della lingua volgare italiana. XIII secolo.” Lasciar voria lo mondo, e Dio servire”

Lasciar voria lo mondo e Deo servire
e dipartirmi d’ogne vanitate,
però che vegio crescere e salire
matezza e villania e falsitate,
ed ancor senno e cortesia morire
e lo fin pregio e tutta la bontate:
ond’io marito non voria né sire,
né stare al mondo, per mia volontate.
Membrandomi c’ogn’om di mal s’adorna,
di cischedun son forte disdegnosa,
e verso Dio la mia persona torna.
Lo padre mio mi fa stare pensosa,
ca di servire a Cristo mi distorna:
non saccio a cui mi vol dar per isposa.