Artemisia Gentileschi. “Corisca e il satiro”

Corisca_Satiro
Corisca e il satiro, 1630. Olio su tela, cm. 155 x 210. Collezione privata.

Leonora della Genga. “Tacete, o maschj, a dir che la Natura”, XIV secolo.

Tacete, o maschi, a dir, che la Natura
a far il maschio solamente intenda,
e per formar la femmina non prenda,
se non contra sua voglia alcuna cura.

Qual’ invidia per tal, qual nube oscura
fa, che la mente vostra non comprenda,
com’ella in farle ogni sua forza spenda,
onde la gloria lor la vostra oscura?

Sanno le donne maneggiar le spade,
sanno regger gl’Imperi, e sanno ancora
trovar il cammin dritto in Elicona.

In ogni cosa il valor vostro cade,
uomini, appresso loro. Uomo non fora
mai per torne di man pregio, o corona.

Modesta Pozzo, Amor disarmato, XVI secolo

Dal ben composto, e splendido suo Tempio
Di dorici archi, e di dorati fregi
Mosso era Amor, superbo in vista, ed empio,
Onusto, e altier d’almi trionfi egregi;
Poichè nel ciel più non trovava esempio,
Che cedea Giove a’ suoi più rari pregi,
Con maggior facilità prese speranza,
Che alla sua qui cedesse ogni possanza.

Sparse, e spiegò le ventilanti penne,
E scese, e venne a innamorar la terra,
E com’era il desio l’effetto ottenne,
Con dolce interna, e faticosa guerra;
Ogni cosa creata amar convenne,
Gli uomini, gl’animai, l’acqua, la terra:
E mentre vince Amor queste, e quell’alme,
Orna il bel tempio suo d’illustri palme.

Non v’era cor di qualità sì dura,
Che al suo possente stral non desse loco,
Nè petto di sì rigida natura,
Che non ardesse al suo cocente foco:
Però accadea, che una gentil figura,
Quantunque fosse il suo merito poco,
Avea tal forza in mente alta, e proterva,
Che il Re sposava, e il Principe la serva.

Inganno, falsità, villan pensiero
Nell’animo de’ giovani non era;
Il lor affetto ardente era, e sincero,
E la lor servitù costante, e vera:
Beata, chi patia sotto il suo impero,
Già riputava ogni pena aspra, e fiera:
Nè l’uom restava mai d’esser fedele,
Benchè la donna fosse empia, e crudele.

Questo, perchè l’aurato, acuto dardo
Lor trafiggea profondamente il core,
E il dolor della piaga era gagliardo,
Nè mai scemava, anzi crescea l’ardore:
Era poi mercè degna un dolce sguardo
D’un lungo, ardente, e ben provato amore,
O mio fiero destin malvagio, e rio,
Perchè non nacqui a sì bel tempo anch’io?

Quei, che aveano il desio corrispondente
Al desiato suo giungeano tosto:
Ma ad alcuno accadea d’amar sovente
Tal, che avea in altri il suo disegno posto,
E perch’era l’amor vero, e fervente,
E il dolor rendea l’animo disposto,
I rivali venian con dura sorte,
Spesso ad arme, a ferite, a sangue, a morte.

Quivi occorrea, che Amor, siccome il Sole,
Penetrando co’ rai dentro il terreno,
Gli dà virtù, che concepir vi suole
Fior delicati, e fresche erbette appieno:
Tal egli con sue fiamme interne, e sole,
Penetrando degl’uomini nel seno,
Lor porgea tal valor, che d’onor degni
Fea germogliar mille felici ingegni.

Questi s’udian con chiari e dolci stili,
Del cor gli affetti esprimere diversi:
Fiorian da questi l’opere gentili,
Le dolci rime, e i leggiadretti versi.
Lontani da’ pensieri ingrati, e vili,
Gl’intelletti purgati erano, e tersi,
Che ciascun per gradire a chi più amava,
A gara onori, e meriti acquistava.

Per le floride piaggie, e nell’erbose
Rive dei chiari, e liquidi cristalli,
Al cantar delle Naiadi amorose,
Guidavan le Napee vezzosi balli:
Queste di gigli, e d’odorate rose,
Quelle ornate di perle, e di coralli,
Ciprigna bella in mezzo lor si serra,
Che co’ begli occhi fa fiorir la terra.

Sempre in lor compagnia star si vedea
Dei pastorelli una ridente schiera;
Chi canta, chi contempla la sua Dea,
Chi fior le dona, e chi la chiama altera:
V’era Aci, e la fugace Galatea,
Che del crudel Ciclope si dispera.
V’era Mopso, e Tirrenia, e Tirsi, e Filli,
e Titiro, e la sua dolce Amarilli.

Se le forze amorose in piani, e monti
Eran possenti, e sviscerate a pieno;
E così nelle selve, e nelle fonti,
Fra Satirelli, e Ninfe albergo avieno:
Per la città volar veloci, e pronti
I dardi suoi vedevansi non meno,
E trapassar de’ molli giovinetti,
E delle donne i delicati petti.

Da cagion sì gagliarda, e sì possente
Spinta la gioventù degna, e reale,
Non guardava nè a dote, nè a parente,
Che a sua condizion non fosse eguale:
Ma per dar loco alla sua fiamma ardente,
Celebrava imeneo santo, e leale:
Tanto, ch’in breve, Amor scacciò dal mondo
L’ambizion, e l’avarizia al fondo.

Quell’altier, che i suoi dì tutti avea spesi
In mercar dignità, gradi, ed onori;
E per gara di ciò molti avea offesi,
Nè pur mirar degnava i suoi maggiori;
Trafitto a mezzo il cor da’ strali accesi
Di questo Re, per mitigar gli ardori
Una vil donna, ancor che bella prende
Per consorte legittima, e si rende.

Quell’altro avaro ingordo di tesoro,
Tutta la vita sua strazia, e patisce,
Non veste mai; non si dà alcun ristoro,
A pena di scacciar la fame ardisce;
Poi tocco dallo stral di costui d’oro,
Le sue ricchezze in pochi dì finisce,
O contradote, o spesa altra, che importa,
Per goder la sua Dea di far comporta.

Felici voi, che con sì caldi amanti,
Donne, vi ritrovaste a quella etade,
Dove per non aver doti bastanti,
Non invecchiava mai vostra beltade:
Nè con false lusinghe, e finti pianti
Vi cercavan por macchia all’onestade:
Ma con debito mezzo onesto, e grato,
Godeano il fior da lor tanto bramato.

Già dall’orto all’occaso Amor lasciava,
Del suo invitto valor chiari trofei;
Sull’are il foco pio morto restava,
E la religion degli altri Dei:
La vittima a lui sol si consacrava,
E l’odorato incenso de’ Sabei;
Ed era ancor per dilatar più il regno,
S’alla gelosa Dea non venia a sdegno.

Giunon d’invidia, e di superbia piena,
Di rabbia, di furor, di gelosia,
Veggendo Amor condotto alla terrena,
E prima alla celeste monarchia;
Tal cordoglio ne sente, e sì gran pena,
Che ad implacabil sdegno apre la via;
E perchè vendicarsi alfin conchiude,
Nella segreta camera si chiude.

Iri seco ha la sua fedele amica,
Con cui si sfoga, e seco parla, e dice:
Dunque preposta è Venere impudica
A me, che son del cielo imperatrice?
Dunque la stella a me crudel nemica
Mi vuol far sempre vivere infelice?
Dunque per sempre Amor preso ha partito
Di far, ch’altra si goda il mio marito?

Non per una cagion, per mille deggio
Vendicarmi di lui, che sì mi offende:
La terra, e il ciel soggetti essergli veggio,
Ubbidienza ogni mortal li rende:
Il nostro culto va di male in peggio;
La fiamma al nostro altar più non risplende;
Che più voglio aspettar ch’un dì s’opponga,
E me di questo mio seggio deponga?

Poichè ebbe dato loco al gran lamento,
Con lunga, ed acerbissima querela,
Per isfogar il suo fiero tormento,
In fosca nebbia il chiaro aspetto cela:
Sempre ad alta vendetta ha il core intento,
Nè pur ad Iri il suo pensier rivela:
In terra scende sconsolata e mesta,
Ed Iri in ciel Locotenente resta.

Per aspra, incolta, e disusata via,
Con gran dolor la Dea va camminando,
E la Superbia incontra, che fuggia,
A cui dal mondo avea dato Amor bando,
E l’Avarizia era in sua compagnia;
La Diva se le venne approssimando,
E dove elle di gir s’avean proposto
Lor fè dimanda; onde le fu risposto.

Dannate siam, disse, in eterno esiglio
L’empia Superbia all’adirata Dea,
Dal maledetto, e scellerato figlio
Della malvagia, e brutta Citerea,
Il qual con certo suo soave artiglio
Gli animi tira alla sua voglia rea,
E se ’l mondo terrà troppo il suo stile,
In breve diverrà povero, e vile.

Come, che gravi sian nostri dolori,
Che tenevamo in terra il primo loco,
E stavam nelle corti de’ Signori,
Anzi, nel cor più che in ogn’altro loco;
Via più c’incresce de’ nostri maggiori,
Ch’ad Amor, come veggio a poco, a poco
Giove ubbidisce, e le sant’alme, vinte
Da certe sue dolcezze amare, e finte.

A questo dir Giunon di rabbia accesa
Negli occhi, e più nel cor sfavilla, ed arde,
E le risponde: son d’ogni mia offesa
Le vendette maggior più che son tarde:
Gran tempo ho sopportato esser offesa,
Non che le forze mie non sian gagliarde,
Ma mi parea viltà d’usarle seco,
Essendo vil fanciullo ignudo, e cieco.

Ma poich’è divenuto sì arrogante,
Che voi discaccia, ed osa offender noi,
Per noi tre insieme, ancor che sia bastante
Io sola a far quel, che farete voi:
Vada all’ingiuria la vendetta innante,
Sieno tutti spuntati i strali suoi,
Il parer della Dea fu a tutti caro,
E subito nel mondo ritornaro.

L’assunto all’Avarizia ne fu dato
Di condur ad effetto il lor pensiero;
Ella, ch’ha il tempo comodo appostato,
Ritrova amor di sue vittorie altero;
Col sembiante di Venere a lui grato
Se gli appresenta, e copre il volto fiero,
E l’invita a posar, com’ella suole
Nel suo perfido sen con tai parole.

Dolce mia speme, in così fervid’ora,
Che ’l sol ci offende, e sei sudato, e stanco,
Cessa di saettar, vieni a quest’ora,
E nel mio sen riposa il tuo bel fianco:
Le consente l’incauto, e in grembo a Flora
Getta il bel corpo suo tenero, e bianco:
E nel sen di chi offenderlo propone
La bionda testa, e inannellata pone.

Il sonno entrò ne’ begli occhi amorosi;
Che la fatica fa il riposo grato;
La brutta Arpìa, che i strali luminosi,
Nella faretra ha visti al manco lato,
Perchè ’l dolce Cupido ai suoi famosi
Nomi dia fine, e più non sia pregiato;
Con l’empia ingorda man, ch’egli non sente,
Gli la dislaccia, e leva pianamente.

La gelosa Giunon tutta contenta,
Con la Superbia allor si fece innante,
E perchè sia d’Amor la gloria spenta,
Fè nascer ivi un monte di diamante,
In cui l’empia Superbia s’argomenta
Di spuntar le saette invitte, e sante;
E poichè ben l’effetto lor successe,
Fur al loco, ove tolte ancor rimesse.

Sparir poi tutte, e solo il bel Cupido,
Lasciar tra fiori a canto alle fresch’onde;
Che poi svegliossi, e con vezzoso grido
Chiama la madre sua, che non risponde:
Stimando, che sia gita in Pafo, o in Gnido,
O in altro loco; più non si diffonde,
Ma spiega l’ali al ciel di più colori,
E torna ad impiagar mill’altri cuori.

Il suo gran danno il misero non vede,
Che chiusi gl’occhi tien d’un velo schietto;
E perchè acuti i suoi strali esser crede,
Spera, che debbian far con l’usato effetto.
Incurva l’arco, e com’ho detto, riede
A ferir, come suol, questo, e quel petto;
Ma, non che penetrar possan nell’osse,
Appena i panni segnan le percosse.

Da questo avvien, ch’al mondo or non si puote
Nè vera fè, nè ver Amor trovarsi:
Nè un vero par di fide alme divote,
Che d’interno fervor possa vantarsi;
Poichè Cupido in van fere, e percuote,
E sono i colpi suoi deboli, e scarsi;
Egli, che la cagion non può sapere,
Invan si duol, che manca il suo potere.

Per questo cade ogni gentil costume,
Ogni pregiato, e generoso gesto:
Un leggiadro pensier più non presume
Di far suo nido in petto, che sia onesto,
Le preclare virtù col lor bel lume
Escon dal mondo, e il lascian cieco, e mesto:
Quelle al ciel si ritornano, e in lor vece,
Moltiplicano i vizi a diece, a diece.

Però voi, donne, a questi, che sapete,
Che vi chiamano ingrate, empie, e crudeli,
Gl’occhi, gli orecchi, e ’l cor sempre chiudete,
Poichè non son più gl’uomini fedeli;
Cercan di farvi cadere nella rete,
E di voi si lamentano, e de’ cieli:
E quando pur gli usate alcun favore,
Per tutta la città s’ode il rumore.

E poichè nè virtù, nè gentilezza
Può del misero Amor scontar i danni;
Nè vostra grazia, e natural bellezza
Può crear ne’ lor petti altro, che inganni;
Cingete il vostro cuor d’aspra durezza,
Sicchè lor falsità mai non v’inganni,
Che son del vero Amor le forze dome,
E sol riman d’Amor nel mondo il nome.

Per non far dunque error, sicchè a pentire
Non ve ne abbiate poi con danno, e scorno;
Sdegnate il loro instabile servire,
Nè la pietà con voi faccia soggiorno:
E rivolgendo il vostro alto desire,
A miglior opre, e a più bel studj intorno,
Ornatevi d’un nome eterno, e chiaro,
Ad onta d’ogni cor superbo, e avaro.

La ragione dei negozj e la peste del 1630 a Venezia

Una descrizione tarda ma preziosa, utile a delineare cosa sia stata l’epidemia di peste a Milano tra il 1630 e il 1631, è rappresentata dal celebre romanzo dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, nel quale la travagliata storia d’amore tra Renzo e Lucia è contornata dalla pandemia nella capitale del ducato lombardo, offrendo diversi spunti utili a chiarire la sua diffusione a macchia d’olio, dopo aver fatto sua la testimonianza diretta del medico Alessandro Tadino (1580-1661) e dal “De peste Mediolani quae fuit anno 1630” dello storico Giuseppe Ripamonti (1573-1643), come di altre fonti del tempo. La chiusura del XXXI capitolo è piuttosto significativa a questo riguardo. Manzoni con parole taglienti come una lama riassume gli errori e le negligenze delle autorità sanitarie e pubbliche del Ducato.

“In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste, vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto”.

Le vicende della peste nel Ducato milanese furono tragicamente segnate da una folla di personaggi, che, inclini a non ombreggiare il potente di turno, esposero la città alla pestilenza, facendo pagare alla popolazione un pesante tributo di morti. Benché non si possa dare fiducia totale alle cifre fornite dai censimenti del tempo, tuttavia si registrò la morte di almeno 64.000 persone.

Quando la peste giunse a Milano nel 1630, l’Italia Settentrionale stava vivendo momenti bui da qualche anno. La popolazione era afflitta dalla carestia e dal conseguente rincaro dei prezzi, inoltre si era fatta strada una preoccupante crisi commerciale, che coinvolgeva i settori principali dell’economia dei singoli stati. Infine, nel 1628 giunse la notizia della morte di Vincenzo II Gonzaga, che deve aver fatto passare più di una notte insonne ai governanti. Non appena si sparse la voce, divenne evidente che la tempesta di una guerra incombente si sarebbe scaricata su queste terre, già agitate dalle velleità delle due maggiori potenze dell’epoca: la Francia e la Spagna.

Non trovando ragione nelle arti diplomatiche e dinastiche, il problema della successione nei ducati di Mantova e del Monferrato non trovò soluzione pacifica, lasciando la parola alle armi, creando un nuovo fronte della Guerra dei Trent’Anni. Ai primi di settembre del 1628 un’orda di 30.000 alemanni e 6000 cavalieri attraversarono le Alpi e scesero nella pianura padana. In precedenza, queste schiere avevano portato il loro carico di distruzione in terre colpite da fenomeni epidemiologici infettivi e la loro discesa nel nord Italia non si sarebbe limitata al consueto orrore di saccheggi e violenza, ma avrebbe rappresentato uno dei nodi fondamentali per la diffusione della spaventosa epidemia di peste raccontata dal Manzoni.

Poco lontano, nella laguna veneta l’attenzione dei veneziani venne per un attimo distratta dalla guerra. Nel 1629, Venezia aveva dovuto affrontare un’epidemia di febbri maligne o petecchiali (Frari Angelo Antonio, Cenni storici sopra la peste di Venezia del 1630-1631, 1830, p. 5), ma lo stato d’animo prevalente era piuttosto di soddisfazione per lo sforzo compiuto per circoscriverne la diffusione e si cullavano nell’illusione dell’efficienza del proprio apparato sanitario, sottovalutando i tanti rapporti sulla pestilenza che stava falcidiando gli stati vicini. In effetti, lo Stato veneziano aveva tratto importanti insegnamenti dai ricorrenti attacchi di peste e di altre pestilenze. Nel corso dell’epidemia di peste nera del 1348, il governo veneziano aveva istituito l’organo dei “tres sapientes pro conservationes salutis”, ma più che emanare ordinanze per la conservazione della salute, si trovò a provvedere allo smistamento dei morti, che furono seppelliti nelle fosse comuni nelle due isole di S. Leonardo di Fossamala e S. Marco in Boccalama.

Attorno alla seconda metà del 1400, il Senato Veneto istituì un “ospitale” contumaciale laico permanente, primo al mondo, destinato all’accoglimento dei malati di peste. Tra le tante isole dell’estuario veneto, l’isola di Santa Maria di Nazareth rispondeva a tutti quei requisiti, che furono giudicati l’optimum per il controllo di una eventuale epidemia e per l’ambito logistico, dato che si trovava al centro del bacino lagunare a ridosso del Lido. L’isola assunse un nuovo nome, Lazzaretto, per la traslazione linguistica del toponimo Nazarethum o, forse, per l’associazione con la vicina isola di San Lazzaro, adibita a lebbrosario.

Visentini_Lazzaretto_Vecchio

Nel 1468, in seguito all’istituzione nell’isola Vigna Murada di un secondo lazzaretto, adibito alla quarantena di viaggiatori e merci provenienti dai luoghi in odore di pestilenze e alla convalescenza dei superstiti da peste, l’ospitale assunse il definitivo nome di Lazzaretto Vecchio.

Visentini_Lazzaretto_Novo

In seguito all’epidemia di peste del 1484, durante la quale la popolazione era stata duramente colpita e lo stesso doge Giovanni Mocenigo era morto, il 7 gennaio 1485 il Senato istituì una nuova magistratura alla sanità: i Provedadori sora la Sanità. Si trattava di una commissione annuale non retribuita di “tre solemni et honorevoli zentilhomeni nostri” con il mandato di mettere in atto tutte le misure necessarie per prevenire e di eliminare, “li nutrimenti per li qualli quela se potesse conservar”, attingendo nel caso ai ricavi del monopolio del sale, con il fine di salvaguardare “la comune et universal salute” (ASV, Provveditori alla Sanità, Notatorio I, vol. 725), che, nel 1556, coadiuvata da due Sopraprovveditori. Comunque sia, la scienza medica brancolava ancora nel buio sulla trasmissione, l’epidemiologia e la patogenesi della peste. Si riteneva che la peste fosse una patologia infettiva la cui trasmissione avveniva per il semplice tatto. Solo secoli più tardi, nel 1894, Alexander Yersin riuscì ad isolare e descrivere il bacillo, denominato in suo onore yersinia pestis, che si manifestava nei roditori e si trasmetteva all’uomo attraverso il morso di una pulce infetta.

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Alexander Yersin

Durante questa cupa stagione, il marchese Alessandro Striggi, membro di una antica famiglia mantovana, aveva preso la via per lo Stato veneto per chiedere aiuti in favore della sua città sotto assedio dalle truppe imperiali. Arrivato a Venezia l’8 giugno 1630, le sue condizioni di salute avevano destato subito più di una preoccupazione alle autorità locali, intravedendo in esso alcuni dei sintomi della peste, diffusasi nei territori lombardi e piemontesi. Temendo un probabile contagio, il marchese e il suo entourage vennero relegati nell’isola del Lazzaretto Vecchio, per trascorrere i cinque giorni durante i quali si manifestano in maniera acuta i cicli evolutivi della malattia e con un esito per lo più nefasto per l’ammalato. I Provveditori alla Sanità, consci del pericolo, presero delle misure più drastiche, ordinando l’isolamento precauzionale degli ammalati, relegandoli nell’isola di San Clemente, che possedeva le caratteristiche allo scopo: presenza di edifici da adibire a residenza e, soprattutto, del tutto priva di anime vive. I locali dove furono allocati il marchese e il suo seguito presentavano evidenti segni di degrado, dato che erano da lungo tempo disabitati, per cui si rese necessario inviarvi qualcuno che si occupasse di ripristinare un sufficiente standard di vivibilità. Questo qualcuno fu identificato in un falegname, un certo Giovanni Maria Tirinello, che, oltre a dare un minimo di confort ai locali, costruì delle casupole in legno ai quattro angoli dell’isola, attraverso le quali i funzionari del magistrato alla Sanità avrebbero potuto osservare in tutta sicurezza lo stato di salute degli ospiti.

Due giorni dopo, il marchese presentava “ardente febbre, calore agli occhi, doglia intensa al capo ed alla schiena, essendosegli manifestato contemporaneamente anco un tumore all’anguinaia” (Giovanni Casoni, La Peste di Venezia nel MDCXXX, Alvisopoli, 1830, p. 10). Visti i sintomi del sofferente, peraltro aggravati dall’insorgere di “bolle carboniche e lividure che tutta ricopersero la schiena dell’ammalato” (G. Casoni, p. 10), i medici del Magistrato alla Sanità non tardarono a diagnosticare il caso di peste conclamata. Le sofferenze dell’ambasciatore si protrassero fino al 14 luglio, giorno in cui morì, “dopo vomitato alquanto sangue” (Frari Angelo Antonio, p.6). Seguì a ruota la morte di cinque dei suoi assistenti, presentando identici sintomi.

Concluso il suo lavoro, il falegname, che abitava con la famiglia e buona parte del parentado nella Contrada di Sant’Agnese, aveva pensato bene di portare con sé dei drappi provenienti dall’isola di San Clemente e di consegnarli per una semplice pulizia ad una sua parente, che di mestiere faceva la lavandaia. Qualche giorno dopo, la “donna infermò, e in otto dì si morì, trovatole un tumore all’inguinaja, e nere petecchie alla cute” (Frari Angelo Antonio, p.6). Fu la volta dello stesso falegname a fare i conti con le febbri e gli spasmi della malattia. La peste lo uccise, come uccise la moglie e i due bambini. Dilagata nella Contrada, il morbo dimostrò di possedere una accentuata virulenza, contagiando numerose persone. Il numero di malati e la conta dei morti allarmarono i funzionari del Magistrato alla Sanità, i quali imposero al protomedico Giovanni Battista Follio e all’ottantenne Morosini, che aveva vissuto sulla propria pelle l’epidemia di peste del 1576, di esprimersi sul male. Le conclusioni del consulto non trovarono un giudizio finale. Solo il Follio si trovò a fare il temuto nome della peste, sostenendo con forza che il morbo si stava diffondendo con estrema rapidità. I nuovi casi obbligarono il Magistrato alla Sanità ad ordinare un nuovo consulto, chiedendo il parere di altri quattro medici. Questa volta le valutazioni del caso coincisero con quella del Folli e il Magistrato ordinò come precauzione “che gli ammalati nel circondario di s. Agnese fossero con le loro robe condotte ai Lazzaretti e sequestrate le case” (G. Casoni, p. 12), pur valutando l’ipotesi di un’epidemia di peste non del tutto certa. Nel frattempo, all’interno delle case di Sant’Agnese si continuava ad ammalare e morire, così come nel Lazzaretto, per di più il morbo aveva valicato i ponti e si era esteso nelle contrade vicine, spaventando non poco lo stesso Senato, che prescrisse per il 22-23 agosto un congresso di ben trentasei medici da tenersi nel Convento dei Frari, “affinché fosse fra loro discusso e trattato intorno l’infermità di quelle persone che si trovano nel Lazzaretto Vecchio, cavate dalla contrada di S. Agnese nelle settimane passate, per saper col fondamento delle loro opinioni la qualità di essi mali, li rimedii proprii di medicarli, e le provvisioni opportune tanto per il Lazzaretto medesimo come per la contrada di S. Agnese per estirpare ogni radice he fosse restata del male, e perché non si comunichi con altre parti della città” (Frari Angelo Antonio, p. 7).

Il congresso, che doveva essere un momento di confronto e dibattito sulle esperienze dirette effettuate sui pazienti del Lazzaretto e relative opportunità diagnostiche e terapeutiche, in realtà si trasformò in un qualcosa che rasentò il ridicolo, salvo pensare che dietro a tutto ciò vi fosse la salute di migliaia e migliaia di inermi cittadini. Trentadue medici su trentasei stilarono un consulto che escludeva di fatto la pericolosità di un’epidemia di peste.

Et acioché il nostro discorso non incontri qualche non imaginata ambiguità noi il fonderemo sopra le regole prescritte da Hipocrate et da Galeno, senza contraditione da tutti chiamati per maestri sovrani della medicina. E procederemo con questo ordine. Metteremo primieramente tutte le conditioni che gli stessi hanno stimate proprie et essentiali della peste da poi aplicando quelle alle presenti infermità deduremo dimostrativamente per quello crediam noi la nostra conclusione…Tre e non più son le conditioni assegnate dalli sopradetti Auttori alla peste. Ciò sono. Che le infermità siano comuni, contagiose et mortifere. Onde se i mali di quelli di Santa Agnese, che stano nel Lazareto non saranno con queste conditioni non potranno costituir peste. Et per quello che alla prima condition appartiene, volentieri concediamo che li sopradetti mali siano comuni, et per conseguenza dipendenti da causa comune, la qual causa dal Medesimo Hipocrate vien riferita nella sola prava qualità dell’aria et vitto. Non è questa causa comune nel caso nostro in maniera efficace ch’Ella possa produrre una costitution pestilentiale. Crediamo che di là si generi una sorta di mal uniforme, siccome habbiamo spesso potuto osservare una stagion produr mal della pelle, un’altra distilation catarali e così de molti altri. Ma questa condition ne può stabilir la peste essendo i siffatti mali mossi dalla mutation dei tempi che perturban i humori et fano le infermità comuni come fu già il mal del montone, et altri simili che son salutari; Hora non essendo questa prima condition sufisiente a costituir peste cerchiamo se nelle corenti infermità ci si trovi la seconda dell’esser contagiosa… Il qual essere contagioso vien limitato così, che alla maggior parte degli huomini che sani essendo conversano con gli ammorbati s’attraesi l’infermità: questo parimenti negl’infermi di Santa Agnese non crediamo essersi adempiuto, perché di centonove persone sospette mandate a Lazaretto sin il 22 Agosto ve ne erano 44 de sani e 65 fra morti et infermi; e molti dei 65 si sono qui amalati dove l’infetion non vien fora da Santa Agnese. Per ultimo non sono anco mortiferi, ne quanto al numero de morti ne quanto al tempo o alla maniera del morire. Non quanto al numero perché in tempi di peste non guariscono più che dieci per cento…” (Emmanuele-Antonio Cicogna, Della peste, opinioni dei medici di Venezia nel 1630, 1843, pp. 13-18).

Il medico Giovanni Battista Follio, scampato fortunosamente ad un attentato omicida, ordito dagli stessi medici a lui rivali, tentò più volte di prendere la parola, per riportare l’assemblea alla realtà dei fatti, ma

“Gravissime riprensioni sofferse questo Medico anche dall’Eccellentissimo pien Collegio, e serie ammonizioni di non profferire tanto liberamente concetti pregiudiziali ai negozj, al commercio pubblico e privato, ed alla libertà della patria che spargendo la diffidenza ed il terrore si opponevano alla sovrana intenzione di conservarla illesa ed immune da ogni oppressione e disturbo. Il Fuoli ottenne sommessamente di poter rispondere; fece conoscere con le lagrime agli occhi il fatalissimo equivoco e l’errore ch’esponeva la città alla sua totale rovina, reclamò i più solleciti e robusti provvedimenti, indi, abbassato il capo, escì dalla sala” (Giovanni Casoni, p.15).

Il passo conclusivo avvenne qualche giorno dopo, il 13 settembre, allorché i medici “deposero negli atti del pubblico notaio Benedetto Leoni cittadino veneto una scrittura giurata nella quale affermavano come in questa città né eravi peste, e neppur sospetto di peste”.

La ragion di stato e la preoccupazione di non recare danno agli interessi economici prevalsero sul semplice buon senso, negando di fatto l’evidenza dell’epidemia in corso, e instradarono la città verso il baratro della pandemia. Le misure attuate in un secondo momento dal Magistrato alla Sanità limitarono la diffusione della pestilenza, ma ormai un’aria lugubre e mortifera si era impadronita della città, dove “da ani quaranta in suso non moriva quasi alcuno”.

Fossa_comune
Fossa comune presso Lazzaretto Vecchio

Nella sola Venezia, su una popolazione, stimata nel 1624 di 142.804 persone, la pestilenza ne uccise 46.490, provocando una contrazione pari al 32,6%; mentre nei territori della Repubblica si contarono oltre settecentomila morti.

Altino. La prima Venezia

In questi giorni le circostanze hanno fatto sì che mi trovassi a transitare sulla strada provinciale che da Quarto d’Altino, comune del veneziano, conduce a Portegrandi, un paesino al margine della laguna di Venezia, dove le acque del fiume Sile, il più lungo corso fluviale di risorgiva d’Europa, si amalgamano con quelle salmastre. La mattinata si era presentata con la prima nebbia, che sapeva di un inverno imminente, e i giorni a seguire non avrebbero smentito una tale previsione.

La strada corre sinuosa in gara con il Sile per lunghi tratti ed è costeggiata da alberi, le cui chiome sono ormai scheletriche. Gli incontri sono sporadici: l’ostinato della bicicletta lungo gli argini, qualche auto e l’immancabile trattore con l’aratro sporco di terra nera. Raggiungo Trepalade. Quattro case e un ristorante chiuso da tempo. Qualche centinaio di metri in là, una targa ricorda l’edificio in mattoni quale l’ospedaletto da campo numero 67 della Prima Guerra Mondiale. Memorie di paese, sempre più rare, evocano radi scorci di quei tempi, tra i quali il ricordo dell’americano che guidava un’ambulanza, divenuto anni dopo un famoso scrittore.

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L’atmosfera della campagna circostante è ovattata, ogni rumore pare perdersi nella nebbia, che sembra carezzare i campi e i fantasmi di filari di piante spoglie. Imboccata la strada che, volte le spalle al Sile, conduce alla più trafficata Triestina, un canale dalle acque sonnolente sembra accompagnare il percorso. Le sue dimensioni sono modeste, come modesto appare il suo nome se rapportato al suo vicino Sile. In realtà, il Siloncello, opera dell’ingegno romano, rappresenta il filo conduttore della storia di questi luoghi: l’acqua.

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Più avanti, la vecchia sede del Museo archeologico di Altino, il cui porticato ancora oggi esibisce un coro di voci epigrafiche, che narrano il grande teatro della vita e della morte in un saliscendi silente tra i desideri terreni e l’aspirazione all’eternità.

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Qualche timido raggio di sole si fa spazio tra la nebbia e si accendono i colori che vanno dal marrone al rossiccio. Il panorama è un susseguirsi di poderi con qualche casolare, spesso diroccato, che rompe la continuità senza fine. Eppure, a qualche decina di metri, sotto qualche spanna di terra, il suolo nasconde l’ava di Venezia: la paleoveneta e romana Altino.

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Velleio Patercolo, storico latino del periodo di Tiberio, ricorda che, tra il 42 e il 40 a.C., queste terre furono solcate da Asinio Pollione al comando di un esercito composto da sette legioni. Da qui tenne in mano la “Venetia” e provvide alla distribuzione della terra ai veterani di Filippi (Vell. Pat., II, 76, 2). Più avanti, un altro storico latino, Tacito, ricorda che l’arrivo delle truppe di Vespasiano e il successivo presidio militare in previsione di un attacco della flotta ravennate. (Tac., Hist., III, 6). Più avanti ancora, nel 166 d.C., Altino divenne uno dei capisaldi delle truppe romane contro i Quadi e i Marcomanni, intenti ad assediare Aquileia, dopo aver dato alle fiamme la vicina Opitergium; e trampolino logistico per le spedizioni danubiane, effettuate da Marco Aurelio e da suo fratello adottivo Lucio Vero, il quale, di ritorno a Roma dal fronte danubiano, venne colpito da un colpo apoplettico, morendo nel febbraio del 169 d.C. nei pressi della città, dove si era fermato per una sosta (Hist. Aug., Ver. 9, 2). Peraltro, gli altinati videro il macabro trofeo di guerra delle truppe senatorie nella lotta contro l’imperatore Massimino il Trace. La sua testa fu esibita lungo il percorso da Aquileia ad Altino, per poi essere trasportata attraverso il tragitto endolagunare fino a Ravenna e, quindi, a Roma. Secoli dopo, alcuni passi delle epistole di San Girolamo al primo vescovo di Altino, Sant’Eliodoro, ricordano il centro come popoloso, tanto che l’aria sovrastante alla città era fosca e caliginosa per i numerosi focolari: Quam diu te tectorum umbrae premunt? Quam diu fumeus harum urbium carcer includit? (Hier., Ep., 14, 10). Il primo colpo d’arresto della città fu segnato dall’arrivo di Attila, che, seguendo le parole di Paolo Diacono (H.R., XIV, 11) e dell’Anonimo Ravennate (Chorographia, IV, 30), avrebbe preso e distrutto la città nel 452 d.C., benché le varie indagini archeologiche abbiano alquanto ridimensionato l’aspetto rovinoso dell’incursione.

Fino a qualche tempo fa, si riteneva che le origini della frequentazione umana dell’area altinate dovessero essere relegate all’età della cultura paleoveneta, basandosi in particolare sulle tracce superstiti risalenti al VIII – VII secolo a.C., rinvenute durante gli scavi effettuati nelle necropoli. Invece, uno scasso fortunato di un aratro aprì un nuovo capitolo nella comprensione della storia evolutiva dell’agglomerato urbano di Altino. In località Vallesina, le sabbie di origine pleistocenica avevano preservato delle preziose evidenze, che rievocavano la storia di un sito preistorico, ubicato in una posizione decisamente favorevole, essendo più alta rispetto al piano di campagna e ai margini della laguna. Lo studio dei manufatti e le considerazioni geostratigrafiche sul sito di ritrovamento collocarono questa stazione litica nel Mesolitico, l’era dei grandi cambiamenti climatici e ambientali. Lo stanziamento, forse più stagionale che permanente, apparteneva ad un gruppo di cacciatori e raccoglitori, che, allettato dalle nuove e più abbondanti risorse alimentari, alternò alla caccia la pesca e la più semplice raccolta dei molluschi marini. Numerosi indizi, quale la materia prima per eccellenza come la selce, portarono a pensare un possibile collegamento con le stazioni mesolitiche lungo la fascia collinare e pedemontana del Veneto orientale, forse attraverso i sentieri aperti dai cacciatori seguendo i percorsi stagionali degli animali, anticipando per taluni versi il tracciato stradale che in epoca romana sarà individuato come la via Claudia Augusta Altinate. Anche il Neolitico ha riservato continue ed importanti sorprese, che hanno mutato in modo sostanziale le convinzioni sulla tarda storicità del territorio altinate. In questo periodo ricevono grande impulso le tecnologie della manifattura in ceramica e della levigatura della pietra dura per costruire oggetti taglienti in genere, come le due asce rinvenute in località Cà Nuova e Brustolade, che rivestono una particolare rilevanza, dato il loro possibile raffronto con le due coeve portate alla luce alla fine dell’Ottocento a Venezia da Urbani De Gheltof, durante i lavori di consolidamento delle fondazioni del palazzo Tiepolo Papadopoli e la ricostruzione del Fondaco dei Turchi, l’altomedioevale palazzo Pesaro.

Nel 2004, in seguito ai lavori di sbancamento effettuati nella tenuta “I Marzi” di Portegrandi, emersero segnali di un possibile interesse archeologico. La Soprintendenza archeologica del Veneto, ordinata la sospensione dei lavori, intraprese le indagini stratigrafiche orizzontali e verticali del caso, affidandole alla dottoressa Elodia Bianchin Citton. Si è così proceduto allo scavo e sono emersi tutta una serie di dati, che hanno permesso di stabilire una cronologia relativa dell’occupazione dell’area, restituendo le testimonianze di una sua frequentazione insediativa a partire dall’età del Bronzo finale, intorno al X secolo a.C.. Il sito si estendeva al di sopra di un dosso sabbioso in adiacenza di un paleo-alveo del Sile ormai in foce, la cui continuità insediativa si venne ad interrompersi agli inizi della prima età del ferro, a causa dell’ingressione marina.

La nuova facies culturale, che possedeva una sua unità originaria indifferenziata, evolse tenendo conto delle specificità insediative più importanti, divenute tali in virtù di un processo di distinzione economica. Este e Padova divennero i due poli di maggiore irradiazione della cultura paleoveneta. La prima proiettò la propria influenza a sud-ovest, toccando il veronese; mentre la seconda segnò il Veneto orientale, segnatamente con i centri di Oderzo e Altino.

L’affermazione culturale e territoriale paleoveneta in quella che diverrà la “Venetia” si strutturerà in un arco temporale dal X/IX secolo al II secolo a.C., coincidente con l’arrivo dei Romani, che è stato suddiviso dagli studiosi in quattro periodi diacronici (A. Prosdocimi, 1882; G. Fogolari e O.H. Frey, 1965). I Paleoveneti possedevano una propria lingua di ceppo indoeuropeo e una scrittura basata da un alfabeto di derivazione etrusca. Secondo le fonti letterarie e le ricerche archeologiche i veneti dovevano essere un popolo di agricoltori e famosi allevatori di cavalli, ma, stando alle testimonianze pervenute, non sono mai ricordati come guerrieri. Comunque sia, per quanto inspiegabile il comprensorio veneto riuscì a mantenere una propria indipendenza dalle genti vicine piuttosto bellicose e lo stesso contatto con i Romani avvenne in virtù di un’alleanza militare in funzione antigallica.

I primi segni insediativi più consistenti sul suolo di quella che sarà Altino risalgono al X secolo a.C.. Sono uomini che costruiscono un impianto domestico con capanne a pianta rettangolare, pavimentate da un battuto argilloso con elevato al graticcio, poste al di sopra di dossi fluviali, delimitati da canali gravitanti sulla laguna e sul paleo-alveo del Sile. Le sue origini sono intimamente connesse al fiume Sile e alle acque della laguna, che grazie ai suoi primitivi ancoraggi la protesero in mezzo ai traffici endolagunari e marittimi del Mediterraneo. Inoltre, questo scalo fluviale sull’Adriatico era interessato da un reticolo stradale di antica percorrenza, che in molti casi vennero rifondate più avanti dagli ingegneri romani.

Intorno al VII secolo a.C., l’area interessata dalla stazione capannicola trovò una nuova dimensione urbanistica, divenendo un quartiere artigianale, mentre l’abitato residenziale venne spostato in direzione nord ovest, ma fu solo con il VI secolo che l’abitato assunse una determinazione protourbana, più o meno coincidente al suolo della successiva città romana, definita peraltro, dai due luoghi cultuali, collocati a fronte della direttrice marittima l’uno e l’altro sulla prospezione terrestre. A partire dal 1997, le indagini archeologiche sull’area oggi interessata dal nuovo Museo Archeologico Nazionale hanno restituito i resti di un’area sacra, che si sviluppò dal VI secolo a.C. all’età imperiale romana. La struttura cultuale, sorta in prossimità di un dosso bonificato da una canaletta e servita da una stradina che la poneva in relazione all’abitato, possedeva una planimetria rettangolare di 20 m X 12 m. L’elevato era pavimentato ed era costituito da un porticato anch’esso rettangolare, che cingeva una sorta di corte, all’interno della quale vi erano due grandi altari. All’esterno, i depositi votivi e rituali, all’interno dei quali erano stati deposti tutti gli ex voto e i resti del sacrificio, dopo la loro originaria deposizione nel tempio. Oltre ai resti ossei di numerosi animali domestici, tra i quali maialini da latte e cavalli, si sono rinvenuti numerosi frammenti ceramici, molti confrontabili con gli esemplari cultuali d’ambito patavino, nonché una decina di iscrizioni – tra le quali quella che ricordava il nome venetico di Padova – che hanno attestato l’esistenza di un rapporto tra Padova e Altino, suggerendo un’ipotesi molto suggestiva che vedrebbe nell’emporio altinate uno dei porti adriatici di Padova. Inoltre, le fosse del santuario hanno restituito delle ceramiche e dei bronzetti di attestazione etrusca padana, attestando determinate relazioni con gli empori di Spina ed Adria, attraverso le rotte marittime ed endolagunari. Infine, le dodici iscrizioni che hanno riportato in grafia patavina e locale il nome della divinità a cui era dedicato il tempio venetico: Altinom, in grafia patavina, e Altnoi, in grafia locale. Il teonimo e il toponimo coincidono; e si riferirebbe ad un luogo prominente rispetto alla realtà di spiaggia circostante, personificando la realtà insediativa.

L’altra area cultuale, identificata in località Maraschere per lo più dai dati archivistici relativi agli scavi del passato, avrebbe rivelato la coesistenza di almeno sei are, le cui dedicazioni evidenziano un contesto necropolare e, contestualmente, un baricentro ideale con la direttrice terrestre dello scambio di merci, idee, culture e tradizioni dell’emporio altinate: una ara anepigrafe, una dedicata agli dei degli Inferi, una a Vetlonia, una a Lucra Merita, una a Venere e una ad Ops, nonché un probabile culto di Belatukadro, dio celtico della guerra, testimoniato da un’iscrizione votiva del V – IV secolo a.C. (Marinetti, 2001, 103 ss).

Una prima organizzazione delle aree sepolcrali risalente al lasso temporale tra il VII secolo e il IV secolo a.C. è stata verificata a sud di quest’ultimo tempio, principalmente nelle località Fornasotti, Portoni, Brustolade e nella Tenuta Albertini. Dal punto di vista tipologico, le tombe in fossa terragna ricalcavano in linea di massima quelle riscontrabili nelle altre città venete. Anche il trattamento crematorio dei morti, la modalità di deposizione dei resti ossei combusti e del corredo personale all’interno di un contenitore per lo più ligneo collimavano con la coeva ritualità funeraria veneta. Dal IV secolo a.C. fanno la loro apparizione le sepolture a cremazione in “dolii”, grossi recipienti deposti nel terreno, in linea con le necropoli rinvenute a Padova. Un caso a sé è rappresentato dalle fosse multiple con individui di sesso diverso, ritrovate nella necropoli di Brustolade, dove si sono evidenziate delle inumazioni, probabilmente legate a specifici segmenti sociali.

I corredi femminili, che testimoniano analogie con il Veneto orientale e i centri friulani, sono costituiti da oggetti legati a lavori artigianali e domestici, oltre ad oggetti preziosi, indicandovi con ciò l’elevato status sociale della donna e della famiglia di appartenenza. Le tombe maschili, invece, sono caratterizzate da un corredo più povero e, solo in pochi casi, si registrano delle armi, per lo più cuspidi di lance.

A partire dalla fine del V secolo a.C., l’Italia settentrionale vede stringersi i rapporti non solo commerciali con il mondo celtico, ma assiste all’ingresso di piccoli gruppi nella Pianura Padana, preludio della successiva invasione, avvenuta in tempi diversi, attraverso i valichi montani. La prima popolazione celtica che mise piede stabilmente nel nord Italia furono gli Insubri, che si stabilirono nell’attuale Lombardia centro occidentale. Le ondate successive furono caratterizzate dai Cenomani, dai Lingoni, dai Boi, dai Carni e, infine, dai Senoni. I Cenomani occuparono l’area delimitata dal fiume Oglio fino alla pianura veronese; i Carni si stanziarono a nord est lungo l’asse segnato dal bacino del fiume Tagliamento, nell’odierno Friuli-Venezia Giulia; i Lingoni e i Boi si fermarono nell’area emiliana; i Senoni, infine, s’insediarono nel territorio romagnolo marchigiano. Il nuovo assetto territoriale del nord Italia determinò nuovi equilibri per quanto fluidi, circoscrivendo i Liguri ad occidente, ad oriente i Veneti, mentre sopravvivevano piccole enclave di greci etruschi, mero retaggio dell’Etruria padana.

Non è un caso se le testimonianze storiografiche siano del tutto concordi sul rapporto di conflittualità permanente, causato dal nuovo rapporto d’equilibrio tra il mondo celtico e la realtà veneta. Lo storico latino, dai natali patavini, ricorda lo stato permanente di guerra delle città venete, compresa la sua Padova, con i Galli vicini (Livio, X, 29). Tuttavia, nel II secolo a.C., i confini territoriali e culturali tra le due éthne erano andati sfumando in un gioco di vasi comunicanti, soprattutto nell’area veronese, nel altoplavense e a sud del ramo settentrionale del Po, tanto da far sottolineare allo storico Polibio che “la parte vicina all’Adriatico era abitata da un’altra popolazione molto antica, quella dei Veneti, per costumi e abitudini poco diversi dai Celti, ma con un’altra lingua” (Polibio, II, 17, 5). Ad Altino, come nelle altre realtà venete, l’elemento tangibile della rottura dell’unità socioculturale delle due etnie è rappresentato dalla comparsa di armi nelle tombe maschili, in particolare spade, l’arma per eccellenza del guerriero celta, confermando la graduale integrazione del ceppo celtico nel tessuto venetico. Alcune evidenze sepolcrali altinati, risalenti al IV secolo a.C., infatti, presentano un rito funerario estraneo all’ambito veneto, evidenziato dall’inumazione e dalla deposizione di spade, la cui tipologia rimanda al comparto senone. Successive sepolture, invece, presentano elementi di novità nelle armi di ambito cadorino, rafforzato dal rinvenimento delle statuine stereotipate in bronzo raffiguranti guerrieri celti, che trovano corrispondenza in quelle del santuario di Lagole a Calalzo di Cadore.

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Con la fine del III secolo e gli inizi del II secolo a.C., il Veneto sarà interessato dal vasto processo di romanizzazione, volano fondamentale per la storia della Venetia, non solo dal punto di vista politico, ma economico e culturale. La fondazione della colonia latina di Aquileia (181 a.C.), che viene a completare il processo di controllo militare romano lungo l’asse Piacenza-Cremona-Rimini e cuneo verso l’Oltralpe e l’Illiria, era stata favorita dalla costruzione di assi stradali, sovrapposti sulle direttrici già attive in epoca protostorica.
Altino fu raggiunta nel corso del II secolo dal reticolo viario convergente su Aquileia, ma fu senza dubbio la via Annia, il tracciato costruito dal console Tito Annio Lusco nel 153 a.C. (Croce da Villa, in Concordia, 2001, 125),

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l’asse di scorrimento più rilevante della città, condizionando di fatto il processo evolutivo della città e il suo assetto urbanistico, oltre ad aver facilitato l’arrivo di soggetti romani, latini e italici, attratti dalla possibilità di laute attività commerciali.

L’abitato veneto vide aumentare il traffico dei militari e civili non soltanto per la raggiera di arterie stradali, ma vide accrescere il movimento del suo porto, reso più efficiente dalla costruzione di nuovi moli. Le strade e il porto, che allacciavano Altino all’Oriente e all’Occidente, furono i principali vettori degli scambi tra le diverse etnie, le quali portarono con sé non solo i prodotti di vita materiale, ma anche nuovi interessi politici, economici, nonché spirituali e culturali, che andarono a stratificarsi mano a mano nella vita di ogni giorno della città. Le nuove istanze portarono alla rifondazione su scala monumentale del santuario di Fornace, benché la dedicazione rimanga la medesima al dio Altino.

Comunque, fino a quel momento l’abitato altinate rimaneva un’entità insediativa di modesta estensione, la cui abbondante presenza dell’acqua aveva fortemente condizionato le sue caratteristiche ambientali e, a sua volta, aveva rappresentato un fattore d’impulso per l’economia locale, ma di contralto aveva dovuto fare i conti con le periodiche e rovinose piene e l’insalubrità delle zone paludose, che l’attorniavano. Inoltre, le aree portuarie, poco più di piccoli ancoraggi, possedevano un’attrezzatura inidonea al movimento di merci per una città con velleità commerciali di una certa rilevanza.

Gli ingegneri romani, favoriti dall’abilità raggiunta nelle opere idrauliche grazie alle tecniche derivate dall’Egitto tolemaico (Strab., V, I, 5), intrapresero una rilevante opera di risanamento e regimazione delle acque (Tirelli 1999, 12). La sua realizzazione prese avvio nella prima metà del I secolo a.C. e consentì il raggiungimento di finalità molteplici, strettamente connesse tra loro, quali la difesa idraulica del territorio; l’utilizzazione di nuove aree prima depresse, improduttive e paludose; la migliore fruibilità delle acque disponibili, con l’uso di nuovi tronchi di canali ai fini idroviari (Tirelli 1999, p. 12-13; Cresci Marrone – Tirelli 2007, 63). Furono di particolare rilievo le opere atte a sottrarre l’abitato di Altino al pericolo del Sile e degli altri corsi d’acqua, nonché allo sbilanciamento tra gli afflussi e gli efflussi di marea, l’effetto del quale non poteva essere che un progressivo aumento di allagamento della parte bassa, causa prima dello stato palustre della città. Lo scavo del Siloncello concluse questa grande operazione idraulica. Alimentato dalle acque del Sile, che si distendeva nei suoi meandri a nord della città, il suo corso rettifilo incontrava il canale di Santa Maria, che delimitava a sud l’abitato, divenendo da un lato il collettore principale delle acque circostanti i dossi dell’insediamento urbano e dall’altro l’ambito portuale fluviale collegato alla laguna, con tanto di nuove dotazioni di moli d’ormeggio (Cipriano 1999, 34-35).

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Tronco di rovere – rinforzo sponda Siloncello

Dovette essere quella un’opera di risanamento memorabile, come le altre effettuate sempre in ambito territoriale della Venetia, tanto che l’architetto Vitruvio, durante il suo viaggio in Gallia, al seguito di Cesare in qualità di praefectus fabrum, tiene a menzionarla: “Ne sono un esempio le paludi della Gallia intorno ad Altino, Ravenna, Aquileia e di altri municipi che sorgono in luoghi con analoghe caratteristiche…che…si rivelano…incredibilmente salubri” (de arch., I, 4, 11).

A qualche decina di metri dal vecchio edificio del museo archeologico, il Siloncello entrava nella città antica, dove la Porta Urbica Altinate si specchiava sulle sue acque. Si trattava di un ingresso monumentale costituito da torrioni laterali a pianta quadrata sul fronte e circolari all’interno, collegati da un muro. La struttura, le cui fondazioni sono costituite da palizzate di tronchi di rovere (Tombolani 1985; Gambacurta 1992), era fiancheggiata da entrambi i lati da due barriere murarie, definendo un cavedio quadrangolare di circa nove metri.

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L’effetto scenografico rappresentato dalla porta, e il suo intimo ruolo propagandistico, corrisponde ad una chiara attestazione della rinnovata fisionomia della città, ormai con numerosi elevati in mattoni e pietra e adeguata alla concezione urbanistica romana, come le necropoli collocate lungo le strade d’accesso che collegavano la città.

Altino, come tutti i centri situati tra il Po e le Alpi, si era vista concedere nel 89 a.C. il “diritto latino” con la Lex Pompeia e fra gli anni 49 a.C. e il 42 a.C. assunse la condizione giuridica di municipio romano, venendo ascritto alla tribù Scaptia. Il ricordo delle magistrature del municipio altinate si è tramandato grazie alle iscrizioni epigrafiche funerarie. Queste ricordano il consiglio cittadino, l’ordo decurionum,

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Sex(tus) Magius/ Sex(ti) f(ilius) Serenus/ Decurio sibi/ et Hermero/ ti Delicato/ v(ivus) f(ecit)            I sec. d.C.

che deliberava sui diversi aspetti pubblico-amministrativi della vita cittadina; nonché la presenza di altre importanti istituzioni pubbliche, quale il collegio dei magistrati, i quattuorviri. Il collegium era costituito da due coppie di magistrati, i duoviri iure dicundo, amministratori della giustizia, e i duoviri aedilicia potestate, con le funzioni di polizia e, per certi versi, con le competenze degli attuali assessori ai lavori pubblici, oltre all’occuparsi degli approvvigionamenti.

Dai materiali epigrafici risultano i collegi sacerdotali, quali ad esempio gli Augustales, addetti al culto imperiale, e i “collegia”, associazioni professionali, nelle quali si riunivano coloro che esercitavano un medesimo mestiere, con scopi sia assistenziali, sia religiosi. I ritrovamenti epigrafici confermano l’esistenza dei “centonarii” (fabbricanti di vesti e coperte), dei “fabri” (fabbri e carpentieri) e dei “fullones” (lavatori di lana). A questo proposito, gli allevamenti ovini e i pregi delle lane bianche di Altino sono ricordati da numerose fonti letterarie latine, da Marziale (XIV, 155) a Columella (VII, 2,3), da Strabone (V, 1, 7, 214) a Tertulliano (de pallio, III, 5-6).

In epoca Giulio Claudia, Altino conobbe un nuovo sviluppo urbanistico, che sostituì il precedente tessuto, mediante un insieme sistematico di interventi edilizi, anche con la modificazione dei lotti, degli isolati e delle sedi stradali.

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decumano

Un documento epigrafico, rinvenuto a Torcello e risalente ad un arco temporale tra il 13 a.C. e il 9 a.C., s’inserisce a pieno titolo a questo riguardo. La città lagunare, che, a breve avrebbe visto sorgere sul suo suolo il foro, il teatro e le terme, era stata arricchita da nuovi templi, portici e giardini, grazie alla donazione del futuro imperatore Tiberio (Tirelli 1998, 189-190). Altro elemento determinante per la prosperità della città fu la Via Claudia Augusta, tracciata nel 15 a.C. da Druso, generale di Augusto, e completata dall’imperatore Claudio. Due cippi commemorativi a forma di miliare, rinvenuti l’uno nel 1552 a Rablà vicino a Merano e l’altro a Cesiomaggiore nel 1786, riportano due iscrizioni non identiche, che ricordano la strada e celebrano Druso e Claudio. La diversità delle due iscrizioni si riferisce sul punto di partenza del percorso, dato che il cippo di Rablà lo poneva vagamente sul Po, mentre quello di Cesiomaggiore ricordava il capolinea nella città di Altino, generando ovviamente diverse ipotesi, che si sono risolte in linea di massima con l’ammettere due distinti capolinea e la rispettiva congiunzione nei pressi di Trento, per poi giungere all’antica Augusta Vindelicum (l’odierna Augsburg).

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Il cippo miliare di Cesiomaggiore, reca inciso il seguente testo:

T(iberius) Claudius Drusi f(ilius)
Caesar Aug(ustus) Germa
nicus pontifex maxu
mus tribunicia potesta
te VI co(n)s(ul) IV imp(erator) XI p(ater) p(atriae)
censor viam Claudiam
Augustam quam Drusus
pater Alpibus bello pate
factis derex[e]rat munit ab
Altino usque ad flumen
Danuvium m(ilia) p(assum) CCCL

Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico, figlio di Druso, pontefice massimo, tribuno per la sesta volta, console per la quarta volta, imperatore per l’undicesima, padre della patria e censore, stese la via Claudia Augusta che già il padre Druso aveva tracciato, una volta spalancate le Alpi con le armi, da Altino al fiume Danubio per una lunghezza pari a 350 miglia” (518 chilometri ca.).

Allo stesso imperatore viene attribuita la paternità del prolungamento attraverso una “fossa transversum”, la fossa Clodia, che perfezionava la rotta da Ravenna ad Altino con un percorso endolagunare, ricordato dall’Itinerario Antonino: inde (da Ravenna) navigatur Septem Maria Altinum usque (L. Bosio 1984, 115-118; L. Bosio 1992, 197-198)
Sempre in età giulio claudia, la necessità di rispondere alle nuove dinamiche di sviluppo che avevano preso piede in Altino, sempre più schiacciata dagli elementi naturali, l’attenzione cadde sul tratto meridionale del Siloncello, che venne coperto e inglobato dallo sviluppo urbano. Ormai il paesaggio urbano della città portuale e le sue terminazioni in laguna, forse da individuare nell’odierna palude di Cona, avevano trovato la sua compiutezza. Le isole emergenti, ancora lambite da un reticolo di fiumi e canali ma collate tra loro mediante ponticelli e traghetti, sono caratterizzate da banchine e magazzini, edifici monumentali pubblici e privati, quando le leggere architetture di legno avevano lasciato il posto alle case di mattoni e pietra. Le porte urbiche, il porto e i tratti di cinta muraria raccontano di una città vitale e orgogliosa delle sue origini e del suo presente. Mentre lungo le strade prendevano corpo i grandi mausolei  e le sepolture più semplici dei ceti più abbienti cittadini,

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lungo la gronda lagunare numerose ville dei possidenti gareggiavano con quelle di Baia per la sontuosità (Mart., Ep. 4, 25), dotate tra l’altro di peschiere e piscine per l’allevamento di mitili e ostriche e, in alcuni casi, vasche adibite a saline. Un panorama questo che sembra adattarsi a quanto scrisse secoli dopo Goethe nella sua “Italienische Reise”, riferendosi alla più famosa delle sue discendenti, Venezia: “Tutto ciò che mi circonda è pieno di dignità, è una grande opera della forza umana congregata, un maestoso monumento, non di un despota ma di un popolo intero”.

A partire dal III secolo d.C., Altino, nonostante alcuni segni di degrado e di cambi di destinazione del tessuto urbano oltre una rilevante contrazione, dimostra una certa continuità insediativa. Nel 343 d.C. il concilio di Sardica aveva proibito di creare nuovi vescovi “in aliquo pago vel parva urbe, cui vel unus presbyter sufficit…ne episcopi nomen et auctoritas vilipendatur” (J. Hefele-Leclercq, Histoire des conciles, I/2, Paris 1907, 737 ss); e dato che Altino era divenuto sede di diocesi non poteva definirsi senz’altro un abitato di modesto rilievo. La topografia cristiana, ancora oggi custodita dal sottosuolo ma intuibile grazie alle fonti scritte, aveva determinato una nuova ridefinizione urbana, ponendo al centro la “basilicae ecclesiae” e il “martyrum conciliabula”.

Nei secoli successivi, le invasioni barbariche e, soprattutto, l’azione trasformatrice della laguna e dei fiumi portarono all’inesorabile crollo delle funzioni commerciali svolte dalla città e del progressivo abbandono delle infrastrutture d’approdo del suo porto; e una volta crollate, Altino non riuscì più a sollevarsi, costringendo gli abitanti al suo abbandono intorno al VII secolo d.C., divenendo una cava di pietra delle nuove realtà lagunari, quali Torcello prima e Venezia poi. In seguito, il silenzio. Altino era scomparsa dalla storia.

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Nuovo Museo Archeologico Nazionale di Altino – area espositiva
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Nuovo Museo Archeologico Nazionale – sale polifunzionali ed archivio
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Museo Archeologico Nazionale – ingresso

 

 

 

Povera Venezia

I leoni dell’Arsenale di Venezia

Nel sestiere di Castello, delle mura merlate e secolari nascondono alla vista l’antico arsenale di Venezia, da cui presero corpo e forma le singole navi della flotta militare e commerciale, che fecero la fortuna della città lagunare. Nel passato si scrissero molte pagine, ricercando le origini del suo nome. L’opinione dotta opinò una sua genesi latina o, tutt’al più, una provenienza neolatina altomedievale; ma l’esito semantico rimase incerto, più o meno oscuro a seconda del bagaglio culturale del commentatore di turno. Tuttavia, nel passato l’etimologia più comunemente accettata fu determinata da un brano del letterato Francesco Sansovino, figlio del grande architetto Jacopo. Nel suo “Venetia città nobilissima et singolare” avanza una sua particolare spiegazione: “Ma la base e il fondamento della grandezza di questa Repubblica, anzi lo honor di tutta Italia, e per dire meglio, e con verità, di tutti i Christiani, la Casa dell’Arsenale, che s’interpreta Arx Senatus, cioè fortezza, bastione, antemurale, e sostegno del Senato, e della fede nostra contra l’armi de gli Infedeli” (Venezia, 1633, p. 366). Per quanto evocativa, la versione del Sansovino andò sgretolandosi di fronte alla spiegazione forse più veritiera, che la faceva derivare da un termine arabo, che designava lo spazio deputato alla costruzione delle navi e alla loro riparazione.

L’ingresso principale dell’arsenale è costituito dalla monumentale Porta di Terra, eretta nel 1460, sotto la vigile supervisione dell’architetto Antonio Gambello. Esso richiama nell’insieme un ordito architettonico classicheggiante con lo schema compositivo di un arco trionfale, sormontato da un’edicola con timpano che racchiude un imponente leone alato, simbolo della Serenissima; e prospetta una terrazza del 1692, sulla quale fanno bella mostra di sé otto sculture barocche, che personificano altrettante divinità mitologiche.

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Fuori di essa, ai lati, quattro leoni di marmo vigilano l’ingresso maggiore della “Casa dell’Arsenale”. La loro storia è per molti versi rocambolesca e conserva ancora oggi non pochi segreti.

Tre di questi capolavori del passato arrivarono a Venezia dalla Grecia come bottino di guerra del “capitano generale da mare” Francesco Morosini, che, attraverso una serie di operazioni di sbarco e incursioni nei territori turchi, aveva conseguito numerose vittorie, culminate con la capitolazione della città di Atene, avvenuta il 29 settembre 1687.

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Giovanni Carboncino, Ritratto del doge Francesco Morosini, 1690

La resistenza turca, che aveva tentato di giocare l’ultima resistenza, asserragliandosi sull’acropoli millenaria, fu messa a tacere dai mortai del luogotenente del Morosini, lo svedese Otto Wilhelm von Königsmark,

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Otto Henrik Wallgren, litografia di Otto Wilhelm Konigsmarck, 1849

infliggendo purtroppo anche gravi danni al Partenone, adibito dagli assediati a polveriera.

Partenone_in_fiamme

Così molte delle testimonianze della civiltà ellenica presero il mare in direzione di Venezia; e tra queste, appunto, vi erano tre sculture dei cosiddetti “Leoni dell’Arsenale”.

Il leone di destra risale al IV secolo a.C. ed è ritratto sdraiato.

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Le testimonianze, coeve e più tarde, chiosano sulla sua provenienza di certo attica, ma delle indicazioni permettono di avvalorare l’idea secondo la quale l’ubicazione originaria sia da ricercarsi in una delle stazioni lungo i ventidue chilometri della Via Sacra Eleusa, che congiungeva Atene ad Eleusi. Pertanto, il leone dell’Hephaisteion, dal tempio di Efesto che domina l’agorà di Atene, possiede dei tratti stilistici che lo caratterizzerebbero per un uso funerario, quale la leonessa della tomba di Lisimakides,

Leone del Ceramico
Atene, sito del Ceramico, leonessa di Lisimakides

ed era collocato nel percorso, dove si celebravano i “misteri di Eleusi”, e che trovavano il loro compimento nel tempio della dea Demetra. Un’iscrizione bronzea, posta sul piedistallo fino al 1797, recitava:
ATHENIENSIA VENETAE CLASSIS
TROPHOEA VENETI SENATUS
DECRETO IN NAVALIS
VESTIBULO CONSTITUTA

Il leone di destra, databile alla seconda metà del IV secolo a.C., è colto in una posa del tutto diversa. Il suo corpo raggiunge un’altezza considerevole di circa tre metri. Il tronco è eretto, adagiato sulle zampe posteriori, mentre le anteriori sono distese in tutta loro lunghezza.

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La scultura, al di fuori della sua testa che evidenzia delle manomissioni da ricondursi al tempo del Morosini, presenta nel suo complesso una decisa affinità in linea con gli stilemi artistici del Leone di Cheronea, eretto da Filippo sulla sepoltura collettiva dei macedoni, caduti nella battaglia del settembre del 338 a.C..

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Leone di Cheronea

In origine la statua ornava l’ingresso del Pireo, l’antico porto di Atene, e un brano di uno storico veneziano del XIX secolo ricorda che “il 15 marzo 1692 si collocasse a fianco del maggiore ingresso dell’Arsenale, in perenne ricordo di quella campagna gloriosa. Né monumento recar poteva alla patria il Morosini, dalla debellata città, più insigne di questo leone che da secoli guardava l’entrata del Pireo, nome dimenticato nell’età di mezzo per sostituirvi quello di Porto Leone, o porto leom come troviamo fino dal 1318 nel più antico dei portolani italiani, in quello cioè del genovese Pietro Vesconte che serbasi nel Museo Correr di Venezia” (V. Lazari in Archivio Storico Italiano nuova serie, vol. 4, no. 1 (7) 1856, pp. 215-216). Ancora, nella sommaria descrizione del leone, lo stesso storico informa di “un solco praticato lunghesso il dorso e che riesce dalla bocca, otturato da pezzi di svariato marmo…” mostrandoci “…l’antica destinazione che aveva, a cacciar dalle fauci un grosso zampillo d’acqua, posto siccom’era ad ornamento di una fontana”. Un’altra testimonianza della sua originaria collocazione trovava attestazione in una tavoletta bronzea, anch’essa osservabile fino al 1797, posta sul basamento della scultura, che recitava “Franciscus Maurocenus Peloponnesiacus/expugnatis Athenis marmorea leonum simulacra/triumphali manu e Piraeo direpta/in patriam transtulit futura Veneti leonis/quae fuerant Minervae Atticae ornamenta” (G. Graziani, Francisci Mauroceni Peloponnesiaci, Venetiarum principis gesta. Scriptore, Patavi, 1698, pp. 338-339).

Sulle spalle e sui fianchi del leone appaiono dei curiosi segni tra le striature del marmo, tanto che uno sguardo distratto potrebbe confonderli con la semplice imperfezione della pietra, quando in realtà si tratta di sempre più sbiadite testimonianze dell’XI secolo di uno o più variaghi, i famosi mercenari scandinavi e russi che costituivano la Guardia dell’imperatore di Bisanzio a partire dal X secolo, le cui vicende si sono tramandate nella famosa saga islandese Brennu Njàls saga o nelle Cronache di Giovanni Scilitze, nelle quali si raccontano anche le gesta di re Haroldr “Lo Spietato” di Norvegia con le sue incursioni in Sicilia e nell’Italia meridionale.

Una specie di largo nastro che gli serpeggia con varii rivolgimenti fra di loro intrecciantisi sulla parte diritta; e viene a cadere verso la zampa anteriore, mentre dall’opposto lato si osserva più semplice nastro” (V. Lazari, p. 216) divenne oggetto di diversi commenti. Anzi. “Pochi oggetti stuzzicarono tanto la curiosità dei dotti, e mossero la lingua e la penna degli eruditi, quanto li fecero questi simulacri e l’interpretazione di quelle sigle! vennero immaginate, dette e scritte, sul loro proposito, cose ingegnosissime ad un tempo e strane” (G. Casoni, Guida per l’Arsenale di Venezia, 1829, p. 2).

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Fra i tanti viaggiatori stranieri, che dalla seconda metà del XVIII secolo alla fine del XIX furono presi dal fascino di Venezia e dai suoi monumenti, il diplomatico svedese Johan David Äkerblad fu il primo ad interessarsi di quelle strane iscrizioni, incise seguendo la forma di un lindworm, simbolo norreno ricorrente in molte delle iscrizioni in cui si era imbattuto nel corso della sua vita. Non fece fatica ad identificarle come rune e, poco tempo dopo, diede alle stampe una descrizione del leone, riproducendovi anche le incisioni sebbene in maniera approssimativa.

Le Rune o la scrittura runica è un sistema grafico, sviluppato ed utilizzato dalle popolazioni germaniche a partire dal I secolo a.C., la cui “matrice dell’alfabeto runico è duplice: da una parte nord italica, e più specificatamente venetica, dall’altra, concomitante, latina” (Marchese, 1980, 21); e l’origine di tale sistema va ricercata nel grande crocevia che fu il Noricum, dove la lingua venetica, soprattutto d’ambito cadorino, procedette di pari passo con l’apertura delle vie romane, le cosiddette “strade del ferro”: “l’aspetto cronologico pare ora colmato dalla seriorità della veneticità alpina, specificatamente cadorina; tuttavia la seriorità della veneticità è necessaria ma non sufficiente né primaria quale puro aspetto cronologico: ciò che è primario, da entrambi i fronti, sono i modi storici della realtà culturali espresse dalle scritture…Dal lato ormai romano c’è un recupero di veneticità il che implica “scuola” di scrittura quindi conoscenza di più alfabeti, oltre quello romano e venetico…Le precondizioni culturali alla creazione dell’alfabeto runico c’erano tutte; in particolare c’era la possibilità di mescolare per variare tra forme e contenuti delle lettere così da presentare una scrittura alfabetica che non mostrasse dipendenza da alcuna scrittura matrice, in particolare da quella romana che era il modello di riferimento egemone ma che si doveva, perché si voleva, negare, e questo era lo spirito ideologico di volontà di ricezione di una scrittura nazionale germanica” (A.L. Prosdocimi in AA.VV, Letture dell’Edda. Poesia e prosa, Alessandria, 2006, p. 189).

Anni dopo, Carl Christian Rafn, storico danese ricordato anche per essere uno dei più accesi sostenitori dell’esplorazione vichinga delle terre nordamericane, intraprese il primo vasto disegno sulla storia del leone e delle sue iscrizioni,

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arrivando alla loro traduzione. Nel suo “Oldtidsminder fra Oster”, pubblicato a Copenaghen nel 1856, il danese propose una suggestiva lettura con la relativa parafrasi (le lettere in minuscolo sono state ricostruite):

HAKUN:VAN:ÞIr:ULFR:aUK:ASMuDr:aUK:AuRN:
HAFN:ÞESA:ÞIR:MEN:LagþU:A:Uk:HARADr:HAfI:
UFIABUTA:UPRArStar:Vegna:GRIkIAþIþS:VARþ:
DALKr:NaUþugr:I:fIARi:laþum:eegil:var:I:faru:ragnarR:
TIL:ruMANiu….AUK:Armeniu:

Hakon con Ulf e Asmund e Örn conquistarono questo porto. Questi uomini e Harold l’Alto hanno imposto una forte tassa agli abitanti del paese, a causa della rivolta del popolo greco. Dalk è tenuto prigioniero in terre lontane. Egli era partito per una spedizione con Ragnar in Romania e in Armenia”.

Sul lato destro, si legge:

ASMUDR:HJU:ruNAR:ÞISAR:ÞAIR:ISKir:auk:
ÞuRLIFR:þURþR:AUK:IVAr:at:BON:HaRADS:
hAFa:þUAT:GRIKiAR:uf:hUGSAþu:auk:bAnaþu:

Asmund incise queste rune con Asgeir e Thorleif, Thord e Ivar, su richiesta di Harold l’Alto, nonostante i greci avessero tentato di impedirlo”.

La critica successiva non mancò di sottolineare alcune incertezze. Tra le successive edizioni, la più autorevole apparve quella di Erik Brate, accademico svedese, che propose una nuova traduzione del testo, pubblicandola nel 1922 all’interno del libro Sverges Runinskrifetr:

hiuku þir hilfninks milum hna en i hafn þesi þir min eoku runar at haursa bunta kuþan a uah riþu suiar þita linu fur raþum kul uan farin
tri (n) kiar ristu runar [a rikan strin] k hiuku þair isk [il-] [þu] rlifr
litu auka ui [i þir a] roþrslanti b [yku] – un sole iuk runar þisar.
ufr uk – li st [intu] a [t haursa] kul] uan farn

Lo hanno abbattuto nel mezzo delle sue forze. Ma nel porto gli uomini tagliano rune in riva al mare in memoria di Horsi, un buon guerriero. Gli svedesi hanno messo questo sul leone. Lui se ne andò con un buon consiglio, l’oro ha vinto nei suoi viaggi. I guerrieri tagliato rune, s’è scavato in un cartiglio. Æskell (Askell) [e altri] e Þorlæifʀ (Þorleifr) li aveva ben tagliato, che ha vissuto in Roslagen . [NN] figlio di [NN] tagliare queste rune. Ulfʀ (Ulfr) e [NN] li colorati in memoria di Horsi. Ha vinto l’oro nei suoi viaggi”.

L’ipotesi del danese non fu accolta favorevolmente da Haakon Shetelig e Magnus Olsen, i quali ne smontarono l’impianto, evidenziando due aspetti fondamentali. L’autore delle iscrizioni doveva essere ricercato in tre persone diverse e, cosa ancor più importante, buona parte della lettura proposta doveva essere espunta, poiché una visione autoptica dell’iscrizione permetteva un’interpretazione certa solo di alcuni frammenti:

… ho hafn þisi … (… v ru) nar a …
M biki I (sem bjuggu i)

Qualche anno dopo, nel 1930, lo studioso Erik Moltke, dopo aver constatato lo stato lacunoso delle iscrizioni, sottolineò nuovamente le differenze presenti nelle iscrizioni, avvalorando a suo dire la teoria di più mani e tempi diversi. Inoltre, il Moltke evidenziò che l’iscrizione di sinistra esordiva con i grafemi rovesciati e vi leggeva che due uomini di nome Ufr e Smidr avevano portato a buon fine una missione a loro assegnata nel porto del Pireo.

Di recente una studiosa svedese, la filologa Thorgunn Snaedal (Runinskrifterna på Pireuslejonet i Venedig, 2014), ha scompaginato ancora una volta le carte, fornendo una nuova lettura, che, a quanto pare, porrebbe la parola fine sulla diatriba, dato che alcuni studi specialistici ne avrebbero avvalorato la valenza scientifica.

Adiacente al Rio dell’Arsenale, è collocata la scultura più piccola. In realtà, gli studi di C. Vermeule hanno evidenziato che la statua, anch’essa del IV secolo a.C., in origine ritraeva un cane, identificato come un mastino o un molosso, forse da attribuire alla scuola del “Maestro del Ceramico”. Peraltro, sempre lo studioso pose l’accento sul fatto che la statua fosse acefala quando Morosini la prelevò quale “spolia” di guerra. Come nei precedenti leoni, anche la base di questo leone venne dotata di un’iscrizione, costituita da una semplice e brevissima frase EX ATTICIS.

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Infine, l’ultimo leone, il più antico, dato che risale al VII secolo a.C., si presenta con il corpo magro e slanciato.

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La sua originaria sede la si pone nella celebre Terrazza dei Leoni sull’isola di Delo, la “luminosa”, nell’arcipelago delle Cicladi, dove secondo la leggenda la dea Leto (la romana Latona) diede alla luce Artemide e Apollo, al quale venne dedicata la stessa isola. Sulla Terrazza dei Leoni, che dominava il Lago Sacro, gli abitanti di Nasso, alla fine del VII secolo, posero sedici leoni maschi allineati, dei quali si sono conservati solamente cinque ed alcuni frammenti di altri due e sono attualmente custoditi nel locale museo.

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Delo, copie dei leoni della Terrazza

Al contrario delle altre statue, questa venne deposta successivamente, allorché il nobile Domenico Pasqualigo “essendo Proveditor al Arsenal assieme con Sier Nicolò Donà, donò una livonessa di marmo greco trasportata dal di lui zio Sier Alvise q.m. Zuanne Capitano delle Navi, dall’isola di Dilo, e fu collocata su la Piazza dell’Arsenale tra l’uno dei leoni d’Athene, e la picciola leoncina che è alla riva e vi fu sotto posta l’epitaffi seguente allusiva alla liberazione di Corfù seguitta nell’anno del dono suddetto, che fu nel 1716. Ecco l’epitaffi: Anno Corcyrae Liberate” (M. Barbaro, A.M.Tasca, Arbori dé Patritii veneti, Archivio di Stato di Venezia, Misc. Codici S.I., Storia Veneta n.21, VI, 26).

Le sculture raccontano le vicende liete e dolorose della storia e oltrepassano la patria geografica con cui s’identificano. Non è un caso se i leoni abbiano occupato nel passato anche recente le cronache internazionali, risvegliando l’attenzione dei visitatori. Molti sono gli interrogativi ancora irrisolti che li riguardano e alimentano le speculazioni più diverse, magari proprio sulla mano che incise le rune sui fianchi di un capolavoro dell’antichità. Oggi, e giustamente, quell’atto passerebbe per un atto di inciviltà. Certo, nulla a che fare con le solite frasi idiote dell’ebete di turno o disegni di semianalfabeti, ma è pur sempre uno sfregio. Ma al di là di tutto ciò, i leoni riescono ancora ad appassionare chiunque si ponga di fronte a loro e, a guisa di sfingi, sembrano ancora serbare qualcosa di non detto, le cui domande aperte aspettano ancora una risposta.

 

 

 

 

 

 

L’abbazia di Novacella

Nel comune di Varna, nelle immediate vicinanze di Bressanone, lo scosceso e tormentato paesaggio dolomitico si stempera in dolci versanti, in parte ammantati da boschi e frutteti, dove fanno da padroni i castagni e i meleti. In questa cornice naturale, facilitata da un favorevole microclima e dalle risorse naturali piuttosto generose, l’opera dell’uomo si è inserita in una perfetta simbiosi. Ne sono una testimonianza il castello Salern e gli edifici religiosi del tutto armonizzati con l’ambiente. Oltre ad essere uno snodo orografico, che si apre sulle vallate dolomitiche adiacenti, il territorio di Varna si presta come naturale cerniera tra il mondo germanico e il mondo veneto, tra la cultura nordica e la cultura mediterranea. Non può dunque sorprendere che l’antico abitato di Neustift custodisca uno tra i più importanti complessi religiosi del Tirolo: l’abbazia di Novacella.

Fondata nel 1142 dal vescovo Hartmann, l’abbazia ottenne la convalida pontificia il 9 aprile 1143 da parte di Innocenzo II e, nel 1157, la protezione dell’imperatore Federico Barbarossa. Ben presto Novacella divenne uno tra i più importanti punti di sosta nei cammini verso i luoghi della Cristianità, assicurando a sua volta al potere politico il controllo della viabilità e del territorio.

Allo scopo furono chiamati i monaci dell’ordine Agostiniano, provenienti dall’abbazia di Klosternneuburg sul Danubio, a nord di Vienna; e diedero vita alla “nova cella”. I futuri sviluppi dell’abbazia finirono per superare gli intenti e le previsioni del suo fondatore, grazie anche al godimento della proprietà dei boschi, dei pascoli e delle chiese, poste nel suo territorio, nonché dei diritti fiscali che davano a Novacella la facoltà di riscuotere i contributi dei sudditi del convento.

Quasi coevo alla fondazione lo scriptorium, perno vero e proprio della produzione dei testi liturgici per uso interno e dove le arti e le scienze fiorirono. Poco più tarda la scuola conventuale, indirizzata alla musica e al canto.
Il 17 aprile 1190 un incendio di vaste proporzioni, nato forse per la goffaggine di un giovane novizio, rase al suolo il complesso, facilitato anche dal fatto che buona parte degli edifici erano di legno. Il prevosto Konrad II di Rodank non si perse d’animo di fronte ad una sì distruzione e coordinò la ricostruzione, basandosi sulla pianta dell’abbazia di San Gallo in Svizzera, adattandola alle necessità di Novacella.

Durante tutto il medioevo, l’abbazia, divenuta un punto di riferimento nello scacchiere dolomitico, si trovò a fronteggiare i signori locali e le loro rivendicazioni politiche e territoriali, che tentarono di eroderne i privilegi e i possedimenti. Nel 1434, Novacella mise a profitto la generosità e la protezione dell’imperatore Sigismondo, che di fatto pose nuovamente dei paletti a salvaguardia degli interessi dell’abbazia e vi pose come protettore il suo consigliere, Oswald von Wolkenstein,

Oswald

l’irrequieto ed avventuroso minnesanger. Il quale, nel corso dei suoi soggiorni, vi compose molti dei suoi componimenti. Morto a Merano nel 1445, il poeta fu sepolto nella chiesa del convento, dove tuttora riposa.

Nel maggio 1525, una moltitudine di contadini e fittavoli, guidati da Michael Gaismair, mossero contro l’abbazia, dopo aver saccheggiato la vicina Bressanone. Le fortificazioni, erette in previsione di un attacco turco, poterono ben poco. Il saccheggio durò cinque giorni e buona parte del patrimonio andò perduto irrimediabilmente. Ci vollero decenni prima che Novacella tornasse ai vecchi fasti, ma nuovi tempi bui si addensarono nel 1636, allorché nella vallata comparve il morbo della peste, la cui virulenza decimò la popolazione nel giro di poco tempo. La successiva disinfezione dei locali provocò la distruzione quasi totale degli affreschi del chiostro, risalenti al XIV e XV secolo, a causa dell’imbiancatura effettuata con la calce.

Nel tormentato periodo delle guerre napoleoniche, Novacella dovette sopportare le ripetute occupazioni militari, che si risolsero nella requisizione degli edifici e la loro nuova destinazione ad ospedale e caserme, con tutti i danni intuibili. Il 26 dicembre 1805, la Pace di Pressburg, stipulata tra Francesco I d’Austria e Napoleone, stabilì tra le altre clausole che la contea del Tirolo e il Vorarlberb passassero al regno di Baviera, alleato della Francia. L’annessione fece ripiombare Novacella nei tempi più cupi, rendendo incerta la stessa sopravvivenza del cenobio. Nel regno tedesco, con la cosiddetta “secolarizzazione”, si era provveduto ad incamerare e ad espropriare i beni ecclesiastici, destinando buona parte di questi tesori rinascimentali e barocchi in manicomi e prigioni. Sulla scorta del decreto del 17 settembre 1807, i rappresentanti del governo bavarese si presentarono alle porte di Novacella e stilarono l’inventario di tutto il patrimonio dell’abbazia; e, dopo averlo asportato, si procedette alla vendita al miglior offerente. Ritornato il Tirolo sotto il dominio degli Asburgo, Francesco I ristabilì gli antichi privilegi e possedimenti dei cenobi, ormai immagini sbiadite di un passato di fasti. Novacella versava in condizioni disastrose. La chiesa e il monastero erano stati depredati di tutto e necessitavano di importanti restauri. Altri edifici, invece, sembravano stare in piedi solo per grazia divina. Nella seconda metà del XIX secolo, dopo avveduti restauri, il monastero ritornò a fiorire, assumendo nuovamente quell’eleganza delle forme romaniche e barocche che ancora oggi lo caratterizza.

Le due guerre mondiali provocarono ingenti danni che richiesero sostanziali restauri, soprattutto in seguito al bombardamento aereo alleato del 23 marzo 1945, per la presenza di truppe della Wehrmacht all’interno delle sue mura.

Oggi l’abbazia opera come centro di spiritualità e di accoglienza, luogo d’incontro e di preghiera. Inoltre, si tengono di frequente convegni e conferenze di carattere culturale, nonché concerti di musica classica e religiosa. Raffinata e rinomata la produzione dei vini bianchi tipici della Valle Isarco, che si possono acquistare, assieme ad altri prodotti di altri monasteri, nel negozio all’ingresso del convento.

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Logo dei vini di Novacella

Dal parcheggio si passa accanto al Castello di Sant’Angelo. Si tratta di un singolare edificio, costituito da una cappella dedicata al Cristo Redentore di forma circolare con l’attigua cripta nel piano terra e, nel piano superiore, un ambulacro poligonale con 14 bifore. Consacrato nel 1198 dal prevosto Konrad II, quale “casale peregrinorum receptu”, l’edificio venne distrutto dall’incendio del 1190 e ricostruito con forme e dimensioni del tutto diverse all’originario. Nel XVI secolo, sotto la spinta del pericolo turco, l’ospizio assunse l’attuale veste di rocca fortificata.

Entrati nel cortile del monastero, appare il pozzo del 1508, sulla cui copertura a forma di pagoda Nikolaus Schiel dipinse le sette meraviglie del mondo classico, riproducendo nell’ottavo riquadro l’abbazia medesima.

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Sul lato sud, un grande edificio di due piani custodisce la biblioteca e la sua sala in pieno stile rococò. Qui sono custoditi oltre 70.000 opere di carattere vario, oltre ai numerosi manoscritti, all’interno di 43 armadi.

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Più avanti, lasciata alle spalle la prelatura, la torre campanaria del XII secolo. Al suo interno, in origine vi erano due cappelle. La prima, situata al piano di calpestio, era consacrata alla Madonna e venne inglobata dall’attuale atrio della chiesa abbaziale. La seconda, invece, aveva diverse intitolazioni: al Redentore, alla Santa Croce e a sant’Agostino. Di essa è rimasto ben poco, tranne l’affresco posto nell’abside.

La chiesa abbaziale, eretta in origine in stile romanico nel XII secolo, si presenta al suo interno con una navata tripartita in un florilegio di barocco e rococò di stampo svevo e tirolese. Precedute dall’atrio con l’affresco raffigurante l’atto di fondazione dell’abbazia, le volte della navata sono impreziosite dal ciclo di affreschi, che narrano gli episodi salienti della vita del santo di Ippona. Le volte laterali, invece, rappresentano alcuni santi dell’ordine agostiniano. Sul lato sinistro si apre la cappella dedicata alla Vergine, eretta nel 1695 da Simone Delai da Bolzano con la cupola affrescata da Ägidius Schor e Kaspar Waldmann. Il soffitto della sagrestia gotica è decorato con riquadri raffiguranti i quattro padri della chiesa e i quattro evangelisti.

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Il chiostro si trova al centro del complesso e, come di consueto, congiunge tra di loro i principali edifici del complesso: la sala capitolare, il refettorio, la cucina e le officine. Al di sopra le celle e il dormitorio.

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Poco lontano la cappella di san Vittore, probabilmente antecedente alla stessa fondazione dell’abbazia e, volendo dare credito alla dedicazione, si stagliava in piena solitudine all’interno di un bosco. Del tutto distrutta dall’incendio del 1190, fu ricostruita e, nel XIV secolo, affrescata. Nel XV secolo fu interessata da nuovi lavori e furono costruiti in adiacenza l’infermeria e una piccola torre campanaria, sotto la quale è posta l’immagine di san Vittore, rappresentato con le vesti di legionario romano o cavaliere cristiano.

La visita dell’abbazia può rivelarsi una piacevolissima sorpresa, da assaporare con lentezza e curiosità, godendo dell’atmosfera di grande serenità che vi si respira, tanto che si ha la netta sensazione di essere entrati in un luogo di pace fuori dal tempo.