Braies. Un Paese, un lago dalla storia secolare

Tra le innumerevoli meraviglie che il Trentino-Alto Adige preserva gelosamente, la Valle di Braies è senza dubbio una di esse. Il suo lago rappresenta una delle mete più gettonate del turismo, anche di quello non propriamente sostenibile. Non sorprende affatto se la località sia stata scelta come palcoscenico naturale per mandare in scena una fortunata serie televisiva di successo, dando ragione alla tradizione ladina, che vi ha ambientato parte delle sue credenze secolari orali.

La Valle è tra le più belle della Pusteria e si snoda in un paesaggio pittoresco tra boschi di abeti rossi, larici e cirmolo, spezzettati da pascoli e altopiani dalle diverse tonalità del verde smeraldo, sfumature cromatiche con le quali anche il lago si presenta ai suoi ospiti, variando secondo la stagione.  La flora e la fauna piuttosto ricca hanno contribuito alla fondazione del Parco di Sennes-Braies-Fanes, il cui nucleo prese vita nel 1980, proprio nelle adiacenze del lago di Braies. Tra i simboli del parco vi è la marmotta, il roditore simbolo dell’antica cultura dei Fanes, il popolo delle marmotte.

Ogni anno, durante la notte di luna crescente, una barca dal fasciame nero come la pece ondeggia silenziosamente nelle acque del lago, dopo essere uscita dal “Sas dla Porta” della Croda del Becco, una montagna del gruppo della Croda Rossa d’Ampezzo. A bordo, la bella principessa Lujanta e sua madre, la regina cieca del leggendario popolo dei Fanes, aspettano un segno promesso da lungo tempo, che permetterà ai propri sudditi di “uscire dal tenebroso rifugio e tornare a vivere alla luce del sole, perché in quel tempo non ci saranno più guerre, né uccisioni, né rancori, e come già in un lontanissimo passato gli uomini saranno fratelli, legati da un vincolo d’amore” (Karl Felix Wolff, Le Leggende delle Dolomiti, p.89).

Ancora, l’immaginario popolare, che molto spesso traeva vita dalle lunghe notti d’inverno di fronte ai “larin”, raccontava dei Salvan, i Nani che abitavano i boschi e le caverne. I piccoli uomini, esseri numinosi alti poco più di due palmi e dotati di poteri magici, custodivano l’oro delle montagne. Degli allevatori dall’animo smanioso di ricchezze presero a raccoglierlo con avidità, provocando di fatto la loro vendetta, che non si fece aspettare molto. Ed ecco che fecero sgorgare delle sorgenti d’acqua cristallina, che nascosero per sempre le vene del metallo prezioso, dando vita al lago di Braies.

La vallata, ponte naturale che pone in contatto con tutti i quadranti della Rosa dei Venti, fu frequentata dai cacciatori preistorici e vide il passaggio di molti attori della storia. Si trovò ad essere anche oggetto di contesa per i potentati locali. Gli Annali del Sud Tirolo, ad esempio, rievocano l’aspro conflitto tra Verena von Stuben, badessa di Castelbadia, e Nicola Cusano, vescovo principe di Bressanone. La superiora del monastero femminile, che non ne voleva sapere delle ingerenze del Cusano, gli scatenò addosso le sue milizie e quelle dell’arciduca Sigismondo. Soppresso il convento nel 1785 da Giuseppe II, figlio di Maria Teresa d’Austria, il lago passò alle dipendenze del vescovo di Bressanone, mentre gli alpeggi passarono nelle disponibilità dei contadini di San Vito. Sul finire del XIX secolo, Emma Hellenstainer, “pioniera del turismo delle Alpi in Europa”, insieme ai figli e nipoti lasciarono il segno del genio imprenditoriale che li contraddistingueva, costruendovi l’albergo sulle rive del lago, sul quale ancora oggi vi si sporgono le sue caratteristiche facciate.

Sul finire della Seconda Guerra Mondiale, Braies si trovò suo malgrado a partecipare agli scampoli della fase finale delle attività belliche, che interessarono il versante alpino. Il 25 luglio 1943 Mussolini veniva deposto dal Gran Consiglio del Fascismo e, il giorno successivo, arrestato in seguito all’udienza del re. Il Governo fu affidato al Maresciallo d’Italia Badoglio ed Hitler diede il via all’operazione denominata “Alarico”, che prevedeva il disarmo dell’Esercito Italiano, l’occupazione delle posizioni sensibili, quali i valichi montani e i porti, e la definizione del territorio del Regno come zona operazioni, con il conseguente trasferimento dell’esercizio dei poteri civili ai comandanti militari tedeschi. Tuttavia, il Piano “Alarico” fu superato dal susseguirsi frenetico degli avvenimenti, il cui punto saliente era l’avanzata a tratti inarrestabile delle truppe alleate in Italia. Nella notte tra l’8 e il 9 settembre, l’Alto Comando tedesco mise in strada l’operazione “Achse”, in seguito all’entrata in vigore dell’armistizio di Cassabile, firmato con gli anglo americani il 3 settembre. Il messaggio, letto da Pietro Badoglio alle ore 19:42 al microfono dell’EIAR, trovò immediata risposta con l’”Operationszone Alpenvorland”, l’occupazione delle province di Bolzano, Trento e Belluno, che costituiva una nuova circoscrizione con il Tirolo, sottoposta alla diretta amministrazione militare tedesca e tolta di fatto al controllo della Repubblica Sociale Italiana, per quanto vi appartenesse ancora, almeno del punto di vista della ufficialità.

Nello stesso momento venne istituita la Zona d’operazioni Litorale adriatico, “Operationszone Adriatisches Küstenland”, che comprendeva le province italiane di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Lubiana. Anche questo nuovo distretto fu sottoposto alla diretta amministrazione militare tedesca e sottratto anch’esso al controllo della Rsi.

L“Alpenvorland”, il cui governo venne affidato a Franz Hofer in qualità di Gauleiter, Commissario  (Commissario supremo) del Tirolo, tra le ragioni politiche vi era la preminente esigenza di carattere militare. Memori di quanto accaduto nel corso del Primo conflitto mondiale e consci delle nuove tecnologie belliche, si era progettato nell’area alpina un complesso fortificato, dove poter organizzare una resistenza ad oltranza nei confronti delle truppe anglo americane. Tra i maggiori promotori della “fortezza alpina” vi era Ernst Kaltenbrunner, SS-Obergruppenfuhrer.

Quest’ultimo, nominato a fine gennaio del 1943 capo del RSHA, l’Ufficio centrale per la Sicurezza del Reich, presentò la proposta ad Heinrich Himmler, Reichsführer delle Schutzstaffel e comandante della polizia, nonché delle forze di sicurezza del Terzo Reich, dove si affermava la soluzione dell’affollamento del Campo di Theresienstadt, a circa 60 chilometri da Praga,

Forni crematori di Theresienstadt

tramite il trasferimento forzato di oltre cinquemila ebrei di età avanzata al Campo di Auschwitz Birkenau in Polonia. Nello stesso documento Kaltenbrunner ricordava, inoltre, che i prigionieri del Campo erano stati suddivisi in gruppi in base all’età, alla validità al lavoro e, infine, all’utilità al Reich stesso.

Himmler aveva fatto costruire un bunker di cemento armato nel Campo di concentramento di Flossenburg. Al suo interno vi erano stati relegati e tenuti in vita i prigionieri importanti. Nella scacchiera del gerarca nazista si trattava di mossa, che vedeva nei prigionieri una possibile merce di scambio. Inoltre, negli ultimi mesi di guerra si valutò di usare i prigionieri per portare gli Alleati o le Organizzazioni non governative del Congresso Ebraico Mondiale al tavolo delle trattative, come avvenne con l’episodio del convoglio ferroviario di Kastner, grazie al quale nel giugno del 1944, 1864 ebrei ungheresi del Campo di Sterminio di Bergen Belsen lasciarono per sempre gli orrori per trovare la salvezza in Svizzera.

Hitler e i suoi ritenevano imminente la rottura delle alleanze in gioco. Presto i tedeschi avrebbero combattuto a fianco dei suoi ex nemici contro l’Armata Rossa. A favore di questa tesi vi era anche la telefonata intercettata dal controspionaggio tedesco nel 1944 tra Stalin e Tito. La conversazione fra i due verteva sull’occupazione dell’Italia del nord da parte delle armate sovietiche, come uno degli obiettivi militari primari sovietici, volendo con ciò anticipare l’avanzata anglo americana (Theil, Kampf um Italien, p.274) (Kerstin von Lingen, Verschwörung des Schweigens. Kapitulation und Immunitätsversprechen am Beispiel Karl Wolff,; Ead., Conspiracy of Silence. How the Old boys of American Intelligence shielded SS-General Karl Wolff from prosecution. In: Holocaust and Genocide Studies 22 (2008), 1, pp. 74–109).

A sua volta, i tedeschi ritenevano di rivoluzionare le sorti del conflitto con le “Wunderwaffe”, le armi meraviglia, o “Vergeltungswaffe”, armi della vendetta, come l’aviogetto a reazione Messersschmitt Me 262, le cui qualità furono riconosciute dagli stessi statunitensi

, o il bombardiere avveniristico Ar 234, che sfuggiva a qualsiasi caccia alleato.

Com’era prevedibile, i tentativi compiuti da Himmler e da Kaltenbrunner di avviare delle trattative segrete con gli Alleati, in particolare con gli americani dell’Oss non trovarono alcuna risposta. Allen W. Dulles, il capo del servizio segreto statunitense a Berna,

accettò contro tutte le opinioni dei colleghi e dei suoi superiori, come unico interlocutore Karl Wolft, generale di corpo d’Armata delle SS e generale delle Waffen SS e Governatore in Italia.

La trattativa prevedeva la resa incondizionata delle truppe tedesche dello scacchiere sud-ovest, in cambio dell’impunità per Wolff, il quale, invece, era stato incluso nelle liste dei principali criminali di guerra, per il ruolo avuto nel corso della guerra. Ma il 23 agosto 1945, Dulles si trovò a scrivere al collega, il generale William Donovan, ipotizzando che “Wolff sarà incluso in qualche lista per processi contro criminali di guerra. Propongo, invece, che egli non venga incluso nel primo gruppo, in modo da impedire che faccia uso per difendersi della sua versione di Sunrise”, il piano della resa tedesca, che doveva rimanere riservato (Kerstin von Lingen, Verschwörung des Schweigens. Kapitulation und Immunitätsversprechen am Beispiel Karl Wolff,; Ead., Conspiracy of Silence. How the Old boys of American Intelligence shielded SS-General Karl Wolff from prosecution. In: Holocaust and Genocide Studies 22 (2008), 1, pp. 74–109).

A questi ostaggi si aggiunsero le grandi personalità, provenienti dai paesi caduti sotto il giogo nazista. Tra questi vi era l’ex Primo Ministro francese Leon Blum, l’ex Cancelliere austriaco Kurt von Schuschnigg o l’ex Primo Ministro Ungherese Miklos von Kallày. Un altro gruppo ancora era costituito dai cosiddetti “Sippenhaftlinge”, ovvero i famigliari e parenti degli oppositori del regime, come i consanguinei del colonnello Claus Schenk von Stauffenberg

, uno degli autori dell’attentato alla vita del Fuhrer del 20 luglio 1944; come il borgomastro di Lipsia, Carl Goerdeler, o i parenti stretti del principe di Baviera.

Nell’aprile del 1945, i prigionieri eccellenti furono prelevati, per trasferirli, almeno nelle intenzioni originarie, in Baviera. Gli ufficiali delle SS Ernst Bader ed Edgar Stiller furono incaricati di gestire l’intera operazione, assieme a truppe SS e SD (Servizio di Sicurezza), armati di tutto punto. Nei giorni 17, 24 e 26 aprile 1945 gli ostaggi partirono da Buchenwald, Flossenburg e da Mauthausen con direzione il Campo di Dachau.

Plastico del Campo di Concentramento di Dachau

Le consegne e le disposizioni di servizio in caso di cattura erano chiare. Dovevano imbottire i prigionieri di esplosivo e farli detonare. Nessuno doveva sopravvivere.

Nel corso del trasferimento si incrociarono con i prigionieri delle “Marce della Morte”, evacuati dai Campi dell’Est, dopo i tentativi di occultare quanto di mostruoso vi era accaduto dentro. Joseph Walk ne riporta la testimonianza in un suo volume:

“Su tutte le strade e i sentieri dell’Alta Slesia a ovest dell’Oder incontravo adesso colonne di prigionieri, che arrancavano nella neve alta. Non avevano cibo. La maggior parte dei sottoufficiali a capo di queste incespicanti colonne di cadaveri non aveva la minima idea di dove avrebbero dovuto dirigersi. Sapevano solo che la loro destinazione finale era Groß-Rosen…Il tragitto seguito da queste miserabili colonne era facile da ripercorrere, visto che ogni poche centinaia di iarde giacevano i corpi di prigionieri che erano stramazzati a terra o cui era stato sparato…Vidi carri da carbone colmi di cadaveri congelati, interi treni di prigionieri che erano stati deviati su binari morti e lasciati là senza cibo né riparo” (Das Sonderrecht für die Iuden im NS-Staat. Eine Sammlung der gesetzlichen Massnahmen und Richtlinien, Inhalt und Bedeutung, Heidelberg 1981, p.305).

Il Campo di Dachau, a poca distanza da Monaco di Baviera e collocato originariamente sull’area di una fabbrica di munizione e polvere da sparo non più in uso, era stato posto in quarantena, a causa dell’imperversare di epidemie, in particolare di tifo. Gli ostaggi furono caricati su camion e vecchi autobus e si mossero alla volta dell’Alto Adige. Oltrepassato il valico alpino del Brennero, raggiunsero il 28 aprile Villabassa (Niederdorf), in Alta Pusteria, nella provincia autonoma di Bolzano. Nella piazzetta antistante la stazione ferroviaria i prigionieri furono fatti scendere e condotti al centro del paese, dove la gente del posto solidarizzò con loro, mettendo in serie difficoltà i loro carcerieri, che pretendevano di tenerli sotto tiro costantemente. Quando alla notte la popolazione si offrì di ospitarli nelle locande, nella canonica e nelle sale comunali, le SS decisero, come extrema ratio, di rinchiudere gli ostaggi dentro gli autobus e di farli saltare in aria, dopo aver raggiunto luoghi isolati, dove nessuno avrebbe potuto né vedere né sentire. Uno degli ostaggi, il generale italiano Sante Garibaldi, discendente dell’Eroe dei Due Mondi, trovò la circostanza perfetta per nascondersi all’interno di un casello ferroviario, dove riusciva comunicare con una cellula di partigiani, informandoli che il convoglio si sarebbe mosso presto alla volta di un albergo a Braies, al momento occupato dagli Stati maggiori di tre generali della Wehrmacht.

La domenica del 29 aprile, l’ingegnere Anton Ducia dell’Alto Commissariato di Bolzano

riuscì a far traslocare i tre ufficiali e, in secondo luogo, avere un colloquio con il generale di Comando d’Armata, Richard von Vietinghoff, che stava già collaborando con Wolff per la resa tedesca in Italia.

L’oggetto della conversazione fu la sorte dei prigionieri eccellenti. L’alto ufficiale tedesco ordinò al capitano Wichard von Alvensleben di scendere a Villabassa con i suoi uomini e prendere in consegna gli ostaggi dalle SS. A scanso di equivoci, fece convergere sulla zona 150 granatieri, che segnarono la differenza nel precedente status quo. Le SS tentarono un colpo di mano, ma non sortì l’effetto sperato. Anzi, vedendo ormai sfumata ogni possibilità di riprendersi gli ostaggi, si allontanarono a bordo di mezzi meccanici.

Il Capitano von Alvennsleben stabilì di accompagnare i prigionieri sulle rive del lago di Braies, all’hotel “Pragser Wildsee”, con l’esclusione degli ostaggi italiani, che rimasero a Villabassa, ospiti della Casa Wassermann, un edificio del XV secolo, ancora oggi visibile al centro di Villabassa.

In quelle ore si era abbattuta una fitta nevicata che vanificò la salita con i mezzi a motore. I prigionieri intrapresero una faticosa salita notturna, fino a quando raggiunsero la quota 1496. Qui, li attendeva la padrona dell’hotel e il suo staff, che si fecero in quattro per aiutarli. Qui, poterono finalmente ristorarsi e formare un comitato di autogoverno con a capo il capitano inglese Payne Best, come vice il colonnello tedesco Bogislav von Bonin e come garante il capitano di fregata Franz Liedig.

Al primo piano trovarono collocazione nelle comode stanze i Thyssen, i Gordeler, gli Stauffenberger; al secondo piano la famiglia Schuschnigg, Hjalmar Schacht, il pastore Niemoller e i cinque generali greci. Al piano successivo i francesi, gli inglesi ungheresi, olandesi e altri ancora.

Caso a parte il russo Vassili Kokorin, nipote di Molotov. L’uomo, aiutato da un gruppo di partigiani italiani, lasciò Braies, anche se morì poco più di un mese dopo, forse perché a conoscenza di qualcosa che doveva rimanere un segreto.

La situazione si era evoluta, precipitando nel caos più assoluto. Il Comando della Gestapo di Klagenfurt ricevette l’ordine di recarsi a Villabassa e prendere in consegna i prigionieri. Se necessario, erano autorizzati a uccidere tutti gli ostaggi. L’importante era che non cadessero in mano degli anglo americani. Per fortuna, l’ordine rimase solo nella carta. La mattina del 4 maggio 1945 le avanguardie della 7a Divisione statunitense fecero il loro arrivo e presero in carico gli ostaggi. Il grosso delle truppe statunitense giunse il giorno successivo, assieme alle formazioni partigiane bellunesi. Dopo essere stati disarmati, i soldati della Wermacht furono fatti prigionieri e trasferiti a Monguelfo. Nei giorni successivi parte di loro fu trasferita prima a Napoli e, infine, a Capri, per poi essere trasferiti nuovamente, con direzione la Germania. L’SS Edgar Stiller riuscì a raggiungere il territorio austriaco, ma solo dopo pochi giorni fu preso in custodia dagli americani.

Lista dei prigionieri

Austria

Konrad Praxmarer, scrittore

Richard Schmitz, ex borgomastro di Vienna

Kurt Schuschnigg, cancelliere d’Austria

Vera Schuschnigg, moglie di Kurt Schuschnigg, e la loro figlia Maria Dolores Elisabeth.

Danimarca

Hans Frederik Hansen, agente danese “Frederiksen” del SOE

Adolf Theodor Larsen, agente danese “Andy” del SOE

Jørgen Lønborg Friis Mogensen, vice-console

Hans Lunding, capitano, capo dei servizi segreti danesi

Max J. Mikkelsen, capitano della marina mercantile

Knud E. Pedersen, capitano della marina mercantile

Francia

Jeanne Léon Blum, moglie di Léon Blum

Léon Blum, ex primo ministro di Francia

principe Saverio di Borbone-Parma

Armand Mottet

Gabriel Piguet, vescovo di Clermont-Ferrand

Raymond Van Wymeersch, capitano della Forces aériennes françaises libres

Germania

Bogislaw von Bonin, ufficiale della Wehrmacht

Baron Fritz Cerrini, segretario privato del principe Federico Leopoldo di Prussia

Friedrich Engelke, commerciante

generale Alexander von Falkenhausen, ex comandante militare in Belgio e Francia

Wilhelm von Flügge, direttore dell’IG Farben

principe Federico Leopoldo di Prussia

generale Franz Halder, ex capo di stato maggiore

Gertrud Halder, moglie di Franz Halder

Anton Hamm, cappellano

Erich Heberlein, diplomatico

Margot Heberlein, moglie del Dr. Erich Heberlein

Horst Hoepner, commerciante, fratello del generale Erich Hoepner

Joseph Joos, giornalista e politico (Partito di Centro Tedesco Zentrum)

Karl Kunkel, cappellano

Franz Maria Liedig, ufficiale della Kriegsmarine, (Abwehr)

Josef Müller, ufficiale (Abwehr)

Johann Neuhäusler, canonico

Martin Niemöller, pastore

Heidel Nowakowski

Horst von Petersdorff, ufficiale della Wehrmacht

principe Filippo d’Assia, diplomatico, genero del re d’Italia

Hermann Pünder, ufficiale

Hjalmar Schacht, ex presidente della Reichsbank e ministro dell’economia

Fabian von Schlabrendorff, ufficiale d’ordinanza del maggiore generale Henning von Tresckow

Georg Thomas, generale

Amélie Thyssen, moglie di Fritz Thyssen

Fritz Thyssen, imprenditore

Wilhelm Visintainer, cuoco, prigioniero a Dachau

Paul Wauer, barbiere, prigioniero a Dachau

Grecia

Konstantinos Bakopoulos, luogotenente generale

Panagiotis Dedes, luogotenente generale

Vassilis Dimitrion, soldato

Nikolaos Grivas, caporale

Georgios Kosmas, luogotenente generale

Alexandros Papagos, luogotenente generale, comandante in capo dell’Esercito greco

Ioannis Pitsikas, luogotenente generale

Italia

Amechi, funzionario pubblico

Eugenio Apollonio, vice-capo della Polizia della Repubblica Sociale

Mario Badoglio, figlio del Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio

Burtoli, funzionario pubblico

Davide Ferrero, colonnello

Sante Garibaldi, generale

Tullio Tamburini, Capo della Polizia della Repubblica Sociale

Jugoslavia

Hinko Dragić, tenente colonnello

Novak D. Popović, capo dall’amministrazione postale

Dimitrije Tomalevski, giornalista

Lettonia

Gustavs Celmiņš, capitano della riserva dell’Esercito lettone

Norvegia

Arne Dæhle, capitano della Reale Marina Norvegese

Paesi Bassi

Johannes J. C. van Dijk, ministro della difesa

Polonia

Jan Iżycki, ufficiale pilota della RAF

Stanisław Jensen, ufficiale pilota della RAF

conte Aleksander Zamoyski, maggiore

Regno Unito

Sigismund Payne Best, capitano del Secret Intelligence Service

Jack Churchill, tenente colonnello dei Commandos

Peter Churchill, capitano del Special Operations Executive

Thomas J. Cushing, staff sergeant

Harry M. A. Day, comandante di stormo della RAF

Sydney Dowse, ufficiale pilota della RAF

Hugh M. Falconer, capo squadrone della RAF, Special Operations Executive

Wadim Greenewich, funzionario del Foreign Office

Bertram James, ufficiale pilota della RAF

John McGrath, tenente colonnello

Patrick O’Brien, soldato

John Spence, agricoltore

Richard Henry Stevens, tenente colonnello

Andrew Walsh, tecnico della RAF

Repubblica Ceca

Josef Burda, commerciante

Jan Rys-Rozsévač, giornalista

Slovacchia

Imrich Karvaš, governatore della Banca Nazionale Slovacca

Ján Stanek, maggiore

Svezia

Carl S. Edquist, direttore

Ungheria

Aleksander Ginzery, colonnello

Josef Hatz, maggiore

Samuel Hatz, insegnante, padre di Josef Hatz

Andreas Hlatky, segretario di stato ungherese

Miklós Horthy Jr., diplomatico, figlio di Miklós Horthy

Géza Igmándy-Hegyessy, generale

Miklós Kállay, ex primo ministro d’Ungheria

Julius Király, colonnello

Desiderius Ónody, segretario di Horthy jr.

Péter Schell, ministro degli interni ungherese

Unione Sovietica

Ivan Georgievič Bessonov, generale

Victor Brodnikov, tenente colonnello

Fëdor Ceredilin, soldato

Vassilj Vassil’evič Kokorin, sottotenente

Pëtr Privalov, maggiore generale

Nikolaj Ručenko, sottotenente

Familiari dei golpisti

Fey von Hassell Pirzio Biroli, figlia di Ulrich von Hassell

Annelise Gisevius, sorella di Hans-Bernd Gisevius

Anneliese Goerdeler, moglie di Carl Goerdeler

Benigna Goerdeler, figlia di Goerdeler

Gustav Goerdeler, fratello di Goerdeler

Marianne Goerdeler, figlia di Anneliese e Carl Goerdeler

Irma Goerdeler, moglie di Ulrich Goerdeler, nuora di Anneliese e Carl Goerdeler

Jutta Goerdeler, cugina di Benigna Goerdeler

Ulrich Goerdeler, figlio di Anneliese e Carl Goerdeler

Käte Gudzent

Hildur von Hammerstein, figlia di Maria e Kurt von Hammerstein-Equord

Maria von Hammerstein-Equord, moglie di Kurt von Hammerstein-Equord

Anna-Luise von Hofacker, figlia di Cäsar von Hofacker

Eberhard von Hofacker, figlio di Cäsar von Hofacker

Ilse Lotte von Hofacker, moglie di Cäsar von Hofacker

Elisabeth Kaiser, figlia di Therese Kaiser

Therese Kaiser

Arthur Kuhn, avvocato

Lini Lindemann, moglie del generale Fritz Lindemann

Josef Mohr, fratello di Therese Kaiser

Käthe Mohr, moglie di Josef Mohr

Gisela Gräfin von Plettenberg-Lenhausen, figlia di Walther Graf von Plettenberg-Lenhausen

Walther Graf von Plettenberg-Lenhausen, commerciante

Alexander Schenk Graf von Stauffenberg, fratello di Claus Schenk Graf von Stauffenberg

Alexandra Schenk Gräfin von Stauffenberg, sorella di Markwart Schenk Graf von Stauffenberg

Clemens jr. Schenk Graf von Stauffenberg, figlio di Markwart Schenk Graf von Stauffenberg

Elisabeth Schenk Gräfin von Stauffenberg, moglie di Clemens Schenk Graf von Stauffenberg

Inèz Schenk Gräfin von Stauffenberg, figlia di Markwart Schenk Graf von Stauffenberg

Maria Schenk Gräfin von Stauffenberg, moglie di Berthold Schenk Graf von Stauffenberg

Marie-Gabriele Schenk Gräfin von Stauffenberg, figlia di Elisabeth Schenk Gräfin von Stauffenberg e Clemens Schenk Graf von Stauffenberg

Markwart Schenk Graf von Stauffenberg senior, colonnello

Otto Philipp Schenk Graf von Stauffenberg, figlio di Elisabeth Schenk Gräfin von Stauffenberg e Clemens Schenk Graf von Stauffenberg senior

Hans-Dietrich Schröder, figlio di Ingeborg Schröder

Harring Schröder, figlio di Ingeborg Schröder

Ingeborg Schröder

Sybille-Maria Schröder, figlia di Ingeborg Schröder

Isa Vermehren, commediografa, sorella di Erich Vermehren.

Braies provoca al viaggiatore uno sconvolgimento emotivo, che sembra coinvolgere il Sublime e il Bello di memoria “burkiana” dello scrittore e filosofo Edmund Burke. Basta una semplice passeggiata perché l’escursionista si ritrovi in un mondo, che lo appaga in ogni suo momento, facendogli perdere il senso del tempo e della realtà, con il rischio che, prima o poi, qualcuno troverà la strada per renderlo un semplice parco gioco ad uso e consumo del turismo sfrenato del mordi e fuggi.

San Leo, “una rocca e due chiese: la città più bella d’Italia”

Nella regione appenninica del Montefeltro, adagiato in un’altura della media Valle del Marecchia, a poco più di trenta chilometri da Rimini, si trova l’antico e suggestivo borgo di San Leo. A guardia dell’abitato e delle vallate circostanti la natura ha collocato una maestosa formazione rocciosa, dove si erge un celebre castello, avvinghiato con la pietra. Il territorio è caratterizzato da un alternarsi di verdi colline, campi coltivati ad arte, spuntoni di roccia sui quali si ergono abitati da favola, castelli e torri di guardia.

Questo paesaggio spettacolare ha cullato fin dalle epoche più antiche l’uomo. I ritrovamenti attestano una frequentazione dell’area risalente almeno all’età del Bronzo finale, con una continuità di frequentazione fino alla più recente epoca romana. Le origini dell’abitato vero e proprio sono solite essere ricondotte alla grande opera di evangelizzazione compiuta nel terzo secolo dopo Cristo in queste terre. Stando alla “Vita Sancti Marini”, testo agiografico anonimo del XII secolo, due scalpellini di fede cristiana, originari dell’isola d’Arbe, nella lontana Dalmazia settentrionale, giunsero a Rimini, attratti dall’opportunità di trovare lavoro per il rifacimento delle mura di Rimini; e per sfuggire alla persecuzione iniziata dall’imperatore Diocleziano contro i cristiani. Da qui, furono inviati per tre anni sul vicino Monte Titano per l’estrazione e la lavorazione della roccia. Anni dopo, uno dei due, san Leone, fu colto dal desiderio di condurre una vita solitaria, dedicandosi all’ascesi, alla preghiera e alla contemplazione. Si mosse alla volta del Monte Feliciano, conosciuto anche sotto il nome di “Mons Feretri”, per un supposto tempio consacrato a Giove Feretrio.

Qui, l’anacoreta tirò su alla bella e buona una cella e fece edificare una cappella, piccola cosa alla successiva pieve di epoca carolingia e ristrutturata in età romanica, dedicata all’Assunzione di Maria, la “Dormitio Virginis”. In breve, il santo convertì al cristianesimo gli abitanti dei paesi limitrofi mediante la predicazione del Vangelo, giungendo alla creazione della Diocesi di Montefeltro con lo stesso san Leo assunto a primo vescovo, benché l’istituzione ufficiale della circoscrizione vescovile fosse stata formalizzata ben più tardi, intorno al IX secolo.  Morto su quel monte, lasciò in eredità il suo nome alla contrada e il suo culto si diffuse rapidamente, tanto che, stando alla tradizione popolare, il 14 febbraio 1016, l’imperatore Enrico II volle traslarne i resti mortali, che riposavano in un sarcofago di pietra, all’interno del duomo locale, innalzato dopo il VII secolo e dedicato al santo Leone.

Enrico II

Nel corso del viaggio, che aveva come destinazione la città di Spira in Germania, il corteo giunse a Voghenza, nel ferrarese, ma avvenne un imprevisto. Gli animali che trasportavano le reliquie si fermarono e non ci fu verso a smuoverli. Visto come un segno del Cielo, le reliquie furono deposte nella chiesa locale e, successivamente, depositate nella chiesa di Santo Stefano a Ferrara, dove riposano, forse, ai piedi dell’altare centrale della navata di destra. A San Leo rimase solo il sarcofago e, solo di recente, nel 1953, le autorità ecclesiastiche di Voghenza donarono alla comunità leontina un frammento sacro del santo.

Proprio per la sua posizione strategica e panoramica sulle valli del Montefeltro, San Leo e il suo castello furono più volte oggetto di contesa nel Medioevo tra Bizantini, Goti, Longobardi e Franchi, che sfruttarono questa caratteristica dal punto di vista militare.

Dante Alighieri nel Purgatorio, dopo aver parlato con Manfredi di Svevia, riprende il cammino, che appare faticoso, impervio e, volendone dare al lettore un’immagine somigliante lo paragonò alla rupe di San Leo, tra le altre località note per la loro asprezza.

Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,

montasi su in Bismantova e ‘n Cacume

con esso i piè; ma qui convien ch’om voli;

dico con l’ale snelle e con le piume

del gran disio, di retro a quel condotto

che speranza mi dava e facea lume.

(PG IV, 25 ss).

Le origini del castello risultano molto antiche e la sua prima menzione proviene dallo scrittore ecclesiastico Eugippio, vissuto a cavallo tra il V e il VI secolo. Nell’opera agiografica dedicata a san Severino, il religioso ricorda il suo soggiorno al “castelluni nomine Monteni Feletrem”, dove vi rimase qualche anno e dove morì Lucillo, il presbitero che aveva guidato Eugippio e i suoi dal lontano Norico.

Tra il 961 e il 963, il Marchese d’Ivrea e re d’Italia, Berengario II, si ritirò nella fortezza, che fu assediata da Ottone, chiamato in Italia da papa Giovanni XII.

Sottomissione di Berengario II ad Ottone I di Sassonia – dal Manuscriptum Mediolanense, XII secolo

Alla fine del 964, San Leo fu espugnata e Berengario II e sua moglie Willa, fatti prigionieri, furono esiliati a Bamberga, in alta Franconia.  Feudatari, Comuni e Signorie si alternarono nel corso dei secoli al governo della rocca e del paese sottostante. Dal 1278 San Leo passò nelle mani di Guido di Montefeltro che lo tenne fino al 1282, andando allo Stato Pontificio.

Guido da Montefeltro

Quindi dal 1298 al 1338 divenne un possesso di Tiberti di Petrella, per poi ritornare nuovamente ai Montefeltro e, ancora, alla Santa Sede.

Sul finire del Trecento, il castello passò come lascito testamentario alla famiglia dei Malatesti (Malatesta), che, pur con diverse interruzioni, lo tennero fino all’autunno del 1441. Il 22 ottobre, Federico da Montefeltro, dopo aver provato che ogni tentativo posto in essere per cercare di avere ragione della sua resistenza si era rivelato inutile, in una riunione “allargata” fece come propria una inedita linea d’azione da intraprendere, proposta dal celebre capitano di ventura Matteo Grifoni. Così lo storico Filippo Ugolini lasciò ai posteri l’incursione a sorpresa che comportò la conquista di San Leo.

“Struggevasi Federigo di restituire alla sua casa luogo così importante donde aveva essa tratta  l’origine sua.

Ma come ridurre ad atto questo suo disegno, se in quella roccia altissima non potevano andare gli assalitori senza le ali?

E Gismondo vi aveva poste guardie fidatissime, benchè poche; perchè pochi bastavano a difendere un luogo cui la stessa natura si era incaricata di rendere inespugnabile. E pure un coraggio a tutta prova affronta e talvolta vince ostacoli creduti insuperabili .

Dicono che Matteo Grifoni si vantasse con Federico di espugnare San Leo, se gli dava venti soldati arditissimi a sua scelta: e i soldati ebbe e tutti d’Urbino. Una notte oscurissima, fatta più scura da cielo nuvoloso, l’intrepido Grifone, pratichissimo de’ luoghi, fornito di corde, ferri ed altri necessari arnesi ed otto insegne, si arrampica coi compagni per què dirupi, col pericolo ad ogni passo di essere inghiottito dal sottoposto abisso; e tanto gli è prospera la fortuna, che può afferrare cò suoi la sommità del masso, e impadronirsi di una delle guardiole che mancava di difensori, come fuor di mano e di accesso creduto impossibile.

È San Leo composto del castello e della città, fortissima anch’essa. La porta di San Leo (che una sola ne ha) si chiudeva di dentro e di fuori con catenacci, e il Grifoni la chiuse destramente al di fuori, affinché il presidio uscire non potesse: quindi nascose la sua piccola schiera in posto da non essere scoperto. Ed ecco spuntando l’alba, echeggiare per que’ dirupi le trombe di guerra: era Federico che, secondo il previo accordo, doveva far le mostre dell’assalto. I difensori del castello saltano fuori, e scendono a corsa nella città, e vanno alle porte per difendere prima, secondo il costume, i posti esterni d’importanza. Ma mentre s’affaticano per uscire, e non possono per l’impedimento, Matteo fa sbucare i suoi soldati e correre con le insegne spiegate per la città, gridando “Feltro, feltro” e s’indirizza alla rocca. I pochi difensori che vi erano rimasti supposero che i feltreschi fossero entrati in San Leo per segreta intelligenza cò cittadini; ne vedendo alcuno saltar fuori dalla città a contrastare gli approcci al nemico, e perciò credendosi abbandonati dai compagni, senza resistere si arresero. I soldati poi, scesi in città. scorgendo inalberate le insegne nemiche sulla fortezza, tementi di essere presi in mezzo, si dispersero per le case; e così Grifone poté introdurre il suo signore. Quanto fu lieto Federico di sì nobile acquisto, che avvenne ai 22 ottobre 1441, altrettanto ne provò cocente dolore il Malatesta, si per la perdita del luogo creduto inespugnabile, si per vedersi vinto e sopravvinto, lui maturo e provato guerriero, da guerriero quasi imberbe.” (Storia dei conti e dei duchi di Urbino, Vol. 1, L. IV, pp. 321 ss, 1859)

Fino a qual momento, il castello di San Leo era ancora quello risalente all’alto medioevo, costituito dal mastio centrale con torri quadrangolari inserite nelle mura fortificate. Federico volle adeguare l’impianto difensivo alle moderne tecniche militari e il progetto lo affidò al grande architetto senese Francesco Giorgio Martini, già al suo servizio e che aveva appena terminato di adattare alle nuove esigenze il non lontano castello di Sassocorvaro. Però, tali accorgimenti nulla poterono di fronte alla furbizia e oltreché all’abilità militare di uno dei protagonisti del Rinascimento Italiano. L’episodio, datato al 1502, costituiva uno degli ultimi atti di una vicenda travagliata che aveva avuto inizio nel 1499, allorché Cesare Borgia detto il Valentino, figlio del pontefice Alessandro VI, tentò di riacquistare il pieno controllo di tutte le piccole signorie dell’Umbria e della Romagna. Il dominio del Borgia si rivelò una breve parentesi, dato che qualche mese dopo la popolazione locale si sollevò, scacciando le truppe del Valentino.

Antonio Giustinian, che ricopriva l’incarico di ambasciatore veneziano presso la Santa Sede, fu testimone di quei momenti: “Un castello ditto San Leo, el più forte del Ducato d’Urbino, nel quale si dice erano tutte le robe che fo’ del duca, e del signor de Camerino, se ha sollevato contra el Duca de Valenza, e chiama el duca vecchio……Essendo venuti alle mani li uomini della terra con alcuni Spagnoli che erano alla guardia di essa, per cason de certe donne, el castellano se interpose alla pace e compose la differenzia. In segno de gratificazion de tal pace, fensero gli uomini della terra, voler fare un presente al castellano, al condur del quale furono aperte le porte del castello, dove concorse molta zente, e tanta, che parendogli essere più forti de li Spagnoli, li assaltorono, et hanno taiato a pezzi el castellan con quanti ne eran in sua compagnia” (A. Giustinian, Dispacci, a cura di P. Villari, Firenze, 1876).

Francesco Maria I Della Rovere

Entrato in possesso nuovamente dell’abitato e del castello, Guidobaldo di Montefeltro lo tenne fino al 1508, quando la famiglia si estinse, a cui successe Francesco Maria I Della Rovere, suo nipote.  Tuttavia, nel giugno del 1516, le forze della Santa Sede conversero sul ducato d’Urbino, conquistandolo, e, al culmine dell’estate, Lorenzo dé Medici, nipote del papa, ebbe ufficialmente l’investitura sul ducato. San Leo era riuscito a resistere, ma era solo una questione di tempo. Antonio Ricasoli, capitano delle truppe fiorentine, che contavano ben duemila fanti, riuscì a superare ogni scoglio, facendo salire i suoi uomini sulla parete rocciosa alla base della fortezza e, nella notte, penetrarono nel paese con la conseguente capitolazione della rocca. L’assedio, raffigurato in un dipinto del Vasari nella sala Leone X del Palazzo Vecchio di Firenze, trovò un particolare testimone nello storico Francesco Guicciardini, che lasciò traccia nel…. Comunque, i Della Rovere ripresero San Leo nel 1527 e rimase in mano loro fino al 1631, quando il Ducato di Urbino fu assegnato allo Stato Pontificio.

Immagine tratta da Wikipedia

In seguito, il castello venne adibito a carcere. Servirono solo pochi accorgimenti: gli alloggi militari furono trasformati a celle, tirando su delle semplici mura interne, delle inferriate e portoni con tanto di catenacci. I prigionieri condannati per i reati più gravi erano incatenati e un capo della catena era legato a un anello di ferro confitto nel muro, ancor oggi visibile in ogni cella. Qui furono imprigionati alcuni patrioti italiani, come il carbonaro e mazziniano Felice Orsini e i riminesi Andrea Borzatti e Enrico Serpieri. Il castello fu luogo di prigionia e di morte per il palermitano Giuseppe Balsamo, l’abile furbacchione che, durante il secolo dei Lumi, seppe costruire attorno a sé un alone di leggenda. L’uomo, passato alla storia anche come il conte Alessandro Cagliostro, venne condannato il 7 aprile 1791, dopo un processo simbolico, volendo con ciò colpire uno dei più “originali” protagonisti della Massoneria, principale veicolo e diffusore delle nuove idee prodotte dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione.

Giuseppe Balsamo

Giorni dopo, il 20 aprile, consegnato al braccio secolare, viene condotto dapprima a Castel Sant’Angelo e poi fu trasferito a San Leo, affinché fosse custodito “senza speranza di grazia”. I primi mesi li trascorse dentro una cella in regime duro, ma non era nulla a confronto alla successiva. Fu, infatti, calato in una nuova cella di pochi metri quadrati, il cui unico accesso era una botola posta sul soffitto. L’unica finestra con tanto di barre era così minuscola da poter scorgere solo un brandello di cielo e le due chiese dell’abitato di San Leo. Qui trascorse gli ultimi anni della sua vita, con la sola compagnia della follia, che lo prese presto.

L’ingresso della cella finale di Giuseppe Balsamo – botola
Cella del tesoro – prima prigione di Giuseppe Balsamo

Il 23 agosto 1795, le guardie lo trovarono semi paralizzato, ormai più là che qua. Il cappellano del castello, frà Cristoforo da Cicerchia lasciò scritto:

“Restò in quello stato apoplettico per tre giorni, ne’ quali sempre apparve ostinato negli errori suoi, non volendo sentir parlare né di penitenza né di confessione. Infine de’ quali tre giorni Dio benedetto giustamente sdegnato contro un empio, che ne aveva arrogantemente violate le sante leggi, lo abbandonò al suo peccato ed in esso miseramente lo lasciò morire; esempio terribile per tutti coloro che si abbandonano alla intemperanza de’ piaceri in questo mondo, e ai deliri della moderna filosofia. La sera del 26 fu tolto dalla sua prigione per ordine de’ suoi superiori, e fu trasportato al ponente della spianata di questa fortezza di S. Leo, ed ivi fu sepolto come un infedele, indegno dei suffragi di Santa Chiesa, a cui non aveva quell’infelice voluto mai credere”. Dato che era quasi impossibile fuggire e le condizioni di vita dei prigionieri disumane, la sua destinazione a bagno penale rimase fino al 1906. In seguito, sempre alle dipendenze dell’esercito, venne destinato a semplice caserma.

In questo borgo, vero e proprio museo a cielo aperto, ogni palazzo, chiesa o una singola opera d’arte ricordano un’epoca, una persona e il mantenerle in vita è un modo per prolungarne la presenza, per cui non è difficile immaginare di girare un vicolo e trovarsi a tu per tu con Federico di Montefeltro, Dante Alighieri o, ancora, san Francesco.

Raggiunta la centrale Piazza Dante, “umbilicus” romanico del borgo, nel quale è possibile ascoltare “lo stillare del tempo nel mistero dei paesi” del poeta Luzi, si trova il Palazzo dei Conti Severini Nardini, le cui stanze ospitarono un’ospite, che avrebbe rigenerato fin le sue fondamenta il Cristianesimo: san Francesco d’Assisi. Come raccontato dai Fioretti, l’8 maggio del 1213, san Francesco si trovava a San Leo in occasione dell’investitura di un cavaliere e, all’ombra di un olmo tenne una predica sui versi di una canzone del tempo, “tanto è il bene che io m’aspetto che ogni pena m’è diletto”, che sciolse l’animo di uno dei presenti, il nobile Orlando Cattani, il quale volle donargli un monte, passato alla storia come uno centri più importanti del francescanesimo. Il suo ricordo non venne meno nella popolazione, tanto che l’evento si è cristallizzato nello stemma civico di san Leo, che riproduce la figura di san Francesco: Partito d’argento, alla figura di san Francesco d’Assisi, in maestà e in atto di predicare sotto un olmo, il tutto al naturale e d’oro, all’aquila di nero bicipite, coronata di una corona all’antica. Motto: Vetusta Feretrana Civitas Invicta Sancti Leonis»

(D.R. 13 aprile 1902).

Nel periodo delle origini dell’episcopato leontino, la chiesa dedicata all’Assunta risulta una delle più antiche del comprensorio e portatrice ab origine della qualifica pievanile. Mostra un impianto basilicale romanico diviso in tre navate da sei colonne con capitelli corinzi del I – IV secolo d.C., elementi di reimpiego, provenienti da qualche edificio romano non lontano. Vi si accede attraverso due portali con arco a tutto sesto, posti ai lati e sormontati da una loggetta cieca.

Purtroppo, alcuni restauri effettuati negli anni Trenta del ‘900 hanno cancellato per sempre gli ultimi lacerti di affreschi, che ricoprivano le pareti interne. Il presbiterio, posto sopra la cripta, custodisce il ciborio del tardo IX secolo, dedicato dal duca Orso alla Vergine:

AD HONORE (M) D (OMI) NOSTRI IH (ES) U XP (IST) I ET S (AN) C (T) E D (E) I IENETRICIS SE (M) P (ER)/QUE VIRGINIS MARIE. ECO QUIDEM URSUS PECCATOR/DUX IUSSIT ROGO VOS OM(NE) S QUI HUNC LEGITIS ORATE P(RO) ME/TEMPORIBUS DOM(I) NO IOH(ANNIS) P (A) P (E) ET KAROLI TERTIO IMP (ERATORIS) IND(ICTIONE) XV/.

Accanto fa bella figura di sé il Palazzo Mediceo. L’edificio è stato ristrutturato agli inizi del ‘600 dai Della Rovere, su un preesistente corpo di fabbrica cinquecentesco su commissione della Repubblica Fiorentina, per insediarvi il governatore di San Leo e dell’intero Montefeltro.

La facciata principale è dominata da cornicioni in pietra modanata e da un portale a tutto sesto, incorniciato da una ghiera in bugnato liscio. Attualmente l’edificio ospita l’Ufficio Turistico al piano terreno, mentre al piano superiore trova posto il Museo d’Arte Sacra.

Pochi passi e ci accoglie il duomo. La chiesa dedicata a santo Leone è il cuore della fede leontina. Sede vescovile fin dalla sua prima costruzione, avvenuta nel VII secolo, l’edificio presenta un impianto a croce latina, affiancata da due navate minori. Il presbiterio, edificato sopra la cripta, custodiva il corpo del santo.

Vicino si trova la Torre Civica, edificata intorno all’XI secolo. Presenta una struttura quadrata, che nasconde al suo interno una pianta circolare, forse indizio di una torre più antica. Qui, gli ecclesiastici e i maggiorenti laici trovavano rifugio nei periodi di pericoli.

Il borgo e il suo seducente impianto di palazzi, chiese, case, vicoli e scalinate costituiscono senza ombra di dubbio una parte essenziale dell’immaginario sulla bellezza delle terre italiane, dove, rubando le parole di Paul Morand, si può “prendersi il proprio tempo”, viaggiando a ritroso nel tempo alla scoperta dei luoghi autentici e delle tradizioni del passato, aiutati dagli stessi leontini, desiderosi di far conoscere quanto di bello vivono quotidianamente.  Nel corso di un’intervista, Umberto Eco, divenuto cittadino onorario di San Leo nel giugno del 2011, si trovò a definire la capitale del Montefeltro “una rocca e due chiese: la città più bella d’Italia”.

Sesto al Reghena, un’abbazia e il “bel tempo che fu”

Il borgo di Sesto al Reghena simboleggia uno delle innumerevoli conferme su quanto si riferisce della nostra Penisola, ossia che ogni angolo d’Italia rappresenti un forziere senza fondo, il cui contenuto è un tesoro di storia e tradizioni antiche, il cui fascino è rimasto inalterato nel corso dei secoli. In effetti, anche questo delizioso borgo è avvolto da una suggestiva atmosfera in cui le diverse età della Storia sembrano amalgamarsi in un tutt’uno per niente testimone di silenti tempi andati. Incastonato nella pianura veneto friulana, Sesto al Reghena è un comune in provincia di Pordenone, che volta le spalle alle località di San Vito al Tagliamento, Chions e Cordovado e guarda a sud ovest alla provincia di Venezia con le località di Gruaro e Cinto Caomaggiore.

In questa terra, come in ogni landa del Friuli-Venezia Giulia, natura e cultura si saldano e ogni cosa sembra essere a misura d’uomo. Gli stessi ritmi e tempi sono scanditi dai ritmi naturali delle stagioni e dal buon vivere, benché, o forse, a causa del suo essere luogo di transito e punto d’incontro tra le genti.

La genesi di Sesto e la sua evoluzione urbana fino alla tarda antichità sono ancora poco note e, ancor più, risulta difficile qualsiasi tentativo di ricostruzione, per   quanto negli ultimi decenni le conoscenze si siano arricchite grazie a nuove scoperte archeologiche, come quelle avvenute a poco meno di un chilometro dal suo centro storico, e il suo stesso toponimo potrebbe offrire molto nel dare un’imbeccata su qualcosa di più di un semplice incanto, ottimale per rinfocolare i tanti miti e leggende che avvolgono queste terre.

Poco distante, in un’area risorgiva si trova il sito archeologico di Pramarine di Sesto, i cui primi ritrovamenti risalgono alla fine degli anni ’70 del secolo scorso. Qui sono state rinvenute delle strutture abitative su bonifica lignea in ambiente umido di età del Bronzo e le testimonianze materiali hanno testato il suo ruolo di cerniera fluida tra le influenze carsiche e quelle venetiche, come altri centri coevi non lontani. La frequentazione di età romana, invece, troverebbe eco nel toponimo, evocando la presenza di una struttura, una stazione stradale, posta al sesto miliario lungo la via che univa la città di Concordia alle località oltramontane, al di là di alcuni rinvenimenti di incerta interpretazione. Comunque sia, di fatto Sesto si identifica intimamente con l’Abbazia di Santa Maria, centro della vita sociale ed economica del territorio.

Le origini del cenacolo risalgono alla prima metà dell’VIII secolo e la sua denominazione completa, Santa Maria in Silvis, deriva dalla presenza di una foresta, della quale oggi non rimane alcuna sopravvivenza. Si trattava di un semplice tempio, legato alla proprietà di un possidente locale e, soprattutto, funzionale alla comunità locale. Di questo originario edificio non si è conservato nulla. Scavi archeologici effettuati a nord dell’attuale abbazia hanno ricavato le dimensioni della struttura e la posizione degli accessi al luogo di culto di un successivo tempio risalente all’epoca medioevale. L’interno era di tipo conventuale, ad una sola navata con in fondo un’abside curvilineo e due piccole cappelle quadrate absidate.

Una “cartula donationis”, redatta nell’abbazia di Nonantola nei pressi di Modena, nel maggio 762, preserva il ricordo della donazione di importanti beni tra il fiume Tagliamento e il Livenza al monastero benedettino maschile di Santa Maria a Sesto al Reghena. Il benefattore, o meglio, gli autori di questo gesto furono tre nobili fratelli e della rispettiva madre, probabilmente legati alla casata ducale. I loro nomi erano Erfo, Anto, Marco e Piltrude. Dopo di che presero i voti, ritirandosi a vita monastica. In particolare, Erfo raggiunse la Toscana e qui fondò il monastero di san Salvatore al Monte Amiata, divenendo il primo abate. Altre donazioni e immunità vennero fatte successivamente da Carlo Magno (775), Lotario I (830), Ludovico II (865), Carlo III (881) e Berengario I (888).

Nella prima metà del X secolo, iniziarono le escursioni degli Ungheri, che percorsero in lungo e in largo le terre dell’Italia settentrionale, devastando tutto ciò che poterono mettere mano. Le pianure friulane furono messe a ferro e fuoco e molte località rischiarono di perdersi per sempre nella memoria storica. Tra queste anche Sesto al Reghena, che, nell’899 conobbe la crudeltà della torma ungara, minacciando la stessa sua esistenza. Dovettero passare molti anni prima che qualcuno ponesse mano alla sua ricostruzione, superando qualsiasi fatalistica rassegnazione. Intorno al 960, l’abate Adalberto II, che guidò Santa Maria fino al 966, la riedificò in buona parte apportandovi sostanziali novità rispetto al passato, fra tutto l’aspetto fortificato con mura, sette torri e i consueti fossati, che avrebbe garantito una certa resistenza di fronte agli attacchi esterni. Si assicurò, inoltre, di creare una cintura fortificata, che prevedesse la costruzione di castelli nei paesi vicini, quali ad esempio Gruaro e Fratta, con l’intento di dare sollievo alla popolazione locale e, allo stesso tempo, di frenare eventuali aggressori in direzione dell’abbazia.

Qualche anno dopo, nel 967, Ottone I, imperatore del Sacro Romano Impero, concesse a Radoaldo, patriarca di Aquileia, l’abbazia di Santa Maria di Sesto e altri beni nella Bassa friulana e veneta, avviando il già in corso sviluppo formativo del processo signorile del patriarcato. Intorno al 1110, l’abbazia riuscì ad affrancarsi dal Patriarcato, ponendosi sotto la potestà del papa e dell’imperatore, determinando così un periodo di particolare prosperità, tanto da divenire uno dei poli più importanti del Friuli e non solo dal punto di vista economico, ma anche in quello culturale. Nella primavera del 1420, lo Stato patriarcale di Aquileia cessa almeno formalmente la sua esistenza e i suoi territori, con l’esclusione di quelli del conte di Gorizia, passarono sotto il dominio della Repubblica di Venezia. A partire dal febbraio del 1441, dopo che i benedettini lasciarono il cenobio, il pontefice Eugenio IV la istituì in commenda, ovvero fu assegnata a prelati secolari, che erano esonerati dalla residenza in loco. Il primo abate commendatario diverrà il cardinale Pietro Barbo, il futuro papa Paolo II, e, dopo quattordici abati successivi, la serie si chiuse con Giovanni Corner. Dopo di che il Senato Veneziano decise la soppressione dell’abbazia, alienandone i beni e i diritti, che furono messi all’asta poco dopo. Nel 1818, la parrocchia di Sesto e buona parte delle sue dipendenze passarono sotto la giurisdizione religiosa del vescovo di Concordia, concludendo di fatto il processo avviato nel febbraio del 1798 con il decreto del Senato Veneto, secondo il quale il vescovo di Concordia avrebbe provveduto alla cura spirituale della parrocchia di Sesto e le sue attinenze sulla destra del Tagliamento, mentre l’arcivescovo di Udine avrebbe curato quelle poste sulla sinistra del fiume. Nel dicembre del 1921, l’autorità pontificia riconobbe nuovamente alla chiesa di Sesto il titolo abbaziale, come l’arciprete venne insignito del titolo di “abate parroco ad honorem”, per ottenere anni dopo un successivo titolo, quello di prelato domestico di Sua Santità. Infine, il 12 maggio 1959, divenne titolare della carica onorifica papale di protonotario apostolico ad instar participantium.

Attraversate le strette e caratteristiche viuzze del paese e raggiunta piazza Cardinale Barbo, si può lasciare l’auto nel parcheggio a pagamento. Un marciapiede ci porta all’ingresso del cuore pulsante del paese ed è costituito da una torre fortificata, la torre Grimani, l’unica delle sette sopravvissuta.

Come in ogni luogo fortificato che si rispetti, la torre era dotata di un ponte levatoio, ma nel Settecento nel corso dei restauri effettuati venne sostituito con un ponte di pietra. Sulla sua facciata un leone di San Marco di fine Quattrocento fa bella mostra di sé, sotto un bassorilievo con lo stemma del cardinale Grimani, affiancato alla sua sinistra da un affresco con lo stemma familiare dell’alto prelato e a destra un altro affresco di cui si ignora il committente. Qualche palmo sotto l’allegoria del buon governo veneziano e della famiglia Grimani, che amministrava la Abbazia di Sesto sia quello che era stato il secolare Patriarcato di Aquileia.

Lasciata alle spalle la Torre, si fa incontro una piazzetta pavimentata. Da qui, con un semplice colpo d’occhio si spazia sull’abbazia e sugli edifici che l’attorniano, a partire dal campanile posto quasi di fronte all’ingresso.

Il campanile, in origine una torre vedetta eretta intorno al 1050 d.C., è alto poco più di una trentina di metri e possiede una base di poco meno di otto metri; la struttura del fusto è del tutto realizzata in mattoni e l’orologio si colloca al Settecento. Adiacente, su un lato vi è un portale rinascimentale, che apre al parco retrostante. Sull’altro lato, invece, si erge un edificio in mattoni, risalente al XII-XIII secolo, che ha subito nel corso del tempo alcune modifiche, conservando in linea di massima le caratteristiche tipologiche e architettoniche originarie, comprese le decorazioni costituite dalle bifore, trifore, quadrifore ed esafore, aperte e chiuse. Forse, la sua particolare collocazione, che lo pone di fronte all’abbazia, centro del potere religioso, e talune indicazioni testimoniali lo indicherebbero come la sede dell’autorità civile, oggi adibito ad asilo.

Dall’altra parte, anch’essa affacciata sulla piazzetta, l’abbazia.

Il suo esterno si muove per mezzo di una loggia e il portico d’ingresso, dove figure e colori narrano storie a chi voglia ancora ascoltarle. Due affreschi del portale, risalenti all’XI -XII secolo, raffigurano il fondatore dell’ordine benedettino e l’arcangelo Gabriele, posto all’interno di una lunetta. Poco sopra, la decorazione si conclude con delle trifore. San Cristoforo, la Madonna con Bambino e i santissimi Pietro e Giovanni battista occupano parte delle mura esterne della loggia; mentre le mura interne scorrono, raffigurando il ciclo affrescato di Carlo Magno seduto tra i suoi vassalli e un’investitura. Dirimpettaia una scala balaustrata accompagna ad un ampio ambiente, definito in origine come il coro notturno dei monaci.

Il vestibolo della chiesa si presenta come un ambiente rettangolare di modeste dimensioni e interamente affrescato, con soffitto a travature scoperte, che gli stemmi sul soffitto tradiscono l’epoca della manifattura, facendola risalire al periodo dell’abate commendatario Pietro Barbo. Subito dopo il portale d’ingresso, lungo la parete di sinistra il ciclo pittorico raffigurante l’inferno, affrescato da Antonio da Firenze tra il 1503 e il 1506; il Paradiso, invece, si modula sulla parete di destra; infine, sulla controfacciata dell’ingresso l’affresco dell’arcangelo Michele, che anticipa le messe in scena che si svolgono lungo le pareti vicine.

Quest’ultima figura è rappresentata con armatura e una lunga spada in mano, mentre calca con il piede sinistro un diavolo, rispettando la tradizione iconografica medioevale, che vede l’arcangelo il capo delle schiere angeliche contro gli angeli ribelli e il “pesatore” di anime, per separare i buoni dai malvagi. Le anime dei retti sono portate in volo in Paradiso, mentre le anime dei dannati sono prese dai diavoli e condotti all’inferno. Per quanto rovinato dal tempo e dall’ingenuità (sic) dei fedeli dei secoli andati, la narrazione dell’inferno è leggibile nei suoi tratti generali. I demoni cacciano con forza le anime dannate, le quali vengono ammassate nei gironi secondo le pene del contrappasso, dando vita ad un’orgia di orrori, con le anime perse sottoposte a torture feroci. Punto focale della composizione è rappresentata dalla figura di Lucifero, immerso fino alla cintola nelle acque del lago del Cocito. Le sue ali sono spiegate e provocano il vento gelido che flagellano le acque gelate del lago, dove le anime dei traditori sono immerse nella distesa ghiacciata fino alle spalle; ed è colto nel mentre maciulla i corpi, forse da individuare in Bruto, Cassio e Giuda, dopo averli stritolati con le mani.

Risaliti i gironi infernali e progrediti oltre i sette cieli dell’empireo del Paradiso, contraddistinti dai cori di cherubini e serafini, l’inquadramento scenografico si sofferma sulla figura di Maria, incoronata dal Figlio, che indossa la tunica rossa, colore che rimanda al martirio, e mantello azzurro, richiamo alla regalità. La Vergine, genuflessa, è colta in preghiera ed è avvolta da un mantello di stelle. Ai lati sono disposte le fila dei Beati, tutti quanti riconoscibili dai loro simboli o figure. Si distinguono in alto i Giusti dell’Antico Testamento, sotto gli Apostoli e gli Evangelisti. Quindi si osservano i Padri, i Dottori gli Eremiti i fondatori degli ordini e, infine, le donne sante. Una corona di angeli festanti, che si tengono la mano l’uno con l’altro, esultano intorno; mentre altri sono intenti a cantare quando altri ancora sono alle prese con strumenti musicali.

A sinistra del vestibolo una piccola stanza adibita a piccolo Museo con i reperti archeologici per lo più di epoca medioevale rinvenuti nel territorio. La stanzetta è adornata altresì da un affresco raffigurante l’abbazia stessa, circondata da mura e torri. Dalla parte opposta si apre la Sala delle Udienze, l’originario refettorio degli abati, oggi piccola pinacoteca, dove è possibile osservare “l’Immacolata in gloria tra i santi Francesco di Paola”, Girolamo, Eurosia e Martino vescovo e Sant’Andrea con i santi Giovanni Battista e Luciano martire”, attribuite a Biagio Cestari di Osoppo, artista del XVIII secolo. La chiesa, divisa in tre navate da pilastri a forma quadrangolare, appare ricca nelle decorazioni e negli arredi, tra i quali risaltano i notevoli affreschi parietali, come quello risalente al Trecento, posto subito a destra della porta d’ingresso. La sua narrazione con sfondo allegorico e moraleggiante è un tema iconografico medioevale con funzione di “memento mori” (ricordati che devi morire), come il “Trionfo della Morte” e la “Danza Macabra”.

Il soggetto narra di tre nobili a cavallo all’interno di un bosco, quando si trovano inaspettatamente davanti a tre bare con tre corpi in tre fasi di decomposizione. I cavalieri reagiscono in modo diverso. Il primo si allontana all’istante; il secondo, terrificato, si copre il viso con le mani; infine, il terzo si copre il naso, quando un monaco esce alla vista dal suo eremo e legge la sua meditazione sulla vanità della vita. Nel presbiterio rimarchevoli sono le pitture di scuola giottesca del XIV secolo, come quelle presenti nell’abside quale l’Incoronazione della Vergine e la Natività del Cristo. Tra le opere della navata centrale, si rammentano il “San Benedetto istruisce i monaci” e il “San Benedetto conforta i poveri”; e, sul transetto, il notevole “Lignum Vitae”.

La sottostante e suggestiva cripta si presenta divisa da colonnine e copertura a volta, e custodisce l’urna di Sant’Anastasia dell’VIII secolo di marmo decorato, decisamente reimpiego di resti di una cattedra. Per ultime, le sculture del XIII secolo ritraente l’Annunciazione con angelo e la Vergine, inseriti in una nicchia,

e la Pietà (Vesperbild) del XV secolo attribuita alla scuola nordica.

Ritornati all’esterno, adiacente alla loggetta e all’accesso del vestibolo della chiesa vi è l’attuale Palazzo del Comune. Il passato architettonico dell’edificio trae le proprie origini tra il XII e il XIII secolo con la destinazione di residenza abbaziale, per finire, intorno alla fine dell’Ottocento, la sede municipale. La facciata principale è decorata con quattro stemmi fatti tra il XVII e il XVIII dagli abati commendatari.

Dietro la casa municipale, un’altra sorpresa. Delle pietre ricostruiscono in superficie il luogo dove sorgeva la chiesa medioevale, subito ricoperta dopo le indagini archeologiche, che si organizzava intorno ad una pianta costituita da una navata con abside a semicerchio, affiancata da due cappelle a pianta quadrata, anch’essi con abside.

Sesto al Reghena è un luogo incantevole, che regala emozioni profonde di un “bel tempo che fu”, malgrado l’incedere del tempo, combattuto non solo con la storia e le bellezze artistiche, ma anche con l’ospitalità che lo contraddistingue tanto da averlo fatto balzare agli onori nazionali, come uno dei borghi più belli d’Italia.

Buon Compleanno Venezia

E’ una giornata di festa per i veneziani e per i veneziani amanti di Dante, il sommo poeta

Il santuario della Verna. Il Calvario Serafico

Poco lontano dal comune di Chiusi della Verna, in provincia di Arezzo, vi è un mondo senza tempo, dove il pellegrino o il visitatore, con la sua necessità di meditare e, magari, pregare, trova la sua pace e la sua rigenerazione interiore, aiutato dalla bellezza dei paesaggi e dei luoghi, nonché dal patrimonio artistico esistente, che racconta di una tradizione storica e spirituale secolare, il cui “genius loci” affonda le sue radici in san Francesco, il santo di Assisi.
Il Santuario della Verna, il Calvario Serafico delle stigmate di san Francesco, è situato nel versante occidentale del monte Penna, alla ragguardevole altezza di 1129 metri d’altezza; ed è immerso in uno scenario naturale come pochi, fronzuto da un mare senza fine di faggi ed abeti bianchi. Dante Alighieri rievoca la montagna nell’undicesimo canto del Paradiso:
“Nel crudo sasso intra Tevere ed Arno
da Cristo prese l’ultimo sigillo,
che le sue membra due anni portarono”.
Invece, i primi biografi del santo di Assisi, tra cui Tommaso di Celano, la ricordano sotto il nome di Alvernia, da cui l’attuale Verna.
Nella primavera del 1213, Francesco stava percorrendo il Montefeltro, assieme al frate Leone, quando le circostanze fecero sì che salirono al castello di San Leo, in occasione dell’investitura di un cavaliere. Tra gli invitati vi erano i maggiorenti dei territori vicini e, fra questi, vi era il messere Orlando Catani, signore di Chiusi per investitura del vescovo di Arezzo. Orlando Catani era un uomo timorato di Dio e desiderava da lungo tempo conoscere Francesco, nonché ascoltare con le proprie orecchie le sue celebri quanto mai “sconvolgenti” prediche. Il nobiluomo ebbe non solo la possibilità di vederlo, ma si trovò nella fortunata condizione di rivelargli quanto dimorava nel suo animo. Dopo di che offrì al santo un monte che ben si addiceva alla sua ricerca di penitenza e solitudine:
“Io ho in Toscana un monte devotissimo, il quale è molto solitario e salvatico ed è troppo bene atto a chi volesse fare penitenza in luogo rimosso dalla gente, o a chi desidera vita solitaria. S’egli ti piacesse, volentieri il donerei a te e a’ tuoi compagni per la salute dell’anima mia”. (Della prima considerazione delle sacre sante istimate).
Il Catani e i suoi familiari non limitarono il loro zelo al solo dono del monte, ma agevolarono la costruzione delle prime celle e sostennero ogni “necessità corporale” dei frati, fino ad aiutarli alla costruzione della chiesetta di Santa Maria degli Angeli, eretta tra il 1216 e il 1218, secondo le indicazioni della Vergine apparsa a Francesco.
Da quel momento, Francesco passò ogni anno dei lunghi periodi di ritiro a Verna, dove ebbe modo di “star solitario e raccogliermi con Dio e dinanzi a lui piagnere i miei peccati”, fino alla richiesta di provare “nell’anima e nel corpo mio, quanto è possibile, quel dolore che tu, dolce Gesù, sostenesti nell’ora della tua acerbissima passione…”; e di sentire “nel cuore mio, quanto è possibile, quello eccessivo amore del quale tu, figliolo di Dio, eri acceso a sostenere volentieri tanta passione per noi peccatori”. (Della terza considerazione delle sacre sante istimate).
La sua preghiera di divenire il ritratto visibile di Gesù fu esaudita e il suo corpo fu segnato dalle stesse piaghe della Passione di Cristo.
Tempo dopo, san Bonaventura da Bagnoregio, suo biografo, lasciò scritto: “Un mattino, all’appressarsi della festa dell’Esaltazione della santa Croce, mentre pregava sul fianco del monte, vide la figura come di un serafino, con sei ali tanto luminose quanto infocate, discendere dalla sublimità dei cieli: esso, con rapidissimo volo, tenendosi librato nell’aria, giunse vicino all’uomo di Dio, e allora apparve tra le sue ali l’effige di un uomo crocifisso, che aveva mani e piedi stesi e confitti sulla croce. Due ali si alzavano sopra il suo capo, due si stendevano a volare e due velavano tutto il corpo. A quella vista si stupì fortemente, mentre gioia e tristezza gli inondavano il cuore. Provava letizia per l’atteggiamento gentile, con il quale si vedeva guardato da Cristo, sotto la figura del serafino. Ma il vederlo confitto in croce gli trapassava l’anima con la spada dolorosa della compassione. Fissava, pieno di stupore, quella visione così misteriosa, conscio che l’infermità della passione non poteva assolutamente coesistere con la natura spirituale e immortale del serafino. Ma da qui comprese, finalmente, per divina rivelazione, lo scopo per cui la divina provvidenza aveva mostrato al suo sguardo quella visione, cioè quello di fargli conoscere anticipatamente che lui, l’amico di Cristo, stava per essere trasformato tutto nel ritratto visibile di Cristo Gesù crocifisso, non mediante il martirio della carne, ma mediante l’incendio dello spirito” (Leg. Maj., I, 13, 3).

Giotto, 1295-1299, San Francesco riceve le stimmate, Basilica superiore di Assisi


San Bonaventura, inoltre, riporta che la visione lasciò nel Santo “un ardore mirabile e segni altrettanto meravigliosi lasciò impressi nella sua carne. Subito, infatti, nelle sue mani e nei suoi piedi, incominciarono ad apparire segni di chiodi, come quelli che poco prima aveva osservato nell’immagine dell’uomo crocifisso. Le mani e i piedi, proprio al centro, si vedevano confitte ai chiodi; le capocchie dei chiodi sporgevano nella parte interna delle mani e nella parte superiore dei piedi, mentre le punte sporgevano dalla parte opposta. Le capocchie nelle mani e nei piedi erano rotonde e nere; le punte, invece, erano allungate, piegate all’indietro e come ribattute, ed uscivano dalla carne stessa, sporgendo sul resto della carne. Il fianco destro era come trapassato da una lancia e coperto da una cicatrice rossa, che spesso emanava sacro sangue, imbevendo la tonaca e le mutande” (Leg. Maj., I, 13, 3).
Tommaso da Celano, nella sua “Vita Prima di S. Francesco d’Assisi”, sottolineò che “era meraviglioso scorgere al centro delle mani e dei piedi (del santo), non i fori dei chiodi, ma i chiodi medesimi formati di carne dal color del ferro e il costato imporporato dal sangue. E quelle stimmate di martirio non incutevano timore a nessuno, bensì conferivano decoro e ornamento, come pietruzze nere in un pavimento candido” (II, 113).
Una selciata conduce al Santuario e, dopo aver superato un arco in cui vi campeggia la scritta “Non est in toto sanctior orbe mons” – Non vi è in tutto il mondo un monte più sacro -, si arriva al piazzale lastricato del Quadrante, così chiamato per la meridiana sulla parete del campanile della vicina basilica. Di fronte, una croce di legno domina sulle vallate circostanti del Casentino e della Valtiberina.

Nelle immediate vicinanze, la Basilica dedicata alla Madonna Assunta. La posa della prima pietra avvenne nel 1349, ma i lavori si completarono ufficialmente solo nel 1568. La Basilica si presenta con pianta latina e ad una sola navata ed è coperta da volte a crociera.

Al suo interno sono custodite delle opere di un notevole valore storico e artistico, per lo più distribuite nelle cappelle della Natività, dell’Annunciazione e dell’Ascensione. Tra le opere di maggiore pregio a decoro dell’ambiente spiccano le ceramiche di Andrea della Robbia e della sua scuola.

Andrea della Robbia, 1480, Ascensione di Gesù

A ridosso dell’edificio, un portico rinascimentale, in buona parte ricostruito ai nostri tempi, corre lungo la parete destra, arrivando a lambire il campanile.

Saio di San Francesco presso Cappella delle Reliquie all’interno della Basilica


Poco in là, la chiesa di Santa Maria degli Angeli con il suo caratteristico campanile a vela, in cui si può ammirare la piccola campana, che la tradizione vuole essere stata un dono di San Bonaventura, benché il sigillo tradisca la sua fusione a Pisa nel 1257. Sulla facciata, preceduta da un portico, si osservano degli stemmi, tra i quali quello del comune di Firenze e dell’Arte della Lana. L’edificio non è quello immediatamente successivo all’apparizione della Vergine a Francesco, ma risente di alcune significative modiche strutturali avvenute nel corso dei secoli.


Il convento vero e proprio è costituito da cinque chiostri e su uno di essi, risalente al Quattrocento, trovano posto sul piano superiore le celle dei frati, ciascuna delle quali abbellita al suo ingresso da medaglioni dipinti, raffiguranti santi e beati dell’ordine francescano. Qualche passo e si raggiunge il Corridoio delle Stimmate. Una tarda leggenda con i motivi cari a Francesco racconta le origini di questo ambiente. Una notte d’inverno, la solita processione dei frati dalla chiesa della Madonna della Assunta alla Cappella delle Stimmate non poté compiersi a causa di una forte tormenta di neve. L’indomani, si trovarono sulla neve numerose orme lungo il percorso della cerimonia. Gli animali del bosco, cari al Santo, avevano sostituito i frati.
Il corridoio, tirato su tra il 1578 e il 1582, è abbellito da 22 affreschi,

che raccontano la vita di Francesco, e permette l’accesso al vero cuore pulsante dell’intero complesso conventuale, la Cappella delle Stimmate, elevata nel 1263 dal conte Simone da Battifolle sul luogo dove san Francesco ricevette le stimmate. L’ingresso della cappella è impreziosito da un tondo della Scuola del celebre Andrea della Robbia, raffigurante la “Madonna col Bambino”, mentre sulla parete di fondo trova posto una pala monumentale di terracotta invetriata, con la “Crocifissione coi Dolenti, Angeli e i Santi Francesco e Girolamo” di Andrea della Robbia.

Una lastra di cristallo sul pavimento preserva la pietra, sopra la quale sgocciolò il sangue del santo al momento delle Stimmate.
Attraverso il corridoio si accede, inoltre, alla grotta, dove, tra massi di misura diversa, uno di questi è protetto da una griglia di ferro. Si tratta del “letto di San Francesco”, sopra il quale il santo riposava e la protezione si è resa necessaria, poiché non di rado i visitatori asportavano piccoli pezzi.
Dalla vicina Cappella di San Bonaventura, realizzata nel 1480 quale area sepolcrale per i frati custodi della Cappella delle Stimmate, si può risalire all’oratorio di Sant’Antonio da Padova,

che dimorò in questo luogo, e da qui, attraverso una scala, si può uscire all’esterno, affacciandosi sul cosiddetto “precipizio”, dove, secondo la leggenda, san Francesco venne tentato dal demonio, cercando di farlo precipitare nel baratro, ma la pietra indietreggiò formando una piccola cavità (oggi chiusa da una grata), che permise al santo di salvarsi.


Nei pressi della Basilica, una rampa di scala permette l’accesso alla Cappella della Maddalena, innalzata sopra la prima cella di Francesco, una semplice capanna di paglia e frasche. Un giorno, mentre Francesco pregava, comparve Gesù, che andò a sedersi su una pietra che il santo adoperava come tavola per i suoi pasti frugali, iniziando a conversare con lui. Secoli dopo, nel 1719, la pietra venne inserita sul piano dell’altare, protetta da una lastra di vetro.
Andati fuori dalla Cappella della Maddalena, una scalinata in discesa permette di visitare un altro dei posti cari al santo, il “sasso spicco”, un’enorme roccia che sporge sopra un altro masso. Qui Francesco soleva passare delle ore, meditando sulla passione del Cristo, aiutato da quanto lo circondava. I passi evangelici, che lo avevano guidato in ogni suo passo, raccontavano di forti terremoti, dopo l’ultimo respiro di Gesù sulla croce, e, in questo posto, i giochi della natura danno davvero l’idea del sommovimento di mondo sottosopra fatto di massi spezzati e dalle forme più improbabili.


Una visita alla Verna non è certamente solo un momento di serenità, silenzio e tranquillità, magari di tendenza per la sua natura semplice e maestosa, ma è l’occasione di partecipare a quella particolare energia che permea l’intera montagna, il luogo per eccellenza nel quale il Santo d’Assisi e Patrono d’Italia amava ritirarsi, cercando una più intima comunione con Dio