Un sincero augurio di un sereno Buon Natale, care amiche e cari amici follower

Il santuario della Verna. Il Calvario Serafico

Poco lontano dal comune di Chiusi della Verna, in provincia di Arezzo, vi è un mondo senza tempo, dove il pellegrino o il visitatore, con la sua necessità di meditare e, magari, pregare, trova la sua pace e la sua rigenerazione interiore, aiutato dalla bellezza dei paesaggi e dei luoghi, nonché dal patrimonio artistico esistente, che racconta di una tradizione storica e spirituale secolare, il cui “genius loci” affonda le sue radici in san Francesco, il santo di Assisi.
Il Santuario della Verna, il Calvario Serafico delle stigmate di san Francesco, è situato nel versante occidentale del monte Penna, alla ragguardevole altezza di 1129 metri d’altezza; ed è immerso in uno scenario naturale come pochi, fronzuto da un mare senza fine di faggi ed abeti bianchi. Dante Alighieri rievoca la montagna nell’undicesimo canto del Paradiso:
“Nel crudo sasso intra Tevere ed Arno
da Cristo prese l’ultimo sigillo,
che le sue membra due anni portarono”.
Invece, i primi biografi del santo di Assisi, tra cui Tommaso di Celano, la ricordano sotto il nome di Alvernia, da cui l’attuale Verna.
Nella primavera del 1213, Francesco stava percorrendo il Montefeltro, assieme al frate Leone, quando le circostanze fecero sì che salirono al castello di San Leo, in occasione dell’investitura di un cavaliere. Tra gli invitati vi erano i maggiorenti dei territori vicini e, fra questi, vi era il messere Orlando Catani, signore di Chiusi per investitura del vescovo di Arezzo. Orlando Catani era un uomo timorato di Dio e desiderava da lungo tempo conoscere Francesco, nonché ascoltare con le proprie orecchie le sue celebri quanto mai “sconvolgenti” prediche. Il nobiluomo ebbe non solo la possibilità di vederlo, ma si trovò nella fortunata condizione di rivelargli quanto dimorava nel suo animo. Dopo di che offrì al santo un monte che ben si addiceva alla sua ricerca di penitenza e solitudine:
“Io ho in Toscana un monte devotissimo, il quale è molto solitario e salvatico ed è troppo bene atto a chi volesse fare penitenza in luogo rimosso dalla gente, o a chi desidera vita solitaria. S’egli ti piacesse, volentieri il donerei a te e a’ tuoi compagni per la salute dell’anima mia”. (Della prima considerazione delle sacre sante istimate).
Il Catani e i suoi familiari non limitarono il loro zelo al solo dono del monte, ma agevolarono la costruzione delle prime celle e sostennero ogni “necessità corporale” dei frati, fino ad aiutarli alla costruzione della chiesetta di Santa Maria degli Angeli, eretta tra il 1216 e il 1218, secondo le indicazioni della Vergine apparsa a Francesco.
Da quel momento, Francesco passò ogni anno dei lunghi periodi di ritiro a Verna, dove ebbe modo di “star solitario e raccogliermi con Dio e dinanzi a lui piagnere i miei peccati”, fino alla richiesta di provare “nell’anima e nel corpo mio, quanto è possibile, quel dolore che tu, dolce Gesù, sostenesti nell’ora della tua acerbissima passione…”; e di sentire “nel cuore mio, quanto è possibile, quello eccessivo amore del quale tu, figliolo di Dio, eri acceso a sostenere volentieri tanta passione per noi peccatori”. (Della terza considerazione delle sacre sante istimate).
La sua preghiera di divenire il ritratto visibile di Gesù fu esaudita e il suo corpo fu segnato dalle stesse piaghe della Passione di Cristo.
Tempo dopo, san Bonaventura da Bagnoregio, suo biografo, lasciò scritto: “Un mattino, all’appressarsi della festa dell’Esaltazione della santa Croce, mentre pregava sul fianco del monte, vide la figura come di un serafino, con sei ali tanto luminose quanto infocate, discendere dalla sublimità dei cieli: esso, con rapidissimo volo, tenendosi librato nell’aria, giunse vicino all’uomo di Dio, e allora apparve tra le sue ali l’effige di un uomo crocifisso, che aveva mani e piedi stesi e confitti sulla croce. Due ali si alzavano sopra il suo capo, due si stendevano a volare e due velavano tutto il corpo. A quella vista si stupì fortemente, mentre gioia e tristezza gli inondavano il cuore. Provava letizia per l’atteggiamento gentile, con il quale si vedeva guardato da Cristo, sotto la figura del serafino. Ma il vederlo confitto in croce gli trapassava l’anima con la spada dolorosa della compassione. Fissava, pieno di stupore, quella visione così misteriosa, conscio che l’infermità della passione non poteva assolutamente coesistere con la natura spirituale e immortale del serafino. Ma da qui comprese, finalmente, per divina rivelazione, lo scopo per cui la divina provvidenza aveva mostrato al suo sguardo quella visione, cioè quello di fargli conoscere anticipatamente che lui, l’amico di Cristo, stava per essere trasformato tutto nel ritratto visibile di Cristo Gesù crocifisso, non mediante il martirio della carne, ma mediante l’incendio dello spirito” (Leg. Maj., I, 13, 3).

Giotto, 1295-1299, San Francesco riceve le stimmate, Basilica superiore di Assisi


San Bonaventura, inoltre, riporta che la visione lasciò nel Santo “un ardore mirabile e segni altrettanto meravigliosi lasciò impressi nella sua carne. Subito, infatti, nelle sue mani e nei suoi piedi, incominciarono ad apparire segni di chiodi, come quelli che poco prima aveva osservato nell’immagine dell’uomo crocifisso. Le mani e i piedi, proprio al centro, si vedevano confitte ai chiodi; le capocchie dei chiodi sporgevano nella parte interna delle mani e nella parte superiore dei piedi, mentre le punte sporgevano dalla parte opposta. Le capocchie nelle mani e nei piedi erano rotonde e nere; le punte, invece, erano allungate, piegate all’indietro e come ribattute, ed uscivano dalla carne stessa, sporgendo sul resto della carne. Il fianco destro era come trapassato da una lancia e coperto da una cicatrice rossa, che spesso emanava sacro sangue, imbevendo la tonaca e le mutande” (Leg. Maj., I, 13, 3).
Tommaso da Celano, nella sua “Vita Prima di S. Francesco d’Assisi”, sottolineò che “era meraviglioso scorgere al centro delle mani e dei piedi (del santo), non i fori dei chiodi, ma i chiodi medesimi formati di carne dal color del ferro e il costato imporporato dal sangue. E quelle stimmate di martirio non incutevano timore a nessuno, bensì conferivano decoro e ornamento, come pietruzze nere in un pavimento candido” (II, 113).
Una selciata conduce al Santuario e, dopo aver superato un arco in cui vi campeggia la scritta “Non est in toto sanctior orbe mons” – Non vi è in tutto il mondo un monte più sacro -, si arriva al piazzale lastricato del Quadrante, così chiamato per la meridiana sulla parete del campanile della vicina basilica. Di fronte, una croce di legno domina sulle vallate circostanti del Casentino e della Valtiberina.

Nelle immediate vicinanze, la Basilica dedicata alla Madonna Assunta. La posa della prima pietra avvenne nel 1349, ma i lavori si completarono ufficialmente solo nel 1568. La Basilica si presenta con pianta latina e ad una sola navata ed è coperta da volte a crociera.

Al suo interno sono custodite delle opere di un notevole valore storico e artistico, per lo più distribuite nelle cappelle della Natività, dell’Annunciazione e dell’Ascensione. Tra le opere di maggiore pregio a decoro dell’ambiente spiccano le ceramiche di Andrea della Robbia e della sua scuola.

Andrea della Robbia, 1480, Ascensione di Gesù

A ridosso dell’edificio, un portico rinascimentale, in buona parte ricostruito ai nostri tempi, corre lungo la parete destra, arrivando a lambire il campanile.

Saio di San Francesco presso Cappella delle Reliquie all’interno della Basilica


Poco in là, la chiesa di Santa Maria degli Angeli con il suo caratteristico campanile a vela, in cui si può ammirare la piccola campana, che la tradizione vuole essere stata un dono di San Bonaventura, benché il sigillo tradisca la sua fusione a Pisa nel 1257. Sulla facciata, preceduta da un portico, si osservano degli stemmi, tra i quali quello del comune di Firenze e dell’Arte della Lana. L’edificio non è quello immediatamente successivo all’apparizione della Vergine a Francesco, ma risente di alcune significative modiche strutturali avvenute nel corso dei secoli.


Il convento vero e proprio è costituito da cinque chiostri e su uno di essi, risalente al Quattrocento, trovano posto sul piano superiore le celle dei frati, ciascuna delle quali abbellita al suo ingresso da medaglioni dipinti, raffiguranti santi e beati dell’ordine francescano. Qualche passo e si raggiunge il Corridoio delle Stimmate. Una tarda leggenda con i motivi cari a Francesco racconta le origini di questo ambiente. Una notte d’inverno, la solita processione dei frati dalla chiesa della Madonna della Assunta alla Cappella delle Stimmate non poté compiersi a causa di una forte tormenta di neve. L’indomani, si trovarono sulla neve numerose orme lungo il percorso della cerimonia. Gli animali del bosco, cari al Santo, avevano sostituito i frati.
Il corridoio, tirato su tra il 1578 e il 1582, è abbellito da 22 affreschi,

che raccontano la vita di Francesco, e permette l’accesso al vero cuore pulsante dell’intero complesso conventuale, la Cappella delle Stimmate, elevata nel 1263 dal conte Simone da Battifolle sul luogo dove san Francesco ricevette le stimmate. L’ingresso della cappella è impreziosito da un tondo della Scuola del celebre Andrea della Robbia, raffigurante la “Madonna col Bambino”, mentre sulla parete di fondo trova posto una pala monumentale di terracotta invetriata, con la “Crocifissione coi Dolenti, Angeli e i Santi Francesco e Girolamo” di Andrea della Robbia.

Una lastra di cristallo sul pavimento preserva la pietra, sopra la quale sgocciolò il sangue del santo al momento delle Stimmate.
Attraverso il corridoio si accede, inoltre, alla grotta, dove, tra massi di misura diversa, uno di questi è protetto da una griglia di ferro. Si tratta del “letto di San Francesco”, sopra il quale il santo riposava e la protezione si è resa necessaria, poiché non di rado i visitatori asportavano piccoli pezzi.
Dalla vicina Cappella di San Bonaventura, realizzata nel 1480 quale area sepolcrale per i frati custodi della Cappella delle Stimmate, si può risalire all’oratorio di Sant’Antonio da Padova,

che dimorò in questo luogo, e da qui, attraverso una scala, si può uscire all’esterno, affacciandosi sul cosiddetto “precipizio”, dove, secondo la leggenda, san Francesco venne tentato dal demonio, cercando di farlo precipitare nel baratro, ma la pietra indietreggiò formando una piccola cavità (oggi chiusa da una grata), che permise al santo di salvarsi.


Nei pressi della Basilica, una rampa di scala permette l’accesso alla Cappella della Maddalena, innalzata sopra la prima cella di Francesco, una semplice capanna di paglia e frasche. Un giorno, mentre Francesco pregava, comparve Gesù, che andò a sedersi su una pietra che il santo adoperava come tavola per i suoi pasti frugali, iniziando a conversare con lui. Secoli dopo, nel 1719, la pietra venne inserita sul piano dell’altare, protetta da una lastra di vetro.
Andati fuori dalla Cappella della Maddalena, una scalinata in discesa permette di visitare un altro dei posti cari al santo, il “sasso spicco”, un’enorme roccia che sporge sopra un altro masso. Qui Francesco soleva passare delle ore, meditando sulla passione del Cristo, aiutato da quanto lo circondava. I passi evangelici, che lo avevano guidato in ogni suo passo, raccontavano di forti terremoti, dopo l’ultimo respiro di Gesù sulla croce, e, in questo posto, i giochi della natura danno davvero l’idea del sommovimento di mondo sottosopra fatto di massi spezzati e dalle forme più improbabili.


Una visita alla Verna non è certamente solo un momento di serenità, silenzio e tranquillità, magari di tendenza per la sua natura semplice e maestosa, ma è l’occasione di partecipare a quella particolare energia che permea l’intera montagna, il luogo per eccellenza nel quale il Santo d’Assisi e Patrono d’Italia amava ritirarsi, cercando una più intima comunione con Dio

Scorci di Venezia

Isola della Giudecca. Passarella felina. L’amore veneziano per i felini

Caorle. Nata dalla spuma del mare

I gioielli che costellano il litorale adriatico italiano sono innumerevoli e in ciascuno di essi si può respirare il vero carattere dei suoi abitanti, una meravigliosa natura e una storia lunga millenni. Tra questi, adagiato su un tratto della costa dell’alto Adriatico, non lontano dal golfo di Venezia, sorge un piccolo borgo, che tramanda melodie e novelle, le cui partiture e le vicende riportano intrecci da mille e una notte, dove ogni sua singola parte potrebbe senza dubbio iniziare con il fiabesco “c’era una volta”.

La piccola Cenerentola con i suoi abiti dai colori vivaci ha dovuto affrontare dei vissuti straordinari, alcuni dei quali nulla poterono la tenacia della popolazione. Si trovò ad ingaggiare per la sua stessa sopravvivenza una lunga e mai sopita lotta contro la forza dei fiumi e l’altalenante gioco, quasi capriccioso, del fondo marino e terrestre; e, per finire, complici le grandi bonifiche dell’età moderna, si vide perdere per sempre il suo volto insulare. Visse sulla propria pelle i momenti drammatici della parabola finale dell’Impero romano e, come le sue sorelle poco lontane, offrì la sua anima alla creazione della grande porta d’oriente, che la storia prese a ricordare con il nome di Venezia. Peraltro, quasi volesse far proprie le parole di Jean Paul Sartre, secondo cui “la storia non è altro che il presente che prende coscienza del passato”, non ha mai perso di vista il suo antico legame con l’area continentale alle sue spalle.

Caorle è una delle località turistiche più conosciute ed apprezzate del mare Adriatico e con la sua magia è riuscita ad ammaliare generazioni di famiglie di europei e di italiani. I visitatori di ogni età smarriscono la cognizione del tempo nel suo centro storico, un’amalgama di paesaggi, arte, cultura, all’interno del quale è possibile “perdersi” nelle sue calli, nei suoi campielli e nei Rio Terà (canali interrati).

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Durante la bella stagione, gli stabilimenti balneari delle spiagge di Levante e di Ponente diventano la meta preferita dei turisti, anche per gli amici a quattro zampe, con ampi spazi a loro dedicati; senza dimenticare i chilometri di spiaggia dei lidi di Porto Santa Margherita, Altanea, Duna Verde e Brussa;

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quest’ultima custode dell’oasi naturalistica di Vallevecchia con i suoi “casoni”, le vecchie abitazioni dei pescatori dagli alti tetti impagliati.

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Ma è sul far della sera che il cuore millenario del borgo sboccia in tutta la sua vivacità. I visitatori si riversano nei negozi, nelle botteghe, nei tanti ristoranti e le locande, dove, in piedi o seduti più comodamente ai tavoli, è possibile assaporare i migliori piatti della tradizione popolare veneta, un vero e proprio concerto di colori e profumi. Oppure, sedotti dalle brezze marine e dallo scroscio delle onde, si mettono a passeggiare sul lungomare, raggiungendo il santuario della Madonna dell’Angelo, gettando di tanto in tanto lo sguardo sulle sculture, realizzate sugli scogli da artisti di rilevanza internazionale.

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Nulla avviene per caso e tanto meno è stato un gioco del destino, se la cittadina lagunare ha sedotto il cuore e l’anima di poeti e scrittori, che si sono avventurati a viverne l’anima più profonda. Negli anni Cinquanta del secolo scorso, il grande scrittore americano e “vecchio fanatico del Veneto” Ernest Hemingway, ospite del barone veneziano Raimondo Franchetti, amava trascorrere le sue giornate tra Caorle e San Gaetano, frazioncina caorlotta, dove si dedicava alla caccia delle anatre e i cui paesaggi divennero il palcoscenico naturale del libro in parte autobiografico “Di là del fiume e tra gli alberi”, la cui trama racconta dell’amore del protagonista per Renata, una nobile ventenne veneziana, nella vita reale la splendida nobildonna Adriana Ivancich, il suo “ultimo e unico e vero amore” e musa del suo genio, che troverà ragione nel capolavoro de “Il vecchio e il mare”.

Se volessimo dare un’età precisa su quando l’uomo prese a calpestare e popolare questa area, la risposta, almeno stando alle attuali conoscenze, è assai difficile. Di certo, i più antichi segni della presenza umana risalgono a tempi molto lontani e sono legati ai primi episodi di colonizzazione del territorio da parte di una comunità organizzata, inquadrata nel fenomeno culturale, che interessò il Veneto orientale e occidentale, nel pieno dell’età del Bronzo, fondando primitivi insediamenti di tipo palafitticolo.

Un’importante scoperta avvenuta nel 1994 a pochi chilometri dal centro cittadino, nella località di San Gaetano, ha permesso di avanzare molto di più di una semplice ipotesi. Le indagini archeologiche hanno evocato l’epoca dei grandi viaggi compiuti dagli equipaggi levantini nel corso del XV-XIV sec. a.C. alla scoperta del Mediterraneo occidentale, toccando, peraltro, i centri costieri del basso Adriatico della Puglia, dove contribuirono alla formazione dei locali punti commerciali, che presto assunsero la funzione di veri e propri “emporia”, come ad esempio i siti di Roca Vecchia e Torre dell’Orso, a poco più di una ventina di chilometri dall’odierna Otranto. Da questi porti di roccia calcarea presero il mare verso nord i vascelli, spinti dallo spirito di avventura e dalla ricerca di materie prime, in particolare i metalli, portando, a loro volta, le loro tecnologie e i prodotti manifatturieri dal sapore mediorientale. Ancora una volta, le acque del Mediterraneo si trovarono a congiungere diverse aree culturali, che avevano una loro storia nel Mediterraneo, la cui connessione evolse nella storia del Mediterraneo. Sul vissuto di questo contesto si deve l’evoluzione dell’insediamento di San Gaetano.

La sua posizione geografica era stata determinante e, a sua volta, qualificante, da rendere il villaggio uno dei nodi del sistema delle direttrici commerciali, imperniato sul grande polo di Frattesina, oggi piccolo borgo del Polesine, ma allora il principale centro emporiale dell’Adriatico settentrionale; vero e proprio interfaccia regionale tra il Mediterraneo centro orientale e le aree alpine e continentali, attraverso la navigazione delle direttrici fluviali (Bianchin Citton 1996, 2011; Càssola Guida 2003).

Le indagini hanno permesso di registrare una successione di fasi di occupazione e la sovrapposizione di strutture. L’iniziale popolamento dell’area è documentato da materiali fittili e vascolari in un arco compreso tra l’età del bronzo recente e recente evoluto (XIII – XII sec. a.C.); l’abitato, posto in un contesto lagunare e prossimo alla costa, era collocato al di sopra della giacitura primaria, costituita da una bonifica a strutture lignee per lo più orizzontali, e le singole capanne, forse, dovevano presentarsi con l’elevato in legno o ramaglie. Il secondo ciclo coincide tra il bronzo finale (XI-X sec. a.C.) e la prima età del ferro (IX sec. a.C.), durante il quale l’abitato si trovò ad affrontare il problema dell’ingressione marina, che obbligherà a breve la popolazione ad emigrare verso un sito più sicuro, magari su dosso e terrazzamento, e dare vita ad una nuova entità proto urbana.

Secoli dopo, un uomo nativo di Como e morto a Stabia nella famosa eruzione del Vesuvio nell’agosto del 79 d.C., traccia un disegno, magari disadorno e stringato, ma comunque capace di illuminare su quanto era accaduto in tutto quel tempo in questi luoghi, evidenziandone le espressioni urbane in rapporto con il territorio. Plinio il Vecchio, infatti, quando si pone a descrivere la decima regio, ricorda tra le altre cose la regione “maritima” con le sue cittadine della fascia costiera, che possedevano lo sbocco al mare, attraverso determinati transhipment posti sulle foci dei fiumi, che permettevano il trasbordo di merci dalle navi di maggiore tonnellaggio al naviglio minore.

“Sequitur decima regio Italiae, Hadriatico mari adposita, cuius Venetia, fluvius Silis ex montibus Tarvisanis, oppidum Altinum, flumen Liquentia ex montibus Opiterginis et portus eodem nomine, colonia Concordia, flumina et portus Reatinum, Tiliaventum Maius Minusque, Anaxum, quo Varamus defluit, Alsa, Natisa cum Turro, praefluentes  Aquileiam coloniam  XV p. a mari sitam.”

(Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, III, 126-130)

Così la nostra fonte conserva il ricordo del “Portus Reatinum”, il porto a mare della colonia latina Iulia Concordia, per mezzo del fiume Lemene (Reatinum), e il “Portus Liquentia”, emanazione degli interessi commerciali dell’antica “Opitergium”, l’odierna Oderzo.

Purtroppo, la storia non è stata generosa con l’attività umana, le sue strette connessioni, trame e le reciproche influenze. Di questi porti è rimasto solo un vago ricordo, sorretto da incertezze e da ipotesi, talora fantasiose o poco più di aneddoti. Comunque sia, il “Portus Reatinum” si è voluto indentificare nell’attuale porto di Falconera, conosciuto nel XVI secolo come il porto di “Mezo Lido” (ASV, SEA, Livenza, dis. 17);

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mentre il “Portus Liquentia”, pur in assenza di dati oggettivi in merito, si suole ubicarlo a valle dell’attuale centro abitato di Caorle, forse a qualche decina di metri a mare, dato che in epoca romana il livello delle acque marine era più basso di quello attuale di almeno due metri. A questo proposito, lo storico Trino Bottani, autore di una storia su Caorle, edita nel 1811, offre interessanti annotazioni, testimoniando che “tuttora colla marea si osservano delle grosse muraglie poco distanti dal Monte ossia Argine, che…serve di difesa alla città né grandi sciroccali” (Storia della città di Caorle, T. Bottani, p.65).

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Al di là di ciò, della Caorle in età romana si sa ben poco. Il quadro frastagliato dell’assenza di testimonianze sicure al proposito troverebbe di contralto i ritrovamenti in mare di anfore e ancore, per lo più databili all’arco temporale che va dal II sec. a.C. al IV sec. d.C.; e, in aggiunta, i resti architettonici visibili ancora oggi nei pressi del duomo cittadino, nonché le are del I sec. d. C., per tracciare una linea mediana nell’interpretazione della Caorle romana, anche se non si può escludere che si tratti di “spolia”, provenienti dai centri romani vicini e reimpiegati per l’edificazione della città in epoca medioevale.

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Pur con tutte le riserve del caso, le origini insediative dell’isola andrebbero ricercate nella funzione portuale, che trovava ragione nell’essere porto di trasbordo a mare della vicinissima colonia di Concordia, con tutte le potenzialità di sviluppo in termini di attività e della crescita dello stesso insediamento. Mentre il suo primo e vero proprio impianto urbano risale forse al V secolo, all’epoca delle grandi invasioni barbariche, con l’apporto dei numerosi profughi, provenienti dai vicini centri, in particolare da Concordia. Le guerre gotiche prima e la successiva occupazione della Venezia terrestre da parte dei Longobardi diedero nuovi impulsi alla connotazione urbana dell’isola, divenendo un centro fortificato tra i più floridi, dotato di due chiese, l’una dedicata a santo Stefano protomartire e l’altra conosciuta con il nome di “Opetroine”, e un episcopio per il fuggiasco vescovo di Concordia (Origo Civitatum seu Venetiarum. Chronicon Altinate, Editio Secunda, Roma 1933, p. 76). La sua popolazione, ordinata militarmente, era costituita da ricchi proprietari, ecclesiastici, artigiani e qualche commerciante ed esprimevano annualmente il tribuno, con funzioni militari e civili. Nelle terre circostanti, invece, si trovavano le coltivazioni per lo più a frutteti, a orti e a vigneti, per lo più curate da contadini liberi.

Il Pactum Lotharii, stipulato il 22 novembre 840, che di fatto riconosceva l’autonomia del Ducato già raggiunta nel 751 con la caduta di Ravenna in mano dei Longobardi e la scomparsa dell’esarcato, ricorda le 18 comunità del Ducato e, finalmente, registra il nome dell’odierna Caorle, ricordandolo come “Caprulas”. Secondo l’etimologia comunemente accettata, il nome trovava una sua origine dalla presenza di capre selvatiche nell’isola; più suggestiva, invece, un’altra lettura che la rimanderebbe alla dea osco umbra Kipris, nata dalla spuma del mare, venerata lungo le coste il cui culto, con l’avvento del cristianesimo, fu sostituito da quello mariano (A. Niero, in AAAd, XXXIII, 1988, 76/77).

Le città rivierasche venete dovettero fare i conti con la minaccia delle incursioni dei pirati slavi, che più di un’occasione avevano assalito e saccheggiato alcuni di questi centri, tra cui la stessa Caorle. Tra le tante scorrerie, si ricorda quella avvenuta nel 846, durante la quale il centro caprulano fu devastato e quasi raso alle fondamenta. Un’altra scorribanda, che si fissò nella memoria collettiva della Serenissima, avvenne tra il 944 e il 948, forse sotto l’egida del patriarcato di Aquileia, quando i pirati slavi irruppero nella cattedrale di San Pietro a Castello, durante lo sposalizio collettivo, che si svolgeva il 31 gennaio, alla vigilia della festa della Purificazione di Maria. I pirati rapirono le spose e i ricchi corredi, per poi veleggiare in direzione di Caorle. Il doge Candiano III li raggiunse a Santa Margherita di Caorle e li giustiziò sul posto, e da allora la località prese il nome di Porto delle Donzelle (oggi Porto Santa Margherita).

A partire dall’XI secolo, la vivacità economica della città permise un nuovo incremento costruttivo, che trovò il suo compimento nella costruzione della nuova cattedrale di Santo Stefano e della torre del campanile, benché la natura e la mano dell’uomo avessero messo del proprio per vanificare ogni sforzo. Le fonti cronachistiche, infatti, ricordano due catastrofi naturali che provocarono numerose distruzioni in tutto il litorale veneto, in particolare il terremoto e il conseguente maremoto, avvenuto il 3 gennaio 1117, che portò alla scomparsa del centro di Malamocco, già semi-abbandonato per le continue ingressioni marine.

Alle catastrofi naturali si aggiunsero i fatti d’arme, allorché qualche anno dopo Federico Barbarossa indusse Ferrara e Padova ad attaccare Cavarzere, città veneziana, e il patriarca di Aquileia, il saccheggio di Grado. Le armate veneziane corsero in aiuto delle due città, il che diede modo alle milizie trevigiane di muoversi verso Caorle, che pensavano sguarnita. Invece, stando alla tradizione, le donne caorlotte non si persero d’animo. Indossarono le vesti maschili e brandendo le armi come provetti combattenti, non solo respinsero l’attacco, ma costrinsero alla fuga le truppe trevigiane.

La lunga guerra tra Venezia e Genova lasciò tracce indelebili anche a Caorle, che fu più volte assaltata e data alle fiamme; come l’estenuante contesa con il patriarcato di Aquileia aveva più volte messo in forse la sua stessa esistenza. Ogni qual volta si accendevano i fuochi della guerra tra Venezia e il patriarcato di Aquileia, le truppe patriarchine di Marano assalivano Caorle, vero e proprio avamposto veneziano.

Solo con la conquista del Friuli da parte di Venezia, la cittadina poté assaporare un periodo di pace e prosperità, sebbene, a partire dal XII secolo le più importanti maggiori famiglie di Caorle avevano cominciato ad emigrare a Venezia, per partecipare alla vita politica ed economica. A partire dal XV secolo si avviò una nuova edificazione della città, in gran parte segnata dagli avvenimenti bellici del passato, la cui fisionomia rimase a grandi linee sino alla caduta della Repubblica di Venezia.

Un forte scossone sociale ed economico si fece sentire verso la metà del ‘600, allorché il Senato Veneto mise mano ai corsi fluviali e procedette alla confisca e alla vendita della laguna caprulana (29 agosto 1642), che venne divisa in 20 prese. La nuova trasformazione territoriale fece perdere definitivamente a Caorle la sua secolare identità di isola; inoltre, i proprietari delle Prese lagunari, intenti a chiudere canali e barene per una resa produttiva, resero la vitale laguna una palude, in buona parte malsana; detto il provvedimento, inoltre, aveva sottratto alla popolazione la principale delle risorse economiche della popolazione: la pesca. A partire dall’Ottocento, si cominciò a prosciugare le terre in vista di un uso agricolo, che trasformò nuovamente il paesaggio in una grande distesa di campi, tranne per alcune zone riservate a divenire delle valli da pesca private.

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Nel corso del Primo conflitto mondiale, dopo la disfatta dell’esercito italiano a Caporetto dell’ottobre 1917, la popolazione caorlotta si trovò costretta ad emigrare nel sud Italia e i Comandi italiani pensarono bene di allagare i terreni agricoli e di distruggere le opere di bonifica, al fine di rallentare l’avanzata austriaca verso il Piave. Quando i profughi fecero il loro rientro nel 1919, il panorama che si profilava davanti ai loro occhi era tra i più disastrosi, ma abituati al lavoro, senza lasciarsi prendere dallo sconforto, iniziarono a prosciugare i terreni e ripristinarono le grandi idrovore.

Passata più o meno indenne al secondo conflitto mondiale, la cittadina ha sviluppato la sua vocazione turistica negli anni Cinquanta fino ad arrivare ad oggi con oltre 200 strutture alberghiere, migliaia di appartamenti per vacanza, villaggi turistici a iosa e un migliaio di posti barca nelle darsene cittadine; senza mai perdere la propria identità, la propria anima ben rappresentata dalla cattedrale di Santo Stefano, dal caratteristico campanile, dal porto peschereccio e, soprattutto, dall’ospitalità della gente di Caorle.

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Na óuta. I figli del sole. Parte seconda.

Vi voglio ora raccontare come prosegue la storia di Cian Bòlpin, dopo essere stato cacciato dal crudele patrigno dal castello.
Il povero Cian Bòlpin aveva girovagato ramingo, frugando tra valli e montagne, finché una vecchietta dal buon cuore lo aveva accolto come un figlio. La donna abitava da sempre in una modesta casetta di legno, nei pressi di un laghetto alpino misterioso, le cui acque cupe incutevano paura a chiunque vi si avvicinasse. Da lungo tempo, i potenti del luogo vi gettavano i corpi dei nemici uccisi in battaglia e gli sventurati della loro cupidigia; e i rari viandanti, che si erano trovati giocoforza a percorrere il sentiero vicino durante la notte, avevano scorto delle fiammelle azzurrognole fluttuanti a qualche palmo della sua superficie, senza dubbio presagi di morte e sventure. Di una cosa si era certi. Era pericoloso avvicinarsi alle lingue di fuoco. Si rischiava di bruciarsi o, addirittura, di lasciarci la pelle.
Comunque sia, il ragazzo crebbe vigoroso e dimostrò doti non comuni nell’inerpicarsi nei crostoni franosi e nell’arrampicarsi sulle rocce tra le più audaci, conducendo il piccolo gregge di caprette della vecchietta sui pascoli rigogliosi nel bosco di Pecedaz. Di certo, la sua abilità non passò inosservata e fu così che le autorità della Regola di Canazei gli offrirono l’opportunità di portare le loro greggi. Entusiasmato dall’incarico, Cian Bòlpin non voleva far brutta figura, per cui prese del tempo. Visto che non conosceva i pascoli della Regola, ritenne di farvi una visitina, tanto per avere un’idea di questi luoghi. L’indomani, al levar dei primi raggi del sole, s’incamminò di buona lena e, in breve tempo, si ritrovò sotto alle rocce del Sass de Salèi. Si guardò attorno e scrutò per bene la parete che cadeva sulla foresta sottostante. Appariva decisamente impegnativa e, a spanne, veramente inaccessibile, anche per lui. In alto, scorse qualcosa che dava l’idea di essere un praticello, un fazzoletto e poco più ricoperto di erba. All’improvviso, vide qualcosa che lo disorientò non poco. Una ragazza vestita di azzurro stendeva degli indumenti per asciugarli e sembrava sparire all’interno della montagna. Cian Bolpin pensò di aver avuto un abbaglio. Cosa ci facesse una ragazza, là sopra; impossibile. L’unica spiegazione ragionevole era che avesse avuto un’allucinazione. Ma la sua curiosità era tale, che prese la decisione di intraprendere l’arrampicata per raggiungerla. Ci vollero ben sette ore, ma alla fine la sua fatica fu appagata. Il prato era molto più grande di quanto aveva immaginato. Buona parte della sua estensione era coperta da un avvallamento. Inoltre, vi erano delle porte, peraltro tagliate ad arte, che conducevano dentro la montagna.
Gli occhi del pastorello erano colmi di stupore e non s’accorse dell’arrivo della ragazza vestita di azzurro, meravigliata anch’essa che un uomo si fosse spinto fino lassù. Con modi gentili e garbati, chiese il nome e il motivo che lo avevano portato là sopra. Dopodiché domandò se potesse leggergli le linee del palmo della mano. La gentilezza e, soprattutto, la sua bellezza incantarono Cian Bòlpin, che si lasciò fare, senza opporre alcuna resistenza. Poco dopo, il volto della ragazza tradì delle emozioni. Si leggevano delle cose a dir poco contrastanti. Una linea raccontava di una volpe e di un cane; la seconda, ancora, riportava il lignaggio di un principe; ma era la terza che fece strabuzzare gli occhi della fanciulla, dato che sosteneva la sua appartenenza alla stirpe del sole.
La padrona di quella montagna e del palazzo era donna Chenina. Per i più era una fata, una bellissima fata dai lunghi capelli biondi e la pelle diafana come il ghiaccio delle nevi perenni; ma alcune voci degli anziani, che conoscono i segreti delle montagne, non sono d’accordo. La bellissima Chenina era una vivana, una ninfa buona delle montagne alte. Però, pensandoci bene, le vivane sono donne molto belle ed è pure vero che sono ben disposte con gli uomini, ma è pur vero che non hanno alcuna religione, per cui non possono vivere con la gente.
Comunque la si voglia vedere, donna Chenina era una donna bellissima e aspettava da lungo tempo l’arrivo di un uomo, che portasse con sé il segno del sole, per sposarlo.
Quando gli fu davanti, Cian Bòlpin rimase folgorato dalla sua bellezza e dalla sua gentilezza. La visita del palazzo lo confuse e non poco. Lungo le pareti e i pavimenti delle stanze, vi erano numerosi fori rotondi e larghi tanto da far passare un uomo; e due maestosi vasi d’argento contenevano dei fiori meravigliosi dai colori sgargianti dell’arcobaleno. A sua memoria non aveva mai visto dei fiori così belli.
Cian Bòlpin e donna Chenina si sposarono e per molto tempo i giorni corsero felici e sereni, fino a quando una notte, il giovane dovette fare i conti con un sogno o, meglio, un incubo. Travolto da una valanga, annaspava senza capire dove fosse l’alto e il basso. La neve, ormai, lo aveva avvolto come se fosse una seconda pelle e premeva sul suo volto, soffocandolo. Fu in quel momento che apparve sua moglie. Lo soccorse prendendolo per una mano e lo mise in salvo. La neve che attorniava Chenina si scioglieva e, al suo posto, sbocciavano dei fiori, come quelli dei due vasi.
La mattina successiva, Cian Bòlpin, ancora sottosopra per l’incubo, volle parlarne con la moglie. La sapeva saggia e, forse, gli avrebbe spiegato cosa lo avesse turbato, rasserenandolo. Chenina lo ascoltò, ma tagliò corto, con un modo un po’ brusco, cosa che non era da lei. Si era semplicemente addormentato senza coprirsi e, data l’altitudine, ciò non era bene. Correva il rischio di ammalarsi, per cui nelle notti a venire avrebbe dovuto mostrare più attenzione.
Qualche tempo dopo, l’incubo gli fece nuovamente visita. Il freddo era tale che si svegliò di soprassalto. La stanza era illuminata dalla luce della luna, che s’irradiava attraverso i fori, e il tetto sembrava fatto da una lastra di ghiaccio e neve. Impaurito da una sì visione, stava per alzarsi da letto, quando la mano di Chenina si posò sopra i suoi occhi, addormentandolo all’istante.
L’indomani, il ragazzo descrisse la visione angosciante che aveva avuto. Ancora una volta, la moglie non diede importanza alle sue parole, anzi. Prese a burlarlo per i suoi strani sogni.
Questa volta, le parole rassicuranti di Chenina non sortirono l’effetto desiderato. Cian Bòlpin si era fatto l’idea che il palazzo avesse dei misteri e, che, per qualche ragione che non capiva, la moglie non voleva rivelare. Fatto sta che nelle settimane seguenti le cose andarono meglio. L’incubo stava sbiadendo, come capita a tutti gli incubi e ai sogni, senonché durante una notte di luna piena, ebbe ancora quella sensazione di freddo e gelo. Si alzò senza far rumore e si guardò attorno. La stanza era del tutto ricoperta da ghiaccio e neve, come i due vasi d’argento. Un frastuono spaventoso si fece avanti. Delle raffiche di vento s’insinuarono attraverso i fori per tutto il palazzo, facendolo tremare, provocandone quasi il crollo. Malgrado lo sconquasso e il fracasso, che gli rimbombava nelle orecchie, riconobbe una voce. Era Chenina, poi si assopì.
Quando Cian Bòlpin riaprì gli occhi, la stanza era calda e i vasi d’argento trattenevano a stento il solito florilegio di fiori. Al contrario delle altre volte, il ragazzo non disse nulla e cominciò ad avere qualche disagio, stando in quel palazzo. Con il passare del tempo, il suo animo cominciò ad appesantirsi della nostalgia dei suoi amici e dei suoi luoghi.
Una sera, poco prima di coricarsi, Cian Bòlpin confessò quale male lo stesse angustiando, la donna lo ascoltò con molta attenzione e sembrava che il suo stesso cuore partecipasse al dolore di Cian Bòlpin, però lo dissuase di far ritorno al suo passato.
Nei giorni a venire, l’animo dell’uomo si era intristito e fu la stessa Chenina a prenderlo da parte, rivelandogli quale fosse il mistero, che avvolgeva il palazzo e a cosa sarebbe andato incontro, se fosse disceso in paese. La notte nel palazzo durava nove mesi e loro dormivano per stagioni di fila. Rimanevano svegli solamente d’estate. Il suo paese, ormai, non era più quello che ricordava e tutte le persone che conosceva erano morte da un pezzo, mentre per loro due il tempo si era pressoché fermato.
Finalmente, Cian Bòlpin comprese tutto e ogni cosa trovava una sua spiegazione, come le nevi notturne, che lo avevano turbato molto. Però, il suo desiderio di tornare a valle non venne meno. Chenina che lo amava per davvero concesse il suo benestare e gli porse un anello magico, il quale gli avrebbe permesso di andare e tornare dal palazzo nel giro di uno schiocco di dita. Inoltre, se si fosse trovato in necessità del suo aiuto, doveva sfilarselo dal dito e farlo rotolare a terra. Lei sarebbe comparsa subito, ovunque si trovasse.
Quando Cian Bòlpin arrivò, il paese era un viavai di gente, uomini e donne con l’abbigliamento dei giorni speciali e il vociare si faceva sentire in ogni dove. A vedere, si trattava di giovani ragazzi, che lavoravano il fieno nel contado. Ma, il ragazzo dovette constatare sulla sua pelle che le parole pronunciate dalla moglie corrispondevano a verità. Case e strade erano cambiate e, cosa che lo turbò ancor più, non riconobbe nessuno. Il volto di Cian Bòlpin era quello di uno sconosciuto, un foresto sconosciuto. Una vecchia senza età raccontò che quando era molto piccola, i suoi nonni durante le lunghe e rigide serate invernali raccontavano la triste storia di un pastore, che si era perso tra i valloni delle vicine montagne. L’intero paese si mobilitò per cercarlo, ma di Cian Bòlpin, questo era il suo nome, si perse ogni traccia. Forse era morto, cadendo in qualche crepaccio.
Il pastore era frastornato da tutte queste novità e la solitudine che lo aveva assalito dallo stomaco lo portò a far ritorno dalla sua amata. Stava sfilandosi l’anello, con il pensiero rivolto alla moglie, quando un gruppetto di ragazzotti lo fermarono, invitandolo al festeggiamento. Dopo qualche tentennamento, Cian Bòlpin accettò. Dopo tutto, si sarebbe fermato solo per poco tempo.
Complici i fumi della baldoria e, soprattutto, la giovane età dei presenti infiammò la discussione sulla bellezza delle donne. Dopo varie scommesse su chi fosse la donzella più bella tra le presenti la più bella, il pastore si trovò suo malgrado invischiato nel gioco, per quanto avesse cercato in tutti i modi di starsene lontano. Alla fine, Cian Bòlpin rivelò di aver sposato una donna, la cui bellezza era a dir poco sovrumana, scatenando l’ilarità di tutti. Ahimè, l’amor proprio si fece sentire e si sfilò l’anello; ed ecco apparire Chenina, la cui bellezza ammutolì l’intera platea. Quando si rese conto di quanto era accaduto, s’arrabbiò moltissimo, tanto da riprendersi l’anello e scomparire.
Con il cuore in gola, Cian Bòlpin tentò di corrergli dietro, ma fu solo fiato perso. Quando arrivò ansimante sotto la sua montagna, tentò di riprendere la via che aveva aperto con la sua arrampicata. Questa volta la parete non gli fu amica e non gli diede alcun appiglio per raggiungere la sua meta. Le cose non cambiarono nei giorni successivi.
Persa ogni speranza, Cian Bòlpin prese a vagare con la speranza di trovare qualcuno che potesse indicargli la strada per il palazzo. Le giornate trascorrevano nell’affannosa ricerca e il suo desiderio stava trasformandosi in una lenta consunzione dell’animo e del corpo. Una sera, venne sorpreso da un temporale terribile, come solo nelle alte vette ci possono essere. Corse in un vicino bosco di pini, per trovare un rifugio e lo trovò in un grosso masso. Al sicuro, gli parve di udire delle voci. Appartenevano a tre selvaggi, forse degli stregoni. Erano seduti attorno ad un masso e una coltre azzurrognola li cingeva. Un brivido gli corse lungo la schiena. Preferiva affrontare la tempesta e la pioggia torrentizia, piuttosto che aver a che fare con loro. Si allontanò e trovò un nuovo rifugio, sotto la sporgenza di una roccia. Poco sotto, in una fenditura si era rifugiato un cacciatore con i suoi due cani.
Cian Bòlpin, che conosceva il linguaggio canino, ascoltò la conversazione dei due cani e venne a sapere, che i tre uomini di prima erano dei Tarluieres, stregoni malvagi. Ciascuno di loro possedeva un mantello di color grigio, lo snigolà, e lo indossavano per volare e appiccicare il fuoco da qualche parte. Il pastore non credeva alle proprie orecchie. Il mantello faceva al suo caso e, approfittando della disattenzione di uno di loro, ne prese uno. Lo indossò e, dopo aver desiderato di trovarsi a Canazei, in un baleno si ritrovò al centro del paese. Fuori di sé dalla gioia, l’indomani sarebbe volato dalla sua sposa. Come forte era stata l’emozione della sera, così cocente fu la delusione, allorché il mantello non lo portò da nessuna parte. Forse il mantello aveva perso il potere di volare e volle provarlo un’ultima volta, desiderando di essere in cima al monte Vermel. In un battito di ciglia, si ritrovò sopra. Confuso, fece altri tentativi e tutti andarono a buon fine. Alla fine, una cosa gli fu chiara. Il mantello poteva condurlo in ogni luogo, tranne nel palazzo della sua amata.
Trascorse del tempo e, in piena estate, Cian Bòlpin si trovava a vagabondare dentro un bosco ombroso, quando davanti a sé vide una tana, dalla quale uscirono dei volpacchiotti, che cominciarono a giocare con lui e, dato che conosceva il loro linguaggio, gli parlarono pure. Tirò fuori dal suo zaino un pezzo di lardo e lo distribuì ai cuccioli. In quel momento, la mamma volpe era di ritorno e apprezzò molto quel gesto, come gradì molto che l’umano si fosse fermato per giocare con i suoi cuccioli. Come segno di gratitudine, la volpe rivelò al pastore, che il mantello poteva condurlo solo ai luoghi di cui si conosceva chiaramente il nome.
Un giorno, attraversato un bosco, stava passeggiando lungo le sponde di un torrente, cercando un guado, quando con la coda dell’occhio intravvide un nano, nascosto dalle acque di una cascatella. Gli si avvicinò e, conoscendo la proverbiale saggezza dei nani, chiese di donna Chenina e del suo palazzo. Il nano rifletté non poco, scrutando tra i suoi ricordi, ma non seppe che dire. Però, ebbe un’idea, rischiosa senza dubbio, ma avrebbe potuto aiutarlo. Doveva attendere una serata temporalesca e recarsi al giogo di Sella. Qui avrebbe dovuto attendere il Mortoj, un orrido fantasma, e doveva seguirlo, fino a quando non fosse scomparso. Forse, in quel luogo avrebbe trovato le risposte alle sue domande.
Fu così che Cian Bòlpin aspettò con trepidazione il suo temporale, che arrivò puntuale qualche giorno dopo. I tuoni echeggiavano tremendi tra le valli, e le saette tagliavano ogni lembo del cielo. Un rossore, che sapeva di zolfo e di dannati, prese a salire dal bosco. Si trattava del Mortoj e le sue sembianze avrebbero spaventato anche il più coraggioso tra i coraggiosi, ma Cian Bòlpin non si tirò indietro. Il fantasma prese a salire lentamente, spalancando i suoi numerosi e fiammeggianti occhi alla vista del pastore, il quale non si perse d’animo e continuò a seguirlo. Lo scroscio della pioggia era battente e la notte era scura come mai. L’unica luce proveniva dal fantasma, ma era sempre più debole di fronte alla cupezza del cielo. Come se non bastasse, la pioggia aveva lasciato il posto alla grandine, con chicchi grandi come gli acini dell’uva matura, e al vento talmente impetuoso da impedire ogni movimento. Il temporale cessò con le prime luci dell’alba e solo allora Cian Bòlpin s’accorse di trovarsi nei pressi del Sass del Pordoi. Dopodiché riprese a salire, immergendosi in uno strato di nubi dal candore della neve. Sali e Sali, e si trovò di fronte ad un grande portone di legno dalle fattezze grezze. Quando lo attraversò, e non fu facile, il suo cuore batté all’impazzata. La caverna era la casa di creature giganti e, accanto ad un fuoco enorme, vi era seduta una di loro, che s’accorse subito della sua presenza e lo ammonì di stare molto attento. A breve, suo marito, il Gigante delle tempeste, avrebbe fatto il suo ritorno e quasi sicuramente lo avrebbe mangiato in un sol boccone. L’eco delle parole non si era ancora dissolto nella caverna, che un fracasso sconquassò la dimora dei giganti.
Cian Bòlpin si nascose in un angolo, sperando così di aver salva la vita. Lo stratagemma fu inutile. Il gigante lo aveva percepito e stava per mettersi alla sua ricerca, quando Cian Bòlpin si presentò al suo cospetto e gli disse di volersi porre al suo servizio, anche perché sapeva volare meglio di un uccello. Il gigante lo sbeffeggiò, ma gli concesse di restare a cena. Lo avrebbe messo alla prova il giorno seguente. Il gigante doveva scendere a valle per sradicare una striscia di alberi, che era l’oggetto di continue liti tra le genti della valle. Con il sorgere dei primi raggi del sole, che inondavano di luce le vette più alte, il ragazzo indossò il suo mantello magico e, nel giro di poco, tempo, strappò gli alberi, afferrandoli dalle chiome. Il gigante rimase soddisfatto dal lavoro e gli chiese di rimanere, poiché nei giorni a venire sarebbe stato molto impegnato, a causa di un lavoro che non era facile da farsi, tanto meno veloce da compiersi. Avrebbe dovuto recarsi nel palazzo di donna Chenina, per liberarlo dal ghiaccio e dalla neve, accumulatosi durante le stagioni fredde. La buona stagione era imminente e la donna non poteva certamente svegliarsi in mezzo a quella confusione.
A dir il vero, alcuni racconti, che trovano largo spazio nei filò dei paesi vicini, testimoniano che i lavori erano sì urgenti, anche perché l’estate avrebbe portato dell’altro. Chenina sarebbe divenuta mamma.
Fatto sta, che Cian Bòlpin fece un balzo di gioia, che fu subito smorzato quasi al suo nascere dal gigante, poiché solo lui poteva recarsi nel palazzo, da solo. Il giorno dopo, la fortuna ascoltò i desideri del pastore. La moglie del gigante era curiosa e voleva sapere per filo e per segno, che cosa facesse suo marito in quel palazzo; e chiese a Cian Bòlpin di seguirlo, di nascosto. Senza farsi vedere, s’aggrappò al suo tallone e, finalmente, rivide il palazzo, del tutto avvolto dal ghiaccio e dalla neve. Da solo, si aprì la strada fino alla stanza da letto della sposa, dove la sua Chenina riposava. Lì si nascose e, tremando per il freddo e per l’emozione, attese il mattino. Ore dopo, il gelo diminuì di intensità, grazie all’ingresso di un vento caldo, sempre più impetuoso tanto da sciogliere il gelo in tanti rivoli d’acqua, che scivolavano fuori attraverso i fori. Il vento caldo continuò fino a sciogliere del tutto la neve e sui vasi d’argento si schiusero i suoi meravigliosi fiori variopinti.
Cian Bòlpin era tormentato. A breve si sarebbe risvegliata la sua amata e, forse ancora incollerita, lo avrebbe allontanato per sempre. Prese uno dei vasi e lo pose vicino al letto e si nascose.
Quando Chenina aprì gli occhi, s’accorse del vaso e fu presa da uno struggente sentimento, che gli fece battere il cuore all’impazzata, pensando al suo sposo. S’incolpò di essere stata troppo dura con lui. Non sapeva nulla della sua sorte e, d’altra parte, la sua mancanza non era stata così grave. Peraltro, gli uomini non sono perfetti e lei amava profondamente il suo sposo. Fu così che prese la decisione di inviare un servitore con l’incarico di ritrovarlo e riportarlo a casa, da lei. A quelle parole, Cian Bòlpin saltò fuori dal nascondiglio. Si abbracciarono come mai prima e da allora vissero per sempre insieme e felicemente.

Date le diverse varianti del racconto, riporto una brevissima bibliografia, per chi volesse approfondire la leggenda con tutte le sue implicazioni dell’immaginario alpino.

De Rossi H., Fiabe e leggende della Valle di Fassa, a cura di U. Kindl, Vigo di Fassa, Istitut Cultural Ladin, 1984.

Kindl U., Le Dolomiti nella leggenda, Bolzano, 1993.

Wolff K. F., I Monti Pallidi, Milano, 1952.

T. Gatto Chanu, Saghe e leggende delle Alpi, 2002.

G. Brunel, Contie della valle di Fassa, XIV. Annuario SAT, Trento 1887/1888.

C. Schneller, Märchen und Sagen aus Wälschtirol, Innsbruck, 1867.

Na óuta. I figli del sole. Parte prima

Una volta, quando ancora esistevano principesse e fate, nei pressi del Passo Fedaia, non lontano dal paese di Canazei, vi era un laghetto incastonato nel verde dei pascoli rigogliosi e, a mo’ di corona, era cinto da cime maestose, in gara con l’imponente Vermel, una vetta ispida dalle facce taglienti del gruppo della Marmolada.
Si trattava senza dubbio di un laghetto misterioso. Le acque non riflettevano al cielo il colorito blu turchese o verde smeraldo, come i suoi colleghi vicini. Il suo era il grigio, il grigio dell’argento.
I pastori, che solevano condurre le greggi, attirati dall’abbondante erba, avevano deciso di venir a capo di tanto mistero, affermando che il fondo custodisse una grandissima quantità di quel materiale prezioso o vi si celasse un antico tesoro. Come se non bastasse, era giunta voce delle tante testimonianze dei contadini del posto, che giuravano di aver visto più volte dei nani aggirarsi furtivamente sulle sue rive e, addirittura, nuotarvi dentro. Stando alle loro descrizioni, erano dei nani metalliferi e, dunque, doveva esserci per forza qualcosa di prezioso sotto le sue acque.
Questo non era l’unico mistero del lago. Una sua piccola insenatura custodiva da tempo immemorabile una barca dal fasciame scorticato, che a malapena galleggiava. Eppure, stando alle chiacchiere del contado, durante la bella stagione con lo scoccare del mezzogiorno, una splendida fanciulla vestita di bianco vi saliva sopra come niente fosse e prendeva il largo; senza affondare tra i flutti. Nessuno sapeva quale fosse il suo nome e tanto meno che cosa cercasse tra le acque del laghetto. La giovane appariva nel momento di stanca, durante il quale le famiglie si riunivano per il pranzo e spariva al termine del riposo, volatizzandosi come neve al sole, per cui ogni curiosità rimaneva senza alcuna risposta.
Ora accadde che un giorno una vecchia, curva e grinzosa, si fosse attardata, ben oltre al tempo consueto, nel tagliare l’erba lungo la riva del lago, quando gli comparve davanti la giovane dama, che non pose alcuna ritrosia alle sue domande. Si chiamava Elba ed era una figlia del sole. Amava molto il lago e le sue acque argentate; e vi avrebbe trascorso l’intera sua vita, se fosse stata sua facoltà scegliere.
La vecchia non la trattenne oltre. Aveva ancora tanto lavoro da fare e il tempo era poco. Però, la novità era troppo grande da mantenerla per sé, per cui, quando fu di ritorno al paese, raccontò della sua incredibile bellezza e dei suoi modi gentili. Come era normale che fosse, se ne parlò in tutti i filò del contado, commentando il fortuito incontro e le parole dell’anziana signora, giungendo fino all’orecchio di un re dal cuore inacidito, che regnava dal castello di Soracrepa con piglio prepotente e crudele. Colto da una passione irrefrenabile, il re chiese la mano alla figlia del sole, ma la donna, contro ogni aspettativa, chiese del tempo e l’uomo, suo malgrado, lo concesse.
Qualche giorno dopo, Elba ricomparve sulle rive del lago e s’avvicinò alla solita vecchietta; ancora una volta alle prese con il taglio dell’erba. Il suo animo era turbato e molte domande del suo cuore necessitavano di una risposta.
La vecchia depose la falce, con la quale tagliava la giovane erba, e ascoltò l’animo di Elba. L’uomo era sì un re potente, ma il suo animo era malvagio, come pochi possono esserlo. La giovane rimase turbata da queste parole e lo respinse. Abituato ad aver ragione su ogni cosa, il re impazzì di furore di fronte al rifiuto della donna e giurò che avrebbe ucciso l’uomo, che l’avrebbe sposata.
Quando le lunghe giornate assolate furono salutate dal garrire delle rondini, Elba si fece vedere sempre meno, fino a sparire del tutto. Ritornò al suo amato lago, allorquando la neve si scioglie, sotto i dardi infuocati del sole, bagnando la terra per dare nuova vita ai pascoli del circondario.
Da giorni, un giovane pastore conduceva le greggi del comune di Canazei a brucare l’erba e i teneri germogli dei prati vicini al laghetto. Il suo pensiero correva a lei. Stava delle ore ad attenderla ai bordi dello specchio d’acqua. Ogni qual volta la vedeva apparire, il suo cuore batteva all’impazzata, ma lui era un semplice pastore e lei, nientepopodimeno, una figlia del sole.
Accade, alle volte, che l’ardore di un giovane riesca a sopire la propria timidezza e fu così che i due iniziarono a parlare, ma fu solo un preludio dei tanti momenti nei quali s’intrattennero nei giorni seguenti.
Il pastore si chiamava o, meglio, era conosciuto sotto il nome di Bòlpin, che, se proprio vogliamo tradurlo nella nostra lingua corrente, voleva dire volpacchiotto. Il nome gli era stato affibbiato da alcuni cacciatori, che lo avevano scovato ancora in tenerissima età, poco più di un neonato, nel corso di una battuta di caccia. Al caldo di una tana, una femmina di volpe lo aveva allevato amorevolmente come un cucciolo tra i suoi cuccioli. Non so se l’uomo ebbe la stessa pietà con la volpe e i suoi cuccioli, ma il bimbo venne portato giù al paese, che lo adottò. Il giorno che fu in grado di camminare con le sue gambe, le autorità del comune lo assunsero come pastore delle proprie greggi.
Il giovanotto e i suoi modi garbati non erano passati inosservati alla figlia del sole. Provava un sentimento al quale non sapeva dare un nome e s’intratteneva sempre di più con lui, dando sempre meno spazio al suo lago amato.
L’amicizia e la tenerezza, che mal celavano il candore di un nascente amore tra i due, non passarono inosservati alla gente del posto. La vecchia, con la quale si era confidata Elba, prese a sé la figlia del sole e, dopo averne lodato le virtù, le raccontò la sua triste storia. Viso a viso, quasi bisbigliando, la fece partecipe di un grave segreto, uno dei tanti che incombevano sulla vallata. Bòlpin era il figlio di una nobile e facoltosa famiglia del paese dei Cajutes. Il padre di lui si era macchiato di un grave delitto. Aveva ucciso la moglie, dopo averla accusata di averlo tradito. Il frutto del tradimento lo aveva fatto lasciare nella foresta, affinché le fiere ne ghermissero la vita. Invece, contro ogni aspettativa, una volpina, in cerca di cibo per i suoi piccoli, scorse il neonato e lo adottò.
Passarono i giorni e la figlia del sole si innamorò di Bòlpin. Alla fine della terza estate i due giovani si sposarono e il loro focolare divenne una capanna ai bordi del lago amato. Presto dal loro amore nacque un bel bambino. Trascorse poco più e poco meno di un anno, quando il re crudele si presentò con degli armigeri. Uccisero il povero Bòlpin e ne gettarono il corpo nel lago, mentre Elba e suo figlio furono portati a forza nel castello, dove furono rinchiusi in una delle torri. Lì, all’interno di quelle anguste mura, madre e figlio trascorsero tre anni. Un bel giorno, il re li volle al suo cospetto e, ancora una volta, chiese alla donna se fosse disposta a sposarlo, ma al suo nuovo diniego, l’uomo, furente come mai, ordinò che la figlia del sole fosse sbattuta in una prigione ancora più stretta e buia e il bimbo gettato nel canile del maniero. Proprio a causa di ciò, le guardie del castello presero a chiamarlo Cian Bòlpin, cane volpino.
Una donna, moglie di un soldato che non aveva avuto figli, ebbe compassione della sorte toccata al bimbo e, di nascosto, se ne prese cura, pulendolo e pettinandolo ogni giorno. Cian Bòlpin cresceva sereno, giocando con i cani. Le sue risate echeggiavano tra le mura del castello, rasserenando la madre, che passava le ore del giorno a seguire lungo la parete un timido raggio di sole, che entrava dagli spiragli della feritoia della cella.
Tempo dopo, il re la volle ancora al suo cospetto e gli rinnovò l’offerta. Di fronte al suo ennesimo rifiuto, l’uomo minacciò di abbandonare il piccolo nel bosco, piegando l’animo di Elba, che acconsentì al matrimonio.
I giorni a seguire, Elba sembrava appassire come un fiore e, durante le giornate di sole, trascorreva delle ore intere dentro la sua ultima prigione, parlando con un raggio di sole. Gli aveva dato persino un nome. Lo chiamava “Soreghina”, vale a dire “filo di sole”.
Con le prime avvisaglie dell’autunno, Elba rivelò al re che nell’estate successiva il suo desiderio di essere padre avrebbe trovato appagamento, ma disse che subito dopo sarebbe ritornata da dove era venuta. Così come aveva detto, l’estate vide la nascita di una bambina, cui la mamma diede il nome di Soreghina. Il giorno dopo, la donna fece chiamare il re. Il suo tempo era finito e doveva ritornare al sole. Lo esortò ad ascoltare per bene le sue ultime parole. Se avesse trattato bene suo figlio, anche Soreghina sarebbe cresciuta bene. Se, invece, Cian Bòlpin avesse conosciuto la sofferenza, la Mezzanotte silenziosa avrebbe tagliato la vita alla ragazza. Lui sarebbe invecchiato da solo, senza la compagnia di un figlio.
Subito dopo quelle parole, la figlia del sole emise il suo ultimo respiro.
Il re mise sotto la sua ala protettiva il giovane cajutes, ma nelle profondità del suo cuore covava una crescente ostilità nei suoi confronti, soprattutto perché vedeva il ragazzo svilupparsi con grande vigoria, mentre la sua Soreghina cresceva debole e malaticcia.
Ciò che non doveva accadere, capitò in un giorno quando il re venne a sapere che sua figlia si trovava senza forze a letto, nuovamente colta dalla malattia. L’uomo, con uno dei suoi momenti d’ira, colpì violentemente Cian Bòlpin con il frustino e lo cacciò dal suo regno.
Si alternarono molte stagioni e la piccola Soreghina si era fatta una bella fanciulla, ma il volto pallido tradiva la sua infelicità. Buona parte delle giornate le trascorreva avvizzita a letto e, a stento, riusciva a fare qualche passo fuori dalle mura del castello, respirando a pieni polmoni l’aria delle sue montagne.
L’infelice principessa ignorava del tutto il suo profondo legame con il sole e durante i giorni di pioggia e nebbia cadeva in un profondo sonno.
Una mattina, particolarmente bella e soleggiata, invece, capitò qualcosa di diverso. Soreghina si era svegliata con l’animo ben diverso dal solito e una fiaccola di energia splendeva dentro di lei. Uscì fuori e si diresse verso i declivi di una montagna vicina. Cammina e cammina, passo dopo passo, si trovò sfinita e ansimante. Si lasciò andare, adagiandosi sulla parete. Si sporse sul burrone sottostante e qualcosa catturò la sua attenzione. Scorse sul fondo sottostante un corpo, sembrava quello di un giovane e tutto dava l’idea che fosse morto.
Il giovane che giaceva a terra era Ey de Net, Occhio della Notte, un valoroso guerriero della stirpe dei Duranni, scacciato dal regno dei Fanes, perché aveva avuto l’ardire di chiedere la mano della principessa, la vergine guerriera Dolasilla. Dopo aver partecipato, con alterne fortune, a numerose battaglie, si era ritirato tra le sue montagne. Di ritorno da una battuta di caccia tra i declivi del monte Pedonel, sopra la Valle di Fassa, il suo passo non si era dimostrato all’altezza, come la sua presa, e precipitò rovinosamente. Per fortuna, l’impatto non gli fu fatale, ma rimase a terra privo di sensi.
Soreghina non si perse d’animo. Diede a fondo tutte le sue energie e lo raggiunse, scarpinando non poco. Il giovane era malconcio, ma respirava ancora. Dopo averlo rianimato, lo accompagnò in una vicina grotta, dove poteva rimanervi, fino a quando non si sarebbe ristabilito del tutto.
Nei giorni a venire, più di una persona si era meravigliata del fiorire della giovane principessa. Guance e zigomi avevano preso colore e il suo animo appariva rinvigorito. Inoltre, trascorreva molto del suo tempo fuori dalle stanze del castello. Usciva con lo spuntare del sole e vi faceva rientro solo con il tramonto.
Era giunto il culmine dell’estate, quando il re la sentì ridere, come mai l’aveva sentita, e il suo cuore crebbe di gioia e di speranza. La figlia gli si avvicinò e gli raccontò di come aveva trovato il guerriero duranno, di averlo celato alla vista dentro una grotta e di averlo curato. Aggiunse che si era innamorata di lui e chiese al padre il benestare delle nozze. Il re, in cuor suo, non prese per niente bene la confessione della figlia, ma il parere dei medici fu decisivo a questo riguardo. Il motivo della guarigione non era da ricercarsi chissà dove, ma semplicemente all’amore tra i due e il diniego alle nozze avrebbe potuto rimpiombarla nuovamente nella malattia. Così, per quanto a malincuore, al re non rimase altro che soddisfare il desiderio della figlia.
I due novelli sposi andarono a vivere in una casetta tutta di legno su uno dei pendii più assolati e da dove era possibile avere un panorama da mozzafiato sulle vallate vicine. Qui trascorsero delle meravigliose giornate. La fanciulla sembrava essersi ristabilita del tutto. Tutto il giorno era tra i fiori dei prati e sgambettava con l’agilità di un camoscio. Più di una volta Ey de Net si era trovato con il fiatone, tentando vanamente di raggiungerla, mentre s’arrampicava tra le rocce.
I giorni felici corsero veloci come mai e l’autunno si fece vedere con i suoi colori e con i primi freddi. Un pomeriggio, un uomo bussò alla loro porta. Si trattava di un vecchio amico di Ey de Net. Avevano combattuto molte battaglie insieme e, spesso, ne erano usciti da vincitori.
Soreghina li lasciò da soli e uscì fuori per fare quattro passi. Sentì uno strano brivido corrergli su tutto il corpo e rientrò a casa. Messosi uno scialle alle spalle, raggiunse la stanza da letto. Si sentiva affaticata, ma non riusciva a prendere sonno. Una strana agitazione si era fatta strada dentro il suo cuore, ma non ne conosceva il motivo.
Dalla stanza, Soreghina riusciva a sentire le parole dei due uomini, che rievocavano duelli e battaglie. Poi, il tono dei due si fece più sommesso. Era certa che parlassero di lei. La sua curiosità divenne incontenibile e si rialzò, scese la scaletta di legno e si pose ad origliare da dietro una porta.
Come aveva immaginato, Ey de Net stava parlando proprio di lei, di come lo avesse salvato e di quanto grande fosse la devozione di sua moglie. Tuttavia, il suo cuore batteva ancora per Dolasilla, il suo unico e vero grande amore. Appena pronunciò queste parole, l’uomo si sentì pervadere da un senso di colpa. L’amico gli rispose di non dolersi. Si trattava solo di parole, niente di più. Ormai si era fatto tardi ed era giunto il momento di andarsene.
Ey de Net, ormai rimasto da solo, ripensò con tenerezza alla giovane moglie e la volle raggiungere di sopra. Aprì la porta e Soreghina, che vi era appoggiata, cadde morta tra le sue braccia. La mezzanotte l’aveva colta ancora sveglia e gli aveva portato via la sua giovane vita.
Disperato, l’uomo cadde a terra in ginocchio. Strinse a sé il corpo esanime della moglie e, gridando, implorò il suo perdono.
Continua….