Sesto al Reghena, un’abbazia e il “bel tempo che fu”

Il borgo di Sesto al Reghena simboleggia uno delle innumerevoli conferme su quanto si riferisce della nostra Penisola, ossia che ogni angolo d’Italia rappresenti un forziere senza fondo, il cui contenuto è un tesoro di storia e tradizioni antiche, il cui fascino è rimasto inalterato nel corso dei secoli. In effetti, anche questo delizioso borgo è avvolto da una suggestiva atmosfera in cui le diverse età della Storia sembrano amalgamarsi in un tutt’uno per niente testimone di silenti tempi andati. Incastonato nella pianura veneto friulana, Sesto al Reghena è un comune in provincia di Pordenone, che volta le spalle alle località di San Vito al Tagliamento, Chions e Cordovado e guarda a sud ovest alla provincia di Venezia con le località di Gruaro e Cinto Caomaggiore.

In questa terra, come in ogni landa del Friuli-Venezia Giulia, natura e cultura si saldano e ogni cosa sembra essere a misura d’uomo. Gli stessi ritmi e tempi sono scanditi dai ritmi naturali delle stagioni e dal buon vivere, benché, o forse, a causa del suo essere luogo di transito e punto d’incontro tra le genti.

La genesi di Sesto e la sua evoluzione urbana fino alla tarda antichità sono ancora poco note e, ancor più, risulta difficile qualsiasi tentativo di ricostruzione, per   quanto negli ultimi decenni le conoscenze si siano arricchite grazie a nuove scoperte archeologiche, come quelle avvenute a poco meno di un chilometro dal suo centro storico, e il suo stesso toponimo potrebbe offrire molto nel dare un’imbeccata su qualcosa di più di un semplice incanto, ottimale per rinfocolare i tanti miti e leggende che avvolgono queste terre.

Poco distante, in un’area risorgiva si trova il sito archeologico di Pramarine di Sesto, i cui primi ritrovamenti risalgono alla fine degli anni ’70 del secolo scorso. Qui sono state rinvenute delle strutture abitative su bonifica lignea in ambiente umido di età del Bronzo e le testimonianze materiali hanno testato il suo ruolo di cerniera fluida tra le influenze carsiche e quelle venetiche, come altri centri coevi non lontani. La frequentazione di età romana, invece, troverebbe eco nel toponimo, evocando la presenza di una struttura, una stazione stradale, posta al sesto miliario lungo la via che univa la città di Concordia alle località oltramontane, al di là di alcuni rinvenimenti di incerta interpretazione. Comunque sia, di fatto Sesto si identifica intimamente con l’Abbazia di Santa Maria, centro della vita sociale ed economica del territorio.

Le origini del cenacolo risalgono alla prima metà dell’VIII secolo e la sua denominazione completa, Santa Maria in Silvis, deriva dalla presenza di una foresta, della quale oggi non rimane alcuna sopravvivenza. Si trattava di un semplice tempio, legato alla proprietà di un possidente locale e, soprattutto, funzionale alla comunità locale. Di questo originario edificio non si è conservato nulla. Scavi archeologici effettuati a nord dell’attuale abbazia hanno ricavato le dimensioni della struttura e la posizione degli accessi al luogo di culto di un successivo tempio risalente all’epoca medioevale. L’interno era di tipo conventuale, ad una sola navata con in fondo un’abside curvilineo e due piccole cappelle quadrate absidate.

Una “cartula donationis”, redatta nell’abbazia di Nonantola nei pressi di Modena, nel maggio 762, preserva il ricordo della donazione di importanti beni tra il fiume Tagliamento e il Livenza al monastero benedettino maschile di Santa Maria a Sesto al Reghena. Il benefattore, o meglio, gli autori di questo gesto furono tre nobili fratelli e della rispettiva madre, probabilmente legati alla casata ducale. I loro nomi erano Erfo, Anto, Marco e Piltrude. Dopo di che presero i voti, ritirandosi a vita monastica. In particolare, Erfo raggiunse la Toscana e qui fondò il monastero di san Salvatore al Monte Amiata, divenendo il primo abate. Altre donazioni e immunità vennero fatte successivamente da Carlo Magno (775), Lotario I (830), Ludovico II (865), Carlo III (881) e Berengario I (888).

Nella prima metà del X secolo, iniziarono le escursioni degli Ungheri, che percorsero in lungo e in largo le terre dell’Italia settentrionale, devastando tutto ciò che poterono mettere mano. Le pianure friulane furono messe a ferro e fuoco e molte località rischiarono di perdersi per sempre nella memoria storica. Tra queste anche Sesto al Reghena, che, nell’899 conobbe la crudeltà della torma ungara, minacciando la stessa sua esistenza. Dovettero passare molti anni prima che qualcuno ponesse mano alla sua ricostruzione, superando qualsiasi fatalistica rassegnazione. Intorno al 960, l’abate Adalberto II, che guidò Santa Maria fino al 966, la riedificò in buona parte apportandovi sostanziali novità rispetto al passato, fra tutto l’aspetto fortificato con mura, sette torri e i consueti fossati, che avrebbe garantito una certa resistenza di fronte agli attacchi esterni. Si assicurò, inoltre, di creare una cintura fortificata, che prevedesse la costruzione di castelli nei paesi vicini, quali ad esempio Gruaro e Fratta, con l’intento di dare sollievo alla popolazione locale e, allo stesso tempo, di frenare eventuali aggressori in direzione dell’abbazia.

Qualche anno dopo, nel 967, Ottone I, imperatore del Sacro Romano Impero, concesse a Radoaldo, patriarca di Aquileia, l’abbazia di Santa Maria di Sesto e altri beni nella Bassa friulana e veneta, avviando il già in corso sviluppo formativo del processo signorile del patriarcato. Intorno al 1110, l’abbazia riuscì ad affrancarsi dal Patriarcato, ponendosi sotto la potestà del papa e dell’imperatore, determinando così un periodo di particolare prosperità, tanto da divenire uno dei poli più importanti del Friuli e non solo dal punto di vista economico, ma anche in quello culturale. Nella primavera del 1420, lo Stato patriarcale di Aquileia cessa almeno formalmente la sua esistenza e i suoi territori, con l’esclusione di quelli del conte di Gorizia, passarono sotto il dominio della Repubblica di Venezia. A partire dal febbraio del 1441, dopo che i benedettini lasciarono il cenobio, il pontefice Eugenio IV la istituì in commenda, ovvero fu assegnata a prelati secolari, che erano esonerati dalla residenza in loco. Il primo abate commendatario diverrà il cardinale Pietro Barbo, il futuro papa Paolo II, e, dopo quattordici abati successivi, la serie si chiuse con Giovanni Corner. Dopo di che il Senato Veneziano decise la soppressione dell’abbazia, alienandone i beni e i diritti, che furono messi all’asta poco dopo. Nel 1818, la parrocchia di Sesto e buona parte delle sue dipendenze passarono sotto la giurisdizione religiosa del vescovo di Concordia, concludendo di fatto il processo avviato nel febbraio del 1798 con il decreto del Senato Veneto, secondo il quale il vescovo di Concordia avrebbe provveduto alla cura spirituale della parrocchia di Sesto e le sue attinenze sulla destra del Tagliamento, mentre l’arcivescovo di Udine avrebbe curato quelle poste sulla sinistra del fiume. Nel dicembre del 1921, l’autorità pontificia riconobbe nuovamente alla chiesa di Sesto il titolo abbaziale, come l’arciprete venne insignito del titolo di “abate parroco ad honorem”, per ottenere anni dopo un successivo titolo, quello di prelato domestico di Sua Santità. Infine, il 12 maggio 1959, divenne titolare della carica onorifica papale di protonotario apostolico ad instar participantium.

Attraversate le strette e caratteristiche viuzze del paese e raggiunta piazza Cardinale Barbo, si può lasciare l’auto nel parcheggio a pagamento. Un marciapiede ci porta all’ingresso del cuore pulsante del paese ed è costituito da una torre fortificata, la torre Grimani, l’unica delle sette sopravvissuta.

Come in ogni luogo fortificato che si rispetti, la torre era dotata di un ponte levatoio, ma nel Settecento nel corso dei restauri effettuati venne sostituito con un ponte di pietra. Sulla sua facciata un leone di San Marco di fine Quattrocento fa bella mostra di sé, sotto un bassorilievo con lo stemma del cardinale Grimani, affiancato alla sua sinistra da un affresco con lo stemma familiare dell’alto prelato e a destra un altro affresco di cui si ignora il committente. Qualche palmo sotto l’allegoria del buon governo veneziano e della famiglia Grimani, che amministrava la Abbazia di Sesto sia quello che era stato il secolare Patriarcato di Aquileia.

Lasciata alle spalle la Torre, si fa incontro una piazzetta pavimentata. Da qui, con un semplice colpo d’occhio si spazia sull’abbazia e sugli edifici che l’attorniano, a partire dal campanile posto quasi di fronte all’ingresso.

Il campanile, in origine una torre vedetta eretta intorno al 1050 d.C., è alto poco più di una trentina di metri e possiede una base di poco meno di otto metri; la struttura del fusto è del tutto realizzata in mattoni e l’orologio si colloca al Settecento. Adiacente, su un lato vi è un portale rinascimentale, che apre al parco retrostante. Sull’altro lato, invece, si erge un edificio in mattoni, risalente al XII-XIII secolo, che ha subito nel corso del tempo alcune modifiche, conservando in linea di massima le caratteristiche tipologiche e architettoniche originarie, comprese le decorazioni costituite dalle bifore, trifore, quadrifore ed esafore, aperte e chiuse. Forse, la sua particolare collocazione, che lo pone di fronte all’abbazia, centro del potere religioso, e talune indicazioni testimoniali lo indicherebbero come la sede dell’autorità civile, oggi adibito ad asilo.

Dall’altra parte, anch’essa affacciata sulla piazzetta, l’abbazia.

Il suo esterno si muove per mezzo di una loggia e il portico d’ingresso, dove figure e colori narrano storie a chi voglia ancora ascoltarle. Due affreschi del portale, risalenti all’XI -XII secolo, raffigurano il fondatore dell’ordine benedettino e l’arcangelo Gabriele, posto all’interno di una lunetta. Poco sopra, la decorazione si conclude con delle trifore. San Cristoforo, la Madonna con Bambino e i santissimi Pietro e Giovanni battista occupano parte delle mura esterne della loggia; mentre le mura interne scorrono, raffigurando il ciclo affrescato di Carlo Magno seduto tra i suoi vassalli e un’investitura. Dirimpettaia una scala balaustrata accompagna ad un ampio ambiente, definito in origine come il coro notturno dei monaci.

Il vestibolo della chiesa si presenta come un ambiente rettangolare di modeste dimensioni e interamente affrescato, con soffitto a travature scoperte, che gli stemmi sul soffitto tradiscono l’epoca della manifattura, facendola risalire al periodo dell’abate commendatario Pietro Barbo. Subito dopo il portale d’ingresso, lungo la parete di sinistra il ciclo pittorico raffigurante l’inferno, affrescato da Antonio da Firenze tra il 1503 e il 1506; il Paradiso, invece, si modula sulla parete di destra; infine, sulla controfacciata dell’ingresso l’affresco dell’arcangelo Michele, che anticipa le messe in scena che si svolgono lungo le pareti vicine.

Quest’ultima figura è rappresentata con armatura e una lunga spada in mano, mentre calca con il piede sinistro un diavolo, rispettando la tradizione iconografica medioevale, che vede l’arcangelo il capo delle schiere angeliche contro gli angeli ribelli e il “pesatore” di anime, per separare i buoni dai malvagi. Le anime dei retti sono portate in volo in Paradiso, mentre le anime dei dannati sono prese dai diavoli e condotti all’inferno. Per quanto rovinato dal tempo e dall’ingenuità (sic) dei fedeli dei secoli andati, la narrazione dell’inferno è leggibile nei suoi tratti generali. I demoni cacciano con forza le anime dannate, le quali vengono ammassate nei gironi secondo le pene del contrappasso, dando vita ad un’orgia di orrori, con le anime perse sottoposte a torture feroci. Punto focale della composizione è rappresentata dalla figura di Lucifero, immerso fino alla cintola nelle acque del lago del Cocito. Le sue ali sono spiegate e provocano il vento gelido che flagellano le acque gelate del lago, dove le anime dei traditori sono immerse nella distesa ghiacciata fino alle spalle; ed è colto nel mentre maciulla i corpi, forse da individuare in Bruto, Cassio e Giuda, dopo averli stritolati con le mani.

Risaliti i gironi infernali e progrediti oltre i sette cieli dell’empireo del Paradiso, contraddistinti dai cori di cherubini e serafini, l’inquadramento scenografico si sofferma sulla figura di Maria, incoronata dal Figlio, che indossa la tunica rossa, colore che rimanda al martirio, e mantello azzurro, richiamo alla regalità. La Vergine, genuflessa, è colta in preghiera ed è avvolta da un mantello di stelle. Ai lati sono disposte le fila dei Beati, tutti quanti riconoscibili dai loro simboli o figure. Si distinguono in alto i Giusti dell’Antico Testamento, sotto gli Apostoli e gli Evangelisti. Quindi si osservano i Padri, i Dottori gli Eremiti i fondatori degli ordini e, infine, le donne sante. Una corona di angeli festanti, che si tengono la mano l’uno con l’altro, esultano intorno; mentre altri sono intenti a cantare quando altri ancora sono alle prese con strumenti musicali.

A sinistra del vestibolo una piccola stanza adibita a piccolo Museo con i reperti archeologici per lo più di epoca medioevale rinvenuti nel territorio. La stanzetta è adornata altresì da un affresco raffigurante l’abbazia stessa, circondata da mura e torri. Dalla parte opposta si apre la Sala delle Udienze, l’originario refettorio degli abati, oggi piccola pinacoteca, dove è possibile osservare “l’Immacolata in gloria tra i santi Francesco di Paola”, Girolamo, Eurosia e Martino vescovo e Sant’Andrea con i santi Giovanni Battista e Luciano martire”, attribuite a Biagio Cestari di Osoppo, artista del XVIII secolo. La chiesa, divisa in tre navate da pilastri a forma quadrangolare, appare ricca nelle decorazioni e negli arredi, tra i quali risaltano i notevoli affreschi parietali, come quello risalente al Trecento, posto subito a destra della porta d’ingresso. La sua narrazione con sfondo allegorico e moraleggiante è un tema iconografico medioevale con funzione di “memento mori” (ricordati che devi morire), come il “Trionfo della Morte” e la “Danza Macabra”.

Il soggetto narra di tre nobili a cavallo all’interno di un bosco, quando si trovano inaspettatamente davanti a tre bare con tre corpi in tre fasi di decomposizione. I cavalieri reagiscono in modo diverso. Il primo si allontana all’istante; il secondo, terrificato, si copre il viso con le mani; infine, il terzo si copre il naso, quando un monaco esce alla vista dal suo eremo e legge la sua meditazione sulla vanità della vita. Nel presbiterio rimarchevoli sono le pitture di scuola giottesca del XIV secolo, come quelle presenti nell’abside quale l’Incoronazione della Vergine e la Natività del Cristo. Tra le opere della navata centrale, si rammentano il “San Benedetto istruisce i monaci” e il “San Benedetto conforta i poveri”; e, sul transetto, il notevole “Lignum Vitae”.

La sottostante e suggestiva cripta si presenta divisa da colonnine e copertura a volta, e custodisce l’urna di Sant’Anastasia dell’VIII secolo di marmo decorato, decisamente reimpiego di resti di una cattedra. Per ultime, le sculture del XIII secolo ritraente l’Annunciazione con angelo e la Vergine, inseriti in una nicchia,

e la Pietà (Vesperbild) del XV secolo attribuita alla scuola nordica.

Ritornati all’esterno, adiacente alla loggetta e all’accesso del vestibolo della chiesa vi è l’attuale Palazzo del Comune. Il passato architettonico dell’edificio trae le proprie origini tra il XII e il XIII secolo con la destinazione di residenza abbaziale, per finire, intorno alla fine dell’Ottocento, la sede municipale. La facciata principale è decorata con quattro stemmi fatti tra il XVII e il XVIII dagli abati commendatari.

Dietro la casa municipale, un’altra sorpresa. Delle pietre ricostruiscono in superficie il luogo dove sorgeva la chiesa medioevale, subito ricoperta dopo le indagini archeologiche, che si organizzava intorno ad una pianta costituita da una navata con abside a semicerchio, affiancata da due cappelle a pianta quadrata, anch’essi con abside.

Sesto al Reghena è un luogo incantevole, che regala emozioni profonde di un “bel tempo che fu”, malgrado l’incedere del tempo, combattuto non solo con la storia e le bellezze artistiche, ma anche con l’ospitalità che lo contraddistingue tanto da averlo fatto balzare agli onori nazionali, come uno dei borghi più belli d’Italia.

Buon Compleanno Venezia

E’ una giornata di festa per i veneziani e per i veneziani amanti di Dante, il sommo poeta

Il santuario della Verna. Il Calvario Serafico

Poco lontano dal comune di Chiusi della Verna, in provincia di Arezzo, vi è un mondo senza tempo, dove il pellegrino o il visitatore, con la sua necessità di meditare e, magari, pregare, trova la sua pace e la sua rigenerazione interiore, aiutato dalla bellezza dei paesaggi e dei luoghi, nonché dal patrimonio artistico esistente, che racconta di una tradizione storica e spirituale secolare, il cui “genius loci” affonda le sue radici in san Francesco, il santo di Assisi.
Il Santuario della Verna, il Calvario Serafico delle stigmate di san Francesco, è situato nel versante occidentale del monte Penna, alla ragguardevole altezza di 1129 metri d’altezza; ed è immerso in uno scenario naturale come pochi, fronzuto da un mare senza fine di faggi ed abeti bianchi. Dante Alighieri rievoca la montagna nell’undicesimo canto del Paradiso:
“Nel crudo sasso intra Tevere ed Arno
da Cristo prese l’ultimo sigillo,
che le sue membra due anni portarono”.
Invece, i primi biografi del santo di Assisi, tra cui Tommaso di Celano, la ricordano sotto il nome di Alvernia, da cui l’attuale Verna.
Nella primavera del 1213, Francesco stava percorrendo il Montefeltro, assieme al frate Leone, quando le circostanze fecero sì che salirono al castello di San Leo, in occasione dell’investitura di un cavaliere. Tra gli invitati vi erano i maggiorenti dei territori vicini e, fra questi, vi era il messere Orlando Catani, signore di Chiusi per investitura del vescovo di Arezzo. Orlando Catani era un uomo timorato di Dio e desiderava da lungo tempo conoscere Francesco, nonché ascoltare con le proprie orecchie le sue celebri quanto mai “sconvolgenti” prediche. Il nobiluomo ebbe non solo la possibilità di vederlo, ma si trovò nella fortunata condizione di rivelargli quanto dimorava nel suo animo. Dopo di che offrì al santo un monte che ben si addiceva alla sua ricerca di penitenza e solitudine:
“Io ho in Toscana un monte devotissimo, il quale è molto solitario e salvatico ed è troppo bene atto a chi volesse fare penitenza in luogo rimosso dalla gente, o a chi desidera vita solitaria. S’egli ti piacesse, volentieri il donerei a te e a’ tuoi compagni per la salute dell’anima mia”. (Della prima considerazione delle sacre sante istimate).
Il Catani e i suoi familiari non limitarono il loro zelo al solo dono del monte, ma agevolarono la costruzione delle prime celle e sostennero ogni “necessità corporale” dei frati, fino ad aiutarli alla costruzione della chiesetta di Santa Maria degli Angeli, eretta tra il 1216 e il 1218, secondo le indicazioni della Vergine apparsa a Francesco.
Da quel momento, Francesco passò ogni anno dei lunghi periodi di ritiro a Verna, dove ebbe modo di “star solitario e raccogliermi con Dio e dinanzi a lui piagnere i miei peccati”, fino alla richiesta di provare “nell’anima e nel corpo mio, quanto è possibile, quel dolore che tu, dolce Gesù, sostenesti nell’ora della tua acerbissima passione…”; e di sentire “nel cuore mio, quanto è possibile, quello eccessivo amore del quale tu, figliolo di Dio, eri acceso a sostenere volentieri tanta passione per noi peccatori”. (Della terza considerazione delle sacre sante istimate).
La sua preghiera di divenire il ritratto visibile di Gesù fu esaudita e il suo corpo fu segnato dalle stesse piaghe della Passione di Cristo.
Tempo dopo, san Bonaventura da Bagnoregio, suo biografo, lasciò scritto: “Un mattino, all’appressarsi della festa dell’Esaltazione della santa Croce, mentre pregava sul fianco del monte, vide la figura come di un serafino, con sei ali tanto luminose quanto infocate, discendere dalla sublimità dei cieli: esso, con rapidissimo volo, tenendosi librato nell’aria, giunse vicino all’uomo di Dio, e allora apparve tra le sue ali l’effige di un uomo crocifisso, che aveva mani e piedi stesi e confitti sulla croce. Due ali si alzavano sopra il suo capo, due si stendevano a volare e due velavano tutto il corpo. A quella vista si stupì fortemente, mentre gioia e tristezza gli inondavano il cuore. Provava letizia per l’atteggiamento gentile, con il quale si vedeva guardato da Cristo, sotto la figura del serafino. Ma il vederlo confitto in croce gli trapassava l’anima con la spada dolorosa della compassione. Fissava, pieno di stupore, quella visione così misteriosa, conscio che l’infermità della passione non poteva assolutamente coesistere con la natura spirituale e immortale del serafino. Ma da qui comprese, finalmente, per divina rivelazione, lo scopo per cui la divina provvidenza aveva mostrato al suo sguardo quella visione, cioè quello di fargli conoscere anticipatamente che lui, l’amico di Cristo, stava per essere trasformato tutto nel ritratto visibile di Cristo Gesù crocifisso, non mediante il martirio della carne, ma mediante l’incendio dello spirito” (Leg. Maj., I, 13, 3).

Giotto, 1295-1299, San Francesco riceve le stimmate, Basilica superiore di Assisi


San Bonaventura, inoltre, riporta che la visione lasciò nel Santo “un ardore mirabile e segni altrettanto meravigliosi lasciò impressi nella sua carne. Subito, infatti, nelle sue mani e nei suoi piedi, incominciarono ad apparire segni di chiodi, come quelli che poco prima aveva osservato nell’immagine dell’uomo crocifisso. Le mani e i piedi, proprio al centro, si vedevano confitte ai chiodi; le capocchie dei chiodi sporgevano nella parte interna delle mani e nella parte superiore dei piedi, mentre le punte sporgevano dalla parte opposta. Le capocchie nelle mani e nei piedi erano rotonde e nere; le punte, invece, erano allungate, piegate all’indietro e come ribattute, ed uscivano dalla carne stessa, sporgendo sul resto della carne. Il fianco destro era come trapassato da una lancia e coperto da una cicatrice rossa, che spesso emanava sacro sangue, imbevendo la tonaca e le mutande” (Leg. Maj., I, 13, 3).
Tommaso da Celano, nella sua “Vita Prima di S. Francesco d’Assisi”, sottolineò che “era meraviglioso scorgere al centro delle mani e dei piedi (del santo), non i fori dei chiodi, ma i chiodi medesimi formati di carne dal color del ferro e il costato imporporato dal sangue. E quelle stimmate di martirio non incutevano timore a nessuno, bensì conferivano decoro e ornamento, come pietruzze nere in un pavimento candido” (II, 113).
Una selciata conduce al Santuario e, dopo aver superato un arco in cui vi campeggia la scritta “Non est in toto sanctior orbe mons” – Non vi è in tutto il mondo un monte più sacro -, si arriva al piazzale lastricato del Quadrante, così chiamato per la meridiana sulla parete del campanile della vicina basilica. Di fronte, una croce di legno domina sulle vallate circostanti del Casentino e della Valtiberina.

Nelle immediate vicinanze, la Basilica dedicata alla Madonna Assunta. La posa della prima pietra avvenne nel 1349, ma i lavori si completarono ufficialmente solo nel 1568. La Basilica si presenta con pianta latina e ad una sola navata ed è coperta da volte a crociera.

Al suo interno sono custodite delle opere di un notevole valore storico e artistico, per lo più distribuite nelle cappelle della Natività, dell’Annunciazione e dell’Ascensione. Tra le opere di maggiore pregio a decoro dell’ambiente spiccano le ceramiche di Andrea della Robbia e della sua scuola.

Andrea della Robbia, 1480, Ascensione di Gesù

A ridosso dell’edificio, un portico rinascimentale, in buona parte ricostruito ai nostri tempi, corre lungo la parete destra, arrivando a lambire il campanile.

Saio di San Francesco presso Cappella delle Reliquie all’interno della Basilica


Poco in là, la chiesa di Santa Maria degli Angeli con il suo caratteristico campanile a vela, in cui si può ammirare la piccola campana, che la tradizione vuole essere stata un dono di San Bonaventura, benché il sigillo tradisca la sua fusione a Pisa nel 1257. Sulla facciata, preceduta da un portico, si osservano degli stemmi, tra i quali quello del comune di Firenze e dell’Arte della Lana. L’edificio non è quello immediatamente successivo all’apparizione della Vergine a Francesco, ma risente di alcune significative modiche strutturali avvenute nel corso dei secoli.


Il convento vero e proprio è costituito da cinque chiostri e su uno di essi, risalente al Quattrocento, trovano posto sul piano superiore le celle dei frati, ciascuna delle quali abbellita al suo ingresso da medaglioni dipinti, raffiguranti santi e beati dell’ordine francescano. Qualche passo e si raggiunge il Corridoio delle Stimmate. Una tarda leggenda con i motivi cari a Francesco racconta le origini di questo ambiente. Una notte d’inverno, la solita processione dei frati dalla chiesa della Madonna della Assunta alla Cappella delle Stimmate non poté compiersi a causa di una forte tormenta di neve. L’indomani, si trovarono sulla neve numerose orme lungo il percorso della cerimonia. Gli animali del bosco, cari al Santo, avevano sostituito i frati.
Il corridoio, tirato su tra il 1578 e il 1582, è abbellito da 22 affreschi,

che raccontano la vita di Francesco, e permette l’accesso al vero cuore pulsante dell’intero complesso conventuale, la Cappella delle Stimmate, elevata nel 1263 dal conte Simone da Battifolle sul luogo dove san Francesco ricevette le stimmate. L’ingresso della cappella è impreziosito da un tondo della Scuola del celebre Andrea della Robbia, raffigurante la “Madonna col Bambino”, mentre sulla parete di fondo trova posto una pala monumentale di terracotta invetriata, con la “Crocifissione coi Dolenti, Angeli e i Santi Francesco e Girolamo” di Andrea della Robbia.

Una lastra di cristallo sul pavimento preserva la pietra, sopra la quale sgocciolò il sangue del santo al momento delle Stimmate.
Attraverso il corridoio si accede, inoltre, alla grotta, dove, tra massi di misura diversa, uno di questi è protetto da una griglia di ferro. Si tratta del “letto di San Francesco”, sopra il quale il santo riposava e la protezione si è resa necessaria, poiché non di rado i visitatori asportavano piccoli pezzi.
Dalla vicina Cappella di San Bonaventura, realizzata nel 1480 quale area sepolcrale per i frati custodi della Cappella delle Stimmate, si può risalire all’oratorio di Sant’Antonio da Padova,

che dimorò in questo luogo, e da qui, attraverso una scala, si può uscire all’esterno, affacciandosi sul cosiddetto “precipizio”, dove, secondo la leggenda, san Francesco venne tentato dal demonio, cercando di farlo precipitare nel baratro, ma la pietra indietreggiò formando una piccola cavità (oggi chiusa da una grata), che permise al santo di salvarsi.


Nei pressi della Basilica, una rampa di scala permette l’accesso alla Cappella della Maddalena, innalzata sopra la prima cella di Francesco, una semplice capanna di paglia e frasche. Un giorno, mentre Francesco pregava, comparve Gesù, che andò a sedersi su una pietra che il santo adoperava come tavola per i suoi pasti frugali, iniziando a conversare con lui. Secoli dopo, nel 1719, la pietra venne inserita sul piano dell’altare, protetta da una lastra di vetro.
Andati fuori dalla Cappella della Maddalena, una scalinata in discesa permette di visitare un altro dei posti cari al santo, il “sasso spicco”, un’enorme roccia che sporge sopra un altro masso. Qui Francesco soleva passare delle ore, meditando sulla passione del Cristo, aiutato da quanto lo circondava. I passi evangelici, che lo avevano guidato in ogni suo passo, raccontavano di forti terremoti, dopo l’ultimo respiro di Gesù sulla croce, e, in questo posto, i giochi della natura danno davvero l’idea del sommovimento di mondo sottosopra fatto di massi spezzati e dalle forme più improbabili.


Una visita alla Verna non è certamente solo un momento di serenità, silenzio e tranquillità, magari di tendenza per la sua natura semplice e maestosa, ma è l’occasione di partecipare a quella particolare energia che permea l’intera montagna, il luogo per eccellenza nel quale il Santo d’Assisi e Patrono d’Italia amava ritirarsi, cercando una più intima comunione con Dio

Scorci di Venezia

Isola della Giudecca. Passarella felina. L’amore veneziano per i felini

Caorle. Nata dalla spuma del mare

I gioielli che costellano il litorale adriatico italiano sono innumerevoli e in ciascuno di essi si può respirare il vero carattere dei suoi abitanti, una meravigliosa natura e una storia lunga millenni. Tra questi, adagiato su un tratto della costa dell’alto Adriatico, non lontano dal golfo di Venezia, sorge un piccolo borgo, che tramanda melodie e novelle, le cui partiture e le vicende riportano intrecci da mille e una notte, dove ogni sua singola parte potrebbe senza dubbio iniziare con il fiabesco “c’era una volta”.

La piccola Cenerentola con i suoi abiti dai colori vivaci ha dovuto affrontare dei vissuti straordinari, alcuni dei quali nulla poterono la tenacia della popolazione. Si trovò ad ingaggiare per la sua stessa sopravvivenza una lunga e mai sopita lotta contro la forza dei fiumi e l’altalenante gioco, quasi capriccioso, del fondo marino e terrestre; e, per finire, complici le grandi bonifiche dell’età moderna, si vide perdere per sempre il suo volto insulare. Visse sulla propria pelle i momenti drammatici della parabola finale dell’Impero romano e, come le sue sorelle poco lontane, offrì la sua anima alla creazione della grande porta d’oriente, che la storia prese a ricordare con il nome di Venezia. Peraltro, quasi volesse far proprie le parole di Jean Paul Sartre, secondo cui “la storia non è altro che il presente che prende coscienza del passato”, non ha mai perso di vista il suo antico legame con l’area continentale alle sue spalle.

Caorle è una delle località turistiche più conosciute ed apprezzate del mare Adriatico e con la sua magia è riuscita ad ammaliare generazioni di famiglie di europei e di italiani. I visitatori di ogni età smarriscono la cognizione del tempo nel suo centro storico, un’amalgama di paesaggi, arte, cultura, all’interno del quale è possibile “perdersi” nelle sue calli, nei suoi campielli e nei Rio Terà (canali interrati).

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Durante la bella stagione, gli stabilimenti balneari delle spiagge di Levante e di Ponente diventano la meta preferita dei turisti, anche per gli amici a quattro zampe, con ampi spazi a loro dedicati; senza dimenticare i chilometri di spiaggia dei lidi di Porto Santa Margherita, Altanea, Duna Verde e Brussa;

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quest’ultima custode dell’oasi naturalistica di Vallevecchia con i suoi “casoni”, le vecchie abitazioni dei pescatori dagli alti tetti impagliati.

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Ma è sul far della sera che il cuore millenario del borgo sboccia in tutta la sua vivacità. I visitatori si riversano nei negozi, nelle botteghe, nei tanti ristoranti e le locande, dove, in piedi o seduti più comodamente ai tavoli, è possibile assaporare i migliori piatti della tradizione popolare veneta, un vero e proprio concerto di colori e profumi. Oppure, sedotti dalle brezze marine e dallo scroscio delle onde, si mettono a passeggiare sul lungomare, raggiungendo il santuario della Madonna dell’Angelo, gettando di tanto in tanto lo sguardo sulle sculture, realizzate sugli scogli da artisti di rilevanza internazionale.

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Nulla avviene per caso e tanto meno è stato un gioco del destino, se la cittadina lagunare ha sedotto il cuore e l’anima di poeti e scrittori, che si sono avventurati a viverne l’anima più profonda. Negli anni Cinquanta del secolo scorso, il grande scrittore americano e “vecchio fanatico del Veneto” Ernest Hemingway, ospite del barone veneziano Raimondo Franchetti, amava trascorrere le sue giornate tra Caorle e San Gaetano, frazioncina caorlotta, dove si dedicava alla caccia delle anatre e i cui paesaggi divennero il palcoscenico naturale del libro in parte autobiografico “Di là del fiume e tra gli alberi”, la cui trama racconta dell’amore del protagonista per Renata, una nobile ventenne veneziana, nella vita reale la splendida nobildonna Adriana Ivancich, il suo “ultimo e unico e vero amore” e musa del suo genio, che troverà ragione nel capolavoro de “Il vecchio e il mare”.

Se volessimo dare un’età precisa su quando l’uomo prese a calpestare e popolare questa area, la risposta, almeno stando alle attuali conoscenze, è assai difficile. Di certo, i più antichi segni della presenza umana risalgono a tempi molto lontani e sono legati ai primi episodi di colonizzazione del territorio da parte di una comunità organizzata, inquadrata nel fenomeno culturale, che interessò il Veneto orientale e occidentale, nel pieno dell’età del Bronzo, fondando primitivi insediamenti di tipo palafitticolo.

Un’importante scoperta avvenuta nel 1994 a pochi chilometri dal centro cittadino, nella località di San Gaetano, ha permesso di avanzare molto di più di una semplice ipotesi. Le indagini archeologiche hanno evocato l’epoca dei grandi viaggi compiuti dagli equipaggi levantini nel corso del XV-XIV sec. a.C. alla scoperta del Mediterraneo occidentale, toccando, peraltro, i centri costieri del basso Adriatico della Puglia, dove contribuirono alla formazione dei locali punti commerciali, che presto assunsero la funzione di veri e propri “emporia”, come ad esempio i siti di Roca Vecchia e Torre dell’Orso, a poco più di una ventina di chilometri dall’odierna Otranto. Da questi porti di roccia calcarea presero il mare verso nord i vascelli, spinti dallo spirito di avventura e dalla ricerca di materie prime, in particolare i metalli, portando, a loro volta, le loro tecnologie e i prodotti manifatturieri dal sapore mediorientale. Ancora una volta, le acque del Mediterraneo si trovarono a congiungere diverse aree culturali, che avevano una loro storia nel Mediterraneo, la cui connessione evolse nella storia del Mediterraneo. Sul vissuto di questo contesto si deve l’evoluzione dell’insediamento di San Gaetano.

La sua posizione geografica era stata determinante e, a sua volta, qualificante, da rendere il villaggio uno dei nodi del sistema delle direttrici commerciali, imperniato sul grande polo di Frattesina, oggi piccolo borgo del Polesine, ma allora il principale centro emporiale dell’Adriatico settentrionale; vero e proprio interfaccia regionale tra il Mediterraneo centro orientale e le aree alpine e continentali, attraverso la navigazione delle direttrici fluviali (Bianchin Citton 1996, 2011; Càssola Guida 2003).

Le indagini hanno permesso di registrare una successione di fasi di occupazione e la sovrapposizione di strutture. L’iniziale popolamento dell’area è documentato da materiali fittili e vascolari in un arco compreso tra l’età del bronzo recente e recente evoluto (XIII – XII sec. a.C.); l’abitato, posto in un contesto lagunare e prossimo alla costa, era collocato al di sopra della giacitura primaria, costituita da una bonifica a strutture lignee per lo più orizzontali, e le singole capanne, forse, dovevano presentarsi con l’elevato in legno o ramaglie. Il secondo ciclo coincide tra il bronzo finale (XI-X sec. a.C.) e la prima età del ferro (IX sec. a.C.), durante il quale l’abitato si trovò ad affrontare il problema dell’ingressione marina, che obbligherà a breve la popolazione ad emigrare verso un sito più sicuro, magari su dosso e terrazzamento, e dare vita ad una nuova entità proto urbana.

Secoli dopo, un uomo nativo di Como e morto a Stabia nella famosa eruzione del Vesuvio nell’agosto del 79 d.C., traccia un disegno, magari disadorno e stringato, ma comunque capace di illuminare su quanto era accaduto in tutto quel tempo in questi luoghi, evidenziandone le espressioni urbane in rapporto con il territorio. Plinio il Vecchio, infatti, quando si pone a descrivere la decima regio, ricorda tra le altre cose la regione “maritima” con le sue cittadine della fascia costiera, che possedevano lo sbocco al mare, attraverso determinati transhipment posti sulle foci dei fiumi, che permettevano il trasbordo di merci dalle navi di maggiore tonnellaggio al naviglio minore.

“Sequitur decima regio Italiae, Hadriatico mari adposita, cuius Venetia, fluvius Silis ex montibus Tarvisanis, oppidum Altinum, flumen Liquentia ex montibus Opiterginis et portus eodem nomine, colonia Concordia, flumina et portus Reatinum, Tiliaventum Maius Minusque, Anaxum, quo Varamus defluit, Alsa, Natisa cum Turro, praefluentes  Aquileiam coloniam  XV p. a mari sitam.”

(Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, III, 126-130)

Così la nostra fonte conserva il ricordo del “Portus Reatinum”, il porto a mare della colonia latina Iulia Concordia, per mezzo del fiume Lemene (Reatinum), e il “Portus Liquentia”, emanazione degli interessi commerciali dell’antica “Opitergium”, l’odierna Oderzo.

Purtroppo, la storia non è stata generosa con l’attività umana, le sue strette connessioni, trame e le reciproche influenze. Di questi porti è rimasto solo un vago ricordo, sorretto da incertezze e da ipotesi, talora fantasiose o poco più di aneddoti. Comunque sia, il “Portus Reatinum” si è voluto indentificare nell’attuale porto di Falconera, conosciuto nel XVI secolo come il porto di “Mezo Lido” (ASV, SEA, Livenza, dis. 17);

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mentre il “Portus Liquentia”, pur in assenza di dati oggettivi in merito, si suole ubicarlo a valle dell’attuale centro abitato di Caorle, forse a qualche decina di metri a mare, dato che in epoca romana il livello delle acque marine era più basso di quello attuale di almeno due metri. A questo proposito, lo storico Trino Bottani, autore di una storia su Caorle, edita nel 1811, offre interessanti annotazioni, testimoniando che “tuttora colla marea si osservano delle grosse muraglie poco distanti dal Monte ossia Argine, che…serve di difesa alla città né grandi sciroccali” (Storia della città di Caorle, T. Bottani, p.65).

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Al di là di ciò, della Caorle in età romana si sa ben poco. Il quadro frastagliato dell’assenza di testimonianze sicure al proposito troverebbe di contralto i ritrovamenti in mare di anfore e ancore, per lo più databili all’arco temporale che va dal II sec. a.C. al IV sec. d.C.; e, in aggiunta, i resti architettonici visibili ancora oggi nei pressi del duomo cittadino, nonché le are del I sec. d. C., per tracciare una linea mediana nell’interpretazione della Caorle romana, anche se non si può escludere che si tratti di “spolia”, provenienti dai centri romani vicini e reimpiegati per l’edificazione della città in epoca medioevale.

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Pur con tutte le riserve del caso, le origini insediative dell’isola andrebbero ricercate nella funzione portuale, che trovava ragione nell’essere porto di trasbordo a mare della vicinissima colonia di Concordia, con tutte le potenzialità di sviluppo in termini di attività e della crescita dello stesso insediamento. Mentre il suo primo e vero proprio impianto urbano risale forse al V secolo, all’epoca delle grandi invasioni barbariche, con l’apporto dei numerosi profughi, provenienti dai vicini centri, in particolare da Concordia. Le guerre gotiche prima e la successiva occupazione della Venezia terrestre da parte dei Longobardi diedero nuovi impulsi alla connotazione urbana dell’isola, divenendo un centro fortificato tra i più floridi, dotato di due chiese, l’una dedicata a santo Stefano protomartire e l’altra conosciuta con il nome di “Opetroine”, e un episcopio per il fuggiasco vescovo di Concordia (Origo Civitatum seu Venetiarum. Chronicon Altinate, Editio Secunda, Roma 1933, p. 76). La sua popolazione, ordinata militarmente, era costituita da ricchi proprietari, ecclesiastici, artigiani e qualche commerciante ed esprimevano annualmente il tribuno, con funzioni militari e civili. Nelle terre circostanti, invece, si trovavano le coltivazioni per lo più a frutteti, a orti e a vigneti, per lo più curate da contadini liberi.

Il Pactum Lotharii, stipulato il 22 novembre 840, che di fatto riconosceva l’autonomia del Ducato già raggiunta nel 751 con la caduta di Ravenna in mano dei Longobardi e la scomparsa dell’esarcato, ricorda le 18 comunità del Ducato e, finalmente, registra il nome dell’odierna Caorle, ricordandolo come “Caprulas”. Secondo l’etimologia comunemente accettata, il nome trovava una sua origine dalla presenza di capre selvatiche nell’isola; più suggestiva, invece, un’altra lettura che la rimanderebbe alla dea osco umbra Kipris, nata dalla spuma del mare, venerata lungo le coste il cui culto, con l’avvento del cristianesimo, fu sostituito da quello mariano (A. Niero, in AAAd, XXXIII, 1988, 76/77).

Le città rivierasche venete dovettero fare i conti con la minaccia delle incursioni dei pirati slavi, che più di un’occasione avevano assalito e saccheggiato alcuni di questi centri, tra cui la stessa Caorle. Tra le tante scorrerie, si ricorda quella avvenuta nel 846, durante la quale il centro caprulano fu devastato e quasi raso alle fondamenta. Un’altra scorribanda, che si fissò nella memoria collettiva della Serenissima, avvenne tra il 944 e il 948, forse sotto l’egida del patriarcato di Aquileia, quando i pirati slavi irruppero nella cattedrale di San Pietro a Castello, durante lo sposalizio collettivo, che si svolgeva il 31 gennaio, alla vigilia della festa della Purificazione di Maria. I pirati rapirono le spose e i ricchi corredi, per poi veleggiare in direzione di Caorle. Il doge Candiano III li raggiunse a Santa Margherita di Caorle e li giustiziò sul posto, e da allora la località prese il nome di Porto delle Donzelle (oggi Porto Santa Margherita).

A partire dall’XI secolo, la vivacità economica della città permise un nuovo incremento costruttivo, che trovò il suo compimento nella costruzione della nuova cattedrale di Santo Stefano e della torre del campanile, benché la natura e la mano dell’uomo avessero messo del proprio per vanificare ogni sforzo. Le fonti cronachistiche, infatti, ricordano due catastrofi naturali che provocarono numerose distruzioni in tutto il litorale veneto, in particolare il terremoto e il conseguente maremoto, avvenuto il 3 gennaio 1117, che portò alla scomparsa del centro di Malamocco, già semi-abbandonato per le continue ingressioni marine.

Alle catastrofi naturali si aggiunsero i fatti d’arme, allorché qualche anno dopo Federico Barbarossa indusse Ferrara e Padova ad attaccare Cavarzere, città veneziana, e il patriarca di Aquileia, il saccheggio di Grado. Le armate veneziane corsero in aiuto delle due città, il che diede modo alle milizie trevigiane di muoversi verso Caorle, che pensavano sguarnita. Invece, stando alla tradizione, le donne caorlotte non si persero d’animo. Indossarono le vesti maschili e brandendo le armi come provetti combattenti, non solo respinsero l’attacco, ma costrinsero alla fuga le truppe trevigiane.

La lunga guerra tra Venezia e Genova lasciò tracce indelebili anche a Caorle, che fu più volte assaltata e data alle fiamme; come l’estenuante contesa con il patriarcato di Aquileia aveva più volte messo in forse la sua stessa esistenza. Ogni qual volta si accendevano i fuochi della guerra tra Venezia e il patriarcato di Aquileia, le truppe patriarchine di Marano assalivano Caorle, vero e proprio avamposto veneziano.

Solo con la conquista del Friuli da parte di Venezia, la cittadina poté assaporare un periodo di pace e prosperità, sebbene, a partire dal XII secolo le più importanti maggiori famiglie di Caorle avevano cominciato ad emigrare a Venezia, per partecipare alla vita politica ed economica. A partire dal XV secolo si avviò una nuova edificazione della città, in gran parte segnata dagli avvenimenti bellici del passato, la cui fisionomia rimase a grandi linee sino alla caduta della Repubblica di Venezia.

Un forte scossone sociale ed economico si fece sentire verso la metà del ‘600, allorché il Senato Veneto mise mano ai corsi fluviali e procedette alla confisca e alla vendita della laguna caprulana (29 agosto 1642), che venne divisa in 20 prese. La nuova trasformazione territoriale fece perdere definitivamente a Caorle la sua secolare identità di isola; inoltre, i proprietari delle Prese lagunari, intenti a chiudere canali e barene per una resa produttiva, resero la vitale laguna una palude, in buona parte malsana; detto il provvedimento, inoltre, aveva sottratto alla popolazione la principale delle risorse economiche della popolazione: la pesca. A partire dall’Ottocento, si cominciò a prosciugare le terre in vista di un uso agricolo, che trasformò nuovamente il paesaggio in una grande distesa di campi, tranne per alcune zone riservate a divenire delle valli da pesca private.

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Nel corso del Primo conflitto mondiale, dopo la disfatta dell’esercito italiano a Caporetto dell’ottobre 1917, la popolazione caorlotta si trovò costretta ad emigrare nel sud Italia e i Comandi italiani pensarono bene di allagare i terreni agricoli e di distruggere le opere di bonifica, al fine di rallentare l’avanzata austriaca verso il Piave. Quando i profughi fecero il loro rientro nel 1919, il panorama che si profilava davanti ai loro occhi era tra i più disastrosi, ma abituati al lavoro, senza lasciarsi prendere dallo sconforto, iniziarono a prosciugare i terreni e ripristinarono le grandi idrovore.

Passata più o meno indenne al secondo conflitto mondiale, la cittadina ha sviluppato la sua vocazione turistica negli anni Cinquanta fino ad arrivare ad oggi con oltre 200 strutture alberghiere, migliaia di appartamenti per vacanza, villaggi turistici a iosa e un migliaio di posti barca nelle darsene cittadine; senza mai perdere la propria identità, la propria anima ben rappresentata dalla cattedrale di Santo Stefano, dal caratteristico campanile, dal porto peschereccio e, soprattutto, dall’ospitalità della gente di Caorle.

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