Caorle. Nata dalla spuma del mare

I gioielli che costellano il litorale adriatico italiano sono innumerevoli e in ciascuno di essi si può respirare il vero carattere dei suoi abitanti, una meravigliosa natura e una storia lunga millenni. Tra questi, adagiato su un tratto della costa dell’alto Adriatico, non lontano dal golfo di Venezia, sorge un piccolo borgo, che tramanda melodie e novelle, le cui partiture e le vicende riportano intrecci da mille e una notte, dove ogni sua singola parte potrebbe senza dubbio iniziare con il fiabesco “c’era una volta”.

La piccola Cenerentola con i suoi abiti dai colori vivaci ha dovuto affrontare dei vissuti straordinari, alcuni dei quali nulla poterono la tenacia della popolazione. Si trovò ad ingaggiare per la sua stessa sopravvivenza una lunga e mai sopita lotta contro la forza dei fiumi e l’altalenante gioco, quasi capriccioso, del fondo marino e terrestre; e, per finire, complici le grandi bonifiche dell’età moderna, si vide perdere per sempre il suo volto insulare. Visse sulla propria pelle i momenti drammatici della parabola finale dell’Impero romano e, come le sue sorelle poco lontane, offrì la sua anima alla creazione della grande porta d’oriente, che la storia prese a ricordare con il nome di Venezia. Peraltro, quasi volesse far proprie le parole di Jean Paul Sartre, secondo cui “la storia non è altro che il presente che prende coscienza del passato”, non ha mai perso di vista il suo antico legame con l’area continentale alle sue spalle.

Caorle è una delle località turistiche più conosciute ed apprezzate del mare Adriatico e con la sua magia è riuscita ad ammaliare generazioni di famiglie di europei e di italiani. I visitatori di ogni età smarriscono la cognizione del tempo nel suo centro storico, un’amalgama di paesaggi, arte, cultura, all’interno del quale è possibile “perdersi” nelle sue calli, nei suoi campielli e nei Rio Terà (canali interrati).

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Durante la bella stagione, gli stabilimenti balneari delle spiagge di Levante e di Ponente diventano la meta preferita dei turisti, anche per gli amici a quattro zampe, con ampi spazi a loro dedicati; senza dimenticare i chilometri di spiaggia dei lidi di Porto Santa Margherita, Altanea, Duna Verde e Brussa;

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quest’ultima custode dell’oasi naturalistica di Vallevecchia con i suoi “casoni”, le vecchie abitazioni dei pescatori dagli alti tetti impagliati.

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Ma è sul far della sera che il cuore millenario del borgo sboccia in tutta la sua vivacità. I visitatori si riversano nei negozi, nelle botteghe, nei tanti ristoranti e le locande, dove, in piedi o seduti più comodamente ai tavoli, è possibile assaporare i migliori piatti della tradizione popolare veneta, un vero e proprio concerto di colori e profumi. Oppure, sedotti dalle brezze marine e dallo scroscio delle onde, si mettono a passeggiare sul lungomare, raggiungendo il santuario della Madonna dell’Angelo, gettando di tanto in tanto lo sguardo sulle sculture, realizzate sugli scogli da artisti di rilevanza internazionale.

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Nulla avviene per caso e tanto meno è stato un gioco del destino, se la cittadina lagunare ha sedotto il cuore e l’anima di poeti e scrittori, che si sono avventurati a viverne l’anima più profonda. Negli anni Cinquanta del secolo scorso, il grande scrittore americano e “vecchio fanatico del Veneto” Ernest Hemingway, ospite del barone veneziano Raimondo Franchetti, amava trascorrere le sue giornate tra Caorle e San Gaetano, frazioncina caorlotta, dove si dedicava alla caccia delle anatre e i cui paesaggi divennero il palcoscenico naturale del libro in parte autobiografico “Di là del fiume e tra gli alberi”, la cui trama racconta dell’amore del protagonista per Renata, una nobile ventenne veneziana, nella vita reale la splendida nobildonna Adriana Ivancich, il suo “ultimo e unico e vero amore” e musa del suo genio, che troverà ragione nel capolavoro de “Il vecchio e il mare”.

Se volessimo dare un’età precisa su quando l’uomo prese a calpestare e popolare questa area, la risposta, almeno stando alle attuali conoscenze, è assai difficile. Di certo, i più antichi segni della presenza umana risalgono a tempi molto lontani e sono legati ai primi episodi di colonizzazione del territorio da parte di una comunità organizzata, inquadrata nel fenomeno culturale, che interessò il Veneto orientale e occidentale, nel pieno dell’età del Bronzo, fondando primitivi insediamenti di tipo palafitticolo.

Un’importante scoperta avvenuta nel 1994 a pochi chilometri dal centro cittadino, nella località di San Gaetano, ha permesso di avanzare molto di più di una semplice ipotesi. Le indagini archeologiche hanno evocato l’epoca dei grandi viaggi compiuti dagli equipaggi levantini nel corso del XV-XIV sec. a.C. alla scoperta del Mediterraneo occidentale, toccando, peraltro, i centri costieri del basso Adriatico della Puglia, dove contribuirono alla formazione dei locali punti commerciali, che presto assunsero la funzione di veri e propri “emporia”, come ad esempio i siti di Roca Vecchia e Torre dell’Orso, a poco più di una ventina di chilometri dall’odierna Otranto. Da questi porti di roccia calcarea presero il mare verso nord i vascelli, spinti dallo spirito di avventura e dalla ricerca di materie prime, in particolare i metalli, portando, a loro volta, le loro tecnologie e i prodotti manifatturieri dal sapore mediorientale. Ancora una volta, le acque del Mediterraneo si trovarono a congiungere diverse aree culturali, che avevano una loro storia nel Mediterraneo, la cui connessione evolse nella storia del Mediterraneo. Sul vissuto di questo contesto si deve l’evoluzione dell’insediamento di San Gaetano.

La sua posizione geografica era stata determinante e, a sua volta, qualificante, da rendere il villaggio uno dei nodi del sistema delle direttrici commerciali, imperniato sul grande polo di Frattesina, oggi piccolo borgo del Polesine, ma allora il principale centro emporiale dell’Adriatico settentrionale; vero e proprio interfaccia regionale tra il Mediterraneo centro orientale e le aree alpine e continentali, attraverso la navigazione delle direttrici fluviali (Bianchin Citton 1996, 2011; Càssola Guida 2003).

Le indagini hanno permesso di registrare una successione di fasi di occupazione e la sovrapposizione di strutture. L’iniziale popolamento dell’area è documentato da materiali fittili e vascolari in un arco compreso tra l’età del bronzo recente e recente evoluto (XIII – XII sec. a.C.); l’abitato, posto in un contesto lagunare e prossimo alla costa, era collocato al di sopra della giacitura primaria, costituita da una bonifica a strutture lignee per lo più orizzontali, e le singole capanne, forse, dovevano presentarsi con l’elevato in legno o ramaglie. Il secondo ciclo coincide tra il bronzo finale (XI-X sec. a.C.) e la prima età del ferro (IX sec. a.C.), durante il quale l’abitato si trovò ad affrontare il problema dell’ingressione marina, che obbligherà a breve la popolazione ad emigrare verso un sito più sicuro, magari su dosso e terrazzamento, e dare vita ad una nuova entità proto urbana.

Secoli dopo, un uomo nativo di Como e morto a Stabia nella famosa eruzione del Vesuvio nell’agosto del 79 d.C., traccia un disegno, magari disadorno e stringato, ma comunque capace di illuminare su quanto era accaduto in tutto quel tempo in questi luoghi, evidenziandone le espressioni urbane in rapporto con il territorio. Plinio il Vecchio, infatti, quando si pone a descrivere la decima regio, ricorda tra le altre cose la regione “maritima” con le sue cittadine della fascia costiera, che possedevano lo sbocco al mare, attraverso determinati transhipment posti sulle foci dei fiumi, che permettevano il trasbordo di merci dalle navi di maggiore tonnellaggio al naviglio minore.

“Sequitur decima regio Italiae, Hadriatico mari adposita, cuius Venetia, fluvius Silis ex montibus Tarvisanis, oppidum Altinum, flumen Liquentia ex montibus Opiterginis et portus eodem nomine, colonia Concordia, flumina et portus Reatinum, Tiliaventum Maius Minusque, Anaxum, quo Varamus defluit, Alsa, Natisa cum Turro, praefluentes  Aquileiam coloniam  XV p. a mari sitam.”

(Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, III, 126-130)

Così la nostra fonte conserva il ricordo del “Portus Reatinum”, il porto a mare della colonia latina Iulia Concordia, per mezzo del fiume Lemene (Reatinum), e il “Portus Liquentia”, emanazione degli interessi commerciali dell’antica “Opitergium”, l’odierna Oderzo.

Purtroppo, la storia non è stata generosa con l’attività umana, le sue strette connessioni, trame e le reciproche influenze. Di questi porti è rimasto solo un vago ricordo, sorretto da incertezze e da ipotesi, talora fantasiose o poco più di aneddoti. Comunque sia, il “Portus Reatinum” si è voluto indentificare nell’attuale porto di Falconera, conosciuto nel XVI secolo come il porto di “Mezo Lido” (ASV, SEA, Livenza, dis. 17);

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mentre il “Portus Liquentia”, pur in assenza di dati oggettivi in merito, si suole ubicarlo a valle dell’attuale centro abitato di Caorle, forse a qualche decina di metri a mare, dato che in epoca romana il livello delle acque marine era più basso di quello attuale di almeno due metri. A questo proposito, lo storico Trino Bottani, autore di una storia su Caorle, edita nel 1811, offre interessanti annotazioni, testimoniando che “tuttora colla marea si osservano delle grosse muraglie poco distanti dal Monte ossia Argine, che…serve di difesa alla città né grandi sciroccali” (Storia della città di Caorle, T. Bottani, p.65).

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Al di là di ciò, della Caorle in età romana si sa ben poco. Il quadro frastagliato dell’assenza di testimonianze sicure al proposito troverebbe di contralto i ritrovamenti in mare di anfore e ancore, per lo più databili all’arco temporale che va dal II sec. a.C. al IV sec. d.C.; e, in aggiunta, i resti architettonici visibili ancora oggi nei pressi del duomo cittadino, nonché le are del I sec. d. C., per tracciare una linea mediana nell’interpretazione della Caorle romana, anche se non si può escludere che si tratti di “spolia”, provenienti dai centri romani vicini e reimpiegati per l’edificazione della città in epoca medioevale.

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Pur con tutte le riserve del caso, le origini insediative dell’isola andrebbero ricercate nella funzione portuale, che trovava ragione nell’essere porto di trasbordo a mare della vicinissima colonia di Concordia, con tutte le potenzialità di sviluppo in termini di attività e della crescita dello stesso insediamento. Mentre il suo primo e vero proprio impianto urbano risale forse al V secolo, all’epoca delle grandi invasioni barbariche, con l’apporto dei numerosi profughi, provenienti dai vicini centri, in particolare da Concordia. Le guerre gotiche prima e la successiva occupazione della Venezia terrestre da parte dei Longobardi diedero nuovi impulsi alla connotazione urbana dell’isola, divenendo un centro fortificato tra i più floridi, dotato di due chiese, l’una dedicata a santo Stefano protomartire e l’altra conosciuta con il nome di “Opetroine”, e un episcopio per il fuggiasco vescovo di Concordia (Origo Civitatum seu Venetiarum. Chronicon Altinate, Editio Secunda, Roma 1933, p. 76). La sua popolazione, ordinata militarmente, era costituita da ricchi proprietari, ecclesiastici, artigiani e qualche commerciante ed esprimevano annualmente il tribuno, con funzioni militari e civili. Nelle terre circostanti, invece, si trovavano le coltivazioni per lo più a frutteti, a orti e a vigneti, per lo più curate da contadini liberi.

Il Pactum Lotharii, stipulato il 22 novembre 840, che di fatto riconosceva l’autonomia del Ducato già raggiunta nel 751 con la caduta di Ravenna in mano dei Longobardi e la scomparsa dell’esarcato, ricorda le 18 comunità del Ducato e, finalmente, registra il nome dell’odierna Caorle, ricordandolo come “Caprulas”. Secondo l’etimologia comunemente accettata, il nome trovava una sua origine dalla presenza di capre selvatiche nell’isola; più suggestiva, invece, un’altra lettura che la rimanderebbe alla dea osco umbra Kipris, nata dalla spuma del mare, venerata lungo le coste il cui culto, con l’avvento del cristianesimo, fu sostituito da quello mariano (A. Niero, in AAAd, XXXIII, 1988, 76/77).

Le città rivierasche venete dovettero fare i conti con la minaccia delle incursioni dei pirati slavi, che più di un’occasione avevano assalito e saccheggiato alcuni di questi centri, tra cui la stessa Caorle. Tra le tante scorrerie, si ricorda quella avvenuta nel 846, durante la quale il centro caprulano fu devastato e quasi raso alle fondamenta. Un’altra scorribanda, che si fissò nella memoria collettiva della Serenissima, avvenne tra il 944 e il 948, forse sotto l’egida del patriarcato di Aquileia, quando i pirati slavi irruppero nella cattedrale di San Pietro a Castello, durante lo sposalizio collettivo, che si svolgeva il 31 gennaio, alla vigilia della festa della Purificazione di Maria. I pirati rapirono le spose e i ricchi corredi, per poi veleggiare in direzione di Caorle. Il doge Candiano III li raggiunse a Santa Margherita di Caorle e li giustiziò sul posto, e da allora la località prese il nome di Porto delle Donzelle (oggi Porto Santa Margherita).

A partire dall’XI secolo, la vivacità economica della città permise un nuovo incremento costruttivo, che trovò il suo compimento nella costruzione della nuova cattedrale di Santo Stefano e della torre del campanile, benché la natura e la mano dell’uomo avessero messo del proprio per vanificare ogni sforzo. Le fonti cronachistiche, infatti, ricordano due catastrofi naturali che provocarono numerose distruzioni in tutto il litorale veneto, in particolare il terremoto e il conseguente maremoto, avvenuto il 3 gennaio 1117, che portò alla scomparsa del centro di Malamocco, già semi-abbandonato per le continue ingressioni marine.

Alle catastrofi naturali si aggiunsero i fatti d’arme, allorché qualche anno dopo Federico Barbarossa indusse Ferrara e Padova ad attaccare Cavarzere, città veneziana, e il patriarca di Aquileia, il saccheggio di Grado. Le armate veneziane corsero in aiuto delle due città, il che diede modo alle milizie trevigiane di muoversi verso Caorle, che pensavano sguarnita. Invece, stando alla tradizione, le donne caorlotte non si persero d’animo. Indossarono le vesti maschili e brandendo le armi come provetti combattenti, non solo respinsero l’attacco, ma costrinsero alla fuga le truppe trevigiane.

La lunga guerra tra Venezia e Genova lasciò tracce indelebili anche a Caorle, che fu più volte assaltata e data alle fiamme; come l’estenuante contesa con il patriarcato di Aquileia aveva più volte messo in forse la sua stessa esistenza. Ogni qual volta si accendevano i fuochi della guerra tra Venezia e il patriarcato di Aquileia, le truppe patriarchine di Marano assalivano Caorle, vero e proprio avamposto veneziano.

Solo con la conquista del Friuli da parte di Venezia, la cittadina poté assaporare un periodo di pace e prosperità, sebbene, a partire dal XII secolo le più importanti maggiori famiglie di Caorle avevano cominciato ad emigrare a Venezia, per partecipare alla vita politica ed economica. A partire dal XV secolo si avviò una nuova edificazione della città, in gran parte segnata dagli avvenimenti bellici del passato, la cui fisionomia rimase a grandi linee sino alla caduta della Repubblica di Venezia.

Un forte scossone sociale ed economico si fece sentire verso la metà del ‘600, allorché il Senato Veneto mise mano ai corsi fluviali e procedette alla confisca e alla vendita della laguna caprulana (29 agosto 1642), che venne divisa in 20 prese. La nuova trasformazione territoriale fece perdere definitivamente a Caorle la sua secolare identità di isola; inoltre, i proprietari delle Prese lagunari, intenti a chiudere canali e barene per una resa produttiva, resero la vitale laguna una palude, in buona parte malsana; detto il provvedimento, inoltre, aveva sottratto alla popolazione la principale delle risorse economiche della popolazione: la pesca. A partire dall’Ottocento, si cominciò a prosciugare le terre in vista di un uso agricolo, che trasformò nuovamente il paesaggio in una grande distesa di campi, tranne per alcune zone riservate a divenire delle valli da pesca private.

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Nel corso del Primo conflitto mondiale, dopo la disfatta dell’esercito italiano a Caporetto dell’ottobre 1917, la popolazione caorlotta si trovò costretta ad emigrare nel sud Italia e i Comandi italiani pensarono bene di allagare i terreni agricoli e di distruggere le opere di bonifica, al fine di rallentare l’avanzata austriaca verso il Piave. Quando i profughi fecero il loro rientro nel 1919, il panorama che si profilava davanti ai loro occhi era tra i più disastrosi, ma abituati al lavoro, senza lasciarsi prendere dallo sconforto, iniziarono a prosciugare i terreni e ripristinarono le grandi idrovore.

Passata più o meno indenne al secondo conflitto mondiale, la cittadina ha sviluppato la sua vocazione turistica negli anni Cinquanta fino ad arrivare ad oggi con oltre 200 strutture alberghiere, migliaia di appartamenti per vacanza, villaggi turistici a iosa e un migliaio di posti barca nelle darsene cittadine; senza mai perdere la propria identità, la propria anima ben rappresentata dalla cattedrale di Santo Stefano, dal caratteristico campanile, dal porto peschereccio e, soprattutto, dall’ospitalità della gente di Caorle.

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Na óuta. I figli del sole. Parte seconda.

Vi voglio ora raccontare come prosegue la storia di Cian Bòlpin, dopo essere stato cacciato dal crudele patrigno dal castello.
Il povero Cian Bòlpin aveva girovagato ramingo, frugando tra valli e montagne, finché una vecchietta dal buon cuore lo aveva accolto come un figlio. La donna abitava da sempre in una modesta casetta di legno, nei pressi di un laghetto alpino misterioso, le cui acque cupe incutevano paura a chiunque vi si avvicinasse. Da lungo tempo, i potenti del luogo vi gettavano i corpi dei nemici uccisi in battaglia e gli sventurati della loro cupidigia; e i rari viandanti, che si erano trovati giocoforza a percorrere il sentiero vicino durante la notte, avevano scorto delle fiammelle azzurrognole fluttuanti a qualche palmo della sua superficie, senza dubbio presagi di morte e sventure. Di una cosa si era certi. Era pericoloso avvicinarsi alle lingue di fuoco. Si rischiava di bruciarsi o, addirittura, di lasciarci la pelle.
Comunque sia, il ragazzo crebbe vigoroso e dimostrò doti non comuni nell’inerpicarsi nei crostoni franosi e nell’arrampicarsi sulle rocce tra le più audaci, conducendo il piccolo gregge di caprette della vecchietta sui pascoli rigogliosi nel bosco di Pecedaz. Di certo, la sua abilità non passò inosservata e fu così che le autorità della Regola di Canazei gli offrirono l’opportunità di portare le loro greggi. Entusiasmato dall’incarico, Cian Bòlpin non voleva far brutta figura, per cui prese del tempo. Visto che non conosceva i pascoli della Regola, ritenne di farvi una visitina, tanto per avere un’idea di questi luoghi. L’indomani, al levar dei primi raggi del sole, s’incamminò di buona lena e, in breve tempo, si ritrovò sotto alle rocce del Sass de Salèi. Si guardò attorno e scrutò per bene la parete che cadeva sulla foresta sottostante. Appariva decisamente impegnativa e, a spanne, veramente inaccessibile, anche per lui. In alto, scorse qualcosa che dava l’idea di essere un praticello, un fazzoletto e poco più ricoperto di erba. All’improvviso, vide qualcosa che lo disorientò non poco. Una ragazza vestita di azzurro stendeva degli indumenti per asciugarli e sembrava sparire all’interno della montagna. Cian Bolpin pensò di aver avuto un abbaglio. Cosa ci facesse una ragazza, là sopra; impossibile. L’unica spiegazione ragionevole era che avesse avuto un’allucinazione. Ma la sua curiosità era tale, che prese la decisione di intraprendere l’arrampicata per raggiungerla. Ci vollero ben sette ore, ma alla fine la sua fatica fu appagata. Il prato era molto più grande di quanto aveva immaginato. Buona parte della sua estensione era coperta da un avvallamento. Inoltre, vi erano delle porte, peraltro tagliate ad arte, che conducevano dentro la montagna.
Gli occhi del pastorello erano colmi di stupore e non s’accorse dell’arrivo della ragazza vestita di azzurro, meravigliata anch’essa che un uomo si fosse spinto fino lassù. Con modi gentili e garbati, chiese il nome e il motivo che lo avevano portato là sopra. Dopodiché domandò se potesse leggergli le linee del palmo della mano. La gentilezza e, soprattutto, la sua bellezza incantarono Cian Bòlpin, che si lasciò fare, senza opporre alcuna resistenza. Poco dopo, il volto della ragazza tradì delle emozioni. Si leggevano delle cose a dir poco contrastanti. Una linea raccontava di una volpe e di un cane; la seconda, ancora, riportava il lignaggio di un principe; ma era la terza che fece strabuzzare gli occhi della fanciulla, dato che sosteneva la sua appartenenza alla stirpe del sole.
La padrona di quella montagna e del palazzo era donna Chenina. Per i più era una fata, una bellissima fata dai lunghi capelli biondi e la pelle diafana come il ghiaccio delle nevi perenni; ma alcune voci degli anziani, che conoscono i segreti delle montagne, non sono d’accordo. La bellissima Chenina era una vivana, una ninfa buona delle montagne alte. Però, pensandoci bene, le vivane sono donne molto belle ed è pure vero che sono ben disposte con gli uomini, ma è pur vero che non hanno alcuna religione, per cui non possono vivere con la gente.
Comunque la si voglia vedere, donna Chenina era una donna bellissima e aspettava da lungo tempo l’arrivo di un uomo, che portasse con sé il segno del sole, per sposarlo.
Quando gli fu davanti, Cian Bòlpin rimase folgorato dalla sua bellezza e dalla sua gentilezza. La visita del palazzo lo confuse e non poco. Lungo le pareti e i pavimenti delle stanze, vi erano numerosi fori rotondi e larghi tanto da far passare un uomo; e due maestosi vasi d’argento contenevano dei fiori meravigliosi dai colori sgargianti dell’arcobaleno. A sua memoria non aveva mai visto dei fiori così belli.
Cian Bòlpin e donna Chenina si sposarono e per molto tempo i giorni corsero felici e sereni, fino a quando una notte, il giovane dovette fare i conti con un sogno o, meglio, un incubo. Travolto da una valanga, annaspava senza capire dove fosse l’alto e il basso. La neve, ormai, lo aveva avvolto come se fosse una seconda pelle e premeva sul suo volto, soffocandolo. Fu in quel momento che apparve sua moglie. Lo soccorse prendendolo per una mano e lo mise in salvo. La neve che attorniava Chenina si scioglieva e, al suo posto, sbocciavano dei fiori, come quelli dei due vasi.
La mattina successiva, Cian Bòlpin, ancora sottosopra per l’incubo, volle parlarne con la moglie. La sapeva saggia e, forse, gli avrebbe spiegato cosa lo avesse turbato, rasserenandolo. Chenina lo ascoltò, ma tagliò corto, con un modo un po’ brusco, cosa che non era da lei. Si era semplicemente addormentato senza coprirsi e, data l’altitudine, ciò non era bene. Correva il rischio di ammalarsi, per cui nelle notti a venire avrebbe dovuto mostrare più attenzione.
Qualche tempo dopo, l’incubo gli fece nuovamente visita. Il freddo era tale che si svegliò di soprassalto. La stanza era illuminata dalla luce della luna, che s’irradiava attraverso i fori, e il tetto sembrava fatto da una lastra di ghiaccio e neve. Impaurito da una sì visione, stava per alzarsi da letto, quando la mano di Chenina si posò sopra i suoi occhi, addormentandolo all’istante.
L’indomani, il ragazzo descrisse la visione angosciante che aveva avuto. Ancora una volta, la moglie non diede importanza alle sue parole, anzi. Prese a burlarlo per i suoi strani sogni.
Questa volta, le parole rassicuranti di Chenina non sortirono l’effetto desiderato. Cian Bòlpin si era fatto l’idea che il palazzo avesse dei misteri e, che, per qualche ragione che non capiva, la moglie non voleva rivelare. Fatto sta che nelle settimane seguenti le cose andarono meglio. L’incubo stava sbiadendo, come capita a tutti gli incubi e ai sogni, senonché durante una notte di luna piena, ebbe ancora quella sensazione di freddo e gelo. Si alzò senza far rumore e si guardò attorno. La stanza era del tutto ricoperta da ghiaccio e neve, come i due vasi d’argento. Un frastuono spaventoso si fece avanti. Delle raffiche di vento s’insinuarono attraverso i fori per tutto il palazzo, facendolo tremare, provocandone quasi il crollo. Malgrado lo sconquasso e il fracasso, che gli rimbombava nelle orecchie, riconobbe una voce. Era Chenina, poi si assopì.
Quando Cian Bòlpin riaprì gli occhi, la stanza era calda e i vasi d’argento trattenevano a stento il solito florilegio di fiori. Al contrario delle altre volte, il ragazzo non disse nulla e cominciò ad avere qualche disagio, stando in quel palazzo. Con il passare del tempo, il suo animo cominciò ad appesantirsi della nostalgia dei suoi amici e dei suoi luoghi.
Una sera, poco prima di coricarsi, Cian Bòlpin confessò quale male lo stesse angustiando, la donna lo ascoltò con molta attenzione e sembrava che il suo stesso cuore partecipasse al dolore di Cian Bòlpin, però lo dissuase di far ritorno al suo passato.
Nei giorni a venire, l’animo dell’uomo si era intristito e fu la stessa Chenina a prenderlo da parte, rivelandogli quale fosse il mistero, che avvolgeva il palazzo e a cosa sarebbe andato incontro, se fosse disceso in paese. La notte nel palazzo durava nove mesi e loro dormivano per stagioni di fila. Rimanevano svegli solamente d’estate. Il suo paese, ormai, non era più quello che ricordava e tutte le persone che conosceva erano morte da un pezzo, mentre per loro due il tempo si era pressoché fermato.
Finalmente, Cian Bòlpin comprese tutto e ogni cosa trovava una sua spiegazione, come le nevi notturne, che lo avevano turbato molto. Però, il suo desiderio di tornare a valle non venne meno. Chenina che lo amava per davvero concesse il suo benestare e gli porse un anello magico, il quale gli avrebbe permesso di andare e tornare dal palazzo nel giro di uno schiocco di dita. Inoltre, se si fosse trovato in necessità del suo aiuto, doveva sfilarselo dal dito e farlo rotolare a terra. Lei sarebbe comparsa subito, ovunque si trovasse.
Quando Cian Bòlpin arrivò, il paese era un viavai di gente, uomini e donne con l’abbigliamento dei giorni speciali e il vociare si faceva sentire in ogni dove. A vedere, si trattava di giovani ragazzi, che lavoravano il fieno nel contado. Ma, il ragazzo dovette constatare sulla sua pelle che le parole pronunciate dalla moglie corrispondevano a verità. Case e strade erano cambiate e, cosa che lo turbò ancor più, non riconobbe nessuno. Il volto di Cian Bòlpin era quello di uno sconosciuto, un foresto sconosciuto. Una vecchia senza età raccontò che quando era molto piccola, i suoi nonni durante le lunghe e rigide serate invernali raccontavano la triste storia di un pastore, che si era perso tra i valloni delle vicine montagne. L’intero paese si mobilitò per cercarlo, ma di Cian Bòlpin, questo era il suo nome, si perse ogni traccia. Forse era morto, cadendo in qualche crepaccio.
Il pastore era frastornato da tutte queste novità e la solitudine che lo aveva assalito dallo stomaco lo portò a far ritorno dalla sua amata. Stava sfilandosi l’anello, con il pensiero rivolto alla moglie, quando un gruppetto di ragazzotti lo fermarono, invitandolo al festeggiamento. Dopo qualche tentennamento, Cian Bòlpin accettò. Dopo tutto, si sarebbe fermato solo per poco tempo.
Complici i fumi della baldoria e, soprattutto, la giovane età dei presenti infiammò la discussione sulla bellezza delle donne. Dopo varie scommesse su chi fosse la donzella più bella tra le presenti la più bella, il pastore si trovò suo malgrado invischiato nel gioco, per quanto avesse cercato in tutti i modi di starsene lontano. Alla fine, Cian Bòlpin rivelò di aver sposato una donna, la cui bellezza era a dir poco sovrumana, scatenando l’ilarità di tutti. Ahimè, l’amor proprio si fece sentire e si sfilò l’anello; ed ecco apparire Chenina, la cui bellezza ammutolì l’intera platea. Quando si rese conto di quanto era accaduto, s’arrabbiò moltissimo, tanto da riprendersi l’anello e scomparire.
Con il cuore in gola, Cian Bòlpin tentò di corrergli dietro, ma fu solo fiato perso. Quando arrivò ansimante sotto la sua montagna, tentò di riprendere la via che aveva aperto con la sua arrampicata. Questa volta la parete non gli fu amica e non gli diede alcun appiglio per raggiungere la sua meta. Le cose non cambiarono nei giorni successivi.
Persa ogni speranza, Cian Bòlpin prese a vagare con la speranza di trovare qualcuno che potesse indicargli la strada per il palazzo. Le giornate trascorrevano nell’affannosa ricerca e il suo desiderio stava trasformandosi in una lenta consunzione dell’animo e del corpo. Una sera, venne sorpreso da un temporale terribile, come solo nelle alte vette ci possono essere. Corse in un vicino bosco di pini, per trovare un rifugio e lo trovò in un grosso masso. Al sicuro, gli parve di udire delle voci. Appartenevano a tre selvaggi, forse degli stregoni. Erano seduti attorno ad un masso e una coltre azzurrognola li cingeva. Un brivido gli corse lungo la schiena. Preferiva affrontare la tempesta e la pioggia torrentizia, piuttosto che aver a che fare con loro. Si allontanò e trovò un nuovo rifugio, sotto la sporgenza di una roccia. Poco sotto, in una fenditura si era rifugiato un cacciatore con i suoi due cani.
Cian Bòlpin, che conosceva il linguaggio canino, ascoltò la conversazione dei due cani e venne a sapere, che i tre uomini di prima erano dei Tarluieres, stregoni malvagi. Ciascuno di loro possedeva un mantello di color grigio, lo snigolà, e lo indossavano per volare e appiccicare il fuoco da qualche parte. Il pastore non credeva alle proprie orecchie. Il mantello faceva al suo caso e, approfittando della disattenzione di uno di loro, ne prese uno. Lo indossò e, dopo aver desiderato di trovarsi a Canazei, in un baleno si ritrovò al centro del paese. Fuori di sé dalla gioia, l’indomani sarebbe volato dalla sua sposa. Come forte era stata l’emozione della sera, così cocente fu la delusione, allorché il mantello non lo portò da nessuna parte. Forse il mantello aveva perso il potere di volare e volle provarlo un’ultima volta, desiderando di essere in cima al monte Vermel. In un battito di ciglia, si ritrovò sopra. Confuso, fece altri tentativi e tutti andarono a buon fine. Alla fine, una cosa gli fu chiara. Il mantello poteva condurlo in ogni luogo, tranne nel palazzo della sua amata.
Trascorse del tempo e, in piena estate, Cian Bòlpin si trovava a vagabondare dentro un bosco ombroso, quando davanti a sé vide una tana, dalla quale uscirono dei volpacchiotti, che cominciarono a giocare con lui e, dato che conosceva il loro linguaggio, gli parlarono pure. Tirò fuori dal suo zaino un pezzo di lardo e lo distribuì ai cuccioli. In quel momento, la mamma volpe era di ritorno e apprezzò molto quel gesto, come gradì molto che l’umano si fosse fermato per giocare con i suoi cuccioli. Come segno di gratitudine, la volpe rivelò al pastore, che il mantello poteva condurlo solo ai luoghi di cui si conosceva chiaramente il nome.
Un giorno, attraversato un bosco, stava passeggiando lungo le sponde di un torrente, cercando un guado, quando con la coda dell’occhio intravvide un nano, nascosto dalle acque di una cascatella. Gli si avvicinò e, conoscendo la proverbiale saggezza dei nani, chiese di donna Chenina e del suo palazzo. Il nano rifletté non poco, scrutando tra i suoi ricordi, ma non seppe che dire. Però, ebbe un’idea, rischiosa senza dubbio, ma avrebbe potuto aiutarlo. Doveva attendere una serata temporalesca e recarsi al giogo di Sella. Qui avrebbe dovuto attendere il Mortoj, un orrido fantasma, e doveva seguirlo, fino a quando non fosse scomparso. Forse, in quel luogo avrebbe trovato le risposte alle sue domande.
Fu così che Cian Bòlpin aspettò con trepidazione il suo temporale, che arrivò puntuale qualche giorno dopo. I tuoni echeggiavano tremendi tra le valli, e le saette tagliavano ogni lembo del cielo. Un rossore, che sapeva di zolfo e di dannati, prese a salire dal bosco. Si trattava del Mortoj e le sue sembianze avrebbero spaventato anche il più coraggioso tra i coraggiosi, ma Cian Bòlpin non si tirò indietro. Il fantasma prese a salire lentamente, spalancando i suoi numerosi e fiammeggianti occhi alla vista del pastore, il quale non si perse d’animo e continuò a seguirlo. Lo scroscio della pioggia era battente e la notte era scura come mai. L’unica luce proveniva dal fantasma, ma era sempre più debole di fronte alla cupezza del cielo. Come se non bastasse, la pioggia aveva lasciato il posto alla grandine, con chicchi grandi come gli acini dell’uva matura, e al vento talmente impetuoso da impedire ogni movimento. Il temporale cessò con le prime luci dell’alba e solo allora Cian Bòlpin s’accorse di trovarsi nei pressi del Sass del Pordoi. Dopodiché riprese a salire, immergendosi in uno strato di nubi dal candore della neve. Sali e Sali, e si trovò di fronte ad un grande portone di legno dalle fattezze grezze. Quando lo attraversò, e non fu facile, il suo cuore batté all’impazzata. La caverna era la casa di creature giganti e, accanto ad un fuoco enorme, vi era seduta una di loro, che s’accorse subito della sua presenza e lo ammonì di stare molto attento. A breve, suo marito, il Gigante delle tempeste, avrebbe fatto il suo ritorno e quasi sicuramente lo avrebbe mangiato in un sol boccone. L’eco delle parole non si era ancora dissolto nella caverna, che un fracasso sconquassò la dimora dei giganti.
Cian Bòlpin si nascose in un angolo, sperando così di aver salva la vita. Lo stratagemma fu inutile. Il gigante lo aveva percepito e stava per mettersi alla sua ricerca, quando Cian Bòlpin si presentò al suo cospetto e gli disse di volersi porre al suo servizio, anche perché sapeva volare meglio di un uccello. Il gigante lo sbeffeggiò, ma gli concesse di restare a cena. Lo avrebbe messo alla prova il giorno seguente. Il gigante doveva scendere a valle per sradicare una striscia di alberi, che era l’oggetto di continue liti tra le genti della valle. Con il sorgere dei primi raggi del sole, che inondavano di luce le vette più alte, il ragazzo indossò il suo mantello magico e, nel giro di poco, tempo, strappò gli alberi, afferrandoli dalle chiome. Il gigante rimase soddisfatto dal lavoro e gli chiese di rimanere, poiché nei giorni a venire sarebbe stato molto impegnato, a causa di un lavoro che non era facile da farsi, tanto meno veloce da compiersi. Avrebbe dovuto recarsi nel palazzo di donna Chenina, per liberarlo dal ghiaccio e dalla neve, accumulatosi durante le stagioni fredde. La buona stagione era imminente e la donna non poteva certamente svegliarsi in mezzo a quella confusione.
A dir il vero, alcuni racconti, che trovano largo spazio nei filò dei paesi vicini, testimoniano che i lavori erano sì urgenti, anche perché l’estate avrebbe portato dell’altro. Chenina sarebbe divenuta mamma.
Fatto sta, che Cian Bòlpin fece un balzo di gioia, che fu subito smorzato quasi al suo nascere dal gigante, poiché solo lui poteva recarsi nel palazzo, da solo. Il giorno dopo, la fortuna ascoltò i desideri del pastore. La moglie del gigante era curiosa e voleva sapere per filo e per segno, che cosa facesse suo marito in quel palazzo; e chiese a Cian Bòlpin di seguirlo, di nascosto. Senza farsi vedere, s’aggrappò al suo tallone e, finalmente, rivide il palazzo, del tutto avvolto dal ghiaccio e dalla neve. Da solo, si aprì la strada fino alla stanza da letto della sposa, dove la sua Chenina riposava. Lì si nascose e, tremando per il freddo e per l’emozione, attese il mattino. Ore dopo, il gelo diminuì di intensità, grazie all’ingresso di un vento caldo, sempre più impetuoso tanto da sciogliere il gelo in tanti rivoli d’acqua, che scivolavano fuori attraverso i fori. Il vento caldo continuò fino a sciogliere del tutto la neve e sui vasi d’argento si schiusero i suoi meravigliosi fiori variopinti.
Cian Bòlpin era tormentato. A breve si sarebbe risvegliata la sua amata e, forse ancora incollerita, lo avrebbe allontanato per sempre. Prese uno dei vasi e lo pose vicino al letto e si nascose.
Quando Chenina aprì gli occhi, s’accorse del vaso e fu presa da uno struggente sentimento, che gli fece battere il cuore all’impazzata, pensando al suo sposo. S’incolpò di essere stata troppo dura con lui. Non sapeva nulla della sua sorte e, d’altra parte, la sua mancanza non era stata così grave. Peraltro, gli uomini non sono perfetti e lei amava profondamente il suo sposo. Fu così che prese la decisione di inviare un servitore con l’incarico di ritrovarlo e riportarlo a casa, da lei. A quelle parole, Cian Bòlpin saltò fuori dal nascondiglio. Si abbracciarono come mai prima e da allora vissero per sempre insieme e felicemente.

Date le diverse varianti del racconto, riporto una brevissima bibliografia, per chi volesse approfondire la leggenda con tutte le sue implicazioni dell’immaginario alpino.

De Rossi H., Fiabe e leggende della Valle di Fassa, a cura di U. Kindl, Vigo di Fassa, Istitut Cultural Ladin, 1984.

Kindl U., Le Dolomiti nella leggenda, Bolzano, 1993.

Wolff K. F., I Monti Pallidi, Milano, 1952.

T. Gatto Chanu, Saghe e leggende delle Alpi, 2002.

G. Brunel, Contie della valle di Fassa, XIV. Annuario SAT, Trento 1887/1888.

C. Schneller, Märchen und Sagen aus Wälschtirol, Innsbruck, 1867.

Na óuta. I figli del sole. Parte prima

Una volta, quando ancora esistevano principesse e fate, nei pressi del Passo Fedaia, non lontano dal paese di Canazei, vi era un laghetto incastonato nel verde dei pascoli rigogliosi e, a mo’ di corona, era cinto da cime maestose, in gara con l’imponente Vermel, una vetta ispida dalle facce taglienti del gruppo della Marmolada.
Si trattava senza dubbio di un laghetto misterioso. Le acque non riflettevano al cielo il colorito blu turchese o verde smeraldo, come i suoi colleghi vicini. Il suo era il grigio, il grigio dell’argento.
I pastori, che solevano condurre le greggi, attirati dall’abbondante erba, avevano deciso di venir a capo di tanto mistero, affermando che il fondo custodisse una grandissima quantità di quel materiale prezioso o vi si celasse un antico tesoro. Come se non bastasse, era giunta voce delle tante testimonianze dei contadini del posto, che giuravano di aver visto più volte dei nani aggirarsi furtivamente sulle sue rive e, addirittura, nuotarvi dentro. Stando alle loro descrizioni, erano dei nani metalliferi e, dunque, doveva esserci per forza qualcosa di prezioso sotto le sue acque.
Questo non era l’unico mistero del lago. Una sua piccola insenatura custodiva da tempo immemorabile una barca dal fasciame scorticato, che a malapena galleggiava. Eppure, stando alle chiacchiere del contado, durante la bella stagione con lo scoccare del mezzogiorno, una splendida fanciulla vestita di bianco vi saliva sopra come niente fosse e prendeva il largo; senza affondare tra i flutti. Nessuno sapeva quale fosse il suo nome e tanto meno che cosa cercasse tra le acque del laghetto. La giovane appariva nel momento di stanca, durante il quale le famiglie si riunivano per il pranzo e spariva al termine del riposo, volatizzandosi come neve al sole, per cui ogni curiosità rimaneva senza alcuna risposta.
Ora accadde che un giorno una vecchia, curva e grinzosa, si fosse attardata, ben oltre al tempo consueto, nel tagliare l’erba lungo la riva del lago, quando gli comparve davanti la giovane dama, che non pose alcuna ritrosia alle sue domande. Si chiamava Elba ed era una figlia del sole. Amava molto il lago e le sue acque argentate; e vi avrebbe trascorso l’intera sua vita, se fosse stata sua facoltà scegliere.
La vecchia non la trattenne oltre. Aveva ancora tanto lavoro da fare e il tempo era poco. Però, la novità era troppo grande da mantenerla per sé, per cui, quando fu di ritorno al paese, raccontò della sua incredibile bellezza e dei suoi modi gentili. Come era normale che fosse, se ne parlò in tutti i filò del contado, commentando il fortuito incontro e le parole dell’anziana signora, giungendo fino all’orecchio di un re dal cuore inacidito, che regnava dal castello di Soracrepa con piglio prepotente e crudele. Colto da una passione irrefrenabile, il re chiese la mano alla figlia del sole, ma la donna, contro ogni aspettativa, chiese del tempo e l’uomo, suo malgrado, lo concesse.
Qualche giorno dopo, Elba ricomparve sulle rive del lago e s’avvicinò alla solita vecchietta; ancora una volta alle prese con il taglio dell’erba. Il suo animo era turbato e molte domande del suo cuore necessitavano di una risposta.
La vecchia depose la falce, con la quale tagliava la giovane erba, e ascoltò l’animo di Elba. L’uomo era sì un re potente, ma il suo animo era malvagio, come pochi possono esserlo. La giovane rimase turbata da queste parole e lo respinse. Abituato ad aver ragione su ogni cosa, il re impazzì di furore di fronte al rifiuto della donna e giurò che avrebbe ucciso l’uomo, che l’avrebbe sposata.
Quando le lunghe giornate assolate furono salutate dal garrire delle rondini, Elba si fece vedere sempre meno, fino a sparire del tutto. Ritornò al suo amato lago, allorquando la neve si scioglie, sotto i dardi infuocati del sole, bagnando la terra per dare nuova vita ai pascoli del circondario.
Da giorni, un giovane pastore conduceva le greggi del comune di Canazei a brucare l’erba e i teneri germogli dei prati vicini al laghetto. Il suo pensiero correva a lei. Stava delle ore ad attenderla ai bordi dello specchio d’acqua. Ogni qual volta la vedeva apparire, il suo cuore batteva all’impazzata, ma lui era un semplice pastore e lei, nientepopodimeno, una figlia del sole.
Accade, alle volte, che l’ardore di un giovane riesca a sopire la propria timidezza e fu così che i due iniziarono a parlare, ma fu solo un preludio dei tanti momenti nei quali s’intrattennero nei giorni seguenti.
Il pastore si chiamava o, meglio, era conosciuto sotto il nome di Bòlpin, che, se proprio vogliamo tradurlo nella nostra lingua corrente, voleva dire volpacchiotto. Il nome gli era stato affibbiato da alcuni cacciatori, che lo avevano scovato ancora in tenerissima età, poco più di un neonato, nel corso di una battuta di caccia. Al caldo di una tana, una femmina di volpe lo aveva allevato amorevolmente come un cucciolo tra i suoi cuccioli. Non so se l’uomo ebbe la stessa pietà con la volpe e i suoi cuccioli, ma il bimbo venne portato giù al paese, che lo adottò. Il giorno che fu in grado di camminare con le sue gambe, le autorità del comune lo assunsero come pastore delle proprie greggi.
Il giovanotto e i suoi modi garbati non erano passati inosservati alla figlia del sole. Provava un sentimento al quale non sapeva dare un nome e s’intratteneva sempre di più con lui, dando sempre meno spazio al suo lago amato.
L’amicizia e la tenerezza, che mal celavano il candore di un nascente amore tra i due, non passarono inosservati alla gente del posto. La vecchia, con la quale si era confidata Elba, prese a sé la figlia del sole e, dopo averne lodato le virtù, le raccontò la sua triste storia. Viso a viso, quasi bisbigliando, la fece partecipe di un grave segreto, uno dei tanti che incombevano sulla vallata. Bòlpin era il figlio di una nobile e facoltosa famiglia del paese dei Cajutes. Il padre di lui si era macchiato di un grave delitto. Aveva ucciso la moglie, dopo averla accusata di averlo tradito. Il frutto del tradimento lo aveva fatto lasciare nella foresta, affinché le fiere ne ghermissero la vita. Invece, contro ogni aspettativa, una volpina, in cerca di cibo per i suoi piccoli, scorse il neonato e lo adottò.
Passarono i giorni e la figlia del sole si innamorò di Bòlpin. Alla fine della terza estate i due giovani si sposarono e il loro focolare divenne una capanna ai bordi del lago amato. Presto dal loro amore nacque un bel bambino. Trascorse poco più e poco meno di un anno, quando il re crudele si presentò con degli armigeri. Uccisero il povero Bòlpin e ne gettarono il corpo nel lago, mentre Elba e suo figlio furono portati a forza nel castello, dove furono rinchiusi in una delle torri. Lì, all’interno di quelle anguste mura, madre e figlio trascorsero tre anni. Un bel giorno, il re li volle al suo cospetto e, ancora una volta, chiese alla donna se fosse disposta a sposarlo, ma al suo nuovo diniego, l’uomo, furente come mai, ordinò che la figlia del sole fosse sbattuta in una prigione ancora più stretta e buia e il bimbo gettato nel canile del maniero. Proprio a causa di ciò, le guardie del castello presero a chiamarlo Cian Bòlpin, cane volpino.
Una donna, moglie di un soldato che non aveva avuto figli, ebbe compassione della sorte toccata al bimbo e, di nascosto, se ne prese cura, pulendolo e pettinandolo ogni giorno. Cian Bòlpin cresceva sereno, giocando con i cani. Le sue risate echeggiavano tra le mura del castello, rasserenando la madre, che passava le ore del giorno a seguire lungo la parete un timido raggio di sole, che entrava dagli spiragli della feritoia della cella.
Tempo dopo, il re la volle ancora al suo cospetto e gli rinnovò l’offerta. Di fronte al suo ennesimo rifiuto, l’uomo minacciò di abbandonare il piccolo nel bosco, piegando l’animo di Elba, che acconsentì al matrimonio.
I giorni a seguire, Elba sembrava appassire come un fiore e, durante le giornate di sole, trascorreva delle ore intere dentro la sua ultima prigione, parlando con un raggio di sole. Gli aveva dato persino un nome. Lo chiamava “Soreghina”, vale a dire “filo di sole”.
Con le prime avvisaglie dell’autunno, Elba rivelò al re che nell’estate successiva il suo desiderio di essere padre avrebbe trovato appagamento, ma disse che subito dopo sarebbe ritornata da dove era venuta. Così come aveva detto, l’estate vide la nascita di una bambina, cui la mamma diede il nome di Soreghina. Il giorno dopo, la donna fece chiamare il re. Il suo tempo era finito e doveva ritornare al sole. Lo esortò ad ascoltare per bene le sue ultime parole. Se avesse trattato bene suo figlio, anche Soreghina sarebbe cresciuta bene. Se, invece, Cian Bòlpin avesse conosciuto la sofferenza, la Mezzanotte silenziosa avrebbe tagliato la vita alla ragazza. Lui sarebbe invecchiato da solo, senza la compagnia di un figlio.
Subito dopo quelle parole, la figlia del sole emise il suo ultimo respiro.
Il re mise sotto la sua ala protettiva il giovane cajutes, ma nelle profondità del suo cuore covava una crescente ostilità nei suoi confronti, soprattutto perché vedeva il ragazzo svilupparsi con grande vigoria, mentre la sua Soreghina cresceva debole e malaticcia.
Ciò che non doveva accadere, capitò in un giorno quando il re venne a sapere che sua figlia si trovava senza forze a letto, nuovamente colta dalla malattia. L’uomo, con uno dei suoi momenti d’ira, colpì violentemente Cian Bòlpin con il frustino e lo cacciò dal suo regno.
Si alternarono molte stagioni e la piccola Soreghina si era fatta una bella fanciulla, ma il volto pallido tradiva la sua infelicità. Buona parte delle giornate le trascorreva avvizzita a letto e, a stento, riusciva a fare qualche passo fuori dalle mura del castello, respirando a pieni polmoni l’aria delle sue montagne.
L’infelice principessa ignorava del tutto il suo profondo legame con il sole e durante i giorni di pioggia e nebbia cadeva in un profondo sonno.
Una mattina, particolarmente bella e soleggiata, invece, capitò qualcosa di diverso. Soreghina si era svegliata con l’animo ben diverso dal solito e una fiaccola di energia splendeva dentro di lei. Uscì fuori e si diresse verso i declivi di una montagna vicina. Cammina e cammina, passo dopo passo, si trovò sfinita e ansimante. Si lasciò andare, adagiandosi sulla parete. Si sporse sul burrone sottostante e qualcosa catturò la sua attenzione. Scorse sul fondo sottostante un corpo, sembrava quello di un giovane e tutto dava l’idea che fosse morto.
Il giovane che giaceva a terra era Ey de Net, Occhio della Notte, un valoroso guerriero della stirpe dei Duranni, scacciato dal regno dei Fanes, perché aveva avuto l’ardire di chiedere la mano della principessa, la vergine guerriera Dolasilla. Dopo aver partecipato, con alterne fortune, a numerose battaglie, si era ritirato tra le sue montagne. Di ritorno da una battuta di caccia tra i declivi del monte Pedonel, sopra la Valle di Fassa, il suo passo non si era dimostrato all’altezza, come la sua presa, e precipitò rovinosamente. Per fortuna, l’impatto non gli fu fatale, ma rimase a terra privo di sensi.
Soreghina non si perse d’animo. Diede a fondo tutte le sue energie e lo raggiunse, scarpinando non poco. Il giovane era malconcio, ma respirava ancora. Dopo averlo rianimato, lo accompagnò in una vicina grotta, dove poteva rimanervi, fino a quando non si sarebbe ristabilito del tutto.
Nei giorni a venire, più di una persona si era meravigliata del fiorire della giovane principessa. Guance e zigomi avevano preso colore e il suo animo appariva rinvigorito. Inoltre, trascorreva molto del suo tempo fuori dalle stanze del castello. Usciva con lo spuntare del sole e vi faceva rientro solo con il tramonto.
Era giunto il culmine dell’estate, quando il re la sentì ridere, come mai l’aveva sentita, e il suo cuore crebbe di gioia e di speranza. La figlia gli si avvicinò e gli raccontò di come aveva trovato il guerriero duranno, di averlo celato alla vista dentro una grotta e di averlo curato. Aggiunse che si era innamorata di lui e chiese al padre il benestare delle nozze. Il re, in cuor suo, non prese per niente bene la confessione della figlia, ma il parere dei medici fu decisivo a questo riguardo. Il motivo della guarigione non era da ricercarsi chissà dove, ma semplicemente all’amore tra i due e il diniego alle nozze avrebbe potuto rimpiombarla nuovamente nella malattia. Così, per quanto a malincuore, al re non rimase altro che soddisfare il desiderio della figlia.
I due novelli sposi andarono a vivere in una casetta tutta di legno su uno dei pendii più assolati e da dove era possibile avere un panorama da mozzafiato sulle vallate vicine. Qui trascorsero delle meravigliose giornate. La fanciulla sembrava essersi ristabilita del tutto. Tutto il giorno era tra i fiori dei prati e sgambettava con l’agilità di un camoscio. Più di una volta Ey de Net si era trovato con il fiatone, tentando vanamente di raggiungerla, mentre s’arrampicava tra le rocce.
I giorni felici corsero veloci come mai e l’autunno si fece vedere con i suoi colori e con i primi freddi. Un pomeriggio, un uomo bussò alla loro porta. Si trattava di un vecchio amico di Ey de Net. Avevano combattuto molte battaglie insieme e, spesso, ne erano usciti da vincitori.
Soreghina li lasciò da soli e uscì fuori per fare quattro passi. Sentì uno strano brivido corrergli su tutto il corpo e rientrò a casa. Messosi uno scialle alle spalle, raggiunse la stanza da letto. Si sentiva affaticata, ma non riusciva a prendere sonno. Una strana agitazione si era fatta strada dentro il suo cuore, ma non ne conosceva il motivo.
Dalla stanza, Soreghina riusciva a sentire le parole dei due uomini, che rievocavano duelli e battaglie. Poi, il tono dei due si fece più sommesso. Era certa che parlassero di lei. La sua curiosità divenne incontenibile e si rialzò, scese la scaletta di legno e si pose ad origliare da dietro una porta.
Come aveva immaginato, Ey de Net stava parlando proprio di lei, di come lo avesse salvato e di quanto grande fosse la devozione di sua moglie. Tuttavia, il suo cuore batteva ancora per Dolasilla, il suo unico e vero grande amore. Appena pronunciò queste parole, l’uomo si sentì pervadere da un senso di colpa. L’amico gli rispose di non dolersi. Si trattava solo di parole, niente di più. Ormai si era fatto tardi ed era giunto il momento di andarsene.
Ey de Net, ormai rimasto da solo, ripensò con tenerezza alla giovane moglie e la volle raggiungere di sopra. Aprì la porta e Soreghina, che vi era appoggiata, cadde morta tra le sue braccia. La mezzanotte l’aveva colta ancora sveglia e gli aveva portato via la sua giovane vita.
Disperato, l’uomo cadde a terra in ginocchio. Strinse a sé il corpo esanime della moglie e, gridando, implorò il suo perdono.
Continua….

 

Chioggia, una perla dell’Adriatico

Mai come ora si sente la necessità di tornare a vivere la bellezza del nostro Paese, senza lasciarsi andare alle sterili polemiche o ad atti irrispettosi di campanile, stigmatizzando di fatto quanto di buono e meraviglioso vi sia da Bolzano a Lampedusa, da Napoli a Vasto. L’Italia è stato uno dei pochissimi Paesi che ha avuto il coraggio di guardare in faccia il minuscolo incubo, affrontandolo a viso aperto a costo di enormi sacrifici, senza nascondersi dietro a un dito e occultare pesanti verità. Certo, gli storici del futuro avranno da scrivere numerose pagine su quanto accaduto in Italia, rovesciata come un calzino dall’epidemia e dalle azioni spesso schizofreniche tra chi voleva il blocco totale e tra chi ha preso coscienza della criticità del momento con lo scorrere delle ore. Sono morte delle persone e altre ne moriranno nel corso delle prossime ore. Sarebbe da scrivere tanto altro, ma non è il momento. Il nostro è un Paese in quarantena, ma non possiamo assolutamente dimenticare tutto il bello che ci attornia, rendendolo unico al mondo. Prima o poi, il male finirà e finalmente potremo riappropriarci della bellezza dei nostri luoghi, che sapranno ricambiarci con tutto l’amore possibile. Stando a casa,

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proverò nel mio piccolo, a regalarvi quanto ci aspetta fuori: un minuscolo affaccio sulla bellezza racchiusa dai nostri confini. Riscopriamo le piccole cose… Una necessaria precisazione: le fotografie risalgono a tempi ben lontani dalle restrizioni vigenti e, augurandovi giorni sereni a venire, spero di distogliervi almeno qualche attimo dal clima plumbeo, che ci opprime.

La Laguna di Venezia vanta una delle cittadine più caratteristiche non solo del veneziano, ma del Veneto intero: parliamo di Chioggia, un borgo del margine meridionale dell’estuario veneto dal fascino incredibile, famoso per il suo centro storico e per il litorale di Sottomarina con la sua spiaggia, che si spiega su una decina di chilometri e una profondità di oltre trecento metri, la cui sabbia risulta particolarmente votata alle terapie. Un centro dalle mille sfaccettature per le innumerevoli perle culturali e naturalistiche, che nulla hanno da invidiare ad altre “illustri” località turistiche del Mare Adriatico.

Molto del suo fascino deriva dal suo inconfondibile centro storico vecchio di secoli e dalla trama urbanistica, che si dipana al di sopra di un’isola, segnata da tre canali paralleli, ai lati dei quali si affacciano numerosi e colorati palazzi in stile veneziano: Canal Lombardo ad ovest,

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Canale Lombardo

Canale di San Domenico ad est e, infine, il centrale Canal Vena;

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Canal Vena
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Canal Vena nei pressi del mercato del pesce al minuto
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scorcio Canal Vena
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Canal Vena, mercato del pesce al minuto
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Portale d’ingresso del mercato del pesce al minuto
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Canal Vena, scorcio
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Canal Vena, scorcio
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Canal Vena, scorcio
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Canal Vena, scorcio

e dal dedalo pittoresco di calli e callette – se ne contano 74 –

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che interseca ortogonalmente le tre vie d’acqua, dando vita alla particolare pianta, sulla quale la fantasticheria spesso vi intravvede una lisca di un pesce.

La sua insolita topografia ha sollevato l’interesse di numerosi studiosi, riuscendo perfino a condurre la discussione oltre il probabile. In realtà, l’origine del processo di formazione del centro lagunare è ancora incerta. Nel passato, gli studiosi si erano indirizzati nella narrazione delle origini, attraverso l’erudita opera di ricostruzione, che le elaborava in un passato remoto, nobilitandole con leggende che trovavano una loro giustificazione nel toponimo stesso. Affascinati dal filone virgiliano, dalla leggenda sofoclea d’Antenore e, soprattutto, dal “Roman de Troie” di Benoit di Sainte Maure, gli studiosi avevano dato vita ad una composizione cronachistica, le cui trame si riallacciavano al mito dei “nostoi”, il ciclo epico dei ritorni degli eroi achei da Troia e dalle emigrazioni degli eroi troiani, esuli in cerca di una nuova patria. L’intento apologetico e celebrativo, radicato da stratificazioni di verità acriticamente alimentatesi da determinate citazioni autoritative, crebbe fino a divenire un assioma, tanto che ancora oggi è possibile rintracciarlo nelle tante pagine, di carta o virtuali, aventi come oggetto la storia del centro lagunare.

Il quadro così ricamato rimanda alle coste anatoliche, alla distruzione di Ilio e all’esodo dei profughi troiani lungo le acque del Mediterraneo. Assieme ai superstiti del popolo degli Eneti della Paflagonia, alleati di Ilio, vi erano anche i troiani Antenore, Clodio e Aquilo. Quest’ultimi risalirono le acque dell’Adriatico e si trovarono a “penetrare i golfi illirici, spingersi senza pericolo i regni dei Liburni, oltre le sorgenti del Timavo” (Eneide, I, 242), approdando alla fine in quel collage di terra e acqua, che assunse il nome di Venezia, fondandovi alcune città, tra le quali Padova, Chioggia e Aquileia, con i rispettivi eponimi Antenore, Clodio ed Aquilo. Un bel racconto, senza dubbio. Ma solo un racconto, legato al troppo amore verso il proprio campanile.

Si tratta, quindi, di esercizi di fantasia, al pari di quelle che vogliono la cittadina di origini pelasgiche, rifacendosi alla mitica popolazione della Tessaglia, o, in alternativa, una più generica genesi greca. L’assertore più entusiasta dell’ellenicità della città fu lo storico chioggiotto Vincenzo Bellemo (1844-1917), che arrivò a scrivere: “E innanzi tratto osservo, che Cassiodoro afferma, non essere i nostri luoghi sorti naturalmente, ma artificialmente, cioè fatti dalla mano dell’uomo. Cotesta circostanza non pare doversi applicare alle case, ciò che sarebbe stata cosa banale del tutto; ma si deve applicare alle sedi dei centri abitati. Onde mi fa mantenere e fissare nell’idea, che il nome di Chioggia, vulgo Cloza, non derivi da re o imperatore che l’avesse fondata; ma, come già dissi, indichi piuttosto il modo singolare, onde ebbe la sua origine, espressa col nome greco κλοϴω, che appunto significherebbe fatta artificialmente. Né può fare specie il nome greco, quando si pensi essere opinione generale, che anche nella Venezia anticamente si parlasse un idioma greco o grecizzante, come del resto ce ne fan fede tanti altri nomi di origine probabilmente greca nel nostro territorio” (V. Bellemo, Il territorio di Chioggia, 1893, p.153).

Per quanto possa essere affascinante una simile ipotesi, tuttavia la lingua greca non ha nulla a che fare con la toponomastica chioggiotta, dato che il nome venne a costituirsi forse nella transizione tra il latino classico e quello volgare.

Nelle congerie fatte nel passato, non mancò chi vi riconobbe un’origine etrusca o, sulla scorta della “forma urbis”, chi vide la mano degli agrimensori romani, rilevando nella topografia i due assi cardinali tipici della città romana: il cardo e il decumano. In effetti, la struttura urbana si presterebbe a questa lettura, tuttavia una così estesa fondazione di epoca romana cozza contro il silenzio assordante delle fonti coeve, tanto da far sospettare che la formazione urbana vera e propria sia avvenuta più avanti, molto probabilmente nell’Alto Medioevo.

Forse, anche in questo caso siamo nell’ambito dei se e dei ma; l’unico cenno attestato dalle fonti antiche che si riferisce a Chioggia, ci è pervenuta da Plinio il Vecchio, allorché nella sua “Naturalis Historia” offre la descrizione del litorale adriatico e dei suoi centri rivieraschi, attraverso i quali transitava un percorso di grande rilevanza commerciale da Ravenna ad Aquileia, che si svolgeva per mezzo della linea endolagunare e dei canali “per transversum”, al riparo dei flutti marini. Il testo pliniano ricorda, in maniera episodica e frammentaria, tra i centri minori una Fossa Clodia, che la collocazione topografica ha portato a riconoscere l’attuale Chioggia, pur con tutte le riserve del caso (Plinio, Nat. Hist., 3).

Comunque sia, l’area in cui si estende l’attuale centro urbano chioggiotto è stata interessata da alcuni rinvenimenti archeologici; ma, sulla base dei dati disponibili, è ancora problematico giungere ad una definizione dell’assetto storico topografico dell’abitato antico. La difficoltà interpretativa non deriva solo dalla sovrapposizione dell’abitato medioevale e moderno sull’ipotetico impianto urbano originario, ma anche dalla dispersione dei materiali rinvenuti e dalla decontestualizzazione di quelli superstiti, secondo quella mentalità antiquaria, che ha portato alla scomparsa di molti resti di uso quotidiano.

Tra i materiali rinvenuti, soprattutto tra l’Ottocento e i primi decenni del Novecento, spiccano alcune lapidi

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e non mancano le monete, che coprono l’intera età romana, oltre a qualcheduna risalente alla prima tarda età bizantina. Purtroppo, molte di queste attestazioni del passato si sono volatizzate, finendo nelle mani dei collezionisti non solo “foresti”, anzi. A questo riguardo, in occasione dei “lavori di ristrutturazione e di messa in opera dei nuovi impianti elettrici, fognario e del gas, avvenuti nel 1990, gli operai avrebbero rinvenuto un cospicuo numero di monete che furono immediatamente spartite tra gli stessi. Secondo la testimonianza del proprietario di un negozio che si affaccia su calle S. Giacomo, nel corso dello scavo sarebbe apparsa una striscia di sabbia di colore rossastro lunga qualche metro assieme alla quale erano mescolate le monete: gli operai ne avrebbero raccolte circa un centinaio mentre il commerciante una trentina” (M. Asolati – C. Crisafulli, Ritrovamenti monetali di età romana nel Veneto. Venezia. Chioggia, 1993, p. 77). Analoga sorte incorsero alcune iscrizioni lapidarie, il cui ricordo è stato salvaguardato dalla trascrizione degli eruditi del passato; e la lettura di queste e di quelle ancora visibili ha permesso l’attribuzione all’ambiente patavino, grazie alle indicazioni onomastiche.

Dopo la caduta dell’Impero Romano, che si concluse formalmente con la deposizione di Romolo Augustolo nel 476 d.C., la cittadina visse sulla scia delle vicissitudini che si verificarono nella regione romana della “Venetia et Histria”. Terminate le guerre gotico bizantine, che videro il Triveneto in buona parte riconquistato dai bizantini, nel 569 d.C. Alboino, alla testa dei suoi Longobardi, si affacciò sulla pianura veneta, dando l’avvio dell’occupazione della terraferma veneta, che si completò alla metà del VII secolo, con l’esclusione del cosiddetto cuneo difensivo bizantino, imperniato lungo le antiche vie Annia e Postumia.

Giovanni Diacono, all’inizio del IX secolo, collocando forse correttamente l’origine di Venezia come fenomeno storico quale conseguenza dell’invasione dei Longobardi, ricorda:

“Le popolazioni della medesima provincia, rifiutando di sottostare al comando dei Longobardi, si recarono nelle isole vicine e in questo modo il nome di Venezia, dalla quale erano fuggite, fu assegnato a quelle stesse isole e quelle che tuttora vi abitano sono chiamati venetici…Dopo aver deciso di stabilire la sede delle loro future abitazioni in quelle isole, edificarono dei munitissimi luoghi fortificati e città e ricrearono per loro una nuova Venezia e una straordinaria provincia” (Giovanni Diacono, Istoria Veneticorum, I, 1, Zanichelli, 1999).

L’intreccio storico e geografico di Giovanni continua, dando un nome alle 12 comunità che costituivano il nucleo di quello che nel futuro sarebbe stato il ducato veneziano. Enumerandole, cita la undicesima e la dodicesima, che le ricorda con il nome di Clodia Maior, da identificare nell’attuale Chioggia, e di Clodia Minor, quasi sicuramente da assimilare all’odierna Brondolo, località dove sorse uno dei più antichi e importanti monasteri del bacino lagunare: il monastero di San Michele e Santissima Trinità. Più avanti, allorché il ducato divenne realtà, esso si presentava come una struttura policentrica. Civitanova era la cittadina più importante dell’area più settentrionale, il grande emporio di Torcello e le comunità Rialtine di quella centrale, infine Chioggia, che rappresentava il centro più rilevante del settore meridionale e vi erano associate le cittadine fortificate di Cavarzere e Loreo, oltre al lido di Pellestrina. In questo settore erano concentrate le risorse del ducato, in particolare le saline e i campi.

Subentrati i Franchi ai Longobardi, le rivalità tra i maggiorenti della comunità venetica, divisi in due “fazioni”, che, per semplicità, potremmo definire l’una filo carolingia e l’altra imperiale bizantina, furono all’origine di uno dei momenti più bui della nascente Regina dell’Adriatico. Nel 810 d.C., l’armata del re franco Pipino, con contingenti delle città di Comacchio, Ferrara e Rimini, invase le terre venetiche e distrusse Grado, Caorle e Fine; quindi si portò a meridione e diede alle fiamme le piazzeforti di Loreo, Cavarzere e Brondolo. L’offensiva si portò dentro la laguna, devastando Chioggia e Pellestrina, fermandosi davanti al porto di Albiola, dove, secondo la tradizione veneziana, il naviglio leggero a fondo piatto dei venetici ebbe la meglio su quello pesante degli aggressori.

Chioggia, come le altre località devastate dai Franchi, non sparì dalla storia e risorse dalle macerie, grazie all’intervento di Agnello Partecipazio. Un successivo documento del IX secolo, il cosiddetto “Pactum Lotharii”, attraverso il quale l’imperatore Lotario strinse una “pax firma” con il “populo Veneticorum”, l’estensore ricorda ancora come esistente il centro chioggiotto tra le comunità del ducato veneziano, subito prima dell’insediamento di “Brunduli”.

Rischiò nuovamente l’oblio con la calata degli Ungheri nel 899, che, ricalcando le orme di Pipino, la distrussero nuovamente, prima che le truppe veneziane li ponesse in “rotta” nel giugno del 900.

Intanto, poco lontano, l’antica città di Metamauco, assurta a ruolo di una delle capitali dello stato veneziano, cominciava a fare i conti con il suo lento, ma inesorabile declino. Le tante distruzioni subite e il fenomeno della subsidenza, che accentuava il problema delle inondazioni, avevano provocato il progressivo spopolamento della città. Infine, un maremoto mise la parola fine alla città, relegandola al mito delle tante città scomparse tra i flutti del Mediterraneo.

Il Vescovo metamaucense Stefano Badoere e l’intero Capitolo riparavano nella vicina Chioggia nel 1110, portando le reliquie dei santi Felice e Fortunato, i due fratelli originari di Vicenza, che, secondo la tradizione, furono decapitati poco fuori di Aquileia, dopo vari tormenti nel corso della persecuzione di Diocleziano.

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Attualmente i resti sono conservati nella cattedrale, all’interno di un’urna, eseguita nel 1905 da un artista locale, il chioggiotto Aristide Naccari. Una ricognizione storico scientifica, compiuta nel 2005, sul contenuto dell’urna ha accertato i resti di due individui di un’età compresa tra i 22 e i 40 anni, la cui datazione scorre in un arco temporale tra il II secolo d.C. e il IV secolo, avvalorando in linea di massima quanto tramandato dalla tradizione, che menzionava il capo di San Fortunato e il corpo di San Felice.

Nel corso del lungo scontro tra Genova e Venezia, con in palio il predominio dei traffici commerciali del Mediterraneo, Chioggia si trovò a divenire il palcoscenico di quella che sarà ricordata come la Guerra di Chioggia. Nel 1379, dopo essere stata assediata da terra e da mare, il centro lagunare cadde in mano genovese e padovana. Secondo le cronache, il combattimento all’interno della cittadina lasciò a terra migliaia di morti e altrettanti feriti da ambedue le parti. La reazione di Venezia non si fece attendere a lungo.

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Assedio di Chioggia in un dipinto del XVI secolo

Raccolte le forze, pose il blocco navale e terrestre attorno al centro clodiense e, di lì a qualche mese, il vessillo marciano tornò a sventolare su Chioggia, ancora una volta devastata. I successivi scontri con i nemici della Serenissima e le calamità, quale la peste dei Lanzichenecchi, che causò la morte di oltre 7.000 persone su una popolazione stimata di 12.000 individui, furono i picchi di una più profonda crisi, con cui la città dovette fare i conti.

Il 14 maggio 1797, in seguito all’arrivo delle truppe francesi, prendeva corpo la Municipalità provvisoria a Chioggia, durando poco più di un anno, dato che l’esperienza si chiudeva il 18 gennaio 1798, con l’ingresso in città delle truppe austriache, dopo il trattato di Campoformio del 17 ottobre 1797. Tra i primi atti forte era la tensione verso la piena autonomia da Venezia, ma ancor prima che la Municipalità venisse sciolta, i municipalisti dovettero fare i conti con la realtà, che trovava compimento con l’inserimento di Chioggia nella Municipalità centrale di Venezia e il distacco della vicina Pellestrina, liquidando di fatto il controllo da parte dei chioggiotti dei commerci e dei transiti nella parte meridionale della laguna.

Il dominio austriaco fu mal tollerato, tanto che il 20 aprile 1800, in occasione della processione del “Cristo miracoloso” di San Domenico, i cittadini si sollevarono, costringendo la guarnigione all’interno del forte di San Felice. Solo il buon senso evitò che la città finisse bombardata dai cannoni del forte.

La città rischio nuovamente la distruzione nell’aprile del 1945, allorché l’aviazione alleata optò il suo bombardamento, per costringere alla fuga una consistente concentrazione di truppe tedesche allo sbando. Il 27 aprile, il fuoco di un enorme falò scongiurò il disastro imminente.

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La cattedrale di Chioggia e la porta urbica di Santa Maria
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Porta di Santa Maria, ingresso a Chioggia e al suo Corso del Popolo
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Refugium peccatorum 1
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Refugio peccatorum 2
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Refugio peccatorum 3
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Campanile della cattedrale di Chioggia
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Cattedrale di Chioggia e tempio di San Martino

Scorci del Corso del Popolo:

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La sua condizione di alterità tra acqua e terra, ha fatto sì che il centro clodiense si ritrovi a contare diverse risorse economiche. Il settore della pesca e della sua filiera, che si occupa della trasformazione del prodotto e della sua commercializzazione, evidenziano le crescenti difficoltà e le preoccupazioni, riscontrabili a livello regionale e nazionale, ma rappresentano tuttora una delle voci più importanti dell’indotto cittadino. La flotta peschereccia rimane ancora una delle maggiori della penisola italiana, sia per il numero di imbarcazioni che per il tonnellaggio, benché si assista alla tendenza generalizzata di graduale e costante calo, sia in termine di numero, che di capacità e potenza. Il target di questo settore agroalimentare rimane ancora il pesce azzurro, associato ai prodotti dell’acquacoltura e della pesca valliva. La cantieristica di supporto è ben radicata nel territorio e comprende la segmentazione del comparto delle riparazioni e trasformazioni navali, oltre ai diversi squeri, adibiti alla manutenzione ordinaria del tonnellaggio medio basso e del naviglio da diporto, che, peraltro, si può avvalere delle diverse darsene attrezzate. Da qualche anno a questa parte, gli scali marittimi di Val da Rio e dell’Isola dei Saloni, l’area portuale chioggiotta, ha conosciuto un nuovo sviluppo per il ruolo di terminal passeggeri, con i traghetti diretti in Croazia. Infine, grazie alle particolari condizioni pedoclimatiche del territorio, altra risorsa importante è rappresentata dalla produzione agricola di eccellenza, che trova esportazione di quote importanti nel mercato del Nord Italia e dell’Europa. Tra le produzioni di primo piano primeggiano il radicchio di Chioggia,

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la cipolla bianca tonda, la carota, la zucca marina e la patata. Per ultimo il turismo, chilometri e chilometri di spiaggia, costellati da coloratissimi stabilimenti balneari, richiamano migliaia di turisti ogni estate, desiderosi delle gioie del mare.

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Litorale di Sottomarina. Fonte web

Appuntamento fisso è la Marciliana, una rievocazione storica, in bilico tra storia e folclore, che ogni anno nel mese di giugno celebra la Guerra di Chioggia. Per l’occasione la città si trasforma in un grande borgo dal clima medievale, lungo cui il Corso del Popolo, il salotto della città, diviene il palcoscenico per gli accampamenti degli armigeri e per le centinaia di figuranti che riportano alla vita le antiche attività dell’epoca.

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In pieno luglio, invece, Chioggia ospita una manifestazione gastronomica, la Sagra del Pesce, in cui i tanti menù propongono i piatti tipici della cucina chioggiotta e veneziana.

Stiamo a casa

Stiamo a casa

Stiamo a casa

La Candelora: la purificazione di Maria e la presentazione del Signore al Tempio di Gerusalemme.

A chiusura della festività natalizia e dei rituali ad essa collegata, si celebra il 2 febbraio una ricorrenza calendariale e liturgica tra le più antiche dell’anno liturgico cristiano. Essa è conosciuta dalla pietà popolare come la Candelora, una festa in particolar modo sentita dalle comunità contadine, che, dopo la processione del clero e del popolo e il rito delle candele, attendevano tutta una serie di indizi più o meno empirici, per capire fino a quando sarebbe durato il freddo invernale. La sua origine viene fissata sul finire del IV secolo nell’Oriente cristiano. Una nobildonna di nome Egeria, che aveva compiuto un lungo pellegrinaggio in Terrasanta fra il 381 e il 384, ha lasciato una straordinaria testimonianza di una festa, che si celebrava a Gerusalemme: “Il quarantesimo giorno dopo l’Epifania è qui celebrato veramente con grande onore. Quel giorno si va in processione all’Anastasis (la chiesa eretta sul santo Sepolcro), vi si recano tutti e ogni rito si svolge secondo l’uso prestabilito, con la massima esultanza, come si fa per Pasqua. Predicano anche tutti i sacerdoti e poi il vescovo, commentando sempre il passo del vangelo in cui si narra che il quarantesimo giorno Giuseppe e Maria portarono il Signore al tempio e lo videro Simone e la profetessa Anna, figlia di Fanuele, e le parole da loro pronunciate alla vista del Signore, e l’offerta che fecero i genitori. Poi, compiuto per ordine tutto quanto è consuetudine fare, si celebra l’Eucarestia” (Itinerarium Egeriae, n. 26. Nicoletta Natalucci. Egeria. Pellegrinaggio in Terra Santa, Firenze 1991, pp. 172-173).

Egeria, dunque, ci conduce agevolmente nell’ambiente gerosolomitano in cui era viva questa ricorrenza e appunta la sua attenzione, arricchendo la sua già generosa testimonianza, sui diversi riti da lei vissuti, come il “lucernario”, il cui rituale si esplicava nell’accensione di “tutte le lampade e i ceri”, con la fiamma che ardeva nel Santo Sepolcro, “facendo così una luce grandissima” (Itinerarium 24, 4), rappresentando la conclusione del ciclo natalizio e il preludio di quello pasquale.

L’intreccio rituale della festa aveva come nucleo narrativo un episodio riportato dal Vangelo di Luca (2, 22 – 39), dove si narra che quaranta giorni dopo il Natale, Maria e Giuseppe condussero il piccolo Gesù al Tempio di Gerusalemme, per adempiere a quanto prescritto dalla legge mosaica, evocando di fatto le parole del profeta Malachia (3, 1-4) sull’ingresso di Dio nel suo Tempio. Qui avvenne l’incontro con il vecchio Simeone, che strinse Gesù tra le sue braccia e benedisse Dio, proclamando:

“Ora puoi lasciare, O Signore, che il tuo servo
Vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele”.

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Alexey Yegorov, Simeone il Vecchio

La chiesa orientale diede un rilievo cristologico all’evento e lo assunse quale elemento simbolico dell’incontro tra il Messia e il suo popolo: “Rallegrati pure tu, o giusto Vegliardo, che hai ricevuto fra le braccia il Liberatore delle nostre anime, che ci accorda anche la resurrezione” (Romano il Melode, VI secolo). La sua celebrazione fu stabilita il 14 febbraio, contando i quaranta giorni da Natale, fissato allora al 6 gennaio; e fu denominata nel V secolo con il titolo greco “Hypapanté” (incontro), associandovi il rituale della processione con ceri benedetti, chiara allusione a Gesù, “Luce per illuminare le genti” (Luca, 2, 32).

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Tintoretto, Presentazione di Gesù al Tempio

Successivamente all’istituzione del Natale al 25 dicembre, la ricorrenza dell’Hypapanté fu spostata, in virtù dei quaranta giorni da Natale, al 2 febbraio, modificando in occidente la tonalità della festa da cristologica a mariana, tanto da assumere la denominazione “Purificatio Sanctae Mariae”, sottolineando il precetto vetero testamentario riportato da Luca, secondo il quale le puerpere erano considerate impure per un lasso di tempo di quaranta giorni, se avevano messo al mondo un maschietto, o di ottanta giorni, se il primo vagito era quello di una femminuccia.

Stando alle annotazioni riportate dal “Liber Pontificalis”, fonte primaria sulle vite e le opere dei vescovi di Roma nella tarda antichità e nell’alto medioevo, si deve al pontificato del siriaco Sergio I (687-701), l’introduzione della festa dell’Hypapanté a Roma, la cui ritualità prevedeva anche la processione notturna che, dopo aver attraversato i fori di Nerva e Traiano, oltrepassava l’Esquilino e raggiungeva la basilica di Santa Maria Maggiore, all’interno della quale si celebrava l’Eucarestia.

Esiste, tuttavia, una lunga diatriba storiografica sulla processione del 2 febbraio a Roma, la cui vulgata appare irriconciliabile, apparentemente senza vincitori e vinti. Da un lato, ci si arrocca sulla sua origine orientale con la sua estensione voluta da papa Sergio; per contro si ravvede in questa celebrazione la cristianizzazione di una festa pagana, che entrò così a far parte del patrimonio del Cristianesimo. In effetti, quest’ultima trova le sue ragioni in un celebre episodio, il cui protagonista principale fu un altro pontefice, papa Gelasio I, vissuto alla fine del V secolo. In quegli anni, Roma si trovava alle prese con una pestilenza di ampie proporzioni. Andromaco e altri senatori si fecero promotori della rievocazione dei Lupercali, una festa pagana della purificazione e della fecondità, con il fine di placarla. Nel corso dei Lupercali, che avveniva il 15 febbraio, alcuni giovani vestiti da pelli, secondo un arcaico costume, percorrevano la città per scacciare malattie e disgrazie. Gelasio levò contro la sua voce e scrisse un veemente trattato, “Adversus Andromachum senatorem”, nel quale pose l’accento sul fatto che non si può partecipare contemporaneamente alla mensa dei demoni e di Dio. Inoltre, ricordò che i lupercali non avevano prodotto alcun giovamento alla città di Roma. Alarico ne era un solo esempio. Dopo aver posto il veto assoluto ai fedeli di partecipare in qualsiasi modo alla festa, Gelasio introdusse la festa della Purificazione di Maria con la processione delle candele, con il fine non tanto velato di opporsi alla processione dei lupercali. Secoli dopo, la processione diverrà la Candelora, dopo aver assorbito la benedizione dei ceri (“festa cereorum”), rito in uso in Francia e risalente al IX e X secolo.

La riforma liturgica apportata dal Concilio Vaticano II (1962-1965) recuperò la tonalità cristologica della festa, ponendo nuovamente l’accento sulla presentazione di Gesù al Tempio, quale offerta di Maria al Signore, e diede la denominazione attuale.

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Mantegna, Presentazione al tempio

In tutta Italia, non vi è un paese, grande o piccolo, che non si festeggi la ricorrenza della Candelora. La tradizione e la pietà popolare guardano con speranza all’accensione delle candele benedette, rito propiziatorio della fertilità per il prossimo raccolto, dopo aver superato l’asprezza della cattiva stagione e del gelo, rappresentata dai “giorni della merla” di fine gennaio; e, nel contempo, aspettano i prossimi giorni a venire, contraddistinti dalla gioiosa confusione del Carnevale.

I riti di fuoco nel Veneto e nel Friuli occidentale

In una società in continua evoluzione quale la nostra, in cui i valori fondamentali del passato tendono a sclerotizzarsi, taluni processi rievocativi sono volti a riesumare riti e tradizioni del passato, riannodando i fili della propria memoria storica. A questo sono da annoverare i numerosi riti di fuoco nel Veneto e nel Friuli occidentale, nelle notti che chiudono il ciclo del solstizio d’inverno, per quanto decontestualizzati dalla società originaria che li aveva prodotti.
L’accensione dei fuochi nel solstizio invernale è stata adeguatamente iniziata ad un rito agrario, nel quale si evocava il trionfo del sole sulle tenebre e, successivamente, il rituale cristiano paraliturgico ne ha accolto la simbologia, associandovi la “manifestazione della divinità, rivelazione del mistero” (Paolo, Ef., 3, 2-3° 5-6) e il ritorno dei Magi in patria “per altra via” (Mt. 2, 1-12).
Non raramente alcuni studiosi hanno ricondotto questo rito e la sua escatologia entro uno schema della religione celtica, fondandosi sull’analogia di espressioni rituali, ravvisandovi dunque il culto del dio Baleno, che personificava la luce e il calore vivificante. Non è mancato chi vi abbia ravvisato l’eco della festa dei “Saturnalia”, celebrata in onore del dio Saturno, antica divinità dell’età dell’oro e protettore della semina; oppure la coda della festa del Sole Invitto, che l’imperatore Aureliano aveva istituito il 25 dicembre, alla quale si sovrappose il cristiano Natale.

In ogni modo, questo rito trovava una sua origine nella percezione millenaria delle comunità contadine, che aveva ben compreso la portata di questo momento magico, la vittoria della luce sulle tenebre. In seguito al solstizio d’inverno, il giorno in cui il sole, nell’emisfero boreale, sorge nel punto più meridionale dell’orizzonte orientale, e culmina, a mezzogiorno, alla minima altezza, ogni sforzo doveva essere predisposto alla prossima stagione delle messi, compreso di rinvigorire i raggi del sole con il fuoco vivificante dei falò, che avrebbe rigenerato la fertilità dei campi. Da secoli, infatti, “a contatto con la natura e le sue manifestazioni, l’uomo contadino vive nel ciclo stagionale la lotta incessante tra le forze benefiche che danno la vita, la grazia e le forze malefiche che hanno con sé la morte, la disgrazia; teme l’oppressione del male, della fame, delle malattie. Contro il male, la peste, la carestia, l’inondazione e la siccità, egli si rivolge alla protezione della Madonna, dei santi, secondo il suo modo di concepire l’atto religioso e il culto, molto spesso senza alcuna mediazione della chiesa. È una religione in cui non mancano aspetti di una magia legata a riti arcaici e soprattutto alla ritualità agraria di origine pagana” (D. Coltro, L’altra cultura. Sillabario della tradizione orale veneta, Verona, 1998, p. 143).

Nel Triveneto, l’accensione dei falò propiziatori ha assunto diverse denominazioni, tra le quali “Rogo déa vècia”, “Pavinèr”, “Foghèra”, e così via; nel Friuli si ricordano tra i molti il “Falòp”, il “Pignaròn”. Nel Trevigiano prevalgono i nomi di “Panain” o “Panevin”, richiamandosi al pane e al vino, simboli primordiali dell’abbondanza; di “Fogaràta” e “Bubaràta”, ambedue sinonimi di falò.

Stando alle diverse tradizioni, i fuochi si accendevano nel periodo tra il Natale e l’Epifania, in particolare durante l’imbrunire del 3, 5, 6 e il 7 gennaio. La notte del tre gennaio il fuoco trovava una sua corrispondenza nella rappresentazione della manifestazione di Gesù, il quale aveva impresso la sua luce a tutta l’umanità, la sua “luce inaccessibile” (Kontakion della Festa) o, più prosaicamente, il numero originario dei Magi. Il falò acceso nella sera del cinque gennaio possedeva una doppia valenza, sottintendendo l’abbondanza dei raccolti, i cinque pani nel miracolo della moltiplicazione riferito da Matteo (16,9), e, ancora una volta, la luce, questa volta della cometa che aveva rischiarato il cammino dei magi. Anche nella notte del 6 gennaio la pira infuocata si trovava a possedere questa singolare ambivalenza. Sei erano le urne di pietra, colme di acqua, che il Signore trasformerà nel vino nuziale a Cana (Gv. 2, 155), mentre le fiamme assumono le sembianze di cortina folgorante, quale sfondo del Messia in grembo della Vergine madre. Qui, forse, si celano i fondamenti della ritualità cultuale originaria, che rimanderebbero alle divinità pagane risananti quali la Reitia di Este o la Trumusiati di Lagole. Infine, la notte del sette gennaio, numero magico e misterioso, si ricordano i fuochi, che avevano aiutato i Magi a fare ritorno a casa, rischiarando loro il cammino.

Oggi le singole associazioni che organizzano l’evento, si trovano spesso a porlo in spazi, luoghi che nulla hanno a che vedere con il passato, altro indizio dell’inevitabile decontestualizzazione. Per lo più, i fuochi arderanno nelle piazze, nei campi sportivi, lungo le sponde di qualche fiume, oppure nei terreni aperti in prossimità delle chiese, capaci di ospitare numerose persone e, ovviamente, al riparo da eventuali incendi. Non mancheranno, purtroppo, i soliti mortaretti e, solo in alcuni casi per fortuna, della musica sparata a chissà quanti decibel. Negli anni che furono, il luogo non era scelto in base alla capienza o alla sicurezza, bensì doveva coincidere con il campo ritenuto più produttivo e la catasta doveva essere posta sul posto più alto, rispetto all’area circostante, rievocandovi arcaici riti di purificazione e di iniziazione.

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Portegrandi di Quarto d’Altino, gennaio 2020

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Casale sul Sile, gennaio 2020

Lo scheletro della catasta è costituito da uno o tre supporti di legno, di norma tronchetti tagliati di recente con le cime ancora con il fogliame verde. Secondo la tradizione, la catasta doveva contenere un intreccio di fogliame, frasche, fascine e da quant’altro era residuale dai lavori e dalla pulizia dei campi, nello specifico quelli con le colture di farina e del vino. In realtà, in quelli odierni il materiale per allestimento è piuttosto vario ed è possibile scorgervi materiali, per lo più di pulizia dei fossati e dei campi, nonché di scarto, tra i quali resti di pallet o semplici cassette di legno.
Sopra la pira viene posizionato il fantoccio della Striga, fatto dai bambini con sacchi imbottiti da cartocci del granoturco, fieno e pezzi di canne. Anch’esso è denominato diversamente da località in località: la “marantega”, la “vecia” o la “striga” sono solo esempi fra i molti. Questo grottesco bambolotto dalle fattezze uscite dal mondo delle fiabe simboleggia l’elemento sacrificale dell’anno trascorso e di tutto ciò che era stato negativo e il suo rogo costituisce l’epilogo del rito, dalle cui ceneri prenderà vita una stagione ricca di messi.

Dopo la benedizione con l’acqua santa della catasta, si procedeva all’accensione del fuoco con delle pietre focaie. Di solito la mano era quella del parroco o dell’anziano più autorevole della famiglia più influente del paese, non di rado la più ricca. Mentre i più osservano il fuoco, ascoltando il suo crepitio e, allo stesso tempo, annusandone l’odore, gli anziani cercano nelle faìve, le faville, e nel fumo le previsioni, i “pronosteghi”, per l’anno appena cominciato. Bene, se le faville si spargono verso una determinata posizione, profetizzando un’ottima annata per i raccolti. Male, se, invece, le scintille prendono la via opposta. La stagione agricola sarebbe stata magra.

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A prima vista si potrebbe bollare tutto ciò sotto un semplice rito divinatorio, con tanto di riverenza e superstizione. Invece, tali previsioni reggono un sapere popolare che nulla a che spartire con la magia, dato che esprimeva il ruolo dei venti nell’apporto della pioggia o di tempo asciutto. Dalla rosa dei venti, particolare attenzione viene posta per il vento di libeccio, vento con direzione sud ovest, chiamato dai “veci” “Garbin”, apportatore di pioggia, cosa buona per la preparazione dei campi.

Nella confusione, grida di gente che viene e va e canti, quasi tutti con il naso all’insù, le massaie sono alle prese con la “pinza”, che viene distribuita dalle giovincelle del paese. La ricetta del dolce varia da località a località, ma in linea generale la pinza è un dolce piuttosto sostanzioso, fatto con la farina gialla di granoturco e frumento, con fichi secchi, uva passa, semi di finocchio, noci, mandorle, pinoli e altro ancora. Alla pinza viene abbinato il vin brulé, vino nuovo, riscaldato, con l’aggiunta di fettine di limone o mele, cannella, chiodi di garofano e un po’ di zucchero.

Questa usanza popolare di inizio anno, che si pone a metà tra il sacro e il profano, sembrava aver perso il proprio smalto nei decenni scorsi, ma, a quanto pare, le nuove generazioni appaiono aver riscoperto il mondo delle antiche credenze e dei riti della società rurale millenaria, che era ancora patrimonio e sentire comune fino a non molto tempo fa.

Una poesia, che si articola tra canti beneauguranti accompagnati da un “goto de vin brulé” e da un “toco de pinsa”, rievoca a pieno titolo l’importanza del momento di unione e ritrovo della comunità, in questo caso di Solighetto, in provincia di Treviso, nei primi decenni del ‘900.

La bubarata

No te one fat ‘na bela bubaràta
anca ‘sta olta,
an bel panevìn,
in mèdo ala piàtha,
anca sentha le legne de Meotìn,
co’ roe, cane, fassìne e spin!

Col piovan disòn su avemarie
e po cantòn le litanie
e vardòn le bulìfe ‘ndar in su,
rebaltade co’ la forca,
e pèrderse inte ‘l scur del blù.
Che ciàro no’ te fali
tuti ‘sti foghi in giro
par borgade e par contrade,
par le rive e par le spianade!
El par che ‘l cuèrt del celo
se sie realtà in do,
che i feralét dele stele
i sìpie cascà
a s’ciarir qua e là la tèra.
Cussita, lori, i re Magi
pol catàr el Fiol del Signor,
viajar siguri drioghe ala cometa,
sentha pèrderse, sentha incianparse.

Intant che ‘l fogo s’ciopetéa
e la dènt canta e ciacoléa,
“Bontà!… Sanità!… E pan e vin…!”
tu sent thigar ogni tant.
E tuti po’ a vardar in su;
va-lo el fun a sera o a matina,
pien caliera o polenta pochetina?

E i quatro in thima al canpanil,
quasi scotàdi, starnudìss,
infumegàdi,
varda-do e sùbia in rima:
“Che sestàt ‘sta dènt no fa-la
che atorno al fogo canta e bala!
Eli cristiani che diss su orathion
opuro indiani che fa confusion?

Sergio De Stefani, Par nò desmentegar, 1999