PORTOBUFFOLE’. IL BORGO DI GAIA

Portobuffolé, un piccolo borgo veneto di poco meno di mille anime, si presenta al visitatore raccolto in sé, nelle sue vestigia secolari, come se fosse un perfetto set di un film di cappa e spada. Si trova incastonata tra il trevigiano e il friulano, a pochi chilometri dall’antichissimo centro paleoveneto di Opitergium, l’odierna Oderzo e dalla friulana Pordenone. Qui, all’ombra dei palazzi risalenti all’Età di mezzo e, poi, sotto l’ala protettrice della Serenissima, le genti rurali e le antiche famiglie feudali hanno lasciato delle impronte indelebili della loro attività materiale e spirituale, tanto da costruirvi uno scrigno prezioso, capace ancora oggi di suscitare delle profonde emozioni.

Il corso del fiume Livenza è stata l’anima dell’abitato, il cui carattere navigabile ha caratterizzato la vita e i commerci per le epoche passate, quindi non un limite, un confine bensì visione di nuovi orizzonti. Oggi, la cartolina del panorama appare ben diversa, rispetto ai secoli trascorsi. Nel 1924, la Livenza è stata allontanata dall’abitato e il suo corso si è interrato, anche se è ancora possibile averne un’idea sotto il Ponte Friuli, dove s’intravvede l’antico alveo, oltre alla romana mascherona della verità, fissata alla meno peggio a quelle che sembrano i miseri resti delle fortificazioni di epoca medioevale.

Le testimonianze letterarie e cartografiche del passato, in particolare dell’età medioevale, riferirebbero che le origini della cittadina dovrebbero essere ricondotte alla sua funzione materiale. Non a caso l’abitato sulla Livenza è ricordato come “Castro Portus Buffoledi” o “Castellarium Portus Buvoletti”, una piazza fortificata su un canale.

La Livenza, che segna uno dei confini immateriali tra Veneto e Friuli, ha fatto sì che Portobuffolé possedesse una particolare duplicità e fin dai tempi più remoti.

L’ipotesi non peregrina di una “statio” di epoca romana presso il guado del fiume, in località Settimo, ha creato non poche aspettative e delle date suggestioni, che vorrebbero retrodatare le origini del borgo a secoli ben indietro nel tempo. Tuttavia, al momento non sono pervenute delle evidenze archeologiche che lo attestano con una certa autorevolezza, al contrario delle attestazioni successive, che non mancano, anzi. In quegli anni, Portobuffolé indossò quella veste, la sua Forma Urbis, che la contraddistinguerà nei secoli a venire e che, solo l’azione iconoclastica dei tempi moderni e qualche speculazione edilizia – che non manca mai -, cambierà notevolmente, con lo smantellamento delle mura, avvenuto a partire dal XVIII secolo, o con la costruzione di nuovi edifici all’interno del nucleo storico.  

Ci misero sopra gli occhi il Patriarca di Aquileia, il vescovo di Ceneda e di Treviso, nonché le grandi famiglie dei da Camino e dei Carraresi, ma fu sotto la dominazione della Serenissima, che il borgo ebbe il massimo splendore, grazie al commercio del sale e del legname. Gli venne riconosciuto il titolo di città con tanto di stemma araldico, colonna e Leone di San Marco. Il governo cittadino si avvalse di un podestà, di un Ordine dei Nobili, un Consiglio Civico e uno popolare.

Il centro storico vero e proprio conserva dei piccoli gioielli di quella che fu la Marca Gioiosa. Tra queste vi è la cosiddetta Casa di Gaia, la letterata che ha saputo gareggiare con i maggiori ingegni dell’epoca. Aveva una bellezza marcata e aveva della propria vita – costellata da adoratori e di detrattori – una leggenda. Di lei, sposa del conte Tolberto e figlia di Gherardo, signore di Treviso, il celebre letterato Dante Alighieri, così volle ricordarla:

l buon Gherardo

( …) per altro sopranome io nol conosco,

s’io nol togliessi da sua figlia Gaia

(Dante, Divina Commedia, Purgatorio, Canto XVI).

La casa di Gaia è la classica torre di epoca medioevale e si suddivide su quattro piani, ancora in buono stato. Il suo ingresso avviene attraverso un portale di pietra, sopra il quale si osservano tracce di colore rosso. Il soffitto del piano terra è in legno e l’accesso ai piani superiori avviene attraverso scale di legno moderne, dato che in epoca medioevale queste erano mobili e, in caso di bisogno, venivano tirate su.

L’affresco lacunoso del piano primo risale al Quattrocento e mostra delle figure umane: due uomini, di cui un vecchio, e una donna, riconoscibile dai capelli biondi acconciati secondo la moda del momento.

Al piano superiore, un corridoio si apre su quattro stanze ed è del tutto affrescato. L’episodio iniziale raffigura un ragazzino che si appresta andare a scuola, accompagnato da un servo e da un cane. Sulla parete di destra sono ritratti sei uomini, che sono stati identificati come le arti e le scienze. La parete di sinistra si vedono degli armati con panoplie di diversa foggia. Si scorgono delle città, alcune delle quali parrebbero essere fittizia, stando alle interpretazioni più recente, mentre una, quella posta sopra una porta, raffigurerebbe Portobuffolè. Su un altro affresco, nei pressi della finestra, due figure umane sono identificate come Gaia e di suo marito Tolberto, ma vi è chi vi abbia visto, invece, la coppia Achille e la regina delle Amazzoni Pentesilea.

Ritornati all’esterno e ripresa la camminata sulle stradine ciottolate, dove è possibile ottenere qualche cenno di saluto dai non numerosi cittadini, mai ostili ai visitatori, si può continuare il viaggio a ritroso nei secoli, per quanto non tutto è stato restaurato nel modo migliore. Comunque sia, sono arrivati ai giorni nostri la Dogana, il Monte di Pietà, la Loggia comunale e il Duomo, all’interno del quale è possibile ammirare un crocifisso ligneo del Quattrocento. Vale la pena visitarlo. Consacrato il 22 ottobre del 1559, si presenta come un edificio severo e semplice.  L’altare barocco con doppio tabernacolo è arricchito da due sculture che raffigurano i titolari e patroni della cittadina: San Marco, a destra, e San Prosdocimo, a sinistra.  I due santi sono ritratti pure sul soffitto. Al centro della navata vi è raffigurato il “trionfo di San Marco”, mentre sulla porzione sovrastante l’ingresso San Prosdocimo è colto nell’atto del battezzare. Ancora, in prossimità del coro si osserva l’episodio del culto di San Tiziano, vescovo di Oderzo, sotto la benigna visione di Sant’Antonio e San Francesco. Tra le curiosità presenti al suo interno, oltre ai deliziosi altari, vi è un grande crocifisso ligneo del Quattrocento, che risente della scuola tedesca; e la mensa a forma di tomba, che custodirebbe le reliquie di San Gervasio, il martire conservato all’interno della basilica romana minore collegiata abbaziale prepositurale di Sant’Ambrogio a Milano.

Non sempre le cose sono come sembrano essere e nel caso del duomo questo motto sembra calzare benissimo, a proposito di una pagina a dir poco brutta.

In seguito all’editto di Treviso del 12 febbraio 1340, con il quale si ordinava l’allontanamento dai territori veneziani dei banchieri fiorentini, gli ebrei si ritrovarono ben presto a prendere il loro posto nell’attività feneratizia. A Portobuffolè si insediò una piccola colonia di ebrei ashkenaziti, fuggiaschi da Colonia, accusati di aver diffuso la peste all’interno della città. Nati come “pied noir”, come i tanti ebrei alla ricerca di una casa, di una patria nella quale potersi riconoscere, con il tempo assumono a pieno titolo un ruolo di primo piano nel panorama economico e sociale del paese. Per anni la coesistenza tra cristiani ed ebrei non diede problemi, anzi. È attestato sin dal 1464 l’esistenza di un banco di pegno gestito dalla Comunità ebraica. Inoltre, è documentato il rapporto con l’importante Comunità di Conegliano che fa presumere una parentela o coincidenza di interessi.   Poi, si sa, l’invidia è una brutta bestia, non a caso uno dei sette vizi capitali. Nel marzo del 1480, gli ebrei di Portobuffolè furono accusati di aver compiuto un omicidio di carattere rituale. I malcapitati furono arrestati e torturati di santa ragione prima nelle segrete della cittadina, poi il processo venne spostato a Venezia, dove il 5 luglio tre di loro furono condannati a morte. La storiaccia aveva avuto inizio nel corso della Pasqua, quando un’anima pia denunciò al podestà Andrea Dolfin la scomparsa di un ragazzino di nome “Sebastiano Novello, figliuolo di Pietro da Seriate nel Bergamasco, fanciulletto fra i sei ed i sette anni, mendico sì e lacero delle vesti, ma ben nutrito, rubicondo in viso, e con biondi capelli”. (G. Tassini, Condanne Capitali, 1849, pg. 69). Il responsabile, o meglio, gli autori furono individuati negli ebrei del posto, che lo avevano rapito per impastare il suo sangue le azzime pasquali.  Il corpicino esangue fu fatto sparire tra le ceneri di un forno. Il Tassini così descrive l’episodio, seguendo pari passo la tradizione che si era ormai cristallizzata sul fatto di Portobuffolé: “gli turarono la bocca con un fazzoletto, e postolo sopra uno scanno, lentamente lo finirono mediante coltelli e punteruoli. Poscia ne raccolsero il sangue in bacini, e con esso, mescolato al vino, confezionarono l’offe destinate a rallegrare il loro banchetto pasquale, abbruciando in pari tempo il corpo del fanciullo” (G. Tassini, ib. Pg. 70). Il tribunale di Portobuffolè li condannò, credendo in toto alle accuse e alle confessioni estorte con la violenza: “Il podestà Andrea Dolfin li condannò, uno ad essere arrostito, il secondo ad essere sagittato, ed il terzo ad essere fatto in parti da quattro cavalli” (G. Tassini, ib., 70). Gli imputati chiesero di essere nuovamente giudicati da un nuovo tribunale, quello di Venezia, ma le cose non cambiarono. Furono nuovamente giudicati colpevoli e condannati a morte. Il successivo 5 luglio, tra le due colonne di Piazza San Marco a Venezia la sentenza trovò triste esecuzione, mediante rogo; e fu così che Mosé, Yaakov b. Shimon Levi, e l’arcisinagogo di Portobuffolè Servadio morirono pubblicamente tra atroci sofferenze. Degli altri imputati, cinque ebbero miglior sorte, dato che furono semplicemente imprigionati e, in un secondo momento, banditi dal territorio della Serenissima; un altro, avvertito in tempo, riuscì a scappare, mentre un altro ancora, Giacobbe «de la barba» o «barbato» da Verona, non riuscì a reggere l’intera situazione e si suicidò in carcere. Tutta questa vicenda avrebbe assunto dei contorni grotteschi se non si fosse conclusa con una terribile tragedia, dato che tutto ruota intorno alla figura del piccolo Sebastiano, che non è mai esistito. Insomma, inventato in tutto e per tutto di sana pianta. Si è trattato semplicemente di un archetipo antisemita, che li accusava di utilizzare il sangue dei bambini, nel corso della Pasqua ebraica, come l’identico caso di Simonino di Trento – e di tanti altri -, avvenuto nel 1475, di cui si possiede la documentazione legata al processo. Il culto di questi bambini ebbe vasta diffusione attraverso testi a stampa e materiali iconografici e fu abolito dalle autorità ecclesiastiche solo di recente, intorno al 1965.

Stando alla documentazione dell’epoca gli ultimi echi della presenza israelita a Portobuffolé risalgono al 1607 e concernono la conduzione di un banco da parte della famiglia opitergina Luzzato.

Nel frattempo, a Portobuffolè gli eventi trovarono una piega conseguente a quanto stava accadendo a Venezia. Gli edifici della comunità ebraica furono sequestrati e, in qualche caso, cambiarono destinazione; e fu così che l’edificio che era stata una sinagoga divenne decenni dopo l’attuale duomo, dedicato a San Marco e a San Prosdocimo. L’identificazione della sinagoga non è stata accettata da tutti gli studiosi. È stato obiettato che la Comunità d’allora non avrebbe potuto permettersi un edificio così grande e, cosa non secondaria, l’edificio ecclesiastico era dedicato, oltre all’Evangelista, a San Prosdocimo, rifacendosi ad una cappella intitolata a santo patavino, attestata fin dalla fine del XIII secolo.

Di fronte si staglia il Fontego e la Torre Civica. Il primo edificio è il classico palazzo loggiato, risalente al XV secolo e qui gli abitanti si recavano per acquistare la materia prima per il pane e gli altri cereali ad un prezzo controllato dall’autorità pubblica in modo da evitare quelle speculazioni. Inoltre, era il deposito di stoccaggio per i cereali e il sale, che da Venezia si dirigevano verso il Cadore e viceversa. La scultura del leone di San Marco ricorda senza tanti giri di parole il possesso veneziano. Affiancata si fa vedere in tutta la sua imponenza la Torre Civica del X secolo, superstite delle sette torri fortificate dell’originario castello di epoca medioevale. Abitata sulle mura esterne da rumorose e simpatiche cornacchie, oggi la torre ha perso la destinazione di difesa o di prigione. Ospita manifestazioni culturali e un piccolo centro museale, dedicato alla Civiltà contadina.

Un’altra storia del tempo antico è la Dogana del sale, che risale al XVI secolo. Sbarcato e pesato veniva caricato sui carri bestiame e condotto nelle valli alpine. La piazza antistante è dedicata al mercante francese Adriano Beccaro, vissuto sul corso del XIV secolo. Vicino, a destra, faceva bella mostra di sé la Porta Trevisana, la vera e propria via d’accesso della cittadina, ma, purtroppo fu distrutta dalle truppe austro ungariche in rotta. Da qui si osserva la Caserma medioevale, rimaneggiata pesantemente in epoca rinascimentale, dove si possono ammirare resti di affreschi, che la critica ha voluto attribuire a Giovanni de Sacchis, detto “il Pordenone”, vissuto nel XVI secolo.

Vicino il Piazzale del Ghetto, con la casa dell’Arcisinagogo, tanto per capirci accanto al duomo. A quanto pare, dentro la Casa che fu di Donadio dovrebbe essere visibile una pietra, sulla quale sarebbe incisa una sacra Menorah, il candelabro a sette braccia, e alcune parole rituali. Adopero il condizionale, in quanto non sono riuscito a vedere alcunché. Non mi sembrava molto delicato o educato suonare il campanello, soprattutto all’ora di pranzo!

Poco distanti l’antico ospedale, la cui prima pietra fu posata nel 1362 e rimase aperto senza interruzioni fino al secondo anteguerra. La chiesa di San Rocco del XIV secolo ne funge da cappella e al suo interno vi è custodita una pregevole scultura, raffigurante la Vergine.

Una curiosità. Nel vicino cimitero, le spoglie di un aviatore ricordano l’ardimento dei piloti italiani e i voli su Vienna con a capo il “vate” Gabriele D’Annunzio. Il pilota era il tenente Vincenzo Contratti, abbattuto nei cieli del Prà dei gai il 27 ottobre del 1918.

Portobuffolé, un luogo dell’anima, dove è possibile girare per le viuzze, accompagnati solo da sé stessi. Qui, nel silenzio dei secoli, rotto dalla semplice sonorità della natura, è facile farsi catturare dall’atmosfera e, saccheggiando un titolo di un saggio, ascoltare le “voci di Gaia, l’eco dei versi d’una donzella gaia ed insegnata, prima rimatrice in lingua italiana” (Carla Rossi); magari, poco prima di porci nuovamente di fronte al duomo, ripensando ai tratti crudeli di un’umanità, in cui non si può fare a meno di riconoscersi.

Nuovo sfregio a Venezia. Chiesa del Redentore

Nella notte del 16 maggio 2022, ignoti hanno lordato con colore e una frase, che darebbe l’idea di una formula matematica, una statua della facciata della chiesa del Redentore……..

Marianna Concina. Una vita negata

Infissa nella parete esterna della chiesa di Sant’Ambrogio di Fiera di Treviso, una solitaria e grigia lastra tombale racconta, o meglio, dovrebbe raccontare e fissare nella memoria gli attimi salienti di una vita, che attraversò velocemente la seconda metà del secolo dei cosiddetti Lumi. Invece, delle mani ignote e sacrileghe hanno fatto di tutto per cancellare il ricordo di questa vita, macchiatosi di chissà quale ignominia. Al di là di una prima impressione di abbandono, senza che nessuno si preoccupi di tenere viva la memoria, anche il tempo ci mette del suo, raschiando le poche lettere sopravvissute.

Comunque stiano le cose e a dispetto della malignità umana, l’epitaffio ci costringe ad interrogarci sul destino della vita di una giovane donna, che se ne è andata troppo presto, a soli trentatré anni. Il suo nome era Marianna Concina. Una bella fanciulla dai ricci color rame, dagli occhioni forse neri e un incarnato di latte e rosa. Si racconta che il borgo di San Daniele del Friuli abbia dato i natali alla fanciulla nel 1764. Il padre dovrebbe coincidere con uno dei due figli di Giacomo da Concina, divenuto con lettera ducale del 25 agosto 1780 conte del feudo di San Daniele, mentre l’identità della madre dovrebbe corrispondere ad Anna Broili o Brogli da Venzone.

Il genitore, buon figlio del suo tempo, aveva messo al mondo dei figli e regnava nella casa, come un monarca assoluto, soprattutto nei confronti di tutto ciò che faceva parte della sua vita, a partire dalle persone. Con il fine di non disperdere il patrimonio familiare, l’uomo dispose che sua figlia, unica figlia femmina, fosse instradata in un percorso ben definito, offrendo la sua gioventù a Gesù, con il traguardo nella forzata e avvilente vita al convento, secondo l’accorgimento collaudato della consuetudine del maggiorascato. Una pratica questa ben trattata dalla letteratura, basti il romanzo dei “I Promessi Sposi” con il personaggio di Gertrude che, ancora nel ventre materno, la sua condizione era stata già stabilita ineluttabilmente; oppure la piccola Maria nella “Storia di una Capinera” di Giovanni Verga.

Marianna entrò nel convento di San Paolo a Treviso, divenuto successivamente Distretto Militare e, oggi, la sede dell’Università di Cà Foscari.

Indossato l’abito claustrale, la novizia si dimostrò molto obbediente e, a quanto pare, compiva i suoi uffizi con rassegnazione e pregava molto. Da qui poteva vedere “oltre il Sile, sulla sponda sinistra, molta gente che iva e rediva fuor delle mura: erano popolani, cittadini, uomini, donne, fanciulli, che movevano lieti a passeggio fuori del Portello, e s’avviavano al luogo detto la Fiera. Stette…a contemplare l’incantevole veduta; il suo cuore era frammezzo quella gente spensierata, che godeva la vita; ed ella poverina racchiusa, Dio sa quanto! In un convento; ed ora serrata a penare in un luoghicciolo a tetto. Discese alla fine dal finestrino, si gettò sul lettuccio, e pianse e pianse tutta la sera”.

Spesso, molto spesso, il suo volto era pallido e il suo corpo si presentava abbattuto, tanto da ottenere delle dispense dai lavori pesanti. La badessa pensò bene di chiamare il medico, che aveva in cura le religiose. Il quale non trascurò il suo malessere, ordinandogli tutta una serie di cura, ma si preoccupò, inoltre, di fargli conoscere un giovane aitante e di buona famiglia, il nobile Domenico Zuccaredda.

Il ragazzo rimase folgorato da quella apparizione, senza ombra di dubbio un bellissimo “giardino recintato, una fontana sigillata piena solo di acqua chiarissima”, un amore proibito, data la vesta indossata dalla giovane. Fatto sta che la novizia quando gli apparve il giovane di buona famiglia, si lasciò corteggiare, anche perché era più che mai convinta che la corte non fosse altro che l’anticamera del fidanzamento prima e del matrimonio dopo. Marianna “con il suo bel cuoricino aperto a tutte le impressioni, movea sui rialti erbosi, che cingevano l’orto, e strappava le candide margherite. Quindi spiccando loro ad uno ad uno i petali, ripeteva la nota fola: – Mi ama, mi brama, mi vuol bene e via e via, le solite care illusioni e speranze delle innamorate: per cui anche nella fogliolina d’un fiore pare loro di trovar un lieto responso, un segno d’amore” . Finalmente, la giovane donna venne persuasa a lasciare il convento, ma dopo un po’ l’illusa dovette fare i conti con la realtà. Dopo aver conosciuto l’amore sensuale e sessuale, la giovane donna fu buttata in strada. Non gli rimase altro che scrivere al padre, supplicandolo di correre in suo aiuto, ma rimasero parole morte. Non avendo ottenuto nessun aiuto dalla famiglia e non potendo ritornare al convento, prese a vivere in strada, in estrema miseria, dove si ammalò seriamente. Un giorno, il caso gli fece incontrare Andrea Viola, di origini aristocratiche e di professione avvocato. L’uomo, ormai di una certa età, si commosse di quanto venne a conoscenza e prese a cuore la sua situazione. In breve tempo, l’avvocato riuscì ad ottenere la nullità dei voti monacali per la donna e, addirittura, che la famiglia di lei ritornasse sui propri passi, fornendole anche della dote necessaria per il suo futuro.

I due s’innamorarono e il 7 maggio del 1793 convennero alle nozze. L’idillio della luna di miele non era destinato a durare a lungo. Nel giro di poco tempo, un anno e poco più, le condizioni di salute di Marianna erano precipitate. Non c’era stato nulla da fare. La donna fu vinta dalla tisi, che aveva contratto nel periodo trascorso in strada, abbandonata da tutti. “I registri parrocchiali di Santo Ambrogio della Fiera ricordano morta la Concina, «assalita da una febbre consuntiva pel corso di sedici mesi, cagionata da congestione polmonare…»”.

Rimasto vedovo soffocò nel silenzio il suo dolore, ma il suo lutto rimase a covare sotto la cenere, pronto a riemergere in qualsiasi momento. La fede rimase il suo sostegno, la forza e il coraggio per andare avanti. Contro tutto e tutti, l’uomo volle seppellire la giovane moglie all’interno della chiesa di Sant’Ambrogio. Anni dopo, allorché venne meno chi la piangeva, posandole un semplice giglio sulla sua lastra, in ossequio alle ambiguità e alla ipocrisia della morale borghese, ci si preoccupò di profanarne la tomba, disperdere per sempre i suoi resti e collocare all’esterno la sua lapide, dove tuttora si trova, testimonianza silente di una vita negata nel secolo dei Lumi. Non contenti di tutto ciò, ci fu anche chi volle cancellare ogni suo ricordo, cancellando ogni singola riga dell’epitaffio. Ma, come spesso accade, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Il celebre proverbio trovò sua applicazione nella curiosità di un letterato, nato nel veneziano, a Martellago, di nome Francesco Scipione Fapanni (1804- 1894), il quale, prese spunto dalla vicenda e pubblicò un romanzo, intitolandolo “La monaca del Sile”. Lo scritto trovò le stampe nel 1870 sull’Osservatore Veneto e, grazie al successo conseguito, vi furono diverse successive ristampe.

Fu così che, nonostante la malevolenza di molti, il nome della povera donna non è andato perduto, anzi. Nel suo volume, da cui abbiamo tratto e ricopiato i diversi virgolettati, lo scrittore si prese la cura di ricopiare quanto vi era scritto nella lapide, a partire dal suo nome e cognome di nascita:

Certo, c’è stata molta perfidia in questa vicenda. Ma è stata vana, per fortuna. Il tentativo maldestro di celare la vita della donna ha, invece, stuzzicato l’interesse del letterato, che si è ben guardato dal seguire l’empio esempio. Alla fine dei giochi, dei nostri benpensanti non è rimasta alcuna traccia, mentre… Quando si dice della legge del contrappasso. Eh sì, davvero una legge divina. Inoltre, pare, almeno stando a quanto si racconta, che in una villetta del capoluogo della Marca si custodisca un’immagine che ritrarrebbe la giovane Marianna in un momento gioioso della sua vita.

E chissà che, lontani dagli occhi severi delle autorità ecclesiastiche e del popolino, sempre pronto a giudicare, questa coppia d’innamorati abbia trovato appagamento delle loro emozioni, insegnandoci cosa sia capace di fare l’amore.

Le Grotte del Caglieron. Breda di Fregona (Tv). La meta ideale di una scampagnata

Sulla celebre area pedemontana, poco lontano da Vittorio Veneto, si estende il celebre altopiano del Cansiglio, che accoglie alle proprie pendici Fregona, un comune sparso fatto di piccoli borghi, adagiati in buona parte su un paesaggio collinare, che di rado supera un’altezza di seicento metri. La cornice naturale che lo circonda è davvero unica e suggestiva. Il Pizzoc (alto 1.565 m.), il Millifret (1.581 m.) e il Visentin (1.763 m.) sono alcune delle cime che ornano questi borghi del trevigiano, che, peraltro, possiedono un patrimonio naturalistico tra i più suggestivi, in buona parte protetti nella Riserva naturale integrale di Piaie Longhe – Millifret, nella Riserva Statale di Campo di Mezzo – Pian di Parrocchia e nella Riserva naturale del Bus della Genziana. Lo scenario straordinario della natura incontaminata offre alla vista delle incantevoli fonti e torrenti come l’impetuoso e ricco di fauna Caron o il Caglieron, che, a Breda di Fregona, ha intarsiato una profonda forra, fatta propria anche dall’uomo per le attività estrattive. Qui non ci s’imbatte in grandi opere prestigiose della mano umana, ma i segni dell’umile lavoro quotidiano, che ha permesso la fornitura del materiale necessario, la “piera dolza”, alla costruzione di tante abitazioni delle diverse località vicine, compresa Vittorio Veneto.

Le grotte del Caglieron sono indubbiamente una meta ideale per chi ama il contatto con la natura in tutta sicurezza. Una facile passeggiata che si snoda tra sentieri, ponti, scale e tunnel scavati nella roccia o su passarelle, accompagnati da panorami magnifici e scorci nascosti.

Dopo aver parcheggiato l’autovettura in uno dei tanti posti riservati e preso il ticket d’ingresso al Centro Visite, il percorso inizia in Via Ronzon, dove si attraversa il torrente attraverso un ponte di legno e si può accedere alle grotte del Breda e di San Lucio. Sempre accompagnati dai numerosi pannelli illustratori, si segue il cammino e, finalmente, il frastuono del torrente, informa del suo lavorio compiuto senza sosta. Il colpo d’occhio sulla forra è fantastico e, sempre in piena sicurezza, le passerelle sospese permettono di rivivere in piccolo il viaggio di Verne al centro della Terra. Al di fuori della forra, il sentiero porta all’antico mulino, oggi ristorante con menù della migliore tradizione culinaria locale, e al mulinetto. Il sentiero, che presenta delle diversioni affascinati, si chiude poco dopo sulla Provinciale 151, la strada d’arrivo.

Alla fine, è un posto bellissimo. Ideale per un’escursione in giornata, con un percorso adatto a tutti, dove è possibile avere un’offerta di eccellenza e un’accoglienza di qualità, il giusto viatico per chi ama l’ecoturismo e il vivere slow.

PS. Per informazioni, orari e giorni d’apertura verificare presso sito web pro loco Fregona.

IL Sepolcro di Antenore. Il saggio troiano

A Padova, la “migliore tra le città in questa regione”, volendo dare ragione alle parole del geografo greco Strabone (5, 7.1), nel cuore della sua tramatura urbanistica romana, medioevale e rinascimentale, un’edicola in mattoni rimanda alle origini mitiche della città, ricordate dal sommo poeta di Mantova, che prese a cantare le armi e l’eroe, che per primo dalle coste di Troia, profugo per fato toccò l’Italia e le spiagge lavinie. La copertura del tempietto cuspidato sovrasta il sepolcro di colui che avrebbe fondato la città, il teucro Antenore, figlio di Esiete e di Cleomestra, sposo fedele di Teano; e considerato il più saggio tra i membri del Consiglio degli Anziani del re Priamo di Troia. A pochi palmi di mano, un secondo sepolcro, che la pietà popolare volle per il filologo e letterato padovano Lovato dei Lovati, considerato a ragione il padre dell’umanesimo, il movimento culturale caratterizzato dalla riscoperta dell’antichità nei suoi molteplici risvolti. Tra le sue numerose attività filologiche, si ricorda il lavoro di ricostruzione effettuato sull’opera dello storico latino Tito Livio, reso possibile anche attraverso la scoperta delle decadi liviane rinvenute nell’Abbazia di Pomposa.

Nell’anno del Signore 1257, degli operai lavoravano nel cantiere della Cà di Dio, l’ospizio che offriva l’accoglienza ai bambini abbandonati, quando, tra lo stupore dei presenti, vennero alla luce “due vasi di monete e una cassa di piombo racchiudente un’altra cassa di cipresso con lo scheletro di un soldato con spada” (Zaramella, 19, 63). Sull’onda dell’entusiasmo della scoperta, fu chiamato il Lovati, il quale, influenzato dagli amati studi classici e da un sottile pragmatismo che non guasta mai, non tardò a riconoscervi nelle spoglie del mitico fondatore della città, il principe guerriero celebrato da Virgilio nell’Eneide (I, 242-249). Una così grande legittimazione delle origini della città urtò qualche nervo scoperto dei vicini, sempre pronti a calcare la mano sull’altezza del proprio campanile. Un cantore veronese, rimasto anonimo, si prese la briga di minimizzare l’avvenimento buttandolo sul ridicolo, e raccontando che le ossa del troiano erano state trovate da una scrofa intenta a pascolare dentro il cantiere.

La notizia del ritrovamento straordinario fece subito il giro della città e molti si ricordarono di una vecchia profezia, che circolava da lungo tempo: “Quando la Capra parerà e ‘l Lovo che responderà, Antenore se leverà”. Volle il caso che la persona incaricata a sovraintendere ai lavori facesse di cognome Capra e Lovo ovviamente non poteva non ricordare il letterato padovano; pertanto, di fronte ad una prova così dal vago sentore ontologico, i poveri resti non potevano che essere quelli di Antenore. Il riconoscimento fu festeggiato dai padovani con celebrazioni religiose e civili memorabili che si protrassero per giorni; infine, si eresse un monumento sepolcrale su un lato del ponte romano di San Lorenzo, che attraversava il Naviglio prima di essere interrato.

La scoperta capitò al momento giusto, fu quasi provvidenziale per la città, che si trascinava stancamente con i colpi di coda della guerra tra le diverse fazioni aristocratiche, dopo la cacciata di Ezzelino III da Romano, signore di Verona, Vicenza e Padova, passato alla storia con l’appellativo de il Terribile.

Ezzelino III da Romano

Antenore, quindi, si trovava ad appianare le divisioni, divenendone l’elemento di coesione e di orgoglio cittadino. L’autore della Cronaca Ezzeliniana, il notaio Rolandino, grammatico e insegnante a Padova tra il 1229 e il 1238, rievocò Antenore, assegnandogli un ruolo di primo piano nella tragedia senza tempo tra la tirannide e la libertà. Sotto l’egida del padre fondatore, i padovani avrebbero potuto chiamarsi nuovamente comunità.

Lovati fu incaricato di scrivere un testo commemorativo da incidere sul sepolcro, per sfidare le ingiurie del tempo. Il letterato si buttò a capofitto tra i suoi amati autori e dovette selezionare i passi, soprattutto da Virgilio e Tito Livio, che facevano al suo caso. In effetti, non tutta la tradizione classica era uniforme sulla reputazione del troiano. Un filone, originatesi con la diffusione del mito antenoreo in Occidente, non lo riteneva per nulla una figura edificante, dato che lo si accusava, assieme all’altro eroe troiano Enea, di essere un traditore nei confronti della patria, uno dei reati più infami che potevano essere perpetrati. A sua volta, la tradizione omerica e parte di quella romana lo aveva dipinto come un principe troiano saggio, che aveva sostenuto da sempre la pace con gli Achei e la restituzione di Elena e dei suoi tesori al fratello di Agamennone, oltre al suo intervento che scongiurò l’assassinio dei due ambasciatori, Ulisse e Menelao, progettato da Antimaco, altro consigliere del re troiano (Ilia. VII; Bacchilide, Dith., XV; Apollodoro, Epit. III 28-29). I due achei dimostrarono gratitudine e riconoscenza salvando la vita di Antenore e dei suoi familiari durante il sacco della città. Sulla porta di casa del troiano venne posta una pelle di leopardo e fu risparmiata dal furore delle truppe greche entrate in città (Pausania, X 27, 3; dipinto di Polignoto nella lesche di Delfi; Sofocle, Antenoridi, presso Strabone XIII, I 53, 608).

Padova, Prato della Valle, Statua di Antenore

La migrazione di Antenore sulle coste venete, alla guida di alcuni sopravvissuti troiani e degli Eneti, orfani del loro re Pilemene,  viene ricondotto al V secolo, quando gli ateniesi si trovarono a solcare il mare Adriatico e, attraverso il processo di “troianizzazione” dei popoli indigeni, il mito troiano conobbe sempre nuovi porti (L. Braccesi, la leggenda di Antenore, Venezia, 1997; J. Perret, Athènes et les légendes troyennes d’Occident, in Mélanges offerts a J. Heurgon, Pars, 1976, 791-803).  

Paride arciere, prima metà del V secolo. Museo archeologico di Quarto d’Altino

Di questa frequentazione vi si troverebbe ricordo in una tragedia del poeta Sofocle, andata perduta e riportato da Strabone (XIII, 1, 53, 607-608), per quanto più di uno studioso abbia arricciato il naso sulla sua reale attendibilità.

In epoca romana, il mito di Antenore trovò nuova linfa e fu utilizzato dalla propaganda romana in funzione conciliativa per un problema nella città patavina, che poteva provocare degli sviluppi imprevedibili di notevole rilevanza politica. Lo storico Tito Livio, raccontando della ribellione, avvenuta nel 174 a.C., che minacciava di trasformarsi in una vera e propria guerra civile cittadina, il Senato romano inviò il console Marco Emilio Lepido con il compito di sedare gli animi. In città, il console, la cui stirpe si riconduceva ai profughi di Ilio, conobbe le tradizioni locali troiane e, forse, si rinsaldarono i legami con i Romani, attraverso l’ascendenza troiana. Più tardi, il mito antenoreo dovette fare i conti con la propaganda sviluppata da Mitridate VI del Ponto (111 a.C. – 63 a.C.), imperniata sulla continuità tra il sovrano orientale e gli Eneti, originari della Paflagonia, una regione dell’Anatolia settentrionale, stretta tra Bitinia e Cappadocia.

Ritenute le genti venete di origine venete, in questo periodo si affermò l’esplicita affermazione, communis opinio, di Antenore, quale fondatore della città di Padova (Pomponio Mela, II, 4,2; Marziale, I, 76). Nell’episodio dell’Eneide, che la dea Venere supplica il padre degli dèi di far cessare le pene di suo figlio, ricorda che, nel frattempo, Antenore ha già fondato la sua nuova città e vive in pace:

Antenor potuit mediis elapsus Achiuis

Illyricos penetrare sinus atque intima tutus

regna Liburnorum et fontem superare Timavi,

unde per ora novem vasto cum murmure montis

it mare proruptum et pelago premit arva sonanti.

hic tamen ille urbem Patavi sedesque locavit

Teucrorum et genti nomen dedit armaque fixit

Troia, nunc placida compostus pace quiescit.

Antenore, pure, ha potuto, sfuggendo agli Achivi,

penetrare sicuro il mar d’Illiria, e i lontani

regni Liburni

 e la fonte superar del Timavo,

donde per nove bocche, con vasto rimbombo del monte,

va, dilagato mare, travolge i campi dell’onda muggente.

Si, egli pose qui Padova, sede dei Teucri,

e diede un nome alla gente, e appese l’armi di Troia,

e ora, in placida pace composto, riposa.

La tradizione, che lo tirava in ballo assieme ad Enea nell’accusa di complicità nella caduta della città di Troia, fu ripresa nel corso del Medioevo da Servio, il celebre commentatore dell’Eneide, dove Antenore è presentato come reo di tradimento e in più circostanze.

Dante Alighieri, che conosceva a menadito la glossa di Servio, pensò bene di chiamare Antenorea, la parte più bassa dell’Inferno, dove erano collocati i traditori della patria. Inoltre, l’autore della Commedia, nel V Canto del Purgatorio, si levò via qualche sassolino dalle scarpe nel celebre episodio di Jacopo del Cassero, trascinandovi dentro i maggiorenti padovani del tempo, “traditori abituali”.

Antenora

Sconsacrata e soppressa la chiesa di San Lorenzo nel 1809, dopo aver inglobato l’antico monastero benedettino di Santo Stefano, l’edificio venne demolito nel 1937 e il monumento funerario di Antenore si trovò alle prese con uno strano e, per certi versi, contorto percorso, che lo portò a girovagare per le diverse parti della città, fino a ritornare nell’attuale collocazione, ormai divenuta piazzetta XI Maggio, l’attuale Piazza Antenore, con la demolizione degli edifici per far fronte al nuovo palazzo prefettizio.

Sopra la tomba è possibile osservare due iscrizioni:

Cum quater alma Dei natalia viderat horrens

Post decies octo mille ducenta Caper

Extulit hec Padue preses cui nomen Olive

Cognomen Circi patria Floris erat.

Protestate nobili viro domino

Fantone de Rubeis de Fiorentia

Perfectum fuit hoc opus.

E sul lato ovest, i versi di Lovato:

Inclitus Ant(h)enor patriam vox nisa quietem

Transtulit huc Enetum Dardanidumq(ue) fugas,

Expulit Euganeos, Patavina(m) (con)didit urbem,

Quem tenet hic umili ma(r)more cesa domus.

Il glorioso Antenore, voce tesa alla pace della patria,

Scortò qui la fuga degli Eneti e dei Troiani,

Scacciò gli Euganei, fondò la città di Padova.

Lo custodisce qui una dimora, ricavata da umile marmo.

Sulla tomba di Lovato Lovati è stato inciso:

Tomba di Lovato dei Lovati. Le spoglie del letterato sono andati persi, in seguito ai numerosi spostamenti del sepolcro

T(umulus) Lovati Paduani militis iudicis et poete /

Obiit anno nat(ivitatis) Chr(ist)i M CCC Nono Septimo die intrante Marcio

e

Id quod es, ante fui, quid sim post funera, queris;

quod sum, quicquid id est, tu quoq(ue) lector eris:

Ignea pars celo, cese pars ossea rupi,

lectori cessit nomen inane Lupi. D(is) M(anibus).

Mors mortis morti mortem si morte dedisset,

hic foret in terris aut intege[r] astra petisset.

Sed quia dissolvi fuerat sic iuncta necesse,

ossa tenet saxum, proprio mens gaudet in esse. V(ivens) F(ecit)

Ciò che tu sei, prima io fui, che cosa io sia dopo la morte, cerchi di sapere;

ciò che io sono, qualunque cosa sia, tu pure lettore sarai.

La parte ardente passò al cielo, la parte ossea alla pietra scolpita,

al lettore solo il nome insignificante di Lupo. Agli dèi Mani.

Se la morte della morte avesse dato morte alla morte tramite la morte,

Costui sarebbe sulla terra, o meglio, avrebbe ambito integro alle stelle.

Ma poiché le parti collegate dovevano così necessariamente dissolversi,

la pietra tiene le ossa e la mente si rallegra di essere nel proprio. Fatto da vivo.

Nel settembre del 1985, la cassa lignea contenuta all’interno dell’arca fu oggetto di un sopralluogo. Furono trovate numerose ossa, tutte alla rinfusa, alcune delle quali con parziali lembi di pelle rinsecchita (si disse con tracce di imbalsamazione). Il teschio, che risultava disposto in un angolo della cassa, presentava un’ampia lesione sulla parete frontale, sicuramente provocata da un’arma da taglio. Dall’esame del foro occipitale pare che questo sia stato ampliato successivamente alla sua morte. L’esame dello scheletro, malgrado l’interferenza di altre ossa estranee, ha condotto all’ipotesi che il corpo dovesse possedere un’altezza di un metro e settantaquattro. Sono stati trovati i sigilli risalenti al Duecento, attribuiti all’epoca del rinvenimento e, dopo l’opportuno esame del Carbonio 14, i resti sono stati retrodatati al Terzo secolo con uno scivolo temporale di circa cinquant’anni; per cui l’inumato non poteva essere il mitico Antenore e non stava a galla neppure l’ipotesi che lo voleva come un guerriero ungaro del IX secolo.

Si è potuto appurare che la tomba era stata aperta in precedenza, forse nel 1937, quando erano in corso le lavorazioni in Piazza o, più prosaicamente, da taluni studenti universitari in vena di smargianate nei confronti dell’allora Magnifico Rettore.

Le spoglie del presunto Antenore non rappresentano l’unico mistero del sito. A quanto pare, sotto la tomba sono celati i resti di un giovane ragazzo, passato alla storia grazie alle Ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo. La vera vicenda, a cui si era ispirato liberamente lo scrittore, riguardava un ragazzo di nome Girolamo Ortis, originario del borgo friulano di Vito d’Asio, che si uccise a Padova il 29 marzo del 1796, dopo quattro giorni di febbre.

Girolamo Ortis frequentava con successo il quarto anno di Medicina a Padova ed era in dirittura d’arrivo con l’esame di laurea, quando si sarebbe inferto un paio di coltellate, una al petto e una alla gola, che recise la giugulare, uccidendolo dopo poco. Il suicidio avvenne nella camera dove alloggiava nel Collegio Pratense, l’istituzione per studenti meritevoli e bisognosi friulani. La notizia, ovviamente, ebbe una cassa di risonanza incredibile nella Padova di allora e subito si posero molti dubbi sulla mano assassina effettiva e sulle motivazioni che stavano dietro al terribile gesto. Uscirono fuori molte illazioni e si scrissero molte cose. Di certo, nella notte tra il 28 e il 29 marzo, il ragazzo fu visitato dal dottore Furlani, che gli somministrò un antiemetico.  Il giorno dopo, alle prime ore del giorno, l’abate della struttura si trovò a registrare che: «Questa mattina … si trovò immerso nel proprio sangue per due ferite un giovane friulano, scolare di medicina di quarto anno, le quali ferite si diede egli stesso con un coltellino, non si sa da quali cagioni mosso; se non che si sospetta che ciò gli sia intravvenuto per qualche ratto alla testa, essendo febbricitante da qualche dì».

Una lettera del 16 aprile, scritta da don Germanico Ciconi, un sacerdote dell’Istituto a Candido Ortis, al fratello di Girolamo, resoconta su alcuni aspetti sottaciuti:

“Imprudentissimamente il medico Furlani lunedì alle ore 23 gli ordinò uno scrupolo di epichequama in tre parti. Alle ore 24 ne prese due, ma senza niun effetto sino alle quattro ore di notte, che poi fu lasciato solo in camera. Dopo poi quella fatal polvere mise in tal orgasmo la macchina, che privato de’ sensi gli cagionò l’eccesso. Io colà non sapevo se prendermela con il medico per la sua imprudenza, se con il rettore per la poca attenzione, se con il servitore per la poca cura. … Erano disseminate alcune ciarle, dicendo alcuni, che ciò era accaduto per amore, altri per debolezza di testa, coll’aver altre volte tentato di darsi la morte, ma falsa la prima, e falsissima la seconda. Feci tanto che ho voluto sapere il fonte, dal quale erano uscite simili ciarle, e ritrovai essere il signor medico Furlani, e ciò per coprire in qualche maniera la sua ignoranza ed imprudenza.

Il silenzio fatto calare su questo grave fatto di cronaca nera, compreso lo zelo dei fratelli, tutti quanti sacerdoti, che fecero di tutto per “smentire le dicerie e salvare l’onore del nostro povero defunto».

Alla fine, il ventitreenne, “ritrovato nella sua camera ucciso” poté avere il funerale religioso, che si tenne nella chiesa di San Lorenzo. Fu sepolto nella cripta, in aderenza alla facciata, sulla quale era addossata la tomba di Antenore.

Chissà quante volte ci si è imbattuti in questi monumenti, non degnandoli di alcun sguardo. Molto spesso capita di osservare i ragazzi o meno accostarsi a loro, con atteggiamenti indelicati. A loro attenuante si può affermare che molti non conoscono i due monumenti e tanto meno che cosa rappresentino, per cui…In realtà, i due monumenti, per quanto possano apparire piccoli ed insignificanti, rievocano millenni di storia e la saga di un popolo, che di fatto rappresenta un tassello importante dell’epopea della cultura occidentale. Inoltre, è sorprendente pensare che sotto, a qualche centimetro di terra, vi giacciano i resti di un povero ragazzo infelice, che, senza saperlo, la sua tragicità ha dato lo spunto necessario per un nuovo incastro culturale, dato che il là per una delle opere più affascinanti della nostra letteratura. E tutto questo nello spazio di pochi metri. Forse, meriterebbero poco più di rispetto.

Laguna, Stanza VII

Da Poesie italiane.

Città che affondi, dove

la ragione più salda si tramuta

 d’un tratto in occhio umido, dove il fratello

delle sfingi del Nord, leone alato e colto,

non grida “da che parte stai?”, chiudendo il libro

felice d’annegare

dentro lo sciabordio degli specchi.

(da Laguna, VII pag.15 in Poesie Italiane, Adelphi, 1996).

Tomba di Josif Brodski, Cimitero di San Michele, Venezia

Campo dei Santissimi Giovanni e Paolo. Il sogno del doge Jacopo Tiepolo

Bene o male a tutti quanti noi, veneziani o foresti, basta un semplice colpo d’occhio per riconoscere Piazza San Marco, sforzo tra i più semplici se pensiamo alla sua caratteristica struttura fisica e al profilo del panorama, definito da tutta una serie di edifici, dove fastosità e magnificenza coesistono armoniosamente con l’ambiente circostante. Quale edificio potrebbe illustrare l’imponenza della Piazza meglio della basilica, l’antica cappella del doge dedicata all’Evangelista? Chissà poi quante volte ci siamo proposti di esplorare la città lagunare, non sapendo dove andare e in che cosa ci saremmo imbattuti. Non c’è nulla di meglio che percorrerla alla cieca, facendoci guidare dai nostri sensi. In ogni momento della giornata, la città sa regalare struggenti sensazioni di calore, passione e amore romantico: il sospiro della città. Non a caso, qualcuno arrivò a titolare un volume di qualche tempo fa “Perdersi a Venezia”. Titolo più che mai azzeccato, senza dubbio; d’altra parte, gli autori possiedono la rara intimità con la città per riconoscervi tutte le sue anime. Così, alla fine, sappiamo destreggiarci tra campi e campielli, che accudiscono monumenti superbi e chiese da mozzare il fiato, come San Zaccaria, che si erge maestosa con le sue storie e leggende nel sestiere di Castello, ritenendoli, a ragione, cuori pulsanti della città, grandi o piccoli che siano. Tra questi vi è un luogo di grande rilevanza per la storia e la memoria, all’interno del quale gli animi più sensibili possono immergersi nell’atmosfera irreale e sentire l’eco del passato e delle persone che là hanno calpestato le pietre in cotto o i più robusti “masegni” in trachite nel corso dei secoli. Il luogo è il Campo dei Santi Giovanni e Paolo, il “Campo delle maraveje”, così definito da molti e, giustamente, dedicato ai due fratelli romani, martiri nel 363 d.C., durante la persecuzione di Giuliano l’Apostata. A dirla tutta, molti lo hanno attraversato per motivi ben diversi dall’amore verso l’arte e la storia. Lo sa bene anche lo scrivente. Infatti, qui si trova la struttura ospedaliera cittadina, anch’essa intitolata ai due testimoni della fede cristiana, dove, malgrado l’hub di Mestre, sopravvivono delle eccellenze, quali ad esempio l’Utic e il reparto di Cardiologia con il suo staff decisamente fuori dal comune, per la professionalità e l’empatia.

Comunque sia, il Campo si distende in uno spazio decisamente unico per l’immenso patrimonio storico, architettonico e artistico presente, che in buona parte si raccolgono nella chiesa omonima e negli edifici vicini, quali il Convento, l’Ospizio dei Mendicanti e la Scuola di San Marco, diventati dal 1819 sedi dell’attuale Ospedale Civile. Inoltre, l’interno della chiesa custodisce le spoglie di oltre un centinaio di personaggi noti, e meno noti, della Repubblica, tra i quali ben quindici dogi, tanto da spingere qualcuno a definirla il Pantheon veneziano, e non a torto.

La tradizione vuole che sia stata fondata nel XIII secolo, per l’interessamento della nobile famiglia Tiepolo. A quanto pare, nel bel mezzo di una notte d’estate del 1226, il sonno del doge Jacopo Tiepolo, fu scosso da un sogno. L’uomo, passato alla storia come pio e religioso, vide due bianche colombe incoronate da una croce d’oro e due angeli, che sovrastavano una cappella isolata, di modeste dimensioni, mentre risuonava nel cielo una voce, che proclamava: “Questo è il luogo che scelsi per i miei predicatori”. Al mattino, il ricordo del sogno perdurò al risveglio e ne fece parola al Senato, il quale pensò bene di donare ai frati domenicani il luogo della visione, una vasta area del sestiere di Castello in buona parte disabitato, se non per la presenza di un tempietto dedicato a San Daniele. Il panorama restante era una distesa di acqua e fango, regolata dall’influenza dell’astro lunare.

Domenico Robusti detto il Tintoretto, Jacopo Tiepolo, XVI secolo, Palazzo Ducale, Venezia

I domenicani si rimboccarono le maniche e presero a bonificare l’area, fino a toccare le attuali “Fondamenta Nove” e, intorno alla seconda metà del XIII secolo, avviarono la costruzione della chiesa, dando inizio ai lavori dal presbiterio. Dopo diverse pause più o meno lunghe, per lo più causate dalla mancanza di fondi e dall’imperversare delle epidemie, il vescovo di Ceneda, Antonio Contrario, provvide alla sua consacrazione nel 1430.

La chiesa, popolarmente conosciuta come “San Zanipolo”, si presenta come il frutto del fluire del tempo e si mostra come uno splendido esempio di gotico trecentesco, per quanto vi si inseriscono degli influssi protorinascimentali. La sua facciata si definisce di tipo conventuale, in cotto e rosone centrale, tripartita da due lesene, che trovano il coronamento nelle edicole marmoree, all’interno delle quali dominano le statue di San Tommaso d’acquino, San Domenico e San Pietro Martire, sovrastati nei pinnacoli da un’aquila (simbolo di San Giovanni), dalla raffigurazione dell’Eterno e dal leone di San Marco.

Nella parte inferiore della facciata, tra le arcate cieche trovano posto le arche funerarie del doge Marco Michiel, fondatore della chiesa di San Giovanni Evangelista (oggi dedicata a San Pietro Martire) a Murano, Marco Daniele Bon e dei dogi Jacopo e Lorenzo Tiepolo. Il portale è delineato da un disegno ad arcata ogivale, costituita da colonne singole e binate di marmo, provenienti dall’isola di Torcello. Sopra, nella lunetta, trovano posto i due santi titolari, mentre nell’architrave risaltano gli attributi iconologici di San Domenico: il giglio della purezza; la palma della vita eterna; la stella apparsa durante il suo battesimo e il cagnolino con la fiaccola ardente, simbolo della fedeltà all’ortodossia e di lotta all’eresia.

La pianta interna è a croce commissa e si dispiega su tre navate, già segnalate dalle lesene, attraverso dieci pilastri che sorreggono le arcate a sesto acuto e le volte a crociera. Con il transetto e le cinque cappelle absidali, il tempio raggiunge la lunghezza di poco superiore a centro metri e una larghezza massima del transetto di poco inferiore ai cinquanta metri.

John Ruskin, il grande professore di storia dell’arte a Oxford, mentre si appresta a compiere il suo viaggio tra le architetture sepolcrali lungo le pareti di Ss. Giovanni e Paolo, così esordisce: “Nel secolo XV nessuna forma d’arte è così rappresentativa del carattere nazionale di un popolo come quella che si rivela nelle tombe…Agli uomini del XIV secolo il sepolcro si presentava come un amico apportatore di riposo e di speranze; per gli uomini del secolo XV, invece, esso era lo spogliatore ed il vendicatore…Questo cambiamento nelle linee dei monumenti sepolcrali è comune a tutta l’Europa. Ma a Venezia, che per alcuni riguardi è il centro del Rinascimento, questo mutamento è espresso in circostanze straordinariamente favorevoli, perché noi ne possiamo ricavare le caratteristiche più spiccate” (J. Ruskin, Le Pietre di Venezia, 1987, pp. 298-299). Pertanto,

con in mano il volume dello studioso ottocentesco, che rimane sempre attuale, facciamo il nostro ingresso, dove sarà possibile osservare il cambiamento della concezione architettonica funeraria, dal sarcofago sopra la mensola a quello più recente, che vede il defunto disteso nel cataletto. L’impatto emozionale delle tre navate è davvero forte, da lasciare senza fiato. Lo sviluppo delle pareti è scandito dai monumenti funerari e dai numerosi complessi scultorei, che attorniano in un giro tondo della bellezza, l’altare maggiore, realizzato da Baldassarre Longhena e dal trentino Matteo Carneri nel 1638; e le dodici croci in bassorilievo che, stando a quanto il domenicano Jacopo da Varagine aveva lasciato scritto nella sua opera, avevano la capacità di lasciare fuori il demonio dalla chiesa e affermare il trionfo di Cristo.

Nel silenzio solenne, lo sguardo è ammaliato dalla controfacciata interamente ricoperta dai monumenti funerari della nobile famiglia dei Mocenigo. Al centro si trova il sepolcro di Alvise I Mocenigo, morto nel 1577, e di sua moglie, la colta Loredana Marcello. La quale, ricordata per i suoi studi di botanica e di storia, morì in giovane età e fu imbalsamata. Sopra la veste conventuale della Croce della Giudecca, le fu deposta una veste preziosa, del tutto ricamata da fili d’oro.

A sinistra, il Mausoleo di Pietro Mocenigo, doge e “Capitano do Mar”. Il monumento rompe con gli schemi del passato, per la sua innovativa rispondenza artistica e iconologica. Esso è fiancheggiato da sei nicchie occupate da sei militi romani in lorica, forse generali. Il sarcofago, retto da tre figure, è tripartito dalla presenza di rilievi scultorei. Nel centro del sarcofago compare un’iscrizione latina, che reca la scritta “Ex hostium manubiis” (dalle spoglie del nemico). Il valore militare del defunto è rimarcato ai lati con le immagini delle sue imprese più famose, mentre nella parte inferiore si osservano “Ercole e il leone Nemeo” e “Ercole contro l’Idra”.

Lo stile, debitore di influssi rinascimentali fiorentini, presenta numerose novità. Come è una novità la posa del doge, colto non nella consueta posizione supina, ma eretta, da persona risorta dalla morte.

A destra, invece, si trova la tomba di Giovanni Mocenigo, morto di peste nel 1485. Inizialmente fu sepolto nel vicino sepolcro dello zio Pietro; solo nel 1522 le sue spoglie furono deposte nell’attuale arca.

Sul pavimento, di fronte, vi sono le lastre tombali di Alvise I, Alvise III Sebastiano e Alvise IV Giovanni Mocenigo.

Da qui si arriva al sarcofago del doge Rainieri Zen, morto nel 1268. Il fronte presenta delle ascendenze stilistiche bizantine con le decorazioni del Cristo seduto sul trono con due angeli ai fianchi. Si supera l’altare rinascimentale con la tela della Madonna con Bambino e santi,

e si raggiunge il mausoleo di Marcantonio Bragadin, l’eroico governatore della città fortezza di Famagosta (oggi Gazimağusa) a Cipro, che, dopo mesi di assedio, nell’agosto del 1571 si trovò nelle condizioni di cedere le armi all’armata turca al comando di Lala Kara Mustafa Pascià. Dopo la resa, il nobile veneziano e i suoi cinquecento soldati furono massacrati. Al Bragadin mozzarono le orecchie e il naso. Lo trascinarono per le vie della città carico di pietre. Alla fine, venne denudato e scorticato vivo e le sue membra distribuite all’esercito. La sua pelle fu imbottita di paglia e ricucita, dandogli una parvenza di un essere umano. Il simulacro fu legato alla sella di una mucca, che fu trascinata in città. In seguito, fu portato a Istanbul e collocato all’interno dell’arsenale, dove un prigioniero cristiano, il veronese Girolamo Polidoro, riuscì a sottrarla, prima di scappare dalla schiavitù. I resti, oggi, sono custoditi nell’urna del monumento, attribuito a Vincenzo Scamozzi, come se fossero delle vere e proprie reliquie.

Quindi l’altare al domenicano spagnolo San Vincenzo Ferrer, abbellito dal polittico realizzato da Giovanni Bellini intorno al 1465. La cornice dorata racchiude l’Angelo Annunziante; Cristo morto sorretto da due angeli; Maria Annunziata; San Cristoforo; San Vincenzo Ferrer in estasi; e San Sebastiano; completano i cinque episodi della vita di San Vincenzo Ferrer. Sotto il ciclo pittorico trovano collocazione le spoglie del beato Tommaso Caffarini, confidente di Santa Caterina da Siena.

In seguito, il monumento, con il busto sopra l’urna e due sculture tra le due colonne, del senatore e grande oratore Luigi (Alvise) Michel, morto nel 1589.

Pochi passi e si raggiunge la barocca Cappella del Beato Giacomo Salomoni (la gotica del Nome di Gesù) dedicata all’asceta e mistico Frà Giacomo Salomoni, dell’ordine dei frati predicatori. Invocato come intercessore per la guarigione dai mali incurabili, i suoi resti furono traslati da Forlì e nel 1939 posti nell’altare della cappella a lui dedicata. Il soffitto è un florilegio di dipinti di Giovanni battista Lorenzetti. Nel centro risalta il Gesù Bambino, ai lati il Cristo Salvatore e le sue tre personificazioni: Filius Josedec, Nave e Filius Sirach. Lungo le pareti sono collocate delle sculture, raffiguranti Elia e Daniele, Zaccaria e David. Notevoli le pale del fiammingo Pietro Mera, nelle quali sono ritratti il Battesimo di Cristo, la Circoncisione di Cristo.  Sull’altare, invece, è collocata la pala di Pietro Liberi (1650) con rappresentati la Maddalena e San Luigi di Tolosa ai piedi del crocifisso.

Davanti, si trova la lastra sepolcrale del primicerio di San Marco, il nobile Alvise Diedo, morto alla fine del XV secolo.

Accanto, l’oratorio dedicato a San Filippo Neri, impreziosito da dipinti di Gregorio Lazzarini.

Alla fine della navata destra il complesso funerario della famiglia Valier, commissionato dalla dogaressa Elisabetta Querini, morta nel 1708. Il monumento, realizzato da Andrea Tirelli su disegni di Antonio Gasperi, prende movimento nel padiglione di marmo giallo, delimitato tra quattro colonne corinzie, con le sculture che raffigurano i dogi Bertuccio, Silvestro e di sua moglie Elisabetta. Nel piedistallo vi sono raffigurate le sette virtù, attraverso sette bassorilievi: la “Benevolenza”, la Carità”, la “Costanza”, il “Tempo”, il “Valore”, la “Mitezza” e, infine, la “Vittoria”, realizzate da Pietro Baratta, Giovanni Bonazza e Antonio Tarsia. L’ultimo bassorilievo rappresenta una chiara allusione alla battaglia vittoriosa ai Dardanelli, conseguita dalla flotta veneta il 26 giugno 1656.

Sotto la statua di Bertuccio si legge:

BERTVCIVS VALERIVS DVX PRVDENTIA

ET FACONDIA

MAGNVS HELLESPONTIACA VICTORIA MAIOR

PRINCIPE

FILIO MAXIMVS OBYT ANNO MDCLVIII

Sotto Il doge Silvestro:

SILVESTER VALERIVS BERTVCII FILIVS

PRINCIPATVM

AEMVLATIONE PATRIS MERVIT MAGNIFICENTIA

ORNAVIT SYRMENSI PACE MVNIVIT

OBIIT ANNI MDCC

Infine, sotto la dogaressa:

ELISABETH QVIRINA SILVESTRI CONIVX ROMANA

VIRTVTE VENETA PIETATE ET DVCALI CORONA INSIGNIS OBIIT MDCCVIII

Attraversato il varco, sotto il monumento funerario, si accede alla Cappella della Madonna della Pace, in precedenza dedicata a San Giacinto. La volta è abbellita dagli stucchi di Ottavio Ridolfi, mentre i quattro medaglioni sono di Jacopo Palma il Giovane, che illustrano le allegorie delle virtù possedute da San Giacinto. Ai lati due grandi dipinti. A destra la tela di Antonio Vassilacchi con rappresentata la “Flagellazione”, mentre a sinistra vi è il “Giacinto passa miracolosamente un fiume” di leandro Bassano. Nel vestibolo della cappella venne posto il sarcofago del doge Marin Faliero con la testa mozzata fra le gambe per il suo celebre tradimento. Quando la cappella fu oggetto di restauro nell’Ottocento il sarcofago fu aperto e, in effetti, il corpo ritrovato si presentava in queste condizioni. Il sarcofago fu portato al Museo Correr, mentre le ossa sono state portate nell’isola ossario di Sant’Ariano.

Alla fine della navata, si ammira la cappella di San Domenico, realizzata da Andrea Tirali nel 1690. Le pareti sono decorate da sei bassorilievi, che raffigurano la vita del santo. Cinque sono in bronzo e sono attribuiti a Giuseppe Maria Mazza, il sesto, in legno, è di Giobatta della Meduna. Sul soffitto vi è la tela, che raffigura la Gloria di San Domenico del 1725 di Giovanni battista Piazzetta, quando quattro pennacchi laterali contengono quattro tondi con le allegorie della Religione, della Mansuetudine, della Fortezza e della Giustizia.

Poco in là il piccolo altare dedicato a Santa Caterina da Siena, dove nel 1961 è stata deposta la reliquia del piede della Santa.

Sul transetto destro si trovano i monumenti funerari di Nicolò Orsini, Frà Leonardo da Prato e di Dionigi Naldi, condottieri veneziani, caduti durante il conflitto con la Lega di Cambrai. Queste furono le prime tombe erette a spese della Serenissima in segno di gratitudine per la lealtà con cui avevano combattuto in nome della Repubblica. Sulle pareti sono inserite l’Incoronazione della Vergine della scuola di Giambattista Cima, la Elemosina di Lorenzo Lotto e il Cristo fra gli Apostoli Pietro e Andrea di Rocco Marconi.

Monumento funebre di Nicolò Orsini
Lorenzo Lotto, Elemosina
Incoronazione della Vergine. Scuola di Giambattista Cima

Sulla parete di fondo della crociera, si svela la vetrata, il grande finestrone in stile gotico, alto ben 17 metri e largo sette metri e mezzo. Il capolavoro è stato realizzato nel 1510 dal maestro vetraio Giannantonio Licinio da Lodi sui cartoni di Bartolomeo Vivarini, pittore del primo rinascimento veneziano. Il maestro muranese pose mano anche alle immagini, mentre Cima da Conegliano sarebbe l’artefice della Madonna e dei Santi Giovanni Battista e Pietro; per ultimo, la parte inferiore fu fatta da Girolamo Mocetto. La vetrata possiede un suo certo che, difficile da definire subito. Di certo, è un richiamo mistico, non solo per gli uomini del passato, ma anche per chi vive nella quotidianità come la nostra. Gli spazi interni e gli elementi architettonici divengono fluidi, quasi immateriali. La luce, con il trascorrere delle ore, cambia toni e colori che rievocano quanto affermava il duecentesco Pierre de Roissy: “…le finestre dipinte sono delle scritture divine, perché spandono la luce del vero sole all’interno della chiesa, vale a dire nei cuori dei fedeli, illuminandoli al tempo stesso”. Il tema della trama narrativa è la rivelazione di Dio nella storia. L’ossatura del racconto biblico si dipana dall’alto verso il basso e il principio s’identifica con l’atto della Creazione, attuata da Dio con la presenza dello Spirito Santo, raffigurato sotto l’iconica forma della colomba. Procedendo nella lettura, l’arcangelo Gabriele rivela l’imminente avvento del messia, come annunciato da Mosè e da Davide. La narrazione prosegue con la Vergine Maria con in braccio il Bambino, additato da Giovanni Battista come Figlio di Dio. I quadri inferiori ritraggono gli Evangelisti e i quattro dottori della Chiesa occidentale: Agostino, Ambrogio, Girolamo e Gregorio. Quindi è la volta dei santi Domenico, Vincenzo Ferrer, Pietro da Verona e Tommaso d’Aquino. L’intreccio si conclude con San Giorgio e San Teodoro, due patroni della città lagunare, effigiati con la panoplia militare; e i due titolari della chiesa.

Sul lato destro del presbiterio si apre la Cappella del Crocifisso, dove la Confraternita di San Girolamo e dell’Assunta si riuniva. Il colore nero della pietra dell’altare, opera di Alessandro Vittoria, rimanda agli uffici di assistenza spirituale ai condannati a morte. Come sono del Vittoria le due statue, la Vergine e San Giovanni Evangelista, poste al di sotto del Crocifisso di Francesco Cavrioli.

Poco più avanti, sulla parete, si trova la tomba di Edward duca di Windsor, ambasciatore inglese, morto nel 1574.

Poco in là il sarcofago della seconda metà del XIV secolo, che dovrebbe custodire i resti di Paolo Loredan, anche se nulla lo indichi con certezza.

Quindi la Cappella della Maddalena, per la scultura della Santa, che però fu qui posta nell’Ottocento, provenendo dalla Chiesa dei Servi. Sulla parete è collocato dal 1921 il monumento funerario di Vettor Pisani, l’ammiraglio vittorioso nella Guerra di Chioggia contro i Genovesi nel 1380. In origine il monumento si trovava nella chiesa soppressa di Sant’Antonio a Castello. Vicino il monumento al pittore Melchiorre Lanza con la statua di Melchior Barthel, conosciuta come la statua “della donna vanitosa”, che, guardandosi allo specchio, vede specchiarsi l’immagine della morte.

Sempre sulla parete destra si trova il sepolcro del doge Michele Morosini, morto di peste nell’ottobre 1382, morto dopo soli quattro mesi di dogado. Commissionato dalla moglie, il monumento lo raffigura in abiti dogali, disteso sul letto funebre. Due angeli tendono le stoffe del baldacchino, quando due statue di diaconi sembrano vegliare sul defunto. Sulla lunetta musiva sono raffigurati, sia il doge che la moglie, colti nell’atto di pregare.

Monumento a Vettore Pisani
Urna pensile di Marco Giustiniani
Monumento funebre di Melchiorre Lanza
Melchior Barthel, Melanconia
Altare della Maddalena
Altare maggiore
Sepolcro del doge Michele Morosini

Di seguito, il monumento di Leonardo Loredan, il doge delle guerre contro i Francesi, l’Impero e i Turchi. Il fastoso sepolcro, realizzato nel 1571-1572, fu realizzato dallo scultore e architetto Girolamo Grapiglia. Le statue presenti, che raffigurano Venezia, la Lega di Cambrai, la Pace, l’Abbondanza sono di Daniele Cattaneo e alludono alla riconquista della terraferma da parte di Venezia, dopo la sconfitta di Agnadello del 1509.

La sepoltura di alcune suore del terzo Ordine Domenicano, anticipano lo splendido mausoleo del doge Andrea Vendramin, morto nel 1478. L’impaginato architettonico è alquanto complesso e classicheggiante, come classicheggianti sono i richiami all’architettura con l’Arco di Augusto a Rimini e il più tardo Arco di Costantino a Roma. Non mancano evocazioni iconografiche allegoriche, quali quelle provenienti dall’Hypnerotomachia Poliphili, il celebre romanzo misteriosofico, stampato a Venezia da Aldo Manuzio nel 1499 e attribuito a Francesco Colonna, frate domenicano a Ss. Giovanni e Paolo. Il doge è raffigurato disteso sul catafalco con le mani sul petto. L’urna è decorata dai rilievi delle tre virtù teologali e dalle quattro virtù cardinali, mentre sulle nicchie laterali si vedono altre sculture, che hanno sostituito le originarie di Adamo ed Eva, metafore dell’inizio e fine dell’umanità. La lunetta è completata con il bassorilievo che raffigura il doge mentre viene presentato alla Vergine per intercessione di San Marco.

Subito dopo, il monumento di Marco Corner, eletto doge il 22 luglio 1365, alla ragguardevole età di ottant’anni, trascorsi in buona parte tra importanti incarichi militari e diplomatici. Il sarcofago, di pietra d’Istria, regge la scultura del doge con la spada. Sopra il catafalco trovano spazio cinque edicole, impreziosite dalle sculture della Vergine con bambino, di San Pietro, di San Paolo e due angeli.

Mausoleo del doge Andrea Vendramin

Lasciato alle spalle il presbiterio, si segnalano la Cappella della Trinità e quella di San Pio V. La prima possiede un importante corredo pittorico. Innanzitutto, la pala dell’altare, che dà il nome alla Cappella, raffigura la Trinità, la Vergine, gli apostoli e San Domenico. Sulla parete, invece, si staglia l’Incredulità di San Tommaso. Ambedue i dipinti sono della mano di Leandro Bassano. Completano i dipinti di Giuseppe Porta detto il Salviati, che raffigurano la “Crocifissione”, il “Risorto con gli apostoli Jacopo, Tommaso, Filippo e Matteo”; e la tela del romano Lorenzo Gramiccia con tema la “Madonna del Rosario”.

Leandro Bassano, Incredulità di San Tommaso
Lorenzo Gramiccia, Madonna del Rosario

 Avanti ancora e si raggiunge la Cappella Cavalli o di San Pio V. All’interno è collocata l’urna del comandante Jacopo Cavalli, morto nel 1385, dietro alla quale si osserva un affresco raffigurante la Guerra di Chioggia, opera di Lorenzino di Tiziano; e il monumento del doge Giovanni Dolfin, morto nel 1361, decorato ulteriormente con la tela di Giuseppe Heintz con il Miracolo della mula di Sant’Antonio da Padova, risalente al 1670.

Accanto al grande orologio a ventiquattro ore dell’inizio del XVI secolo, posto sul portale della Cappella del Rosario, è collocato il mausoleo voluto da Nicolò Venier per suo padre, il doge Antonio Venier, morto di tristezza per le pene del figlio o, stando alle cronache, per i contrasti tra la nobiltà veneziana. Il monumento contiene spoglie non solo della coppia dogale, ma anche del figlio Nicolò e della nuora Petronilla de Tocco e della nipote Orsola.

Poco più in là, la statua bronzea del doge Sebastiano Venier, l’ammiraglio veneziano della celebre battaglia di Lepanto. La scultura è di recente fattura ed è stata realizzata da Antonio del Zotto nel 1907, allorché si spostarono i resti dell’ammiraglio dalla chiesa di Santa Maria degli Angeli a Murano. Sempre sul transetto si trova la statua equestre del condottiero Leonardo da Prato, Cavaliere di Rodi e Balivo di Venosa, morto nel marzo del 1511 e sepolto con tutti gli onori militari.

Urna di Jacopo Cavalli
Giuseppe Heintz, Miracolo della mula di Sant’Antonio da Padova. – Monumento funebre del doge Giovanni Dolfin
Monumento funebre del senatore Marino Cavalli
Statua del doge Sebastiano Venier
Statua equestre di Leonardo da Prato

Dopo di che si apre la Cappella del Rosario, realizzata da Alessandro Vittoria nel 1582, per celebrare la vittoria di Lepanto, avvenuta il 7 ottobre 1571, ricorrenza della Madonna del Rosario, sulle fondamenta di una precedente cappella del Trecento dedicata a san Domenico. Attraversato il varco del portale dell’orologio, vi si accede nella navata rettangolare con presbiterio. Un terribile incendio, avvenuto nell’agosto del 1867, la distrusse quasi interamente, mandando in fumo opere inestimabili, come la “Crocefissione” di Jacopo Tintoretto o i dossali lignei dello scultore bellunese Andrea Brustolon. Nel 1932, il soffitto della Cappella venne decorato e abbellito con tre tele di Paolo Veronese: L’Annunciazione, l’Assunzione e l’Adorazione dei pastori. Il ciclo pittorico proveniva dalla chiesa dell’Umiltà alle Zattere, soppressa con decreto napoleonico nel 1806. Le pareti laterali si presentano con dossali di legno, lavorati da Giacomo Piazzetta nel 1698, e, quasi timorosi alla vista, si scorgono i relitti delle sculture di Alessandro Vittoria (San Domenico, Santa Giustina) e di Gerolamo Campagna (San Tommaso d’Aquino e Santa Rosa). La decorazione delle pareti è completata da tele di rilievo, in parte provenienti dalle Gallerie dell’Accademia. Si segnalano, tra le molte, Gesù e la Veronica di Carletto Caliari; il Martirio di Santa Cristina di Sante Peranda e la Natività di Paolo Veronese. L’altare è sovrastato da un tabernacolo, che custodisce la statura della Madonna del Rosario, realizzata nel 1914 da Giovanni Dureghello.

Nella navata di sinistra, in prossimità dell’organo, costruito nel 1912 da Beniamino Zanin, è possibile scorgere la lapide commemorativa con la data di consacrazione della chiesa. Più avanti, il sito originario della sepoltura dell’artista Jacopo Negretti, conosciuto come Palma il Giovane, morto “oppresso dal catarro” nell’ottobre 1628. Oggi, il ricordo dell’artista viene commemorato più avanti con un busto, assieme a quello dello zio Palma il Vecchio e a quello di Tiziano, posizionati in prossimità della sacrestia. Oltre, si raggiungono i monumenti funerari del doge Pasquale Malipiero, morto nel 1462, e del doge Michele Steno, passato a miglior vita nel 1413, i cui resti erano, in origine, preservati nella chiesa dedicata a Santa Marina, soppressa il 18 settembre 1810 e demolita dieci anni dopo. In seguito, segue la tomba del letterato Alvise Trevisan, morto nel 1528. Lo Steno passò alle cronache per aver più volte osteggiato e dileggiato il doge Marino Falier. Il 20 novembre 1354 fu condannato per aver scritto in una sala di rappresentanza dogale «multa enormia verba loquentia in vituperium domini ducis et eius nepotis» (Appendici, in Lazzarini, 1963, doc. II, p. 259). Il giochetto costò al nobile Steno un mese di detenzione nelle carceri di palazzo ducale. Non contento fu l’artefice, almeno così si raccontò, della chiacchera maligna sulla moglie del doge: «Marin Falier de la bela moier, altri la galde e lui la mantien».

Sopra quest’ultimi due monumenti, è stato collocato l’urna di Giambattista Bonzio, deceduto nel 1508, dopo aver ricoperto l’incarico di Podestà e Capitano di Rovigo.

Bartolomeo Vivarini, Trittico di San Zanipolo
Beniamino Zanin, Organo
Monumento ai pittori
Monumento funerario del doge Pasquale Malipiero
In alto, Pietro Paolo Stella, monumento a Giambattista Bonzio; a destra, Monumento al doge Michele Steno con il San Tommaso d’Aquino di Pietro paolo Stella; a sinistra, monumento di Alvise Trevisan con San Pietro martire di Antonio Lombardo

Il successivo monumento è quello equestre del condottiero genovese Pompeo Giustiniani, passato alla storia come “Braccio di Ferro”, per la protesi al braccio destro, perso a causa di una palla da cannone durante il terribile assedio di Ostenda, città portuale belga. Morto nel corso dell’assedio di Gorizia nel 1616, fu seppellito in chiesa alla presenza del doge e dei maggiorenti della città. La scultura equestre fu realizzata tra il 1616 e il 1620 ed è sovrastata dal leone marciano, fiancheggiato dalle virtù della forza e della prudenza.

Vicino il monumento del doge Tommaso Mocenigo. Il sepolcro raffigura il doge, morto nel 1423, disteso nel baldacchino, quando due angeli sorreggono un velo sulla scena, sulla quale insiste lo stemma della famiglia, a sua volta sovrastato dalla statua della giustizia.

Il monumento successivo è quello del doge Nicolò Marcello, morto nel 1474, dove è raffigurato con Dio Benedicente e quattro Virtù. Accanto, la statua equestre barocca di Orazio Baglione, divenuto nel 1617 generale della fanteria veneta impegnata contro gli Uscocchi. Morto nello stesso anno a Gradisca d’Isonzo, il Senato gli eresse il monumento.

Alla fine della navata, il sepolcro degli eroi risorgimentali Attilio ed Emilio Bandiera, uccisi nel 1844 nei pressi di Cosenza assieme al patriota Domenico Moro. Seguono le tombe del comandante austriaco Gabriele di Chasteller, morto nel 1825, e del Capitano da Mar Girolamo Canal, morto nel 1535.

Pietro Lamberti e Giovanni di Martino da Fiesole, Monumento funerario di Tommaso Mocenigo
Pietro e Tullio Lombardo, Monumento funebre del doge Nicolò Marcello
Johann Carl Loth, Martirio di San Pietro da Verona
Statua equestre di Orazio Baglione
monumento funebre di Gabriele di Chasteller
Monumento funebre di Girolamo Canal

Merita un cenno anche la sacrestia, all’interno della quale si trovano numerosi dipinti, eseguiti per lo più a partire dal Quattrocento fino al Seicento. Tutti hanno come soggetto San Domenico, i santi domenicani e gli episodi eclatanti dell’Ordine. Tra i molti si ricordano il Cristo portacroce di Alvise Vivarini, il Crocifisso adorato da santi domenicani di Jacopo Palma il Giovane e il San Giovanni e San Paolo di Pietro Mera. 

A lato, sorge un edificio che rappresenta una delle più belle espressioni dell’arte rinascimentale veneziana: la Scuola Granda di San Marco.

Nel corso del Medioevo a Venezia si erano costituite delle confraternite nell’ambito delle comunità parrocchiali, dando vita alle espressioni delle categorie di lavoratori e devozionali, come quella dei Battuti, che si contraddistingueva per la pratica della flagellazione.

Il vocabolo Scuola, derivato dal greco “scholé”, designava in origine un’assemblea con finalità prettamente spirituali. I sodali appartenevano al vivace ceto borghese, dedito al commercio, alle professioni libere, alle arti e alle lettere.

Sul finire del Quattrocento, il Senato veneziano mise mano alla riorganizzazione delle Scuole, numerosissime in città, riordinandole in due gruppi: Grandi e Piccole. Alle prime furono ascritte quelle dei Battuti, alle seconde, invece, vennero poste tutte le altre. Le scuole Grandi erano sei e ciascuna aveva un proprio statuto, conosciuto sotto il nome di Mariegola.

La fondazione dell’originaria Scuola di San Marco riportava al 1260, alla Scuola dei Battuti, che aveva come sede la chiesa antichissima, oggi scomparsa, della Santa Croce, ubicata pressappoco negli attuali Giardini Papadopoli, a pochi passi dall’odierno Piazzale Roma, il terminal automobilistico veneziano. Assunto il nome dell’Evangelista, la Scuola ottenne dai Domenicani la facoltà di erigere la nuova sede, proprio di fianco al convento.

Basato sul progetto di Matteo e Stefano Bon, celebri architetti dell’epoca, l’edificio prese forma in poco tempo, ma il 31 marzo 1485 un furibondo incendio lo distrusse quasi del tutto. Le cronache del periodo riportarono che l’origine della tragedia fosse da imputare alle candele dell’altare principale della Sala Capitolare, lasciate accidentalmente accese.  Per nulla sconfortati dal disastro, i sodali si rimboccarono le maniche e aprirono per bene i loro portafogli. La nuova sede fu ricostruita in pochissimo tempo. La sua facciata divenne un bailamme di marmi pregiati e superbe sculture, un favoloso biglietto da visita della Scuola, che non badò alle spese.

Sull’architrave del portone sono presenti dei graffiti, lacerti di un tempo che fu. Alcuni di questi si limitano a dei semplici schizzi di nessuna importanza o frasi d’incerta grafia; altri raffigurano dei disegni, ricordi di qualcuno che lasciò il cuore sulle onde di chissà quale mare. A proposito di cuore. Tra i graffiti ve ne uno, che dovrebbe essere una testimonianza di un atto efferato fatto di sangue, avvenuto agli inizi del XVI secolo, compiuto da un ragazzo che di buon cuore ne aveva decisamente poco…

La storia, quella che si raccontava tra le calli o nelle osterie, tra un’ombra e l’altra, portava avanti il ricordo di uno scalpellino di Nome Francesco Pizzigani, Cesco per gli amici, che aveva perso ogni suo bene nel vano tentativo di salvare sua moglie da un brutto male. Cesco trascorreva ora tutte le sue giornate dinanzi all’ingresso della Scuola, sperando di trovare qualche anima pia che gli facesse la carità. Un giorno, i suoi occhi furono testimoni di un evento a dir poco raccapricciante.  Là vicino, abitava una povera ma onesta donna, che anni addietro aveva messo al mondo un figlio con un mercante levantino, di casa nell’isola della Giudecca. Il bimbo crebbe con il padre e, divenendo grande, assunse tutti i suoi costumi, tanto che aveva preso l’abitudine di vestirsi alla turca. Ogni tanto faceva visita alla madre, ma non erano baci ed abbracci. Scaricava sulla donna tutta la rabbia e la frustrazione, che albergavano in lui. La incolpava di aver dato alla luce una creatura metà levantina e metà veneziana, sdegnata da ambedue le genti. Nel corso dell’ennesima e violenta lite, il giovane prese un coltello e trafisse la madre senza pietà alcuna. Folle di rabbia, gli strappò il cuore ancora pulsante e corse fuori, raggiungendo il ponte del Cavallo, così chiamato per la vicinanza con una statua equestre. Quando fu sopra, mise un piede in fallo e cadde a terra. Una voce si fece sentire. Il ragazzo la riconobbe subito. Era quella di sua madre, proveniva dal cuore, che gli chiedeva se si fosse fatto male, cadendo…Si sa, cuore di mamma…Attanagliato dal rimorso o, forse, dalla paura, il giovane assassino corse a perdifiato verso la laguna, dove sparì annegando. Il terribile fatto di cronaca nera fu impressa nella pietra della Scuola, dove si vede un giovane con turbante alla testa e un cuore nella mano sinistra.

L’attuale edificio con la sua strepitosa facciata sono il frutto della sapiente direzione di Pietro Lombardo, che, in compagnia dei figli Antonio e Tullio, intrapresero la ricostruzione, finendola nel 1490; quando nel 1494 fu chiamato l’architetto bergamasco Mauro Codussi per concludere il lavoro della facciata, realizzandovi anche lo spettacolare scalone interno.

Il portale è affiancato da colonne con plinti ed è sormontato da una lunetta, che racchiude l’altorilievo raffigurante San Marco tra i confratelli, scolpito da Giovanni Bon nel 1445. Al di sopra, la Carità, attribuita sempre al Bon, coronamento del protiro. Nella parte inferiore trovano posto due leoni marciani e la rappresentazione di due episodi della biografia di San Marco: Il Battesimo di Sant’Aniano e la Guarigione di Sant’Aniano. Uno dei due leoni è una copia ottocentesca, che sostituisce l’originale andato in mille pezzi durante l’occupazione francese.

L’interno si apre con il solenne andito, caratterizzato da dieci piedistalli con colonne in doppia fila e dai portali, che conducono allo scalone di accesso della Sala del Capitolo. La quale conteneva i cicli delle Storie di San Marco, ora conservati in parte alle Gallerie dell’Accademia. Tra questi I Santi Marco, Giorgio e Nicola salvano Venezia dalla tempesta di Jacopo Palma il Vecchio; La guarigione di Aniano e il Battesimo di Aniano di Giovanni Mansueti; la predica di San Marco di Gentile Bellini; il martirio di San Marco di Giovanni Bellini; e il Pescatore consegna l’anello al Doge di Paris Bordon.

Al primo piano, nella Sala Capitolare e nella Sala dell’Albergo, è ancora possibile ammirare il soffitto intagliato e dorato, eseguito nel 1495 da Pietro e Biagio da Faenza, mentre le pareti sono decorate da tele, vere e proprie superstiti del saccheggio napoleonico e austriaco. Tra queste vi è il Cristo in gloria con San Marco, Pietro e Paolo di Palma il Giovane o le quattro di Domenico Tintoretto, che raffigurano episodi della vita dell’Evangelista.

Il fondo librario qui custodito è importante, quasi un unicum e deriva in parte dalla biblioteca del Convento domenicano. Vi sono raccolti oltre ottomila volumi, molti dei quali rarissimi, come il volume di Girolamo Fracastoro, il padre della moderna patologia, il Variarum Lectionem di Mercuriale; oppure il canone di Avicenna.

Il Campo sul quale si affacciano la Scuola Granda e la chiesa è un grande libro aperto, e non solo di storia dell’architettura o dell’arte. Ogni singolo monumento rappresenta un capitolo denso di avvenimenti di vita vissuta, sconosciuta ai più, come la pavimentazione del 1682 della piazzetta; oppure la collocazione della vera da pozzo, proveniente da Palazzo Corner di San Maurizio; ancora, il bassorilievo di Giusto le Court, raffigurante l’Annunciazione, collocato sopra la porta di un’abitazione. Nel Campo, di fronte alla Scuola Granda si erge maestoso il monumento equestre del capitano di ventura bergamasco Bartolomeo Colleoni. La statua venne commissionata allo scultore e pittore Andrea Cioni detto il Verrocchio, che realizzò il modello a Firenze e lo portò a Venezia. Lo scultore fiorentino, maestro di Leonardo da Vinci, vi lavorò fino alla fine, nel 1488, e fu terminato da Alessandro Leopardi. Alcuni studiosi avrebbero rinvenuto nella statua i tratti distintivi della mano di Leonardo, analoghi alla celebre scultura del Condottiero. La storia del monumento equestre ha del curioso. Morto nel suo castello di Malpaga nel 1475, il Colleoni lasciò parte dei suoi averi, circa centomila zecchini, oltre gli arretrati degli stipendi arretrati alla Serenissima, affinché li adoperasse per continuare la guerra contro i Turchi. Unica condizione, apparentemente facile da esaudire, era quella di avere una statua in Piazza San Marco. Il 30 luglio 1479, il Senato decretò di realizzare un monumento in onore, ma di erigerla davanti alla Scuola Granda di San Marco, aggirando così il problema delle leggi veneziane che non permettevano il culto della personalità, peraltro in bella vista in uno dei posti più simbolici della città. E così, alla fine, la statua fu innalzata di fronte alla Scuola, rispettando di fatto le disposizioni testamentarie.

Volendo appagarci di successive chicche, basta imboccare il Rio dei mendicanti, che porta alle Fondamenta Nove. Erette nel 1546, le Fondamenta dovettero subire un profondo rimaneggiamento, in seguito alla terribile tempesta del 20 dicembre 1766. Fin dalla loro prima realizzazione, divennero meta per la popolazione, per le presunte qualità dei fattori ambientali climatici, quale la salubrità dell’aria, dovuta ai venti del nord e nord est. La tradizione popolare ha sempre rimarcato il fatto che nessuna pestilenza vi ha messo piede. Non fu un caso se qui venne costruito un complesso assistenziale: San Lazzaro dei Mendicanti. Nel corso dell’epoca medioevale, i malati di lebbra della città erano curati presso la parrocchia di San Trovaso, poi si optò di condurli nell’isola di San Lazzaro, oggi isola di San Lazzaro degli Armeni, sede di un monastero, casa madre dell’Ordine Mechitarista, per giungere al Sedicesimo secolo con la fondazione dell’ospedale di San Lazzaro dei Mendicanti, “vicino alle chiese delli R.di Padri di S. Giovanni et Paolo, et San Fran.co et alle piazze di S. Marco, et di Rialto ove in tutti i tempi vi è grande concorso di popolo”, ovvero dietro al convento domenicano e alla Scuola Grande di San Marco, sulle fondazioni di una precedente struttura assistenziale interamente in legno. Preso a modello l’ospedale dell’Opera dei Poveri Mendicanti di Bologna, anche la più tarda struttura veneziana prese a fronteggiare il problema della mendicità della città, ovvero di garantire in linea di massima l’assistenza e il benessere di “tutti quegli abitanti indigenti della città di entrambi i sessi e di ogni età, e non sono in grado di guadagnare abbastanza per sostenere se stessi, sia a causa della loro giovane età, o perché non conoscono commercio, o a causa di incapacità personale, o per vecchiaia e decrepitezza” (Capitoli 1619). A sostegno di un’azione più incisiva, l’Ospedale assunse anche una funzione educativa, con il fine di rieducare gli ospiti con l’insegnare un mestiere e, nel caso delle ragazze, si provvide ad impartire un’educazione musicale di tutto rispetto, tanto da far salire agli onori l’Ospedale per i concerti diretti dai migliori maestri dell’epoca.

Dopo alterne vicende, nel 1807 l’ospedale assunse la designazione di ospedale militare con gli edifici della Scuola Grande e, nel 1819, divenne parte integrante dell’ospedale civile.

La chiesa, affacciata sul Rio, si mostra con una navata unica con un presbiterio quadrato. Oltre all’altare maggiore, altri quattro altari sono collocati nelle mura laterali in piccole cappelle. Caratteristici i cori, strisce rettangolari disposte nelle campate. Da qui, gli ospiti potevano assistere alla messa, con la consueta separazione tra uomini e donne. La cantoria si presente pensile e con inferriate, grazie alle quali non era possibile scorgere il viso delle giovani donne intente al bel canto. Il vestibolo lo trovo sconcertante nella sua semplicità apparente. In una prima occhiata appare nudo, semplice, per quanto vi siano alcuni monumenti, che lo abbelliscono, ma in effetti è una soluzione che appare senza senso. Poi, entrando nell’aula, tutto diventa più chiaro. La facciata e la controfacciata, tutt’uno con il monumento funebre di Alvise Mocenigo, risultano un filtro, efficace a bloccare i rumori provenienti dall’esterno e che potrebbero disturbare lo svolgersi dei concerti o delle messe cantate.

Francesco Contin. Altare Maggiore
Francesco Contin. Altare Bergonzi
Francesco Contin. Altare Tasca
Francesco Contin. Altare Biava

Notevole il patrimonio pittorico. Si ricordano il “Cristo in croce, la Vergine e San Giovanni”, di Paolo Veronese; l’”Annunciazione” di Giovanni Porta; il “Sant’Elena in adorazione davanti alla Croce”, unica opera del Guercino a Venezia; oppure il “Sant’Orsola e le undicimila vergini” di Jacopo Tintoretto.  

In questo Campo e nelle sue immediate vicinanze, sembra attecchire bene l’idea secondo la quale un albero cresce bene e dona abbondanza di frutti se le radici sono ben immerse nel terreno. Qui, la vita non è un semplice appagamento fine a sé stesso delle bellezze circostanti, ma è un incessante presentarsi di segni di vitalità che mantengono in vita la memoria della propria storia, quella vera, quella di ogni giorno da ogni singolo veneziano e turista. Un vissuto e un vivere, nei quali il veneziano, e non solo, ha prodotto cultura, contrassegnato le attività e innalzato monumenti d’arte di rara bellezza.       

To you who are sharing my journey, I wish you a Merry Christmas and a Happy New Year. Marco
A voi che state condividendo il mio viaggio, auguro un Buon Natale e un Felice Anno Nuovo. Marco