Chioggia, una perla dell’Adriatico

Mai come ora si sente la necessità di tornare a vivere la bellezza del nostro Paese, senza lasciarsi andare alle sterili polemiche o ad atti irrispettosi di campanile, stigmatizzando di fatto quanto di buono e meraviglioso vi sia da Bolzano a Lampedusa, da Napoli a Vasto. L’Italia è stato uno dei pochissimi Paesi che ha avuto il coraggio di guardare in faccia il minuscolo incubo, affrontandolo a viso aperto a costo di enormi sacrifici, senza nascondersi dietro a un dito e occultare pesanti verità. Certo, gli storici del futuro avranno da scrivere numerose pagine su quanto accaduto in Italia, rovesciata come un calzino dall’epidemia e dalle azioni spesso schizofreniche tra chi voleva il blocco totale e tra chi ha preso coscienza della criticità del momento con lo scorrere delle ore. Sono morte delle persone e altre ne moriranno nel corso delle prossime ore. Sarebbe da scrivere tanto altro, ma non è il momento. Il nostro è un Paese in quarantena, ma non possiamo assolutamente dimenticare tutto il bello che ci attornia, rendendolo unico al mondo. Prima o poi, il male finirà e finalmente potremo riappropriarci della bellezza dei nostri luoghi, che sapranno ricambiarci con tutto l’amore possibile. Stando a casa,

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proverò nel mio piccolo, a regalarvi quanto ci aspetta fuori: un minuscolo affaccio sulla bellezza racchiusa dai nostri confini. Riscopriamo le piccole cose… Una necessaria precisazione: le fotografie risalgono a tempi ben lontani dalle restrizioni vigenti e, augurandovi giorni sereni a venire, spero di distogliervi almeno qualche attimo dal clima plumbeo, che ci opprime.

La Laguna di Venezia vanta una delle cittadine più caratteristiche non solo del veneziano, ma del Veneto intero: parliamo di Chioggia, un borgo del margine meridionale dell’estuario veneto dal fascino incredibile, famoso per il suo centro storico e per il litorale di Sottomarina con la sua spiaggia, che si spiega su una decina di chilometri e una profondità di oltre trecento metri, la cui sabbia risulta particolarmente votata alle terapie. Un centro dalle mille sfaccettature per le innumerevoli perle culturali e naturalistiche, che nulla hanno da invidiare ad altre “illustri” località turistiche del Mare Adriatico.

Molto del suo fascino deriva dal suo inconfondibile centro storico vecchio di secoli e dalla trama urbanistica, che si dipana al di sopra di un’isola, segnata da tre canali paralleli, ai lati dei quali si affacciano numerosi e colorati palazzi in stile veneziano: Canal Lombardo ad ovest,

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Canale Lombardo

Canale di San Domenico ad est e, infine, il centrale Canal Vena;

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Canal Vena
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Canal Vena nei pressi del mercato del pesce al minuto
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scorcio Canal Vena
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Canal Vena, mercato del pesce al minuto
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Portale d’ingresso del mercato del pesce al minuto
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Canal Vena, scorcio
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Canal Vena, scorcio
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Canal Vena, scorcio
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Canal Vena, scorcio

e dal dedalo pittoresco di calli e callette – se ne contano 74 –

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che interseca ortogonalmente le tre vie d’acqua, dando vita alla particolare pianta, sulla quale la fantasticheria spesso vi intravvede una lisca di un pesce.

La sua insolita topografia ha sollevato l’interesse di numerosi studiosi, riuscendo perfino a condurre la discussione oltre il probabile. In realtà, l’origine del processo di formazione del centro lagunare è ancora incerta. Nel passato, gli studiosi si erano indirizzati nella narrazione delle origini, attraverso l’erudita opera di ricostruzione, che le elaborava in un passato remoto, nobilitandole con leggende che trovavano una loro giustificazione nel toponimo stesso. Affascinati dal filone virgiliano, dalla leggenda sofoclea d’Antenore e, soprattutto, dal “Roman de Troie” di Benoit di Sainte Maure, gli studiosi avevano dato vita ad una composizione cronachistica, le cui trame si riallacciavano al mito dei “nostoi”, il ciclo epico dei ritorni degli eroi achei da Troia e dalle emigrazioni degli eroi troiani, esuli in cerca di una nuova patria. L’intento apologetico e celebrativo, radicato da stratificazioni di verità acriticamente alimentatesi da determinate citazioni autoritative, crebbe fino a divenire un assioma, tanto che ancora oggi è possibile rintracciarlo nelle tante pagine, di carta o virtuali, aventi come oggetto la storia del centro lagunare.

Il quadro così ricamato rimanda alle coste anatoliche, alla distruzione di Ilio e all’esodo dei profughi troiani lungo le acque del Mediterraneo. Assieme ai superstiti del popolo degli Eneti della Paflagonia, alleati di Ilio, vi erano anche i troiani Antenore, Clodio e Aquilo. Quest’ultimi risalirono le acque dell’Adriatico e si trovarono a “penetrare i golfi illirici, spingersi senza pericolo i regni dei Liburni, oltre le sorgenti del Timavo” (Eneide, I, 242), approdando alla fine in quel collage di terra e acqua, che assunse il nome di Venezia, fondandovi alcune città, tra le quali Padova, Chioggia e Aquileia, con i rispettivi eponimi Antenore, Clodio ed Aquilo. Un bel racconto, senza dubbio. Ma solo un racconto, legato al troppo amore verso il proprio campanile.

Si tratta, quindi, di esercizi di fantasia, al pari di quelle che vogliono la cittadina di origini pelasgiche, rifacendosi alla mitica popolazione della Tessaglia, o, in alternativa, una più generica genesi greca. L’assertore più entusiasta dell’ellenicità della città fu lo storico chioggiotto Vincenzo Bellemo (1844-1917), che arrivò a scrivere: “E innanzi tratto osservo, che Cassiodoro afferma, non essere i nostri luoghi sorti naturalmente, ma artificialmente, cioè fatti dalla mano dell’uomo. Cotesta circostanza non pare doversi applicare alle case, ciò che sarebbe stata cosa banale del tutto; ma si deve applicare alle sedi dei centri abitati. Onde mi fa mantenere e fissare nell’idea, che il nome di Chioggia, vulgo Cloza, non derivi da re o imperatore che l’avesse fondata; ma, come già dissi, indichi piuttosto il modo singolare, onde ebbe la sua origine, espressa col nome greco κλοϴω, che appunto significherebbe fatta artificialmente. Né può fare specie il nome greco, quando si pensi essere opinione generale, che anche nella Venezia anticamente si parlasse un idioma greco o grecizzante, come del resto ce ne fan fede tanti altri nomi di origine probabilmente greca nel nostro territorio” (V. Bellemo, Il territorio di Chioggia, 1893, p.153).

Per quanto possa essere affascinante una simile ipotesi, tuttavia la lingua greca non ha nulla a che fare con la toponomastica chioggiotta, dato che il nome venne a costituirsi forse nella transizione tra il latino classico e quello volgare.

Nelle congerie fatte nel passato, non mancò chi vi riconobbe un’origine etrusca o, sulla scorta della “forma urbis”, chi vide la mano degli agrimensori romani, rilevando nella topografia i due assi cardinali tipici della città romana: il cardo e il decumano. In effetti, la struttura urbana si presterebbe a questa lettura, tuttavia una così estesa fondazione di epoca romana cozza contro il silenzio assordante delle fonti coeve, tanto da far sospettare che la formazione urbana vera e propria sia avvenuta più avanti, molto probabilmente nell’Alto Medioevo.

Forse, anche in questo caso siamo nell’ambito dei se e dei ma; l’unico cenno attestato dalle fonti antiche che si riferisce a Chioggia, ci è pervenuta da Plinio il Vecchio, allorché nella sua “Naturalis Historia” offre la descrizione del litorale adriatico e dei suoi centri rivieraschi, attraverso i quali transitava un percorso di grande rilevanza commerciale da Ravenna ad Aquileia, che si svolgeva per mezzo della linea endolagunare e dei canali “per transversum”, al riparo dei flutti marini. Il testo pliniano ricorda, in maniera episodica e frammentaria, tra i centri minori una Fossa Clodia, che la collocazione topografica ha portato a riconoscere l’attuale Chioggia, pur con tutte le riserve del caso (Plinio, Nat. Hist., 3).

Comunque sia, l’area in cui si estende l’attuale centro urbano chioggiotto è stata interessata da alcuni rinvenimenti archeologici; ma, sulla base dei dati disponibili, è ancora problematico giungere ad una definizione dell’assetto storico topografico dell’abitato antico. La difficoltà interpretativa non deriva solo dalla sovrapposizione dell’abitato medioevale e moderno sull’ipotetico impianto urbano originario, ma anche dalla dispersione dei materiali rinvenuti e dalla decontestualizzazione di quelli superstiti, secondo quella mentalità antiquaria, che ha portato alla scomparsa di molti resti di uso quotidiano.

Tra i materiali rinvenuti, soprattutto tra l’Ottocento e i primi decenni del Novecento, spiccano alcune lapidi

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e non mancano le monete, che coprono l’intera età romana, oltre a qualcheduna risalente alla prima tarda età bizantina. Purtroppo, molte di queste attestazioni del passato si sono volatizzate, finendo nelle mani dei collezionisti non solo “foresti”, anzi. A questo riguardo, in occasione dei “lavori di ristrutturazione e di messa in opera dei nuovi impianti elettrici, fognario e del gas, avvenuti nel 1990, gli operai avrebbero rinvenuto un cospicuo numero di monete che furono immediatamente spartite tra gli stessi. Secondo la testimonianza del proprietario di un negozio che si affaccia su calle S. Giacomo, nel corso dello scavo sarebbe apparsa una striscia di sabbia di colore rossastro lunga qualche metro assieme alla quale erano mescolate le monete: gli operai ne avrebbero raccolte circa un centinaio mentre il commerciante una trentina” (M. Asolati – C. Crisafulli, Ritrovamenti monetali di età romana nel Veneto. Venezia. Chioggia, 1993, p. 77). Analoga sorte incorsero alcune iscrizioni lapidarie, il cui ricordo è stato salvaguardato dalla trascrizione degli eruditi del passato; e la lettura di queste e di quelle ancora visibili ha permesso l’attribuzione all’ambiente patavino, grazie alle indicazioni onomastiche.

Dopo la caduta dell’Impero Romano, che si concluse formalmente con la deposizione di Romolo Augustolo nel 476 d.C., la cittadina visse sulla scia delle vicissitudini che si verificarono nella regione romana della “Venetia et Histria”. Terminate le guerre gotico bizantine, che videro il Triveneto in buona parte riconquistato dai bizantini, nel 569 d.C. Alboino, alla testa dei suoi Longobardi, si affacciò sulla pianura veneta, dando l’avvio dell’occupazione della terraferma veneta, che si completò alla metà del VII secolo, con l’esclusione del cosiddetto cuneo difensivo bizantino, imperniato lungo le antiche vie Annia e Postumia.

Giovanni Diacono, all’inizio del IX secolo, collocando forse correttamente l’origine di Venezia come fenomeno storico quale conseguenza dell’invasione dei Longobardi, ricorda:

“Le popolazioni della medesima provincia, rifiutando di sottostare al comando dei Longobardi, si recarono nelle isole vicine e in questo modo il nome di Venezia, dalla quale erano fuggite, fu assegnato a quelle stesse isole e quelle che tuttora vi abitano sono chiamati venetici…Dopo aver deciso di stabilire la sede delle loro future abitazioni in quelle isole, edificarono dei munitissimi luoghi fortificati e città e ricrearono per loro una nuova Venezia e una straordinaria provincia” (Giovanni Diacono, Istoria Veneticorum, I, 1, Zanichelli, 1999).

L’intreccio storico e geografico di Giovanni continua, dando un nome alle 12 comunità che costituivano il nucleo di quello che nel futuro sarebbe stato il ducato veneziano. Enumerandole, cita la undicesima e la dodicesima, che le ricorda con il nome di Clodia Maior, da identificare nell’attuale Chioggia, e di Clodia Minor, quasi sicuramente da assimilare all’odierna Brondolo, località dove sorse uno dei più antichi e importanti monasteri del bacino lagunare: il monastero di San Michele e Santissima Trinità. Più avanti, allorché il ducato divenne realtà, esso si presentava come una struttura policentrica. Civitanova era la cittadina più importante dell’area più settentrionale, il grande emporio di Torcello e le comunità Rialtine di quella centrale, infine Chioggia, che rappresentava il centro più rilevante del settore meridionale e vi erano associate le cittadine fortificate di Cavarzere e Loreo, oltre al lido di Pellestrina. In questo settore erano concentrate le risorse del ducato, in particolare le saline e i campi.

Subentrati i Franchi ai Longobardi, le rivalità tra i maggiorenti della comunità venetica, divisi in due “fazioni”, che, per semplicità, potremmo definire l’una filo carolingia e l’altra imperiale bizantina, furono all’origine di uno dei momenti più bui della nascente Regina dell’Adriatico. Nel 810 d.C., l’armata del re franco Pipino, con contingenti delle città di Comacchio, Ferrara e Rimini, invase le terre venetiche e distrusse Grado, Caorle e Fine; quindi si portò a meridione e diede alle fiamme le piazzeforti di Loreo, Cavarzere e Brondolo. L’offensiva si portò dentro la laguna, devastando Chioggia e Pellestrina, fermandosi davanti al porto di Albiola, dove, secondo la tradizione veneziana, il naviglio leggero a fondo piatto dei venetici ebbe la meglio su quello pesante degli aggressori.

Chioggia, come le altre località devastate dai Franchi, non sparì dalla storia e risorse dalle macerie, grazie all’intervento di Agnello Partecipazio. Un successivo documento del IX secolo, il cosiddetto “Pactum Lotharii”, attraverso il quale l’imperatore Lotario strinse una “pax firma” con il “populo Veneticorum”, l’estensore ricorda ancora come esistente il centro chioggiotto tra le comunità del ducato veneziano, subito prima dell’insediamento di “Brunduli”.

Rischiò nuovamente l’oblio con la calata degli Ungheri nel 899, che, ricalcando le orme di Pipino, la distrussero nuovamente, prima che le truppe veneziane li ponesse in “rotta” nel giugno del 900.

Intanto, poco lontano, l’antica città di Metamauco, assurta a ruolo di una delle capitali dello stato veneziano, cominciava a fare i conti con il suo lento, ma inesorabile declino. Le tante distruzioni subite e il fenomeno della subsidenza, che accentuava il problema delle inondazioni, avevano provocato il progressivo spopolamento della città. Infine, un maremoto mise la parola fine alla città, relegandola al mito delle tante città scomparse tra i flutti del Mediterraneo.

Il Vescovo metamaucense Stefano Badoere e l’intero Capitolo riparavano nella vicina Chioggia nel 1110, portando le reliquie dei santi Felice e Fortunato, i due fratelli originari di Vicenza, che, secondo la tradizione, furono decapitati poco fuori di Aquileia, dopo vari tormenti nel corso della persecuzione di Diocleziano.

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Attualmente i resti sono conservati nella cattedrale, all’interno di un’urna, eseguita nel 1905 da un artista locale, il chioggiotto Aristide Naccari. Una ricognizione storico scientifica, compiuta nel 2005, sul contenuto dell’urna ha accertato i resti di due individui di un’età compresa tra i 22 e i 40 anni, la cui datazione scorre in un arco temporale tra il II secolo d.C. e il IV secolo, avvalorando in linea di massima quanto tramandato dalla tradizione, che menzionava il capo di San Fortunato e il corpo di San Felice.

Nel corso del lungo scontro tra Genova e Venezia, con in palio il predominio dei traffici commerciali del Mediterraneo, Chioggia si trovò a divenire il palcoscenico di quella che sarà ricordata come la Guerra di Chioggia. Nel 1379, dopo essere stata assediata da terra e da mare, il centro lagunare cadde in mano genovese e padovana. Secondo le cronache, il combattimento all’interno della cittadina lasciò a terra migliaia di morti e altrettanti feriti da ambedue le parti. La reazione di Venezia non si fece attendere a lungo.

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Assedio di Chioggia in un dipinto del XVI secolo

Raccolte le forze, pose il blocco navale e terrestre attorno al centro clodiense e, di lì a qualche mese, il vessillo marciano tornò a sventolare su Chioggia, ancora una volta devastata. I successivi scontri con i nemici della Serenissima e le calamità, quale la peste dei Lanzichenecchi, che causò la morte di oltre 7.000 persone su una popolazione stimata di 12.000 individui, furono i picchi di una più profonda crisi, con cui la città dovette fare i conti.

Il 14 maggio 1797, in seguito all’arrivo delle truppe francesi, prendeva corpo la Municipalità provvisoria a Chioggia, durando poco più di un anno, dato che l’esperienza si chiudeva il 18 gennaio 1798, con l’ingresso in città delle truppe austriache, dopo il trattato di Campoformio del 17 ottobre 1797. Tra i primi atti forte era la tensione verso la piena autonomia da Venezia, ma ancor prima che la Municipalità venisse sciolta, i municipalisti dovettero fare i conti con la realtà, che trovava compimento con l’inserimento di Chioggia nella Municipalità centrale di Venezia e il distacco della vicina Pellestrina, liquidando di fatto il controllo da parte dei chioggiotti dei commerci e dei transiti nella parte meridionale della laguna.

Il dominio austriaco fu mal tollerato, tanto che il 20 aprile 1800, in occasione della processione del “Cristo miracoloso” di San Domenico, i cittadini si sollevarono, costringendo la guarnigione all’interno del forte di San Felice. Solo il buon senso evitò che la città finisse bombardata dai cannoni del forte.

La città rischio nuovamente la distruzione nell’aprile del 1945, allorché l’aviazione alleata optò il suo bombardamento, per costringere alla fuga una consistente concentrazione di truppe tedesche allo sbando. Il 27 aprile, il fuoco di un enorme falò scongiurò il disastro imminente.

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La cattedrale di Chioggia e la porta urbica di Santa Maria
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Porta di Santa Maria, ingresso a Chioggia e al suo Corso del Popolo
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Refugium peccatorum 1
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Refugio peccatorum 2
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Refugio peccatorum 3
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Campanile della cattedrale di Chioggia
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Cattedrale di Chioggia e tempio di San Martino

Scorci del Corso del Popolo:

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La sua condizione di alterità tra acqua e terra, ha fatto sì che il centro clodiense si ritrovi a contare diverse risorse economiche. Il settore della pesca e della sua filiera, che si occupa della trasformazione del prodotto e della sua commercializzazione, evidenziano le crescenti difficoltà e le preoccupazioni, riscontrabili a livello regionale e nazionale, ma rappresentano tuttora una delle voci più importanti dell’indotto cittadino. La flotta peschereccia rimane ancora una delle maggiori della penisola italiana, sia per il numero di imbarcazioni che per il tonnellaggio, benché si assista alla tendenza generalizzata di graduale e costante calo, sia in termine di numero, che di capacità e potenza. Il target di questo settore agroalimentare rimane ancora il pesce azzurro, associato ai prodotti dell’acquacoltura e della pesca valliva. La cantieristica di supporto è ben radicata nel territorio e comprende la segmentazione del comparto delle riparazioni e trasformazioni navali, oltre ai diversi squeri, adibiti alla manutenzione ordinaria del tonnellaggio medio basso e del naviglio da diporto, che, peraltro, si può avvalere delle diverse darsene attrezzate. Da qualche anno a questa parte, gli scali marittimi di Val da Rio e dell’Isola dei Saloni, l’area portuale chioggiotta, ha conosciuto un nuovo sviluppo per il ruolo di terminal passeggeri, con i traghetti diretti in Croazia. Infine, grazie alle particolari condizioni pedoclimatiche del territorio, altra risorsa importante è rappresentata dalla produzione agricola di eccellenza, che trova esportazione di quote importanti nel mercato del Nord Italia e dell’Europa. Tra le produzioni di primo piano primeggiano il radicchio di Chioggia,

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la cipolla bianca tonda, la carota, la zucca marina e la patata. Per ultimo il turismo, chilometri e chilometri di spiaggia, costellati da coloratissimi stabilimenti balneari, richiamano migliaia di turisti ogni estate, desiderosi delle gioie del mare.

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Litorale di Sottomarina. Fonte web

Appuntamento fisso è la Marciliana, una rievocazione storica, in bilico tra storia e folclore, che ogni anno nel mese di giugno celebra la Guerra di Chioggia. Per l’occasione la città si trasforma in un grande borgo dal clima medievale, lungo cui il Corso del Popolo, il salotto della città, diviene il palcoscenico per gli accampamenti degli armigeri e per le centinaia di figuranti che riportano alla vita le antiche attività dell’epoca.

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In pieno luglio, invece, Chioggia ospita una manifestazione gastronomica, la Sagra del Pesce, in cui i tanti menù propongono i piatti tipici della cucina chioggiotta e veneziana.

Stiamo a casa

Stiamo a casa

Stiamo a casa

La Candelora: la purificazione di Maria e la presentazione del Signore al Tempio di Gerusalemme.

A chiusura della festività natalizia e dei rituali ad essa collegata, si celebra il 2 febbraio una ricorrenza calendariale e liturgica tra le più antiche dell’anno liturgico cristiano. Essa è conosciuta dalla pietà popolare come la Candelora, una festa in particolar modo sentita dalle comunità contadine, che, dopo la processione del clero e del popolo e il rito delle candele, attendevano tutta una serie di indizi più o meno empirici, per capire fino a quando sarebbe durato il freddo invernale. La sua origine viene fissata sul finire del IV secolo nell’Oriente cristiano. Una nobildonna di nome Egeria, che aveva compiuto un lungo pellegrinaggio in Terrasanta fra il 381 e il 384, ha lasciato una straordinaria testimonianza di una festa, che si celebrava a Gerusalemme: “Il quarantesimo giorno dopo l’Epifania è qui celebrato veramente con grande onore. Quel giorno si va in processione all’Anastasis (la chiesa eretta sul santo Sepolcro), vi si recano tutti e ogni rito si svolge secondo l’uso prestabilito, con la massima esultanza, come si fa per Pasqua. Predicano anche tutti i sacerdoti e poi il vescovo, commentando sempre il passo del vangelo in cui si narra che il quarantesimo giorno Giuseppe e Maria portarono il Signore al tempio e lo videro Simone e la profetessa Anna, figlia di Fanuele, e le parole da loro pronunciate alla vista del Signore, e l’offerta che fecero i genitori. Poi, compiuto per ordine tutto quanto è consuetudine fare, si celebra l’Eucarestia” (Itinerarium Egeriae, n. 26. Nicoletta Natalucci. Egeria. Pellegrinaggio in Terra Santa, Firenze 1991, pp. 172-173).

Egeria, dunque, ci conduce agevolmente nell’ambiente gerosolomitano in cui era viva questa ricorrenza e appunta la sua attenzione, arricchendo la sua già generosa testimonianza, sui diversi riti da lei vissuti, come il “lucernario”, il cui rituale si esplicava nell’accensione di “tutte le lampade e i ceri”, con la fiamma che ardeva nel Santo Sepolcro, “facendo così una luce grandissima” (Itinerarium 24, 4), rappresentando la conclusione del ciclo natalizio e il preludio di quello pasquale.

L’intreccio rituale della festa aveva come nucleo narrativo un episodio riportato dal Vangelo di Luca (2, 22 – 39), dove si narra che quaranta giorni dopo il Natale, Maria e Giuseppe condussero il piccolo Gesù al Tempio di Gerusalemme, per adempiere a quanto prescritto dalla legge mosaica, evocando di fatto le parole del profeta Malachia (3, 1-4) sull’ingresso di Dio nel suo Tempio. Qui avvenne l’incontro con il vecchio Simeone, che strinse Gesù tra le sue braccia e benedisse Dio, proclamando:

“Ora puoi lasciare, O Signore, che il tuo servo
Vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele”.

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Alexey Yegorov, Simeone il Vecchio

La chiesa orientale diede un rilievo cristologico all’evento e lo assunse quale elemento simbolico dell’incontro tra il Messia e il suo popolo: “Rallegrati pure tu, o giusto Vegliardo, che hai ricevuto fra le braccia il Liberatore delle nostre anime, che ci accorda anche la resurrezione” (Romano il Melode, VI secolo). La sua celebrazione fu stabilita il 14 febbraio, contando i quaranta giorni da Natale, fissato allora al 6 gennaio; e fu denominata nel V secolo con il titolo greco “Hypapanté” (incontro), associandovi il rituale della processione con ceri benedetti, chiara allusione a Gesù, “Luce per illuminare le genti” (Luca, 2, 32).

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Tintoretto, Presentazione di Gesù al Tempio

Successivamente all’istituzione del Natale al 25 dicembre, la ricorrenza dell’Hypapanté fu spostata, in virtù dei quaranta giorni da Natale, al 2 febbraio, modificando in occidente la tonalità della festa da cristologica a mariana, tanto da assumere la denominazione “Purificatio Sanctae Mariae”, sottolineando il precetto vetero testamentario riportato da Luca, secondo il quale le puerpere erano considerate impure per un lasso di tempo di quaranta giorni, se avevano messo al mondo un maschietto, o di ottanta giorni, se il primo vagito era quello di una femminuccia.

Stando alle annotazioni riportate dal “Liber Pontificalis”, fonte primaria sulle vite e le opere dei vescovi di Roma nella tarda antichità e nell’alto medioevo, si deve al pontificato del siriaco Sergio I (687-701), l’introduzione della festa dell’Hypapanté a Roma, la cui ritualità prevedeva anche la processione notturna che, dopo aver attraversato i fori di Nerva e Traiano, oltrepassava l’Esquilino e raggiungeva la basilica di Santa Maria Maggiore, all’interno della quale si celebrava l’Eucarestia.

Esiste, tuttavia, una lunga diatriba storiografica sulla processione del 2 febbraio a Roma, la cui vulgata appare irriconciliabile, apparentemente senza vincitori e vinti. Da un lato, ci si arrocca sulla sua origine orientale con la sua estensione voluta da papa Sergio; per contro si ravvede in questa celebrazione la cristianizzazione di una festa pagana, che entrò così a far parte del patrimonio del Cristianesimo. In effetti, quest’ultima trova le sue ragioni in un celebre episodio, il cui protagonista principale fu un altro pontefice, papa Gelasio I, vissuto alla fine del V secolo. In quegli anni, Roma si trovava alle prese con una pestilenza di ampie proporzioni. Andromaco e altri senatori si fecero promotori della rievocazione dei Lupercali, una festa pagana della purificazione e della fecondità, con il fine di placarla. Nel corso dei Lupercali, che avveniva il 15 febbraio, alcuni giovani vestiti da pelli, secondo un arcaico costume, percorrevano la città per scacciare malattie e disgrazie. Gelasio levò contro la sua voce e scrisse un veemente trattato, “Adversus Andromachum senatorem”, nel quale pose l’accento sul fatto che non si può partecipare contemporaneamente alla mensa dei demoni e di Dio. Inoltre, ricordò che i lupercali non avevano prodotto alcun giovamento alla città di Roma. Alarico ne era un solo esempio. Dopo aver posto il veto assoluto ai fedeli di partecipare in qualsiasi modo alla festa, Gelasio introdusse la festa della Purificazione di Maria con la processione delle candele, con il fine non tanto velato di opporsi alla processione dei lupercali. Secoli dopo, la processione diverrà la Candelora, dopo aver assorbito la benedizione dei ceri (“festa cereorum”), rito in uso in Francia e risalente al IX e X secolo.

La riforma liturgica apportata dal Concilio Vaticano II (1962-1965) recuperò la tonalità cristologica della festa, ponendo nuovamente l’accento sulla presentazione di Gesù al Tempio, quale offerta di Maria al Signore, e diede la denominazione attuale.

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Mantegna, Presentazione al tempio

In tutta Italia, non vi è un paese, grande o piccolo, che non si festeggi la ricorrenza della Candelora. La tradizione e la pietà popolare guardano con speranza all’accensione delle candele benedette, rito propiziatorio della fertilità per il prossimo raccolto, dopo aver superato l’asprezza della cattiva stagione e del gelo, rappresentata dai “giorni della merla” di fine gennaio; e, nel contempo, aspettano i prossimi giorni a venire, contraddistinti dalla gioiosa confusione del Carnevale.

I riti di fuoco nel Veneto e nel Friuli occidentale

In una società in continua evoluzione quale la nostra, in cui i valori fondamentali del passato tendono a sclerotizzarsi, taluni processi rievocativi sono volti a riesumare riti e tradizioni del passato, riannodando i fili della propria memoria storica. A questo sono da annoverare i numerosi riti di fuoco nel Veneto e nel Friuli occidentale, nelle notti che chiudono il ciclo del solstizio d’inverno, per quanto decontestualizzati dalla società originaria che li aveva prodotti.
L’accensione dei fuochi nel solstizio invernale è stata adeguatamente iniziata ad un rito agrario, nel quale si evocava il trionfo del sole sulle tenebre e, successivamente, il rituale cristiano paraliturgico ne ha accolto la simbologia, associandovi la “manifestazione della divinità, rivelazione del mistero” (Paolo, Ef., 3, 2-3° 5-6) e il ritorno dei Magi in patria “per altra via” (Mt. 2, 1-12).
Non raramente alcuni studiosi hanno ricondotto questo rito e la sua escatologia entro uno schema della religione celtica, fondandosi sull’analogia di espressioni rituali, ravvisandovi dunque il culto del dio Baleno, che personificava la luce e il calore vivificante. Non è mancato chi vi abbia ravvisato l’eco della festa dei “Saturnalia”, celebrata in onore del dio Saturno, antica divinità dell’età dell’oro e protettore della semina; oppure la coda della festa del Sole Invitto, che l’imperatore Aureliano aveva istituito il 25 dicembre, alla quale si sovrappose il cristiano Natale.

In ogni modo, questo rito trovava una sua origine nella percezione millenaria delle comunità contadine, che aveva ben compreso la portata di questo momento magico, la vittoria della luce sulle tenebre. In seguito al solstizio d’inverno, il giorno in cui il sole, nell’emisfero boreale, sorge nel punto più meridionale dell’orizzonte orientale, e culmina, a mezzogiorno, alla minima altezza, ogni sforzo doveva essere predisposto alla prossima stagione delle messi, compreso di rinvigorire i raggi del sole con il fuoco vivificante dei falò, che avrebbe rigenerato la fertilità dei campi. Da secoli, infatti, “a contatto con la natura e le sue manifestazioni, l’uomo contadino vive nel ciclo stagionale la lotta incessante tra le forze benefiche che danno la vita, la grazia e le forze malefiche che hanno con sé la morte, la disgrazia; teme l’oppressione del male, della fame, delle malattie. Contro il male, la peste, la carestia, l’inondazione e la siccità, egli si rivolge alla protezione della Madonna, dei santi, secondo il suo modo di concepire l’atto religioso e il culto, molto spesso senza alcuna mediazione della chiesa. È una religione in cui non mancano aspetti di una magia legata a riti arcaici e soprattutto alla ritualità agraria di origine pagana” (D. Coltro, L’altra cultura. Sillabario della tradizione orale veneta, Verona, 1998, p. 143).

Nel Triveneto, l’accensione dei falò propiziatori ha assunto diverse denominazioni, tra le quali “Rogo déa vècia”, “Pavinèr”, “Foghèra”, e così via; nel Friuli si ricordano tra i molti il “Falòp”, il “Pignaròn”. Nel Trevigiano prevalgono i nomi di “Panain” o “Panevin”, richiamandosi al pane e al vino, simboli primordiali dell’abbondanza; di “Fogaràta” e “Bubaràta”, ambedue sinonimi di falò.

Stando alle diverse tradizioni, i fuochi si accendevano nel periodo tra il Natale e l’Epifania, in particolare durante l’imbrunire del 3, 5, 6 e il 7 gennaio. La notte del tre gennaio il fuoco trovava una sua corrispondenza nella rappresentazione della manifestazione di Gesù, il quale aveva impresso la sua luce a tutta l’umanità, la sua “luce inaccessibile” (Kontakion della Festa) o, più prosaicamente, il numero originario dei Magi. Il falò acceso nella sera del cinque gennaio possedeva una doppia valenza, sottintendendo l’abbondanza dei raccolti, i cinque pani nel miracolo della moltiplicazione riferito da Matteo (16,9), e, ancora una volta, la luce, questa volta della cometa che aveva rischiarato il cammino dei magi. Anche nella notte del 6 gennaio la pira infuocata si trovava a possedere questa singolare ambivalenza. Sei erano le urne di pietra, colme di acqua, che il Signore trasformerà nel vino nuziale a Cana (Gv. 2, 155), mentre le fiamme assumono le sembianze di cortina folgorante, quale sfondo del Messia in grembo della Vergine madre. Qui, forse, si celano i fondamenti della ritualità cultuale originaria, che rimanderebbero alle divinità pagane risananti quali la Reitia di Este o la Trumusiati di Lagole. Infine, la notte del sette gennaio, numero magico e misterioso, si ricordano i fuochi, che avevano aiutato i Magi a fare ritorno a casa, rischiarando loro il cammino.

Oggi le singole associazioni che organizzano l’evento, si trovano spesso a porlo in spazi, luoghi che nulla hanno a che vedere con il passato, altro indizio dell’inevitabile decontestualizzazione. Per lo più, i fuochi arderanno nelle piazze, nei campi sportivi, lungo le sponde di qualche fiume, oppure nei terreni aperti in prossimità delle chiese, capaci di ospitare numerose persone e, ovviamente, al riparo da eventuali incendi. Non mancheranno, purtroppo, i soliti mortaretti e, solo in alcuni casi per fortuna, della musica sparata a chissà quanti decibel. Negli anni che furono, il luogo non era scelto in base alla capienza o alla sicurezza, bensì doveva coincidere con il campo ritenuto più produttivo e la catasta doveva essere posta sul posto più alto, rispetto all’area circostante, rievocandovi arcaici riti di purificazione e di iniziazione.

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Portegrandi di Quarto d’Altino, gennaio 2020

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Casale sul Sile, gennaio 2020

Lo scheletro della catasta è costituito da uno o tre supporti di legno, di norma tronchetti tagliati di recente con le cime ancora con il fogliame verde. Secondo la tradizione, la catasta doveva contenere un intreccio di fogliame, frasche, fascine e da quant’altro era residuale dai lavori e dalla pulizia dei campi, nello specifico quelli con le colture di farina e del vino. In realtà, in quelli odierni il materiale per allestimento è piuttosto vario ed è possibile scorgervi materiali, per lo più di pulizia dei fossati e dei campi, nonché di scarto, tra i quali resti di pallet o semplici cassette di legno.
Sopra la pira viene posizionato il fantoccio della Striga, fatto dai bambini con sacchi imbottiti da cartocci del granoturco, fieno e pezzi di canne. Anch’esso è denominato diversamente da località in località: la “marantega”, la “vecia” o la “striga” sono solo esempi fra i molti. Questo grottesco bambolotto dalle fattezze uscite dal mondo delle fiabe simboleggia l’elemento sacrificale dell’anno trascorso e di tutto ciò che era stato negativo e il suo rogo costituisce l’epilogo del rito, dalle cui ceneri prenderà vita una stagione ricca di messi.

Dopo la benedizione con l’acqua santa della catasta, si procedeva all’accensione del fuoco con delle pietre focaie. Di solito la mano era quella del parroco o dell’anziano più autorevole della famiglia più influente del paese, non di rado la più ricca. Mentre i più osservano il fuoco, ascoltando il suo crepitio e, allo stesso tempo, annusandone l’odore, gli anziani cercano nelle faìve, le faville, e nel fumo le previsioni, i “pronosteghi”, per l’anno appena cominciato. Bene, se le faville si spargono verso una determinata posizione, profetizzando un’ottima annata per i raccolti. Male, se, invece, le scintille prendono la via opposta. La stagione agricola sarebbe stata magra.

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A prima vista si potrebbe bollare tutto ciò sotto un semplice rito divinatorio, con tanto di riverenza e superstizione. Invece, tali previsioni reggono un sapere popolare che nulla a che spartire con la magia, dato che esprimeva il ruolo dei venti nell’apporto della pioggia o di tempo asciutto. Dalla rosa dei venti, particolare attenzione viene posta per il vento di libeccio, vento con direzione sud ovest, chiamato dai “veci” “Garbin”, apportatore di pioggia, cosa buona per la preparazione dei campi.

Nella confusione, grida di gente che viene e va e canti, quasi tutti con il naso all’insù, le massaie sono alle prese con la “pinza”, che viene distribuita dalle giovincelle del paese. La ricetta del dolce varia da località a località, ma in linea generale la pinza è un dolce piuttosto sostanzioso, fatto con la farina gialla di granoturco e frumento, con fichi secchi, uva passa, semi di finocchio, noci, mandorle, pinoli e altro ancora. Alla pinza viene abbinato il vin brulé, vino nuovo, riscaldato, con l’aggiunta di fettine di limone o mele, cannella, chiodi di garofano e un po’ di zucchero.

Questa usanza popolare di inizio anno, che si pone a metà tra il sacro e il profano, sembrava aver perso il proprio smalto nei decenni scorsi, ma, a quanto pare, le nuove generazioni appaiono aver riscoperto il mondo delle antiche credenze e dei riti della società rurale millenaria, che era ancora patrimonio e sentire comune fino a non molto tempo fa.

Una poesia, che si articola tra canti beneauguranti accompagnati da un “goto de vin brulé” e da un “toco de pinsa”, rievoca a pieno titolo l’importanza del momento di unione e ritrovo della comunità, in questo caso di Solighetto, in provincia di Treviso, nei primi decenni del ‘900.

La bubarata

No te one fat ‘na bela bubaràta
anca ‘sta olta,
an bel panevìn,
in mèdo ala piàtha,
anca sentha le legne de Meotìn,
co’ roe, cane, fassìne e spin!

Col piovan disòn su avemarie
e po cantòn le litanie
e vardòn le bulìfe ‘ndar in su,
rebaltade co’ la forca,
e pèrderse inte ‘l scur del blù.
Che ciàro no’ te fali
tuti ‘sti foghi in giro
par borgade e par contrade,
par le rive e par le spianade!
El par che ‘l cuèrt del celo
se sie realtà in do,
che i feralét dele stele
i sìpie cascà
a s’ciarir qua e là la tèra.
Cussita, lori, i re Magi
pol catàr el Fiol del Signor,
viajar siguri drioghe ala cometa,
sentha pèrderse, sentha incianparse.

Intant che ‘l fogo s’ciopetéa
e la dènt canta e ciacoléa,
“Bontà!… Sanità!… E pan e vin…!”
tu sent thigar ogni tant.
E tuti po’ a vardar in su;
va-lo el fun a sera o a matina,
pien caliera o polenta pochetina?

E i quatro in thima al canpanil,
quasi scotàdi, starnudìss,
infumegàdi,
varda-do e sùbia in rima:
“Che sestàt ‘sta dènt no fa-la
che atorno al fogo canta e bala!
Eli cristiani che diss su orathion
opuro indiani che fa confusion?

Sergio De Stefani, Par nò desmentegar, 1999