Lavinia Fontana. “La Sacra Famiglia”

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Sacra Famiglia. 1578. Olio su tela. cm. 127 X 104. Collezione Wellesley College, Massachusetts

Leonora della Genga. “Coprite, o muse, di color funebre”. XIV secolo

Coprite, o muse, di color funebre
Tutto Parnaso, ed ogni loco appresso;
Svelto il lauro, piantate ivi il cipresso,
Sien le vostre querele ognor più crebre.

Il pianto, che uscirà dalle palpebre
Empia Aganippe, e non si trovi in esso
Altro liquor, che quel, che vi sia messo
Dagl’ occhj vostri, e dall’altrui tenebre,

E poi, che avrete con dolenti segni
Mostrati i danni sempiterni vostri,
Per Ortensia gentile a tondo, a tondo;

Direte a tutti i pellegrini ingegni,
Che spendono in lodare i sacri inchiostri,
Questo spirto gentil sì raro al Mondo.

 

Sofonisba Anguissola. “Ritratto di famiglia”

 

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Ritratto di famiglia, 1558. Olio su tela. Cm. 157 x 122. Niva, the Nivaagaard Collection

Artemisia Gentileschi. “Corisca e il satiro”

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Corisca e il satiro, 1630. Olio su tela, cm. 155 x 210. Collezione privata.

Leonora della Genga. “Tacete, o maschj, a dir che la Natura”, XIV secolo.

Tacete, o maschi, a dir, che la Natura
a far il maschio solamente intenda,
e per formar la femmina non prenda,
se non contra sua voglia alcuna cura.

Qual’ invidia per tal, qual nube oscura
fa, che la mente vostra non comprenda,
com’ella in farle ogni sua forza spenda,
onde la gloria lor la vostra oscura?

Sanno le donne maneggiar le spade,
sanno regger gl’Imperi, e sanno ancora
trovar il cammin dritto in Elicona.

In ogni cosa il valor vostro cade,
uomini, appresso loro. Uomo non fora
mai per torne di man pregio, o corona.

Modesta Pozzo, Amor disarmato, XVI secolo

Dal ben composto, e splendido suo Tempio
Di dorici archi, e di dorati fregi
Mosso era Amor, superbo in vista, ed empio,
Onusto, e altier d’almi trionfi egregi;
Poichè nel ciel più non trovava esempio,
Che cedea Giove a’ suoi più rari pregi,
Con maggior facilità prese speranza,
Che alla sua qui cedesse ogni possanza.

Sparse, e spiegò le ventilanti penne,
E scese, e venne a innamorar la terra,
E com’era il desio l’effetto ottenne,
Con dolce interna, e faticosa guerra;
Ogni cosa creata amar convenne,
Gli uomini, gl’animai, l’acqua, la terra:
E mentre vince Amor queste, e quell’alme,
Orna il bel tempio suo d’illustri palme.

Non v’era cor di qualità sì dura,
Che al suo possente stral non desse loco,
Nè petto di sì rigida natura,
Che non ardesse al suo cocente foco:
Però accadea, che una gentil figura,
Quantunque fosse il suo merito poco,
Avea tal forza in mente alta, e proterva,
Che il Re sposava, e il Principe la serva.

Inganno, falsità, villan pensiero
Nell’animo de’ giovani non era;
Il lor affetto ardente era, e sincero,
E la lor servitù costante, e vera:
Beata, chi patia sotto il suo impero,
Già riputava ogni pena aspra, e fiera:
Nè l’uom restava mai d’esser fedele,
Benchè la donna fosse empia, e crudele.

Questo, perchè l’aurato, acuto dardo
Lor trafiggea profondamente il core,
E il dolor della piaga era gagliardo,
Nè mai scemava, anzi crescea l’ardore:
Era poi mercè degna un dolce sguardo
D’un lungo, ardente, e ben provato amore,
O mio fiero destin malvagio, e rio,
Perchè non nacqui a sì bel tempo anch’io?

Quei, che aveano il desio corrispondente
Al desiato suo giungeano tosto:
Ma ad alcuno accadea d’amar sovente
Tal, che avea in altri il suo disegno posto,
E perch’era l’amor vero, e fervente,
E il dolor rendea l’animo disposto,
I rivali venian con dura sorte,
Spesso ad arme, a ferite, a sangue, a morte.

Quivi occorrea, che Amor, siccome il Sole,
Penetrando co’ rai dentro il terreno,
Gli dà virtù, che concepir vi suole
Fior delicati, e fresche erbette appieno:
Tal egli con sue fiamme interne, e sole,
Penetrando degl’uomini nel seno,
Lor porgea tal valor, che d’onor degni
Fea germogliar mille felici ingegni.

Questi s’udian con chiari e dolci stili,
Del cor gli affetti esprimere diversi:
Fiorian da questi l’opere gentili,
Le dolci rime, e i leggiadretti versi.
Lontani da’ pensieri ingrati, e vili,
Gl’intelletti purgati erano, e tersi,
Che ciascun per gradire a chi più amava,
A gara onori, e meriti acquistava.

Per le floride piaggie, e nell’erbose
Rive dei chiari, e liquidi cristalli,
Al cantar delle Naiadi amorose,
Guidavan le Napee vezzosi balli:
Queste di gigli, e d’odorate rose,
Quelle ornate di perle, e di coralli,
Ciprigna bella in mezzo lor si serra,
Che co’ begli occhi fa fiorir la terra.

Sempre in lor compagnia star si vedea
Dei pastorelli una ridente schiera;
Chi canta, chi contempla la sua Dea,
Chi fior le dona, e chi la chiama altera:
V’era Aci, e la fugace Galatea,
Che del crudel Ciclope si dispera.
V’era Mopso, e Tirrenia, e Tirsi, e Filli,
e Titiro, e la sua dolce Amarilli.

Se le forze amorose in piani, e monti
Eran possenti, e sviscerate a pieno;
E così nelle selve, e nelle fonti,
Fra Satirelli, e Ninfe albergo avieno:
Per la città volar veloci, e pronti
I dardi suoi vedevansi non meno,
E trapassar de’ molli giovinetti,
E delle donne i delicati petti.

Da cagion sì gagliarda, e sì possente
Spinta la gioventù degna, e reale,
Non guardava nè a dote, nè a parente,
Che a sua condizion non fosse eguale:
Ma per dar loco alla sua fiamma ardente,
Celebrava imeneo santo, e leale:
Tanto, ch’in breve, Amor scacciò dal mondo
L’ambizion, e l’avarizia al fondo.

Quell’altier, che i suoi dì tutti avea spesi
In mercar dignità, gradi, ed onori;
E per gara di ciò molti avea offesi,
Nè pur mirar degnava i suoi maggiori;
Trafitto a mezzo il cor da’ strali accesi
Di questo Re, per mitigar gli ardori
Una vil donna, ancor che bella prende
Per consorte legittima, e si rende.

Quell’altro avaro ingordo di tesoro,
Tutta la vita sua strazia, e patisce,
Non veste mai; non si dà alcun ristoro,
A pena di scacciar la fame ardisce;
Poi tocco dallo stral di costui d’oro,
Le sue ricchezze in pochi dì finisce,
O contradote, o spesa altra, che importa,
Per goder la sua Dea di far comporta.

Felici voi, che con sì caldi amanti,
Donne, vi ritrovaste a quella etade,
Dove per non aver doti bastanti,
Non invecchiava mai vostra beltade:
Nè con false lusinghe, e finti pianti
Vi cercavan por macchia all’onestade:
Ma con debito mezzo onesto, e grato,
Godeano il fior da lor tanto bramato.

Già dall’orto all’occaso Amor lasciava,
Del suo invitto valor chiari trofei;
Sull’are il foco pio morto restava,
E la religion degli altri Dei:
La vittima a lui sol si consacrava,
E l’odorato incenso de’ Sabei;
Ed era ancor per dilatar più il regno,
S’alla gelosa Dea non venia a sdegno.

Giunon d’invidia, e di superbia piena,
Di rabbia, di furor, di gelosia,
Veggendo Amor condotto alla terrena,
E prima alla celeste monarchia;
Tal cordoglio ne sente, e sì gran pena,
Che ad implacabil sdegno apre la via;
E perchè vendicarsi alfin conchiude,
Nella segreta camera si chiude.

Iri seco ha la sua fedele amica,
Con cui si sfoga, e seco parla, e dice:
Dunque preposta è Venere impudica
A me, che son del cielo imperatrice?
Dunque la stella a me crudel nemica
Mi vuol far sempre vivere infelice?
Dunque per sempre Amor preso ha partito
Di far, ch’altra si goda il mio marito?

Non per una cagion, per mille deggio
Vendicarmi di lui, che sì mi offende:
La terra, e il ciel soggetti essergli veggio,
Ubbidienza ogni mortal li rende:
Il nostro culto va di male in peggio;
La fiamma al nostro altar più non risplende;
Che più voglio aspettar ch’un dì s’opponga,
E me di questo mio seggio deponga?

Poichè ebbe dato loco al gran lamento,
Con lunga, ed acerbissima querela,
Per isfogar il suo fiero tormento,
In fosca nebbia il chiaro aspetto cela:
Sempre ad alta vendetta ha il core intento,
Nè pur ad Iri il suo pensier rivela:
In terra scende sconsolata e mesta,
Ed Iri in ciel Locotenente resta.

Per aspra, incolta, e disusata via,
Con gran dolor la Dea va camminando,
E la Superbia incontra, che fuggia,
A cui dal mondo avea dato Amor bando,
E l’Avarizia era in sua compagnia;
La Diva se le venne approssimando,
E dove elle di gir s’avean proposto
Lor fè dimanda; onde le fu risposto.

Dannate siam, disse, in eterno esiglio
L’empia Superbia all’adirata Dea,
Dal maledetto, e scellerato figlio
Della malvagia, e brutta Citerea,
Il qual con certo suo soave artiglio
Gli animi tira alla sua voglia rea,
E se ’l mondo terrà troppo il suo stile,
In breve diverrà povero, e vile.

Come, che gravi sian nostri dolori,
Che tenevamo in terra il primo loco,
E stavam nelle corti de’ Signori,
Anzi, nel cor più che in ogn’altro loco;
Via più c’incresce de’ nostri maggiori,
Ch’ad Amor, come veggio a poco, a poco
Giove ubbidisce, e le sant’alme, vinte
Da certe sue dolcezze amare, e finte.

A questo dir Giunon di rabbia accesa
Negli occhi, e più nel cor sfavilla, ed arde,
E le risponde: son d’ogni mia offesa
Le vendette maggior più che son tarde:
Gran tempo ho sopportato esser offesa,
Non che le forze mie non sian gagliarde,
Ma mi parea viltà d’usarle seco,
Essendo vil fanciullo ignudo, e cieco.

Ma poich’è divenuto sì arrogante,
Che voi discaccia, ed osa offender noi,
Per noi tre insieme, ancor che sia bastante
Io sola a far quel, che farete voi:
Vada all’ingiuria la vendetta innante,
Sieno tutti spuntati i strali suoi,
Il parer della Dea fu a tutti caro,
E subito nel mondo ritornaro.

L’assunto all’Avarizia ne fu dato
Di condur ad effetto il lor pensiero;
Ella, ch’ha il tempo comodo appostato,
Ritrova amor di sue vittorie altero;
Col sembiante di Venere a lui grato
Se gli appresenta, e copre il volto fiero,
E l’invita a posar, com’ella suole
Nel suo perfido sen con tai parole.

Dolce mia speme, in così fervid’ora,
Che ’l sol ci offende, e sei sudato, e stanco,
Cessa di saettar, vieni a quest’ora,
E nel mio sen riposa il tuo bel fianco:
Le consente l’incauto, e in grembo a Flora
Getta il bel corpo suo tenero, e bianco:
E nel sen di chi offenderlo propone
La bionda testa, e inannellata pone.

Il sonno entrò ne’ begli occhi amorosi;
Che la fatica fa il riposo grato;
La brutta Arpìa, che i strali luminosi,
Nella faretra ha visti al manco lato,
Perchè ’l dolce Cupido ai suoi famosi
Nomi dia fine, e più non sia pregiato;
Con l’empia ingorda man, ch’egli non sente,
Gli la dislaccia, e leva pianamente.

La gelosa Giunon tutta contenta,
Con la Superbia allor si fece innante,
E perchè sia d’Amor la gloria spenta,
Fè nascer ivi un monte di diamante,
In cui l’empia Superbia s’argomenta
Di spuntar le saette invitte, e sante;
E poichè ben l’effetto lor successe,
Fur al loco, ove tolte ancor rimesse.

Sparir poi tutte, e solo il bel Cupido,
Lasciar tra fiori a canto alle fresch’onde;
Che poi svegliossi, e con vezzoso grido
Chiama la madre sua, che non risponde:
Stimando, che sia gita in Pafo, o in Gnido,
O in altro loco; più non si diffonde,
Ma spiega l’ali al ciel di più colori,
E torna ad impiagar mill’altri cuori.

Il suo gran danno il misero non vede,
Che chiusi gl’occhi tien d’un velo schietto;
E perchè acuti i suoi strali esser crede,
Spera, che debbian far con l’usato effetto.
Incurva l’arco, e com’ho detto, riede
A ferir, come suol, questo, e quel petto;
Ma, non che penetrar possan nell’osse,
Appena i panni segnan le percosse.

Da questo avvien, ch’al mondo or non si puote
Nè vera fè, nè ver Amor trovarsi:
Nè un vero par di fide alme divote,
Che d’interno fervor possa vantarsi;
Poichè Cupido in van fere, e percuote,
E sono i colpi suoi deboli, e scarsi;
Egli, che la cagion non può sapere,
Invan si duol, che manca il suo potere.

Per questo cade ogni gentil costume,
Ogni pregiato, e generoso gesto:
Un leggiadro pensier più non presume
Di far suo nido in petto, che sia onesto,
Le preclare virtù col lor bel lume
Escon dal mondo, e il lascian cieco, e mesto:
Quelle al ciel si ritornano, e in lor vece,
Moltiplicano i vizi a diece, a diece.

Però voi, donne, a questi, che sapete,
Che vi chiamano ingrate, empie, e crudeli,
Gl’occhi, gli orecchi, e ’l cor sempre chiudete,
Poichè non son più gl’uomini fedeli;
Cercan di farvi cadere nella rete,
E di voi si lamentano, e de’ cieli:
E quando pur gli usate alcun favore,
Per tutta la città s’ode il rumore.

E poichè nè virtù, nè gentilezza
Può del misero Amor scontar i danni;
Nè vostra grazia, e natural bellezza
Può crear ne’ lor petti altro, che inganni;
Cingete il vostro cuor d’aspra durezza,
Sicchè lor falsità mai non v’inganni,
Che son del vero Amor le forze dome,
E sol riman d’Amor nel mondo il nome.

Per non far dunque error, sicchè a pentire
Non ve ne abbiate poi con danno, e scorno;
Sdegnate il loro instabile servire,
Nè la pietà con voi faccia soggiorno:
E rivolgendo il vostro alto desire,
A miglior opre, e a più bel studj intorno,
Ornatevi d’un nome eterno, e chiaro,
Ad onta d’ogni cor superbo, e avaro.

La ragione dei negozj e la peste del 1630 a Venezia

Una descrizione tarda ma preziosa, utile a delineare cosa sia stata l’epidemia di peste a Milano tra il 1630 e il 1631, è rappresentata dal celebre romanzo dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, nel quale la travagliata storia d’amore tra Renzo e Lucia è contornata dalla pandemia nella capitale del ducato lombardo, offrendo diversi spunti utili a chiarire la sua diffusione a macchia d’olio, dopo aver fatto sua la testimonianza diretta del medico Alessandro Tadino (1580-1661) e dal “De peste Mediolani quae fuit anno 1630” dello storico Giuseppe Ripamonti (1573-1643), come di altre fonti del tempo. La chiusura del XXXI capitolo è piuttosto significativa a questo riguardo. Manzoni con parole taglienti come una lama riassume gli errori e le negligenze delle autorità sanitarie e pubbliche del Ducato.

“In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste, vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto”.

Le vicende della peste nel Ducato milanese furono tragicamente segnate da una folla di personaggi, che, inclini a non ombreggiare il potente di turno, esposero la città alla pestilenza, facendo pagare alla popolazione un pesante tributo di morti. Benché non si possa dare fiducia totale alle cifre fornite dai censimenti del tempo, tuttavia si registrò la morte di almeno 64.000 persone.

Quando la peste giunse a Milano nel 1630, l’Italia Settentrionale stava vivendo momenti bui da qualche anno. La popolazione era afflitta dalla carestia e dal conseguente rincaro dei prezzi, inoltre si era fatta strada una preoccupante crisi commerciale, che coinvolgeva i settori principali dell’economia dei singoli stati. Infine, nel 1628 giunse la notizia della morte di Vincenzo II Gonzaga, che deve aver fatto passare più di una notte insonne ai governanti. Non appena si sparse la voce, divenne evidente che la tempesta di una guerra incombente si sarebbe scaricata su queste terre, già agitate dalle velleità delle due maggiori potenze dell’epoca: la Francia e la Spagna.

Non trovando ragione nelle arti diplomatiche e dinastiche, il problema della successione nei ducati di Mantova e del Monferrato non trovò soluzione pacifica, lasciando la parola alle armi, creando un nuovo fronte della Guerra dei Trent’Anni. Ai primi di settembre del 1628 un’orda di 30.000 alemanni e 6000 cavalieri attraversarono le Alpi e scesero nella pianura padana. In precedenza, queste schiere avevano portato il loro carico di distruzione in terre colpite da fenomeni epidemiologici infettivi e la loro discesa nel nord Italia non si sarebbe limitata al consueto orrore di saccheggi e violenza, ma avrebbe rappresentato uno dei nodi fondamentali per la diffusione della spaventosa epidemia di peste raccontata dal Manzoni.

Poco lontano, nella laguna veneta l’attenzione dei veneziani venne per un attimo distratta dalla guerra. Nel 1629, Venezia aveva dovuto affrontare un’epidemia di febbri maligne o petecchiali (Frari Angelo Antonio, Cenni storici sopra la peste di Venezia del 1630-1631, 1830, p. 5), ma lo stato d’animo prevalente era piuttosto di soddisfazione per lo sforzo compiuto per circoscriverne la diffusione e si cullavano nell’illusione dell’efficienza del proprio apparato sanitario, sottovalutando i tanti rapporti sulla pestilenza che stava falcidiando gli stati vicini. In effetti, lo Stato veneziano aveva tratto importanti insegnamenti dai ricorrenti attacchi di peste e di altre pestilenze. Nel corso dell’epidemia di peste nera del 1348, il governo veneziano aveva istituito l’organo dei “tres sapientes pro conservationes salutis”, ma più che emanare ordinanze per la conservazione della salute, si trovò a provvedere allo smistamento dei morti, che furono seppelliti nelle fosse comuni nelle due isole di S. Leonardo di Fossamala e S. Marco in Boccalama.

Attorno alla seconda metà del 1400, il Senato Veneto istituì un “ospitale” contumaciale laico permanente, primo al mondo, destinato all’accoglimento dei malati di peste. Tra le tante isole dell’estuario veneto, l’isola di Santa Maria di Nazareth rispondeva a tutti quei requisiti, che furono giudicati l’optimum per il controllo di una eventuale epidemia e per l’ambito logistico, dato che si trovava al centro del bacino lagunare a ridosso del Lido. L’isola assunse un nuovo nome, Lazzaretto, per la traslazione linguistica del toponimo Nazarethum o, forse, per l’associazione con la vicina isola di San Lazzaro, adibita a lebbrosario.

Visentini_Lazzaretto_Vecchio

Nel 1468, in seguito all’istituzione nell’isola Vigna Murada di un secondo lazzaretto, adibito alla quarantena di viaggiatori e merci provenienti dai luoghi in odore di pestilenze e alla convalescenza dei superstiti da peste, l’ospitale assunse il definitivo nome di Lazzaretto Vecchio.

Visentini_Lazzaretto_Novo

In seguito all’epidemia di peste del 1484, durante la quale la popolazione era stata duramente colpita e lo stesso doge Giovanni Mocenigo era morto, il 7 gennaio 1485 il Senato istituì una nuova magistratura alla sanità: i Provedadori sora la Sanità. Si trattava di una commissione annuale non retribuita di “tre solemni et honorevoli zentilhomeni nostri” con il mandato di mettere in atto tutte le misure necessarie per prevenire e di eliminare, “li nutrimenti per li qualli quela se potesse conservar”, attingendo nel caso ai ricavi del monopolio del sale, con il fine di salvaguardare “la comune et universal salute” (ASV, Provveditori alla Sanità, Notatorio I, vol. 725), che, nel 1556, coadiuvata da due Sopraprovveditori. Comunque sia, la scienza medica brancolava ancora nel buio sulla trasmissione, l’epidemiologia e la patogenesi della peste. Si riteneva che la peste fosse una patologia infettiva la cui trasmissione avveniva per il semplice tatto. Solo secoli più tardi, nel 1894, Alexander Yersin riuscì ad isolare e descrivere il bacillo, denominato in suo onore yersinia pestis, che si manifestava nei roditori e si trasmetteva all’uomo attraverso il morso di una pulce infetta.

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Alexander Yersin

Durante questa cupa stagione, il marchese Alessandro Striggi, membro di una antica famiglia mantovana, aveva preso la via per lo Stato veneto per chiedere aiuti in favore della sua città sotto assedio dalle truppe imperiali. Arrivato a Venezia l’8 giugno 1630, le sue condizioni di salute avevano destato subito più di una preoccupazione alle autorità locali, intravedendo in esso alcuni dei sintomi della peste, diffusasi nei territori lombardi e piemontesi. Temendo un probabile contagio, il marchese e il suo entourage vennero relegati nell’isola del Lazzaretto Vecchio, per trascorrere i cinque giorni durante i quali si manifestano in maniera acuta i cicli evolutivi della malattia e con un esito per lo più nefasto per l’ammalato. I Provveditori alla Sanità, consci del pericolo, presero delle misure più drastiche, ordinando l’isolamento precauzionale degli ammalati, relegandoli nell’isola di San Clemente, che possedeva le caratteristiche allo scopo: presenza di edifici da adibire a residenza e, soprattutto, del tutto priva di anime vive. I locali dove furono allocati il marchese e il suo seguito presentavano evidenti segni di degrado, dato che erano da lungo tempo disabitati, per cui si rese necessario inviarvi qualcuno che si occupasse di ripristinare un sufficiente standard di vivibilità. Questo qualcuno fu identificato in un falegname, un certo Giovanni Maria Tirinello, che, oltre a dare un minimo di confort ai locali, costruì delle casupole in legno ai quattro angoli dell’isola, attraverso le quali i funzionari del magistrato alla Sanità avrebbero potuto osservare in tutta sicurezza lo stato di salute degli ospiti.

Due giorni dopo, il marchese presentava “ardente febbre, calore agli occhi, doglia intensa al capo ed alla schiena, essendosegli manifestato contemporaneamente anco un tumore all’anguinaia” (Giovanni Casoni, La Peste di Venezia nel MDCXXX, Alvisopoli, 1830, p. 10). Visti i sintomi del sofferente, peraltro aggravati dall’insorgere di “bolle carboniche e lividure che tutta ricopersero la schiena dell’ammalato” (G. Casoni, p. 10), i medici del Magistrato alla Sanità non tardarono a diagnosticare il caso di peste conclamata. Le sofferenze dell’ambasciatore si protrassero fino al 14 luglio, giorno in cui morì, “dopo vomitato alquanto sangue” (Frari Angelo Antonio, p.6). Seguì a ruota la morte di cinque dei suoi assistenti, presentando identici sintomi.

Concluso il suo lavoro, il falegname, che abitava con la famiglia e buona parte del parentado nella Contrada di Sant’Agnese, aveva pensato bene di portare con sé dei drappi provenienti dall’isola di San Clemente e di consegnarli per una semplice pulizia ad una sua parente, che di mestiere faceva la lavandaia. Qualche giorno dopo, la “donna infermò, e in otto dì si morì, trovatole un tumore all’inguinaja, e nere petecchie alla cute” (Frari Angelo Antonio, p.6). Fu la volta dello stesso falegname a fare i conti con le febbri e gli spasmi della malattia. La peste lo uccise, come uccise la moglie e i due bambini. Dilagata nella Contrada, il morbo dimostrò di possedere una accentuata virulenza, contagiando numerose persone. Il numero di malati e la conta dei morti allarmarono i funzionari del Magistrato alla Sanità, i quali imposero al protomedico Giovanni Battista Follio e all’ottantenne Morosini, che aveva vissuto sulla propria pelle l’epidemia di peste del 1576, di esprimersi sul male. Le conclusioni del consulto non trovarono un giudizio finale. Solo il Follio si trovò a fare il temuto nome della peste, sostenendo con forza che il morbo si stava diffondendo con estrema rapidità. I nuovi casi obbligarono il Magistrato alla Sanità ad ordinare un nuovo consulto, chiedendo il parere di altri quattro medici. Questa volta le valutazioni del caso coincisero con quella del Folli e il Magistrato ordinò come precauzione “che gli ammalati nel circondario di s. Agnese fossero con le loro robe condotte ai Lazzaretti e sequestrate le case” (G. Casoni, p. 12), pur valutando l’ipotesi di un’epidemia di peste non del tutto certa. Nel frattempo, all’interno delle case di Sant’Agnese si continuava ad ammalare e morire, così come nel Lazzaretto, per di più il morbo aveva valicato i ponti e si era esteso nelle contrade vicine, spaventando non poco lo stesso Senato, che prescrisse per il 22-23 agosto un congresso di ben trentasei medici da tenersi nel Convento dei Frari, “affinché fosse fra loro discusso e trattato intorno l’infermità di quelle persone che si trovano nel Lazzaretto Vecchio, cavate dalla contrada di S. Agnese nelle settimane passate, per saper col fondamento delle loro opinioni la qualità di essi mali, li rimedii proprii di medicarli, e le provvisioni opportune tanto per il Lazzaretto medesimo come per la contrada di S. Agnese per estirpare ogni radice he fosse restata del male, e perché non si comunichi con altre parti della città” (Frari Angelo Antonio, p. 7).

Il congresso, che doveva essere un momento di confronto e dibattito sulle esperienze dirette effettuate sui pazienti del Lazzaretto e relative opportunità diagnostiche e terapeutiche, in realtà si trasformò in un qualcosa che rasentò il ridicolo, salvo pensare che dietro a tutto ciò vi fosse la salute di migliaia e migliaia di inermi cittadini. Trentadue medici su trentasei stilarono un consulto che escludeva di fatto la pericolosità di un’epidemia di peste.

Et acioché il nostro discorso non incontri qualche non imaginata ambiguità noi il fonderemo sopra le regole prescritte da Hipocrate et da Galeno, senza contraditione da tutti chiamati per maestri sovrani della medicina. E procederemo con questo ordine. Metteremo primieramente tutte le conditioni che gli stessi hanno stimate proprie et essentiali della peste da poi aplicando quelle alle presenti infermità deduremo dimostrativamente per quello crediam noi la nostra conclusione…Tre e non più son le conditioni assegnate dalli sopradetti Auttori alla peste. Ciò sono. Che le infermità siano comuni, contagiose et mortifere. Onde se i mali di quelli di Santa Agnese, che stano nel Lazareto non saranno con queste conditioni non potranno costituir peste. Et per quello che alla prima condition appartiene, volentieri concediamo che li sopradetti mali siano comuni, et per conseguenza dipendenti da causa comune, la qual causa dal Medesimo Hipocrate vien riferita nella sola prava qualità dell’aria et vitto. Non è questa causa comune nel caso nostro in maniera efficace ch’Ella possa produrre una costitution pestilentiale. Crediamo che di là si generi una sorta di mal uniforme, siccome habbiamo spesso potuto osservare una stagion produr mal della pelle, un’altra distilation catarali e così de molti altri. Ma questa condition ne può stabilir la peste essendo i siffatti mali mossi dalla mutation dei tempi che perturban i humori et fano le infermità comuni come fu già il mal del montone, et altri simili che son salutari; Hora non essendo questa prima condition sufisiente a costituir peste cerchiamo se nelle corenti infermità ci si trovi la seconda dell’esser contagiosa… Il qual essere contagioso vien limitato così, che alla maggior parte degli huomini che sani essendo conversano con gli ammorbati s’attraesi l’infermità: questo parimenti negl’infermi di Santa Agnese non crediamo essersi adempiuto, perché di centonove persone sospette mandate a Lazaretto sin il 22 Agosto ve ne erano 44 de sani e 65 fra morti et infermi; e molti dei 65 si sono qui amalati dove l’infetion non vien fora da Santa Agnese. Per ultimo non sono anco mortiferi, ne quanto al numero de morti ne quanto al tempo o alla maniera del morire. Non quanto al numero perché in tempi di peste non guariscono più che dieci per cento…” (Emmanuele-Antonio Cicogna, Della peste, opinioni dei medici di Venezia nel 1630, 1843, pp. 13-18).

Il medico Giovanni Battista Follio, scampato fortunosamente ad un attentato omicida, ordito dagli stessi medici a lui rivali, tentò più volte di prendere la parola, per riportare l’assemblea alla realtà dei fatti, ma

“Gravissime riprensioni sofferse questo Medico anche dall’Eccellentissimo pien Collegio, e serie ammonizioni di non profferire tanto liberamente concetti pregiudiziali ai negozj, al commercio pubblico e privato, ed alla libertà della patria che spargendo la diffidenza ed il terrore si opponevano alla sovrana intenzione di conservarla illesa ed immune da ogni oppressione e disturbo. Il Fuoli ottenne sommessamente di poter rispondere; fece conoscere con le lagrime agli occhi il fatalissimo equivoco e l’errore ch’esponeva la città alla sua totale rovina, reclamò i più solleciti e robusti provvedimenti, indi, abbassato il capo, escì dalla sala” (Giovanni Casoni, p.15).

Il passo conclusivo avvenne qualche giorno dopo, il 13 settembre, allorché i medici “deposero negli atti del pubblico notaio Benedetto Leoni cittadino veneto una scrittura giurata nella quale affermavano come in questa città né eravi peste, e neppur sospetto di peste”.

La ragion di stato e la preoccupazione di non recare danno agli interessi economici prevalsero sul semplice buon senso, negando di fatto l’evidenza dell’epidemia in corso, e instradarono la città verso il baratro della pandemia. Le misure attuate in un secondo momento dal Magistrato alla Sanità limitarono la diffusione della pestilenza, ma ormai un’aria lugubre e mortifera si era impadronita della città, dove “da ani quaranta in suso non moriva quasi alcuno”.

Fossa_comune
Fossa comune presso Lazzaretto Vecchio

Nella sola Venezia, su una popolazione, stimata nel 1624 di 142.804 persone, la pestilenza ne uccise 46.490, provocando una contrazione pari al 32,6%; mentre nei territori della Repubblica si contarono oltre settecentomila morti.