La Chiesa della Maddalena

Il prossimo 7 ottobre a Venezia, presso l’Ateneo Veneto, si terrà un interessante convegno, il cui oggetto verterà sulla cosiddetta “Venezia Esoterica”.

Tra gli interventi programmati, uno in particolare si incentrerà sulla chiesa della Maddalena, un piccolo tempio nel sestiere di Cannaregio, non lontano dalla chiesa di San Geremia.

Una conversazione intorno alla chiesa della Maddalena comporta la necessità di distinguere gli elementi storicamente attestati o verosimili da tutto ciò che rimane nell’ambito di mera ipotesi o, peggio, da una architettura della fantasia.

Sulla chiesa è stato scritto di tutto e di più, ponendo la costruzione in rapporto alla sua intestazione alla Maddalena, una vera icona contemporanea di un presunto “eterno e sacro femminino”; all’Ordine Templare, subendo nuovamente l’ennesimo martirio della memoria; all’immancabile universo variegato della Massoneria, che avrebbe rivisitato ideologicamente l’edificio trasformandolo in un tempio laico destinato a cerimonie esoteriche.

Di fatto non esistono allo stato attuale delle prove inoppugnabili a sostegno di un ipotesi, secondo la quale la chiesa sia stata edificata secondo dei precetti riconducibili ai cavalieri templari o a qualche società segreta, quale la misteriosa Voarchadumia, come invece si tende ad affermare.

Data questa premessa, la storia del tempietto può essere sintetizzata in sommi capi.

La data di fondazione risale alla seconda decade del XIII secolo, grazie alla magnanimità – o come ex voto – di una famiglia veneziana, Baffo o Balbo, che la fece costruire a sue spese.

Un nuovo capitolo importante viene scritto il 22 luglio del 1356.

Il doge Giovanni Gradenigo e il Senato Veneziano firmarono il trattato di pace, che concluse le ostilità con la Repubblica di Genova. Il giorno coincideva con la festa liturgica di santa Maria Maddalena, per cui le autorità veneziane stabilirono che la chiesa intestata alla santa venisse ingrandita, in segno di ringraziamento. I lavori interessarono anche una vicina torre di guardia, adibendola a campanile.

L’originaria funzione del campanile venne ricordata dal popolino con il nome di “Castel dei Baffo”.

All’inizio del XVII secolo, l’azione del tempo e la progressiva decadenza economica della  parrocchia avevano ridotto la chiesa in uno stato rovinoso. Un tale degrado rese necessario bandire nel  1758 un concorso per la sua completa ricostruzione.

Alla fine si esaminarono tre progetti, pur tra mugugni, incertezze e critiche.

La scelta cadde sul progetto presentato dall’architetto e fine erudito Tommaso Temanza, che interpretò la nuova chiesa, ispirandosi al tempietto palladiano della Villa Barbaro a Masier (Treviso), benché con delle varianti e con delle vistose regolarità neoclassiche.

La chiesa venne smantellata fino alle fondamenta e si diede uno schema planimetrico rotondo, contravvenendo ai dettami del Concilio di Trento, che prescrivevano per le chiese di nuova fondazione delle piante longitudinali e a croce latina.

L’esterno si presenta, dunque, con una pianta circolare e con l’ingresso principale, che si apre nel campo omonimo, mediante una scalinata. L’interno, invece, assume uno schema esagonale. Su quattro pareti sono collocate le cappelle con altare, adagiato al muro. Ciascuna di esse è delimitata da un arco a tutto sesto. Il presbiterio e l’ingresso, tra loro contrapposti, definiscono lo spazio rimanente.

Dodici colonne binate reggono la trabeazione della cupola emisferica con la lanterna. Le colonne, inoltre, fungono da delimitatori per degli interstizi occupati da rilievi marmorei e dalle statue, raffiguranti santa Maddalena e sant’Agnese, nonché dei profeti Isaia e Davide.

Il presbiterio e la sacristia, manomissioni più tarde, si aprono fuori del corpo di fabbrica principale.

L’elegante facciata si contraddistingue per l’apparato decorativo costituito da un timpano triangolare, sostenuto da due coppie di semicolonne ioniche con capitello e trabeazione; e dalle sculture in rilievo e da un’iscrizione, da taluni viste come esperienze iniziatiche, poste sopra l’ingresso.

Da subito la nuova edificazione della chiesa fu oggetto di critica, poiché fu vista come un pugno allo stomaco rispetto al contesto abitativo del circondario. La sua forma cilindrica e il suo rivestimento in marmo bianco apparvero non confacenti ai vicini edifici.

La storia successiva scrisse delle pagine semplici, nelle quali la chiesa conobbe alti e bassi, sopportando chiusure temporanee e limitazioni di vario genere.

Oggi la chiesa della Maddalena è alle dipendenze della parrocchia di San Marcuola e, purtroppo, non è sempre aperta al pubblico.

Come detto in precedenza, la chiesa rappresenterebbe lo Shangri – la della città lagunare, all’interno del quale si intrecciano storia e segreti iniziatici. Una sommaria consultazione dei siti che riportano la storia dell’edificio religioso lascia presagire la presenza di una verità, quasi fosse un assioma. La famiglia dei Baffo, o dei Balbo che sia, viene definita di chiara matrice templare o in qualche maniera affiliata all’Ordine.

Gli studiosi che non accettano una simile realtà storica, ovviamente rigettano queste indicazioni di massima e lo fanno con buona cognizione di causa, dal momento che i documenti testimoniali di coloro che dicono il contrario sono poco consistenti, se non addirittura inesistenti.

Quanto alla povera Maria Maddalena, considerata arbitrariamente come la santa per eccellenza dei Templari, beh…questa è un’illazione dei giorni nostri.  Nel 1982, delle chiacchiere in libertà – già blaterate nel passato – si trasformarono in un libro dal titolo The Holy Blood and the Holy Grail. Le sue pseudo rivelazioni su uno dei segreti dei Templari comportò il successo planetario del libro: Gesù era sopravvissuto alla crocifissione ed aveva sposato Maria di Magdala, dalla quale ebbe dei figli, che si rifugiarono in Francia, dove diedero vita alla dinastia dei Merovingi. Questa immagine falsata, e per certi versi irriguardosa, trovò una sorta di autenticità in un romanzo e il successivo film: il Codice da Vinci. In realtà, i Templari non osservavano una particolare venerazione verso Maria Maddalena, dal momento che la loro devozione era principalmente nella Vergine; nonché in una pletora di santi, quali santo Stefano, san Giovanni Battista, san Lorenzo, santa Caterina e i due santi militari san Giorgio e san Michele.

Gli amanti del mistero, in piena zona cesarini, si buttano a capofitto sulla pianta esagonale della chiesa. Tuttavia, l’esagono non è mai stato una prerogativa dei Templari, ma appartiene a concezioni più antiche. Basarsi come fanno taluni sulla base esagonale per legarne un fondante sui templari è un assurdo. Se dovessimo abbracciare una simile indicazione, per analogia saremmo nel giusto identificare ogni edificio di pianta esagonale come templare, tipo la chiesa di Santa Maria del Quartiere a Parma e, perché no, la cittadina siciliana di Grammichele. A ben vedere, invece, i Templari non avevano qualche predilezione nel costruire le proprie chiese, anche se si ricordano alcune a schema ottagonale, come le cappelle di Caon e di Torres del Rio o la cappella di Santa Caterina a Fonteurault. Pertanto considerare il Temanza quale neo templare del XVIII secolo appare del tutto fuori luogo. Tra l’altro, le sue frequentazioni più assidue e le opere letterarie e geografiche non danno nessun appiglio a questa eventualità.

Infine, il “massonico” occhio che vede tutto inscritto in un triangolo, attorniato da due cerchi, posto sopra la porta d’ingresso. In questo caso, siamo in presenza di una tipologia piuttosto comune nelle chiese cattoliche, tesa a creare delle immagini mistico didattiche, quasi dei trattati teologici per immagini.

Il triangolo equilatero corrisponde simbolicamente al numero tre, ovvero la perfezione, e normalmente al centro compare il nome ebraico di Dio o il suo occhio. I massoni si appropriarono del simbolo, ponendolo nella loro articolata iconografia. Il triangolo, ovviamente, esprime qualcosa di ben diverso. La base allude alla durata del tempo, mentre i due lati si riferiscono alla Luce e alle Tenebre. L’occhio venne ad identificare il Grande Architetto del mondo.

Comunque sia, i due cerchi circoscritti al triangolo, che simboleggiano le schiere angeliche e dei beati, non lasciano molte possibilità ad una interpretazione che non sia cristiana.

Per ultimo la famosa iscrizione SAPIENTIA AEDIFICAVIT SIBI DOMUM, vista da molti come una sorta di “patrocinio dell’Ordine Templare”. La frase è estrapolata dal nono capitolo dei Proverbi del Tanakh ebraico e della Bibbia cristiana, nel quale Donna Sapienza e Donna Stoltezza si contendono le strade della città. L’insegnamento è raffigurato sotto forma di banchetto, durante il quale le due donne invitano i semplici e promettono insegnamenti diversi. Il luogo dell’insegnamento sarà la casa stessa della Donna Sapienza, mentre quella della Donna Stoltezza si trova nello Sheol, il luogo delle ombre. Anche in questo caso, il senso dell’iscrizione non ha nulla di misterioso da ricondurre a chissà quale arcano sapere.

La chiesa è semplicemente il luogo, dove saziarsi dei dettami sapienzali dell’Antico e Nuovo Testamento.

Forse, senza andare troppo lontano con la fantasia, la chiesa della Maddalena custodisce per davvero dei misteri, ma sono legati alla fede e alla devozione dei fedeli, che per secoli hanno invocato l’intercessione della santa, probabilmente una delle personalità più carismatiche della primissima comunità cristiana.

San Basilio di Ariano nel Polesine. Frammenti di storia

In un angolo del Veneto meridionale, che si allarga all’interno del Parco del Delta del Po, è ancora possibile percorrere delle stradine, lastricate dai filamenti di una fitta tessitura storica.

Il viandante curioso che si lascia guidare dalla bellezza di questi sentieri può imbattersi in qualcosa di inaspettato, celato dai campi coltivati e dalle distese di frutteti e pioppeti.

L’inatteso è una piccola località di nome San Basilio, nel comune di Ariano nel Polesine, il cui nome deriva dall’intestazione di un oratorio, che svetta sopra una duna, testimonianza fossile dell’originaria linea di costa di un migliaio di anni fa.

La dedicazione dell’edificio religioso rimanda a Basilio di Cesarea, santo del IV secolo che “fu detto Magno per dottrina e sapienza, insegnò ai suoi monaci la meditazione delle Scritture e il lavoro nell’obbedienza e nella carità fraterna e ne disciplinò la vita con regole da lui stesso composte” (dal Martirologio Romano, 2 gennaio).

La chiesetta e la sua borgata sono sorte in un’area che ha restituito negli ultimi decenni numerose testimonianze archeologiche, attestandovi un fiorente insediamento commerciale, frequentato fin dal VI secolo a.C. da Etruschi, Venetici e Greci.

Con la progressiva romanizzazione delle terre venetiche del II secolo a.C., si impiantò un circuito viario, che collegò le maggiori entità urbane del Nord-Est. Tra queste la Via Popillia, stesa nel 132 a.C. dal console Publio Popillio Lenate, che costeggiava la costa adriatica dalla colonia romana di Rimini e conduceva alla città di Aquileia.

In corrispondenza di San Basilio venne fondata una mansio, una stazione che la Tabula Peutingeriana, ricorda come Mansio Hadriani.

La Tabula è una copia medioevale di un Itinerarium risalente alla metà del IV secolo d.C.. Si compone di 11 segmenti che si ordinano in un rotolo in pergamena sul quale erano indicate tutte le strade, le stazioni intermedie, i toponimi dei luoghi e le distanze misurate in miglia.

All’interno di questa stazione si svilupparono intorno altre infrastrutture, atte ad offrire quei servizi richiesti dai viaggiatori e differenti da quelli postali, fiscali ed amministrativi, come il pernottamento e la custodia dei carri e cavalli; il che facilitò l’edificazione  di alcune ville rustiche, come quella evidenziata negli scavi nella Tenuta Forzello.

In età imperiale, intorno al I secolo d. C., da San Basilio si distese un nuovo asse viario, che incrociava le attuali località di Porto Viro, Loreo e Cavarzere e si congiungeva con la Via Annia nei pressi di Mestre.

La sempre maggiore presa che il Cristianesimo veniva ad avere sulla popolazione, in particolare rurale, qui si manifestò verso la fine dell’Impero con la costruzione di un complesso battesimale, tra i più antichi dell’intera provincia.

I reperti delle ultime campagne di scavo sono oggi custoditi in parte nel Centro Turistico Culturale di San Basilio, inaugurato negli anni ’90, dove è possibile anche farsi un’idea precisa del fenomeno delle dune fossili e l’evoluzione del delta del Po nel corso dei secoli mediante l’uso di plastici e postazioni multimediali.

Come detto, il paesotto deve il suo nome dall’intestazione della chiesetta al santo orientale, suggerendo una fondazione molto antica.

Tuttavia, al di là di questa dedicazione, e volendo attenerci ai documenti, il primo riferimento della chiesa risale al 1540, quando il vescovo Ferretti la menzionò nel suo resoconto delle condizioni in cui versava la diocesi di Adria.

Plebs et ecclesia antiquissima Sancti Basilii inter silvas nunc a populo derelicta.

L’edificio è di piccole dimensioni e si osservano numerose manomissioni, operate nel corso del tempo. L’unica navata raggiunge i 16,80 metri e una larghezza di 7,05 metri, mentre l’abside, semicircolare, presenta un raggio di metri 4,60. La tessitura muraria della facciata è impreziosita da una bifora con una colonnina centrale in legno.

In bella vista, appena fuori dalla chiesa, una chicca: un sarcofago in pietra.

Le fantasie popolari vollero che al suo interno vi fossero le ossa dei paladini di Francia, forse un ricordo, nel quale sono confluiti eventi lontani e reali, quale la guerra dei Franchi di Pipino contro i Veneziani nel IX secolo.

L’episodio si fissò nel toponimo, che designò per lungo tempo le dune costiere, ricordate come le Tombe di Pipino.

Ma si sa, che ogni leggenda è come un fiume in piena capace di trovare sempre nuove foci.

Nel 1603, il visitatore pastorale Flavio Perotti volle vedere da vicino il sarcofago e gli si avvicinò tanto da toccarlo. L’osservò con attenzione e, con sua sorpresa, intravvide un’iscrizione antica.

Per quanto logorata dal tempo e dall’incuria, l’ecclesiastico riuscì a leggerla:

Hic divi Tunini ossa quiescunt frangere qui vult sicut Judas anathema sepulchri.

Purtroppo, l’iscrizione, dopo il suo rinvenimento, scomparve. Pertanto l’unico supporto rimane la testimonianza del religioso.

All’ombra della chiesa si tramandano leggende non soltanto relative al sarcofago, ma anche racconti tradizionali di avvenimenti sul filo dell’irreale, neppure molto lontani nel tempo, arricchiti o alterati dalla fantasia popolare. E’ il caso di una mezza colonnina dai presunti poteri taumaturgici.

Viene citata per la prima volta nel 1635 dal vescovo Germanico Mantico, in seguito ad una sua visita pastorale:

In un cantone della detta chiesa si ritrova una mezza colonna di marmo mischio con un capitelletto rotto, e sopra una crocetta: questa si dice essere miracolosa per quelli che hanno dolor di capo.

Per un centinaio di anni, parrebbe che le presunte virtù miracolose non siano mutate nel corso del tempo, tanto che nel 1718 il vescovo Varia constatò che la colonna trasudava olio miracoloso.

Malauguratamente, decenni dopo, il nuovo vescovo Soffietti scrisse che l’unguento miracoloso non stillava più come una volta.

L’alto prelato volle far trascrivere dei versi, che ricavò da un’antica pergamena, che, tanto per cambiare, andò perduta:

Transmissum hic nobis oleum polluta negavit causavit tantum foemina sola malum (profanata, cessò di fornire in questo luogo, una sola femmina causò un male così grande).

Variante più recente racconta che una volta le puerpere con problemi di allattamento fossero solite recarsi di notte all’interno della chiesa. Si scioglievano le trecce dei capelli e intingevano le ciocche nell’umore che trasudava dalla colonna, implorando il ritorno del latte.

 

Valdenogher, la “Casa dell’Alchimista”

I meravigliosi paesaggi della conca dell’Alpago nascondono numerosi gioielli che meritano di essere scoperti. Uno di questi sicuramente si trova a Valdenogher, una frazione di Tambre. Qui, nel bel mezzo del paese, il turista più accorto non farà fatica a scorgere un’elegante palazzina.

Conosciuto sotto il nome di Casa del ‘500 o Palazzo dei Lissandri, nonché come la Casa dell’Alchimista, l’edificio appare come una costruzione tardo gotica di tre piani.

Per quante ricerche siano state effettuate, è stato impossibile rinvenire la più piccola informazione sui primi proprietari. Tanto meno si è riusciti a dare un nome al costruttore, nel XVI secolo, né agli artisti che la decorarono.

Qualche sprazzo di luce lo si comincia ad avere nel XVIII secolo, quando il palazzo passò di proprietà ad Alessandro Bortoluzzi.

La famiglia Bortoluzzi sottopose l’edificio a numerose trasformazioni prospettiche, in prevalenza sulla facciata, tra le quali la chiusura di due dei tre archi del piano terra o l’apertura di nuove finestre oppure con l’applicazione degli intonaci decorativi, che portarono ad una divisione ideale a tre della facciata in armonia con i piani.

In effetti basta un semplice sguardo, per cogliere la commistione di elementi cinquecenteschi con i rilievi più tardi. Si è di fronte ad un gioco di rimandi che trova la sua sintesi allusiva nella partitura armoniosa dei registri di questo palazzo, nel dialogo reciproco tra l’eleganza sobria e il gioco plastico di luci e d’ombre, che alterna superfici continue a curiosi ricami di pietra.

Al piano terra, il residuo arco, quello centrale, è sorretto da un paio di colonne doriche e, nelle intenzioni, doveva suscitare stupore e ammirazione all’eventuale visitatore, che si fosse apprestato ad addentrarvi.

Il primo piano, il cosiddetto piano nobile, si mostra imbellettato da una bifora ad arco trilobato, adornato da bassorilievi e da due colonnine di sostegno, accordate ad un architrave, anch’esso impreziosito da alcuni motivi scultorei.

Le sorprese non terminano sul prospetto sulla strada.

All’interno, il piano terra si snoda in quattro ambienti pavimentati con pietra. In uno di questi si rinvennero degli elementi circostanziati, che evidenziarono senza alcuna possibilità di smentita la presenza nel passato di un athanor, una sorta di fornace.

Come di norma, le camere del piano nobile non furono utilizzate per scopi abitativi in senso stretto. Infatti non vi sono camere da letto, né una cucina o servizi. Era una sorta di biglietto da visita del palazzo e del proprietario. Per questa ragione le sale sono impreziosite da decorazioni pittoriche, come, ad esempio, nella “Sala Nuziale”.

Altra particolarità, che rende atipico il palazzo rispetto al contesto architettonico circostante, è la totale assenza di canne fumarie. Si adoperò l’accorgimento di praticare dei fori sopra le porte, per facilitare l’uscita dei fumi, il che, ovviamente, provocò nel tempo l’annerimento degli ambienti.

Le caratteristiche decorative dell’edificio, la presenza dell’athanor e i racconti della tradizione popolare narrano che il palazzo fosse stato edificato come il rifugio di un alchimista in fuga da Alessandria, forse da Venezia o da Roma. Qui l’adepto si cimentò in raffinate esperienze, tendenti al vero senso della Grande Opera della Pietra Filosofale.

La pietra dei filosofi viene considerata dagli alchimisti come un grande mistero nell’arte, e come l’Universale Medicina che non solo conserva il corpo umano nella pienezza del suo vigore e, se logorato, gli restituisce la salute originaria, ma è anche capace di trasmutare i metalli imperfetti in oro e argento allo stato puro, moltiplicabili all’infinito, mediante a depurazione, la decozione e la somministrazione del colore nativo – e questo raggiungendo il sommo fine cui tende la natura, ma in uno spazio di tempo più breve (Athanasius Kircher).

Come ogni mistero ermetico che si rispetti, anche in questo caso la lettura del messaggio che l’alchimista ha voluto celare nel palazzo risulta ostica, indecifrabile. In linea di massima, solitamente si opta per due interpretazioni.

La prima, la più citata nei diversi commenti, ipotizza che il palazzo sia stato tirato su, in perfetta imitatio delle fasi dell’Opera Alchemica, che si costituisce di tre diverse fasi evolutive ascendenti: Nigredo o opera al nero, Albedo o opera al bianco e, infine, Rubedo o opera al rosso. Rapportando l’Opera all’edificio, al piano terra trova compimento il Nigredo; al primo piano l’opera al bianco; mentre al secondo piano si ascende al Rubedo.

La seconda interpretazione appare più complessa, ma solo in apparenza. La facciata dell’edificio si presta perfettamente a corrispondere allo schema del quadrato magico palindromico, costituito a sua volta da nove quadrati più piccoli, cui prendono posto dei numeri da 1 a 9, con al centro il numero 5, simbolo numerico equivalente del microcosmo umano. La somma dei numeri, in qualsiasi direzione si faccia, compone il numero 15, il quale deve essere inteso come 1 + 5, ovvero 6, il che equivale simbolicamente al macrocosmo.

In altre parole, l’oscuro adepto delle dottrine alchemiche si era costruito il suo tempio, dove poter lavorare alla salute fisica e spirituale dell’uomo. Non a caso le due colonne centrali del porticato del piano terra sono identificate nelle colonne Jachin e Boaz del Tempio di Salomone e indirizzano alla porta centrale, assurta a Porta Magica, come la futura Porta Magica di Piazza Vittorio a Roma, attraverso la quale il purificato entra nel recesso più interno del tempio.

Inoltre, la combinazione di triangoli equilateri su determinati punti della facciata darebbe luogo alla generazione ideale di uno dei più grandi simboli alchemici, ovvero il Sigillo di Salomone, volendo con questo attestare che in questo tempio/palazzo vi è stato il compimento della Grande Opera alchemica.

Ma al di là del desiderio di riportare alla luce il nome dell’alchimista o di svelare il mistero del palazzo, sta la mia più profonda convinzione che la “Casa dell’Alchimista” rappresenti molto di più. Scrostando tutte le ipotesi o le fantasie che si sono stratificate su questo palazzo così suggestivo, rimane il nocciolo vero, quello di un pezzo di storia che si è rischiato di perdere per sempre.

 

Le origini di Venezia

Le origini di Venezia sono state viste spesso come la fioritura improvvisa di un fiore dalla rara bellezza  su un terreno senza terra, costituito da barene chimeriche e acque salmastre; il cui sporgersi alla luce del sole era una naturale conseguenza di un certo numero di istanze sociali, politiche, etniche e religiose di un oscuro, ma promettente, quinto secolo dell’era volgare.

Non a caso le più antiche cronache veneziane fanno risalire la fondazione della città lagunare al 25 marzo del 421. Quando il vescovo di Patavium (l’odierna Padova) consacrò il primo edificio religioso sulle isole realtine , dedicandolo a San Giacometo.

In realtà, le cose starebbero diversamente. Le cosiddette origini della Venetia dovremmo ricercarle più addietro, cosa che l’indagine storica odierna sta tentando di compiere, scavalcando le diffidenze storiografiche ancora oggi  ben ancorate.

Lo stesso Chronicon Altinate, una raccolta mitografica del IX o X secolo, che evoca il giorno dell’annunciazione per l’atto fondativo di Venezia, è il frutto di diverse elaborazioni, che ha attinto a mani libere da fonti precedenti, tra le quali l’Historia Veneticorum redatta da Giovanni Diacono nel nono secolo.

Il corpus, in linea di massima, riporta l’epopea iliaca sulle coste venete e le fondazioni compiute dagli eroi troiani, scampati alla furia degli Achei. Segue un improbabile predicazione evangelica di san Marco e le terribili invasioni delle popolazioni barbariche, in particolare ricorda le orde sanguinarie degli Unni di Attila e quelle dei Longobardi guidati dal re Alboino, che provocarono di fatto un esodo di massa dalle città rivierasche venete alle realtà insulari della laguna.

Dall’Antenorea Patavium la popolazione si riversò nelle attuali Chioggia e Sottomarina (Cluja Maior e Minor) e a Pellestrina; mentre i profughi della grande città di Altino trovarono rifugio nelle isole semisommerse di Torcello. Infine le genti di Oderzo si mossero alla volta di quella realtà che diverrà Cittanova.

Un’attenta valutazione di questa fonte solleva più di un dubbio. Di certo rimane l’intenzione di creare un destino di una Venezia “autonoma e consapevole di sé della comunità lagunare” (Stefano Gasparri). Pertanto l’immagine del periodo della fondazione appare corredata da molti fantasiosi dettagli, derivati ed adattati dalla mitologia e dalla storia classica, attraverso i quali affermare una specifica identità.

D’altro canto, le fonti letterarie vanno utilizzate con cautela.

Ad aggravare una tale situazione vi è la certezza dei cambiamenti della fisionomia della laguna e delle sue diverse caratterizzazioni fisiche ed antropiche.

L’azione plastica dei fiumi veneti hanno modellato, e tuttora modellano, ampie porzioni del bacino lagunare. Senza poi contare l’impatto fondamentale della cosiddetta subsidenza relativa, ovvero la perdita di altimetria del suolo rispetto al livello del mare dovuta alla commistione di subsidenza (abbassamento del terreno) ed eustatismo (innalzamento del mare).

Tanto che, studi recenti compiuti nei pressi del fondale di Lignano hanno dimostrato che intorno al 3840 a.C. ca. la linea di costa passava a sette miglia dall’attuale.

Le indagini di alcuni studiosi, tra i quali lo storico Wladimiro Dorigo e l’ispettore onorario della Sovrintendenza Ernesto Canal, hanno faticosamente ricostruito una realtà ben diversa; benché ancora oggi branche della storiografia accademica continuino ad arricciare il naso su quanto hanno portato alla luce nel corso delle loro ricerche di anni. Come ha ben colto la dottoressa Annalisa Lizza nella prefazione della sua tesi, ” solo pochi personaggi capirono l’importanza dello studio dei reperti lagunari e proseguirono le loro ricerche, subendo spesso delle critiche. Grazie però alla loro perseveranza e ai risultati da essi conseguiti, l’archeologia lagunare ha assunto oggi dignità di disciplina scientifica”.

L’analisi fattuale della geomorfologia lagunare nel corso dei millenni e una lettura scevra da opinioni prevenute delle fonti antiche – e perché no delle scoperte fortuite – hanno creato un diverso approccio allo studio delle più antiche presenze antropiche in laguna.

Stando alle evidenze così raggiunte si è potuto constatare che l’interesse dell’uomo per l’area che diverrà la “Laguna di Venezia” risale all’antica età del Mesolitico. Le prime attestazioni sono databili al lontano 10.000 a.C. ca. e sono attribuibili allo sfruttamento dell’ambiente circostante, quasi del tutto al di sopra del livello del mare.

I manufatti rinvenuti sono per lo più costituiti da frammenti di selce, per la maggiore degli strumenti a scheggia o dei primordiali bulini, adoperati per lo scuoio delle pelli di animali.

Tra questi siti di rinvenimento, l’isola delle Statue, piccolo lembo di terra prossimo a San Giuliano, tanto per capirci non lontano da Ponte della Libertà, rappresenta una certa importanza.

Questi reperti fanno ipotizzare un ambiente propenso alla caccia, tanto da immaginare un insediamento circostanziato e, forse, stabile.

Le evidenze archeologiche relative al neolitico sono per lo più distribuite nell’area centro settentrionale della laguna, dimostrando ancora una volta che la superficie terrestre fosse ancora sopra il livello del mare.

A sua volta, si deve considerare la reale possibilità che l’assenza dei rinvenimenti di tracce antropiche nell’area meridionale potrebbe derivare dalle intromissioni agricole o di bonifica, che hanno interessato questi territori.

I siti antropici più ragguardevoli a questo proposito risultano collocati nelle attuali isolette lagunari di San Giovanni di Zampenigo, del Lazzareto Nuovo e San Giacomo in  Paludo, non molto lontano da Torcello.

Questo panorama non sembrerebbe concludersi con il Neolitico. Anzi. Si hanno delle evidenze di insediamenti stabili a Campalto, località vicina a Venezia, e ad Altino, la prima Venezia in senso lato.

Altri rinvenimenti importanti dell’epoca sono stati portati alla luce negli scavi del palazzo Tiepolo Papadopoli e di San Marco in Ascensione, che attesterebbero ancora una volta delle presenze comunitarie dedite alle  pratiche agricole, pastorali e della caccia.

Nella fase finale del Bronzo, la “Laguna Veneta” divenne una delle cerniere più importanti dei traffici commerciali tra il Mediterraneo Orientale e l’Europa Settentrionale; peraltro narrati dai miti di origine micenea e, da un certo punto di vista giustificati, dai numerosi rinvenimenti ceramici greci, in particolare nel sito conosciuto sotto il nome di “Barena del Vigno”.

Nell’Età del Ferro, non vi sembrano essere delle discontinuità insediative, anzi l’ambiente ormai di facies culturale paleoveneta appare ben insediata e sembra proiettata in nuovi insediamenti, ma dovremo aspettare l’arrivo dei Romani, per osservare delle nuove e quanto mai innovative pianificazioni strutturali della laguna. Ma questa è un’altra storia.

Addio Mamma Orsa

Questa mattina ho letto della tua morte, assassinata dalla mano dell’uomo. Sono rimasto inorridito. Non ci ho creduto fino all’ultimo, quando ho visto il tuo corpo senza vita disteso sopra un telo. Il proiettile che ha messo fine alla tua vita è stato giustificato da una tua presunta pericolosità nei confronti dell’uomo. Secondo le leggi dell’uomo saresti stata giustiziata. Si è vero hai attaccato un essere umano, ferendolo. Certo, ti eri sentita minacciata. Nelle tue orecchie sentivi solo l’abbaiare di un cane, il fedele amico dell’uomo. Posso solo immaginare quale terrore abbia preso il tuo animo di mamma pensando ai tuoi cuccioli. Posso anche immaginare che non volessi uccidere quell’uomo, visto che è bastato poco per farti scappare impaurita, un paio di legnate o poco più. Sai quell’uomo, intervistato da molte reti televisive e dai giornali, ha evocato duelli, che mi ricordano antiche saghe tra principi e draghi. Tuttavia a vederlo non mi sembrava un cavaliere e neppure tu mi sembravi una creatura cattiva, demoniaca. Eppure sei balzata alle cronache italiane, come il nuovo mostro, che scorrazzava indisturbato tra le valle del Trentino. Quale onore. Complimenti all’intelligenza umana. In realtà, sei stata semplicemente una mamma.  Scusaci se ti abbiamo violentata portandoti dalla Slovenia in Italia, con la scusa di ripopolare le nostre montagne. Scusaci se non abbiamo capito che gli orsi in natura sono orsi. Noi siamo abituati ai cartoni animati o ai film dove gli orsi sono in cattività o nel peggior dei casi sono umanizzati. Infine, faccio fatica a trattenere il tuo più grande dolore. Non è il proiettile, che ha squarciato la tua pelle e la tua carne, a renderti un’anima in pena. Sono i tuoi cuccioli, soli, incapaci di affrontare da soli il futuro. Hai ragione e soffro con te. Addio cara mia.

Le lacrime di San Lorenzo

Anche quest’anno, molti di noi hanno raggiunto dei luoghi lontani dalle fonti di luce artificiale e hanno rivolto lo sguardo al cielo stellato, con la non velata speranza di cogliere la fugace scia luminosa di una stella cadente, proveniente dal quadrante della costellazione del Perseo.

L’occasione è stata la periodica pioggia meteorica delle Perseidi. Queste polveri cosmiche, minuscoli grani dalla massa di qualche grammo, sono state rilasciate dalla chioma e dalla scia della cometa Swift-Tuttle nei suoi passaggi al perielio.

La Swift Tuttle non è un corpo celeste di piccole dimensioni, dato che il diametro del suo nucleo raggiunge la ragguardevole misura di dieci chilometri.

Il suo ultimo passaggio al perielio è avvenuto nel dicembre del 1992, mentre il prossimo appuntamento sarà nel luglio del 2126.

Il fenomeno delle scie luminose è causato dal fortissimo attrito, che le polveri cosmiche sono sottoposte con l’atmosfera terrestre. Esse divengono incandescenti e bruciano, lasciando di sé solo striature di luce bianca nel buio della notte.

Nel mondo antico la pioggia di stelle ha dato vita ad un affascinante mondo di personaggi e figure mitologiche. La tradizione cristiana, invece, ricorda il martirio di San Lorenzo, sepolto nella Patriarcale Basilica di San Lorenzo Fuori le Mura al Verano di Roma.

In questo caso le stelle cadenti evocano le lacrime del martire ascese al cielo, che ritornano sulla terra in occasione della ricorrenza del suo martirio.

Il ricordo del martirio di San Lorenzo venne accolto anche dalla tradizione popolare, elaborandolo diversamente. Nei racconti regionali le stelle cadenti divennero i fuochi di San Lorenzo, associandole alle scintille della graticola infuocata, sulla quale venne ucciso il martire.

Le notizia sulla sua vita sono scarne. Si sa che era originario della Spagna, più precisamente di Osca in Aragona. Poco più che adolescente, completò gli studi a Saragozza, dove conobbe il futuro papa Sisto II, dal quale ebbe modo di avere un vero e profondo attingimento spirituale.

Anni dopo, il 30 agosto del 257, Sisto II divenne il ventiquattresimo vescovo di Roma. Tra i suoi primi atti vi fu quello di affidare a Lorenzo, in qualità di diacono, l’organizzazione delle attività caritative per la popolazione dell’Urbe, compresa quella di fede pagana.

Un anno dopo, l’imperatore Valeriano emanò l’editto che imponeva l’immediata messa a morte del vescovo, dei presbiteri e dei diaconi; nonché dei senatori e cavalieri di fede cristiana e la spoliazione dei loro averi.

Sisto II – come quattro dei suoi diaconi – venne ucciso il 6 agosto, mentre a Lorenzo fu promessa salva la vita, se avesse consegnato i beni della chiesa. Giorni dopo, Lorenzo, accompagnato da uno stuolo di poveri, si rifece vivo. “Ecco questi sono i nostri tesori, sono tesori eterni. Non vengono mai meno, al contrario aumentano”.

Il suo “Battesimo nel Sangue” avvenne il 10 agosto. Aveva 33 anni.

Le modalità del suo supplizio non sono certe. Alcune fonti riportano la decapitazione, altre la sua uccisione mediante una graticola messa sul fuoco.

Sant’Ambrogio, nel suo De Officiis Ministrorum, ricorda la graticola, quale strumento di morte, e riporta le coraggiose parole di Lorenzo: “Assum est, … versa et manduca“, il corpo da questa parte è cotto, … rigira e mangia.

Un’antica cronaca, forse di origine altomedioevale, racconta di un soldato romano, che raccolse con un panno le gocce di sangue e di grasso del santo. Oggi, la reliquia è custodita nella chiesa di Santa Maria ad Amaseno in provincia di Frosinone. Come il più famoso sangue di San Gennaro, in occasione della festività del 10 agosto il sangue di San Lorenzo si scioglie per fornire nuove speranze alle richieste dei fedeli.

L’ongana del focolare

Nella conca ampezzana, durante le lunghe ed innevate notti d’inverno, le ore volavano veloci intorno al larin, ascoltando i racconti degli anziani di casa, che, a loro volta, li avevano uditi dai loro nonni.

Le parole e i gesti narravano le imprese straordinarie di esseri fantastici, di streghe, di demoni, nonché di uomini e donne che non vollero arrendersi alle asprezze della montagna.

Qualche tempo fa mi trovavo a Belluno per lavoro. Un giorno ebbi modo di conoscere un signore. Tra i settant’anni e gli ottanta, vestiva l’abito tradizionale ampezzano. Il suo volto, me lo ricordo ancora, era rubicondo e il mento ricoperto di una folta barba grigio pepe. Non era molto alto e ansimava di continuo, forse per l’evidente sovrappeso o per i primi caldi di una stagione che si sarebbe rivelata torrida. Lo feci accomodare sulla poltroncina che avevo di fronte. Si parlò del più e del meno, poi all’improvviso senza un perché se ne uscì fuori dicendomi che molti, moltissimi dei veri racconti delle vere montagne erano morti con i loro bardi improvvisati. Per fortuna alcuni di essi erano sopravvissuti ai loro cantori.

Mi chiese se avevo del tempo per i ricordi di un vecchio. Dopo di che iniziò a raccontarmi un’antica storia, che mi affrettai a metterla su carta. Qualche giorno dopo volli verificarne la veridicità. In effetti nella tradizione ampezzana, quanto avevo ascoltato e trascritto, esisteva per davvero. Si segnalavano delle varianti, ma non così importanti da stravolgere l’impianto generale.

Tanto tempo fa, un contadino di Alverà scendeva a valle, dopo aver lavorato di buona lena per tutto il giorno, falciando l’erba sui prati alti. Le braccia gli dolevano, come ogni altro muscolo del corpo. Sapeva che la notte scende presto in montagna. La strada di ritorno non era semplice da farsi con la luce del sole, figuriamoci al buio. Avrebbe lavorato di rastrello il giorno dopo.

Non vedeva l’ora di riabbracciare i suoi cinque figli e la sua brava moglie.

Sopraggiunto al lago di Scin, ebbe un sussulto. I prati intorno alle rive del laghetto erano coperti dai vestiti delle ongane e da dietro delle Tofane si intravvedevano già delle nubi minacciose.

Preso dal panico di vedere il lavoro di una giornata andare in fumo, cominciò ad imprecare contro le ongane. Prese in mano il rastrello e ributtò nelle acque del lago i loro abiti. Come d’incanto, le nuvole cariche di acqua si dissolsero, lasciando che gli ultimi raggi del sole si riprendessero il cielo.

Soddisfatto di aver salvato il fieno riprese il cammino verso casa.

Quando vi giunse trovò la moglie stesa a terra dolorante e i bimbi con le lacrime che rigavano i loro volti. Giorni dopo la donna era ridotta come uno scheletro e ripeteva tremante che sarebbe morta di lì a poco. L’uomo era disperato. Non sapeva cosa fare, finché si ricordò di un vecchio pastore, che passava per essere un saggio.

Il pastore mugugnò un attimo quando gli fu detto del lago. Non c’erano dubbi erano state le ninfe a scagliare il potente maleficio sulla sua casa. Per spezzarlo avrebbe dovuto offrire in sacrificio un capretto nero nella prima notte di temporale.

All’improvviso vi fu un boato. Il cielo sopra la Val di Fanes era illuminata da lampi e tuoni, che preannunciavano una violenta tempesta di lì a poco. Il contadino si fece coraggio. Prese il capretto e risalì il sentiero, che lo avrebbe condotto al lago di Scin. Tempo dopo le vide. Raccoglievano i loro abiti infradiciati, saltellando con i loro piedi caprini. Il suo arrivo non passò inosservato.

Le ongane si fermarono all’istante e si chiesero cosa volesse quell’uomo da loro. Il contadino si avvicinò alla più vecchia di loro e gli gettò ai suoi piedi il capretto nero, implorandola di rompere la maledizione e guarire sua moglie. Tutte si misero a ridere selvaggiamente e, senza dire altro, si tuffarono in acqua.

Il contadino venne travolto da un vortice di disperazione. Le chiamò una, due, mille volte, urlando tutto il suo dolore, ma era tutto inutile. Con la morte nel cuore, ritornò sui suoi passi, non accorgendosi di una giovane ongana, che si era nascosta per poterlo osservare. Qualcosa di quell’uomo l’aveva colpito e prese la decisione di seguirlo, saltellando da un albero all’altro.

Quando l’uomo fece il suo ingresso in casa capì che qualcosa di tragico fosse accaduto tra quelle mura. I bambini, sporchi ed arruffati, piangevano a dirotto e straziati chiamavano la mamma. La moglie era morta.

Mesto, l’uomo prese in braccio il corpo senza vita della moglie e lo portò nella camera da letto, per prepararlo per il funerale. Nel frattempo, la giovane ongana era entrata in cucina, trovandovi i bambini intorno al larin. I volti erano neri di cenere e lacrime. I più piccoli, stremati, si erano appena addormentati, mentre i due più grandicelli furono presi da un tale spavento che non riuscirono ad aprire bocca.

L’ongana abbozzò loro un sorriso. Tirò fuori un pettine d’oro e cominciò a pettinarli uno dopo l’altro, dai più piccoli ai più grandi. Scaldò dell’acqua e si prese cura di loro, lavandoli come se fosse la loro mamma. Alla fine si nascose sotto il larin.

Con lo spuntare del sole, dopo che il contadino se ne era andato a lavorare sui campi, la giovane ongana usciva fuori e provvedeva a tutte le necessità dei bambini. Infine preparava il pranzo e metteva in ordine la casa. Solo una cosa chiese alla bimba più grande. Il papà non doveva sapere di lei, come non doveva sapere chi fosse la vera artefice della cura della famiglia e della casa. Il merito di tutte quelle attenzioni sarebbe ricaduto sulla stessa bambina.

Gli anni passarono velocemente, ma l’ongana non abbandonò più quella casa. Amava i bambini, come se fossero suoi, e nutriva dei sentimenti per il contadino. non aveva mai avuto il coraggio di farsi vedere dall’uomo. Si vergognava. Si vedeva brutta, ripugnante e temeva le reazioni dell’uomo.

La più grande dei bimbi si era trasformata in una bella ragazza e, presto, un giovanotto del paese la chiese in moglie. Da quel momento l’ongana non si fece più vedere. Il giovane fidanzato non avrebbe mai sposato la figliastra di uno spirito acquatico, ma il suo cuore di mamma gli impose di rimanere a vegliare sulle sue creature.

In seguito, la ragazza si convinse che l’ongana avesse lasciato la casa, ritornando nel lago dei prati alti.

Una sera, il fidanzato si presentò a casa della ragazza con cazzuola e malta. Il vecchio larin necessitava di cure energiche. Anche in quel caso l’ongana non uscì fuori. La sua bimba era troppo importante per lei. Rimase dentro, in silenzio. Si ripiegò su se stessa come un gomitolo e vide ogni spiraglio chiudersi dalla malta. Murata viva nella pietra calda, il calore la tormentava, affliggendole dolori senza fine. Alle volte la sofferenza era tale che non riusciva a trattenere le lacrime e piangeva a dirotto, ma il suo pianto si confondeva con lo sfrigolio della legna verde.

Molti anni dopo i nipoti presero la decisione di demolire l’antico larin e mettervi una moderna cucina economica. Alla base trovarono un ammasso di color verde e della polvere grigia. Con un bastoncino smossero questi resti. Venne fuori un pettine d’oro.

Una nonnina si fece avanti e raccontò una strana storia con la voce rotta dall’emozione: la storia della buona ongana del larin. I nipoti non la credettero. Presero il pettine e lo vendettero ad un rigattiere della zona. Con i soldi organizzarono una festa, che durò fino all’alba, non sapendo quanto amore avesse donato a quella famiglia  la proprietaria di quel piccolo pettine d’oro.

Torre delle Bebbe. Una torre medioevale a Chioggia

La torre delle Bebbe potrebbe rappresentare a buon titolo uno dei simboli più significativi delle genti veneziane. Essa, infatti, è una rara testimonianza di una storia lunga di secoli, che ha visto l’alternarsi di uomini e donne; e il susseguirsi di guerre sanguinolente e di trattati di pace precari.

Oggi, chi si prende la briga di posare il proprio sguardo distratto, rimarrà forse deluso non trovando altro, che un ammasso di piere vecie, non rendendosi conto di trovarsi di fronte a quella che fu forse uno dei capisaldi più avanzati nell’area meridionale del nascente dogado veneziano.

I meno distratti saranno presi dal rammarico per la distruzione di un tale monumento storico e, probabilmente, si porranno all’ascolto delle voci di vita vissuta, ormai echi lontani di un passato altrettanto lontano.

La sua visita non presenta alcuna difficoltà, sebbene la sua ubicazione sia alquanto defilata dalle attuali strade di maggiore percorrenza locale.

Si raggiunge dapprima l’abitato di Cà Pasqua, una piccola frazione del Comune di Chioggia, per proseguire in direzione di Cavarzere. Qualche chilometro ancora e la torre appare solitaria ai bordi della strada, attorniata per la maggiore da campi coltivati ad orto e a frumento.

La morfologia attuale del territorio e i pochi ruderi della torre, transennati alla meno peggio, possono ben poco aiutare l’immaginazione a contestualizzarla nello spazio e nel tempo del suo massimo fulgore. Eppure la tradizione storiografica locale, attestata a grandi linee dagli studi più recenti, narra di un articolato complesso fortificato, circondato da fiumi navigabili, da paludi e, nel contempo, posto sulle direttrici viarie che confluivano da Padova, Ferrara e Adria, tra le quali un tratto secondario dell’antica via romana Popillia.

Il fortilizio non esauriva le sue funzioni nell’esclusivo ambito di presidio militare, ma assolveva alle mansioni di barriera doganale – per intascare lauti dazi e contrastare il contrabbando – e di punto commerciale. Pertanto non dovevano mancare le relative strutture per dare conforto ai viandanti.

La lapide affissa sul rimanente tratto murario ricorda i momenti salienti della sua storia, seguendo quanto elaborato dalla storiografia locale nel corso dei secoli, non sempre giustificata dalla moderna scienza archeologica.

La sua fondazione viene attribuita al duca esarcale Deusdedit negli anni 742/745, dopo aver trasferito la capitale dell’Esarcato da Cittanova a Malamocco, in seguito al periodo di grande crisi tra l’Impero Bizantino e i Longobardi.

L’etimologia del nome della torre è incerta. Gli storici del passato si sono sbizzarriti in una ridda di teorie, molte delle quali sconfinate nel mondo della fantasia. Si crearono così due distinti filoni principali. Il primo lo faceva derivare da un vicino canale, conosciuto con l’idronimo Bebia. Il secondo, invece, ricordava un’ipotetica antica famiglia romana, la Baebia, che possedeva buona parte di quei latifondi.

Per tutto il medioevo, la torre fu coinvolta in sanguinose lotte. Il primo episodio che la vide protagonista è legato alla discesa dei Franchi, volta ad occupare le isole realtine. Dopo un breve assedio, la guarnigione dovette capitolare di fronte alla superiorità numerica dei nemici. Eguale sorte la ebbe con le terribili scorrerie degli Ungheri. Andò meglio negli anni successivi. Resistette agli assedi degli Adriesi, dei Ravennati, nonché dei Trevigiani e dei Padovani. Durante la famosa Guerra di Chioggia, dopo una strenua resistenza, dovette arrendersi all’armata genovese, dotata delle nuove micidiali bocche di fuoco, ideate dal monaco e alchimista tedesco Berthold Schwarz. Venne ripresa dai Veneziani nel 1380, in seguito alla sconfitta del distaccamento genovese, forte di almeno quaranta armati, guidati dall’ammiraglio Ambrogio Doria.

Non è facile stabilire quando la Torre delle Bebbe abbia cessato di svolgere la sua funzione; e se l’evento sia stato determinato da un graduale degrado o da altri fattori, quali un atto di guerra o un incendio. La datazione effettuata sugli oggetti rinvenuti in loco e, soprattutto, l’assenza di reperti archeologici successivi proverebbero l’abbandono della torre nel XVIII secolo.

Oggidì della torre è rimasto ben poco. Di essa è visibile l’impianto fondazionale a forma quadra irregolare, costituita da grossi massi di pietra. Tre dei lati perimetrali sono crollati, mentre del quarto rimangono due metri di tessitura muraria eterogenea, essendo costituita da ciottoli e da laterizi di epoca imperiale romana, variamente dimensionati, provenienti da qualche insediamento rurale di età romana.

I reperti archeologici rinvenuti nell’area, grazie alle recenti indagini sul sito, sono esposti nella sezione medioevale del Museo Civico di Chioggia.

 

Elena Cumana. Una strega nella Feltre del Cinquecento

sabba-streghe

E’ trascorso il solstizio d’estate del 21 giugno, il giorno in cui il sole ha raggiunto la massima altezza sull’orizzonte, donandoci il massimo numero di ore di luce nell’arco di una giornata.

Al solstizio d’estate si lega la festa di San Giovanni e la notte dei prodigi del 24 giugno. In tutte le regioni dei mille campanili italiani  la notte tra il 23 ed il 24 giugno viene vissuta nel magico, nell’incontro tra il soprannaturale e il reale; tra i precetti cristiani e i riti pagani, le tradizioni, le leggende e le credenze popolari. Non a caso è anche conosciuta come la “notte delle streghe”, durante la quale queste non sempre simpatiche signore si muovono per raggiungere i luoghi della loro adunanza annuale.

La stregoneria è un fenomeno culturale di non semplice interpretazione. E’ un mondo fatto di credenze, miti e rituali del tutto teso a dare risposte alle diverse pulsioni umane; e tra queste non mancano i più profondi sentimenti o i più semplici amori non corrisposti, come nel caso di stregoneria, che avvenne a Feltre nel ‘500.

Protagonista principale della vicenda fu la sedicenne Elena Cumana. Di famiglia tra le più in vista della città, Elena era bella come poche. Radiosa e il suo volto sembrava illuminato di luce propria. I suoi modi erano garbati ed aristocratici. Era solo una questione di tempo prima che gli occhi dei giovani rampolli di Feltre si posassero su di lei.

Il momento prese corpo con il nobile ventenne Giovanni Battista Facien. Di bella presenza e dal piglio virile, il ragazzo possedeva uno sguardo magnetico ed accattivante. Difficilmente una ragazza poteva resistergli.

Giovanni vide per la prima volta Elena nel corso delle feste del carnevale del 1587. Rimase subito affascinato da questa giovane ragazza. Tentò di corteggiarla, ma non ebbe i frutti che sperava. Elena non si concedeva, resisteva ai suoi occhi dolci e conquistatori. Anzi, lo teneva appeso ad un filo o, peggio ancora, non lo considerava affatto.

Non si diede per vinto. L’inganno, ordito ai danni di ingenue ed ignare ragazze, era il suo pane quotidiano. Tra l’altro la tendenza umana di manipolare e di raccontare bugie era piuttosto forte in lui. Non ci mise molto tempo ad escogitare un nuovo raggiro. Doveva entrare nelle grazie della famiglia Cumano e solo allora Elena avrebbe abbassato le sue difese. Divenuto amico dei familiari, cominciò a frequentare la loro casa. Ben presto Giovanni Battista riuscì a far breccia nel cuore della ragazza. Ai suoi occhi, tutto in lui rispecchiava un animo nobile e romantico. Ormai il ragazzo agognava la relazione di una notte, ma Elena tenne bada al suo corteggiamento serrato. Giovanni Battista giocò anche la carta della proposta di un matrimonio segreto, ottenendone un nuovo rifiuto. Non c’era verso. Elena era una buona cristiana e timorata di Dio. Si sarebbe concessa solo dopo le nozze.

Stremato dai continui rifiuti, il ragazzo alla fine accettò. Avrebbe pronunciato la solenne promessa di matrimonio, pensando che non sarebbe mai stato convalidato. Si accordarono per la sera stessa. In piena notte Giovanni Battista si arrampicò sulla scala di corda, calata fuori dalla finestra della camera della giovane. Trovò Elena vestita con il suo abito più bello e gli promise che i suoi fratelli avrebbero riconosciuto le nozze. Sazia della promessa, Elena gli concesse le sue grazie. La ragazza trascorse le notti di fine d’estate e dell’autunno con una gioia mai provata. In una di queste sere, Giovanni Battista gli raccontò di una fattura d’amore per “chiamare” l’amante. Bastava prendere una statuetta di cera come quelle che si vendevano nelle botteghe per ex voto. Dopo di che si iniziava a pungere la statuetta nei punti di chiave con degli spilloni, a seconda di cosa si volesse provocare alla persona rappresentata. Stando al rito della fattura la persona riprodotta doveva avvertire dolori nel punto in cui la statuetta era stata punta. Così l’amante non aveva altra scappatoia, se non quella di ritornare.

Passarono i mesi e le lunghe notti d’amore diedero i loro frutti. Elena rimase incinta. Era felice di dare un figlio al suo amato e, per di più, la situazione li avrebbe obbligati a rivelare il loro grande segreto. Finalmente si sarebbero sposati ufficialmente.

La felicità non doveva durare a lungo. Quando gli  parlò, rimase sconvolta da quanto senti. Giovanni Battista non voleva sentire ragioni. La ragazza doveva abortire.

Elena si oppose. Avrebbe portato a compimento la maternità. Giovanni Battista non la prese bene. Se ne andò via senza farsi più vedere.

Con il passare dei mesi, la gravidanza era sempre più difficile da nascondere. Alla fine, Elena tirò fuori tutto il suo coraggio e la sua disperazione e confidò ogni cosa ai suoi familiari, i quali presero l’unica decisione possibile. Giovanni Battista doveva riparare con il matrimonio. Con un abile stratagemma tesero un tranello al ragazzo. Mentre si trovava nella stanza di Elena, uscirono fuori e lo costrinsero con le buone e le cattive alla promessa.

L’indomani Elena scoprì la malafede di suo marito. Era scappato a gambe levate da Feltre, mentre i suoi fratelli si erano rivolti alle autorità per invalidare la promessa. Disperata, Elena cercò l’aiuto nella fede. Fece fare delle messe e delle preghiere, ma il marito non fece ritorno. In quei momenti bui si ricordò della fattura dell’amante. ne parlò con Luzia, la sua balia, e con sua madre Giulia. Quest’ultima consultò una vecchia donna in odore di stregoneria, di nome Lucrezia, che gli diede ulteriori consigli. Nei giorni successivi la balia ordinò una statuetta di cera. Dopo poco tempo, l’artigiano portò lui stesso il feticcio a casa dei Cumano. Nel primo pomeriggio, Elena iniziò il rito della legatura. Avvolse parte della testa della statuina con una striscia di panno e iniziò a conficcare gli aghi, accompagnando ogni trafittura con una formula magica. Adoperò dieci aghi, trafiggendo le parti richieste dal rito: cervello, occhi, bocca, collo, cuore, fianchi, pene e testicoli. La statuetta venne deposta di nascosto dietro l’altare di San Prosdocimo in Duomo. Il malefizio non produsse alcun effetto. Giovanni Battista non fece ritorno. Purtroppo uno dei celebranti del Duomo scoprì il feticcio e venne consegnato al vescovo, che istituì subito un’indagine. Come un fulmine a ciel sereno, la notizia divenne di dominio pubblico.

La vecchia Lucrezia si presentò dal vescovo ancor prima di essere convocata, impaurita di essere associata al malefizio, provocando di fatto l’esatto contrario. Un possibile sospetto si era trasformato in una accusa bella e buona. Il giorno successivo venne interrogato l’artigiano, che rivelò ogni cosa, compreso il nome della balia di Elena. Luzia venne convocata subito. La balia rispose a tutte le domande che gli venivano poste. Riferì l’accaduto senza omettere nessun particolare.

La famiglia dei Facien non erano rimasti con le mani in mano. Avevano sobillato il popolino e fatto pressioni sul Podestà e sul Vicario, affinché si muovessero sul vescovo, per arrivare all’incriminazione di Elena. Il Podestà fece arrestare Lucrezia ed Elena. L’accusa contro Elena si scontrò con l’assenza della testimone chiave, la balia Luzia. Il papà di Elena si era premunito di mandarla via, senza che vi fosse alcuna indicazione precisa di dove si trovasse. Invece, per Lucrezia le cose si misero male. Si presentarono ben 35 testimoni, che raccontarono con dovizia di particolari la sua attività di strega. Ormai la colpevolezza di Lucrezia era stata dimostrata in maniera inequivocabile. L’unico neo rimaneva l’assenza di prove, che collegassero Lucrezia con la mamma di Elena. Proprio quando il tribunale feltrino si era convinto della colpevolezza delle donne, il Tribunale dell’Inquisizione di Venezia ricevette la denuncia di Giovanni Battista Facien, con la quale accusava Giulia ed Elena di aver compiuto dei sortilegi per costringerlo a sposarsi.

Le autorità veneziane vollero vederci chiaro e bloccarono il processo in corso. Solo il vescovo si mostrò meno remissivo, ma la minaccia di portare la questione davanti al Papa, fece si che l’alto prelato inviasse subito gli atti processuali a Venezia. Ai primi di giugno, Elena partorì Vittoria, cosa che gli permise una certa libertà. Il 30 luglio 1588 si aprì a Venezia il processo. Elena raccontò quanto gli era accaduto, poi entrò nel merito della statuetta. L’idea era stata solo sua e nessuno ne sapeva niente. Aveva messo in pratica un’idea del Facien. Il fatto di averla messa in una chiesa non voleva essere un atto sacrilego. Le sante messe e la bontà di San Prosdocimo avrebbero aiutato il marito nel ripensare alle loro nozze. Si accorse di aver peccato solo dopo averne parlato con un frate.

Giorni dopo Elena venne riconvocata. Il Tribunale del Santo Uffizio non procedette nei suoi confronti. Si limitò ad ammonirla di non ricadere in simili peccati e sciolse la promessa di matrimonio. I “Savi sopra Eresia” ammonirono i componenti della famiglia Facien che “madama Elena Cumana non deve essere più molestata”, mentre più tardi il Podestà di Feltre condannò Giovanni Battista Facien a cinque anni di bando, al riconoscimento e al mantenimento di sua figlia Vittoria, nonché al pagamento di una lauta dote ad Elena.

La vicenda è stata scandagliata in tutti i suoi aspetti nel libro di Marisa Milani, Un caso di stregoneria nella Feltre del ‘500, edito dalla Comunità Montana Feltrina.