La peste nera del 1630 a Venezia e la Chiesa della Madonna della Salute

Un albero può dar vita a dei magnifici frutti solo se le sue radici sono ben salde e in profondità su un terreno ricco di sostanze nutritive. Per analogia, la stessa cosa la possiamo affermare per un popolo. Più è profonda la memoria della sua storia, più la sua vitalità ne avrà da giovarsi, soprattutto se la storia si è alternata in una serie cadenzata di eventi, molti dei quali hanno seriamente lambito la sua stessa sopravvivenza.

In questa ottica cade la tradizionale festa della Madonna della Salute, che si celebra il 21 novembre a Venezia. I devoti veneziani – ma non mancano i turisti anche stranieri e sempre più numerosi – percorrono il ponte votivo di barche, allestito dal Comune di Venezia, che consente di attraversare il Canal Grande da Santa Maria del Giglio fino alla chiesa consacrata alla Madonna della Salute.

Sul sagrato, affollato all’inverosimile da persone di ogni età, lunghe file disordinate si appiattiscono attorno ai banchetti, che vendono candele liturgiche e ceri votivi dalle misure più disparate. All’improvviso, le fiumane umane sembrano riprendere un ordine e risalgono la scalinata del maestoso tempio.

Il vociare si acquieta, lasciando posto all’intimità delle preghiere e alle sante messe celebrate quasi di continuo nei sei altari.

Si legge, nei volti dei bambini, di adulti, anziani, ricchi e poveri tanta devozione, ma soprattutto tanta speranza; ognuno sembra portare una croce, piccola o grande che sia, per la quale sente il bisogno di chiedere una Grazia o di dire solo “grazie” alla loro Madonna.

All’uscita, gli animi sono cambiati, rassicurati per i giorni a venire, confidando di superare le avversità che si presenteranno. Profonda è la loro fede e ancor più profonda è la venerazione nella loro Madonna. Quante volte l’hanno invocata e chissà quante volte ha esaudito le loro richieste, guarendo i dolori dello spirito e del corpo o, più semplicemente, rendendoli più sopportabili.

Uscendo, appena varcato uno dei portoni, l’odore di incenso e di cera e il silenzio mistico, lentamente si dissolvono per lasciare spazio alla profanità inebriante dei profumi di frittelle e zucchero filato, mentre nelle cucine di casa e nelle sempre più rare trattorie tipiche si cucina la “castradina”, una succulenta zuppa a base di montone castrato con le verze sofegae.

La solennità, tra le più sentite nella città lagunare, è la ricorrenza del voto compiuto dalla città alla Vergine, affinché il terribile morbo della peste nera divenisse solo un orrido ricordo. Quei terribili momenti ci sono pervenuti in tutta la loro crudezza grazie ad una testimonianza di un medico, che tentò di affrontare razionalmente l’epidemia. Il testimone della tragedia era Alvise Zen.

Eccellentissimo monsieur D’Audreville, vi racconterò quei terribili giorni solo perché sono convinto che senza memoria non c’è storia e che, per quanto amara, la verità è patrimonio comune. E poiché, dopo l’orrore, quella vicenda si trasformò in una festa, anzi in una delle feste più amate dai veneziani, mi è meno gravoso ricordarla. Ma veniamo ai fatti.

Per secoli non ci fu calamità più spaventosa della peste. Il morbo veniva dall’oriente e dunque tutte le strade del commercio, che era per Venezia la principale fonte di ricchezza, si trasformarono in vie di contagio. Era il 1630. Assieme alle spezie e alle stoffe preziose, le navi della Serenissima trasportarono anche la morte nera.

Ah! Mio caro amico, nemmeno le guerra e le carestie offrivano uno spettacolo così desolato. La Repubblica approntò subito una serie di provvedimenti per arginare l’epidemia: furono nominati delegati per controllare la pulizia delle case, vietare la vendita di alimenti pericolosi, chiudere i luoghi pubblici, perfino le chiese… potevamo circolare liberamente solo noi medici… indossavamo una lunga veste chiusa, guanti, stivaloni e ci coprivamo il volto con una maschera dal naso lungo e adunco e occhialoni che ci conferivano un aspetto spaventevole…uomini e donne malati venivano portati nell’isola del Lazzaretto vecchio; le persone che erano state in contatto con gli appestati erano invece trasferite in quella del Lazzaretto Nuovo…Su una nave era stata issata una forca per giustiziare i trasgressori delle ordinanze igieniche e alimentari. La peste straziava i corpi che erano ricoperti da “fignoli, pustole, smanie” e mandavano un odore fetido. I ricchi morivano come i poveri.

Non c’era più chi seppelliva i cadaveri. Per i canali transitavano barche da cui partiva il grido “chi gà morti in casa li buta zoso in barca”…guaritori e ciarlatani inventavano inutili antidoti; preti e frati indicavano nell’ira divina la vera causa di tutto quell’orrore calata in Venezia…”.

In realtà, altre cronache coeve riferiscono che l’epidemia fu causata da una falla del cordone sanitario, messo in piedi dallo stato veneziano, dopo le ultime ondate pandemiche.

Dilagata in tutto il nord Italia – come non ricordare il brano del Manzoni nei suoi “Promessi Sposi” – la peste nera arrivò a Venezia l’otto giugno 1630 con l’ambasciatore del duca Carlo I Gonzaga Nevers, proveniente da Mantova. Il marchese dè Strigis e i suoi cinque servitori furono posti in quarantena sull’isola del Lazzaretto Vecchio e poi furono trasferiti nell’isola di San Clemente, dato l’alto lignaggio dell’emissario mantovano. In questa circostanza un falegname, incaricato di rendere più dignitosi i locali, venne in contatto con i pazienti. Dopo il suo ritorno in città, si ammalò e, a partire dal Campo di San Lio, l’epidemia dilagò in tutta la sua virulenza tra le isole veneziane e nel suo retroterra. In poco tempo si contarono quasi 50.000 morti su una popolazione cittadina di circa 140.000 persone.

Come nel passato, il doge e il senato fecero il voto di erigere un nuovo tempio. La scelta cadde su un determinato luogo, all’imbocco del Canal Grande, in prossimità della Punta da Mar, occupato da un complesso religioso vecchio di secoli, ormai mezzo diroccato. Esso era stato il monastero del famoso Ordine dei Cavalieri Teutonici ed era intitolato alla Santissima Trinità. Era stato eretto in segno di gratitudine per l’attività svolta dai cavalieri nella guerra di San Saba contro Genova. Addirittura divenne la sede del Gran Maestro nel 1298, dopo la caduta di Acri; e così rimase fino a quando il Gran Maestro Siegfried von Feuchtwangen trasferì nel 1309 la sede dell’Ordine Teutonico a Marienburg (oggi Malbork in Polonia).

Abbandonato dai cavalieri, il complesso passò di mano in mano a diversi ordini religiosi, fino a diventare un seminario, ma ormai le crepe del tempo si erano insinuate in tutte le mura. Molti locali avevano già avuto dei cedimenti strutturali e bastava una semplice occhiata per presagire il crollo dell’intera struttura.

Dopo un concorso, l’incarico venne affidato all’architetto Baldassarre Longhena, che definì il suo progetto “una rotonda macchina che mai s’è veduta né mai inventata”.

Longhena non poté assistere alla conclusione della sua opera. Morì nel 1682 e i lavori furono portati a termine da Antonio Gasperi, un suo stretto collaboratore. La cerimonia della posa della prima pietra si svolse il 25 marzo 1631 e non a caso. Cadeva l’anniversario della fondazione di Venezia, oltre della Creazione, dell’Annunciazione, nonché della Crocifissione.

In quel giorno venne disteso un ponte di barche, che fu percorso da una solenne processione, preceduta dalle immagini della Madonna Nicopeia (Vittoriosa). Sotto la prima pietra furono interrate una medaglia d’oro, dieci d’argento e dieci di rame.

La chiesa venne consacrata il 9 novembre 1687 e si stabilì il 21 novembre, quale giorno ufficiale della fine dell’epidemia.

Il corpo centrale della chiesa possiede una pianta ottagonale ed è sormontato da una cupola, che poggia su otto pilastri e si conclude con la lanterna, attorniata da una balaustra e otto obelischi con globo. Sopra ancora la Madonna Immacolata, che sostiene il bastone di “Capitana da Mar”. Anche la lanterna della cupola minore, che sovrasta il presbiterio, è attorniata da otto elementi simbolici. Sul lato meridionale della chiesa si ergono i due campanili squadrati, alti 46,40 metri.

La facciata principale, di ispirazione palladiana, evidenzia delle mezze colonne corinzie su piedistalli, mentre la gradinata si sviluppa anche sui prospetti adiacenti. Ai lati dell’ingresso, tra le nicchie inquadrate dalle colonne, quattro sculture raffigurano gli Evangelisti; mentre sopra il portale prende corpo un florilegio scultoreo di angeli e della Vergine da togliere il fiato, in massima parte attribuibili allo scultore Tommaso Rues.

Fino al 1797, sull’arco dell’ingresso si mostrava un leone marciano, ma fu distrutto dai soldati francesi, dopo la caduta della Repubblica.

Anche gli ingressi secondari sono dotati di una importante presenza plastica, tra cui due splendide sculture raffiguranti San Giovanni Battista e Sant’Andrea Apostolo. La crestomazia scultorea della facciata principale trova una sua linea narrativa nei timpani delle sei facciate laterali, ciascuno dei quali esibiscono ai lati due angeli e una figura mariana dell’Antico Testamento. Le stesse facciate non sono esenti dal contesto plastico generale.

Sul timpano della prima facciata di sinistra spiccano Eva, anche se si tratta di una copia dell’originale franato a terra, dopo la tempesta del 4 novembre del 1966; e i due angeli. Il prospetto, invece, presenta San Michele Arcangelo in lotta con Lucifero, affiancato da due virtù, Fortezza e Prudenza. La successiva facciata di sinistra è sormontata da Ruth e dai due soliti angeli; infine la terza. Essa è caratterizzata da Giaele e da un solo angelo. Percorrendo il lato destro, la prima facciata evidenzia sulla parete San Teodoro, l’antico patrono di Venezia, e tre angeli; sopra, sul timpano, la statua di Giuditta e due angeli. Sulla seconda e terza facciata si esibiscono rispettivamente le sculture di Rebecca ed Ester, anch’esse inquadrate da due angeli.

Altro complesso plastico di notevole impatto è collocato sui modiglioni. Si tratta di 14 statue, alte 2,75 metri, che raffigurano i profeti dell’Antico Testamento.

La decorazione interna rappresenta un’esperienza visiva emozionale come poche e la sua descrizione risulta improba trascriverla in poche righe, per cui solo una reale visita potrà appagare ogni curiosità e, soprattutto, assaporare il bello, nonché ascoltare e respirare i loro profondi messaggi.

Sotto la cupola maggiore, la pavimentazione è contraddistinta da un enorme rosario, costituito da 32 cerchi di varia misura e da una fascia di 32 rose, che rappresentano i Misteri del Rosario.

L’altare maggiore, disegnato dallo stesso Longhena, è collocato al centro di quattro colonne enormi, fatte venire dal teatro romano di Pola. Esso è incoronato da statue, per lo più attribuite allo scultore fiammingo Le Court (Ypres 1627 – Venezia 1679). Tra queste, splendida “La Vergine con il putto in gloria innanzi a cui Venezia inginocchiata chiede protezione contro la peste”.

L’altare, inoltre, contiene il cuore pulsante della chiesa, l’immagine della Vergine Nicopeia. Portata a Venezia da Francesco Morosini nel 1672, l’icona di scuola greco bizantina era stata custodita per secoli nella chiesa candiota di San Tito. Secondo la tradizione, la sacra immagine sarebbe stata dipinta addirittura da san Luca e consegnata dallo stesso evangelista ai fedeli, affinché la venerassero come una vera e propria reliquia mariana. Oltre all’appellativo di Nicopeia, è conosciuta sotto il nome di Mesopanditissa, ovvero Mediatrice di Pace, volendo così ricordare il suo ruolo di “testimone” della pace tra i veneziani e i candiotti nel 1264, dopo la lunga guerra durata ben sessanta anni.

San Martino, il santo del mantello

Sul calare della sera dell’undici novembre, le vie ciottolate delle più antiche città tedesche sono percorse da variopinte processioni, le laternenumzug, durante le quali i bambini appendono sui rami degli alberi delle lanterne di carta colorata e recitano delle gioiose filastrocche. In altri paesi del nord Europa, adulti e bambini si ritrovano riuniti attorno a tavolate chiassose, assaporando pietanze di antica tradizione a base d’oca. Anche in Italia è un giorno di festa. I borghi si profumano di caldarroste e si stappano le bottiglie di vino novello. Ancora oggi, come un tempo, a Venezia è difficile se non impossibile non accorgersi dei tanti gruppetti di bambini che scorrazzano tra le calli e campielli, chiedendo dei soldi ai passanti, sbattendo un mestolo su un coperchio di una pentola.

I soldini raccolti servono per i san martini che fanno bella mostra di sé dietro le vetrine dei pasticceri.

I san martini sono dei dolcetti di pasta frolla, ricoperti di glassa, cioccolata e caramelle varie, a forma di cavaliere con tanto di cavallo e spada brandita.

L’occasione è la ricorrenza della sepoltura di un uomo, che la memoria collettiva ricorda quasi unicamente per un episodio della sua vita, la “carità di Amiens”, il mantello diviso con il mendicante.

Però, quanti di noi conoscono realmente il vescovo di Tours, san Martino? Purtroppo il suo ricordo sta sbiadendo. Solo nell’ambito storico ed ecclesiastico la sua luce appare risplendere, benché molti si siano messi d’impegno per sminuirlo o, addirittura, ridicolizzare i suoi miracoli.

Martino ebbe i natali nel 316/317 d.C. a Sabaria, l’odierna Szombathely in Ungheria. Ancora piccolo, seguì il padre a Pavia, che aveva ottenuto l’incarico di tribuno nella sua città d’origine. Qui, il piccolo Martino visse parte della sua infanzia. Sempre a Pavia conobbe la comunità cristiana e, a quanto pare, in lui si fece vivo il desiderio di convertirsi al cristianesimo, tanto da voler essere accolto tra i catecumeni e di voler cercare Dio nel deserto, come gli asceti orientali.

Qualche anno dopo, aveva 15 anni, Martino seguì le orme del padre, arruolandosi nell’esercito romano. All’età di 18 anni, nel corso di una ronda effettuata di notte, si trovò davanti un mendicante seminudo che tremava come una foglia per il freddo.

Martino non esitò un attimo. Tagliò in due il mantello foderato di pelliccia e ne dette una parte al povero, affinché si coprisse.

Dio, compiaciuto dal gesto, fece sbocciare un’ondata di caldo fuori stagione, l’Estate di San Martino.

Nella notte successiva, Gesù gli apparve in sogno: indossava il suo mantello e stava raccontando a tutti gli angeli del paradiso del suo gesto altruistico.

Al risveglio il suo mantello era miracolosamente integro.

Dopo varie vicissitudini, il mantello, chiamato cappella, passò nelle mani dei re merovingi, che lo custodirono nel loro oratorio privato. Con il passare del tempo il vocabolo cappella venne a designare l’oratorio reale e da qui si estese, fino a designare tutti gli oratori.

Mesi più tardi, Martino venne battezzato, ma non abbandonò la vita militare. I legami d’amicizia e il cameratismo, che lo legavano al suo tribuno, erano molti e stretti.

Nel corso dell’estate del 356, Martino, mentre si trovava ad Augusta Vangionum (l’attuale Worms), ottenne finalmente il congedo, dopo una carriera militare durata venticinque anni.

Libero di potersi esprimere, come il suo cuore desiderava, Martino si mosse alla volta di Pictavium (oggi Poitiers), mettendosi a disposizione del vescovo Ilario.

L’incontro si dimostrerà decisivo non solo per la sua vita, ma per la stessa nascita del monachesimo in occidente.

Tuttavia, la sua permanenza non doveva durare a lungo. Un sogno lo esortò a intraprendere un lungo viaggio. Raggiunse Milano, la Pannonia, i Balcani, l’Illirico e ritornò di nuovo a Milano. Nelle città toccate ebbe dibattiti accesi con i rappresentanti dell’arianesimo.

Durante il suo secondo soggiorno milanese fece la sua prima esperienza monastica. Tutto sembrava andare secondo i suoi desideri, quando l’acredine del vescovo ariano Aussenzio si fece sentire con tutto il suo peso. Scacciato dalla città, trovò rifugio nell’isola Gallinaria.

Trascorse giorni a dir poco austeri, tanto da rischiare la vita, cibandosi di una pianta velenosa, l’elleboro, ma riuscì a sopravvivere grazie alla preghiera. Il suo primo miracolo. Dopo di che ritornò a Poitiers, stabilendosi a Lugugé, dove visse come un’eremita.

Nel 371, a furor di popolo, venne eletto vescovo di Tours, contro i voleri delle alte cariche ecclesiastiche. Ma si sa, voler di popolo, voler di Dio.

Si stabilì in un eremo a circa due miglia dalla città, fondando Maius Monasterium (l’attuale Marmountier). I beni erano gestiti in comune; indossavano solamente una pelliccia di cammello; e nessuno lavorava. I più giovani ricopiavano antichi manoscritti, mentre gli anziani erano dediti esclusivamente alla preghiera.

Da questo luogo di pace la sua fama di vescovo missionario, di guaritore pieno di carità, di esorcista o per le sue opere in favore dei poveri e dei diseredati travalicò ogni confine.

Morì a Candes l’otto novembre del 397, pianto da migliaia di persone.

Il Santo del Mantello è patrono di molte città italiane, piccole e grandi, ed è legato a molte feste legate all’agricoltura. Come nelle città del nord Europa, anche la tradizione culinaria italiana imbandisce molte tavole italiane con l’oca, forse per ricordare una curiosa leggenda.

Martino si era nascosto in una fattoria, tentando di sfuggire a coloro che lo volevano vescovo di Tours, ma lo starnazzare delle oche rivelò il nascondiglio del santo. E da quel momento, le nostre amiche pennute subirono e subiscono l’annuale castigo per il troppo zelo dimostrato dalle proprie antenate.

I san martini a Venezia? Toccherà ai bambini l’ardua scelta, se iniziare a deliziare il palato con la frolla del santo, oppure con quella del cavallo; e chissà quale sorriso a fior di labbra compie ogni qual volta il nostro Martino osserva l’innocenza riempirsi gli occhi di un dolce che lo ricorda da tempo immemore.

 

 

 

La chiesa di Sant’Andrea in Monte a Polpet

Il paese di Polpet, una frazione di Ponte nelle Alpi, è lontano dalle usuali rotte turistiche, ma non è privo di fascino, ricco com’è di attrazioni naturalistiche e storiche.

Appollaiata sul monte Frusseda, a 740 metri sul livello del mare, la chiesetta di Sant’Andrea in Monte domina su tutta la valle sottostante.

Lasciata la vettura in centro, ci lasciamo guidare dai cartelli turistici, che indicano una strada d’epoca romana. Di essa sono ancora visibili dei tratti della carreggiata e rappresenta uno dei tanti miracoli del genio romano che la realizzò per superare le asperità del territorio. Forse siamo in presenza di uno dei tanti segni tangibili della Via Claudia Altinate, che conduceva verso le terre d’oltralpe con una certa agibilità.

Arrivati alla strada vecchia di secoli, abbiamo l’opportunità di scegliere due sentieri per risalire il monte Frusseda. Alla fine si tratta di una questione di tempo o, più semplicemente, d’allenamento. Comunque nulla d’impegnativo. La solita attenzione che si presta quando si sale in montagna.

Distratti dai panorami o dalla natura circostante, i minuti trascorreranno velocemente. E così, all’improvviso, ci troveremo al cospetto della chiesetta, che saprà ripagare la nostra piccola fatica.

La data della sua fondazione non ci è data a sapere, ma è possibile attribuirne una sua antichità indiscutibile.

Ponte nelle Alpi è ricca di chiese, edificate per venire incontro alle necessità di una popolazione dispersa su un territorio che non permetteva un facile spostamento delle persone; ma, in questo caso, si ha quasi la sensazione che qui si volle costruire una chiesa, al riparo dalla vita caotica di ogni giorno, dove cercare una via della preghiera più autentica, aiutata dalla pace della natura e dal silenzio. Eppure fu tirata su, mattone dopo mattone, sull’affaccio della valle, in uno dei pochi spazi sgombri dalla lussureggiante vegetazione, facendo echeggiare così le parole dell’apostolo Matteo, allorché scrisse che “una città posta sopra un monte non può essere nascosta” (Mt. 5; 14).

La Chiesa viene citata per la prima volta negli archivi parrocchiali nella seconda metà del XIV secolo. Peraltro questi atti ricordano un monastero con identica intitolazione, secondo i quali nel cenobio si attesterebbe la presenza di religiosi di ambedue i sessi, che la tradizione popolare ricorderebbe in due toponimi: “Molin de Frare” e “Val de le Moneghe”. Ad oggi il sito, che si vuole in località Castellet, non è stato identificato con evidenze certe.

La chiesetta ha subìto numerosi rimaneggiamenti nel corso dei secoli. Al coro, struttura originaria, è stata aggiunta nel XV secolo una modesta e sobria navata. Nella stessa occasione venne innalzato il piccolo campanile.

Intorno al XVII secolo, l’ingresso principale, che si apriva sulla facciata, fu murato. Delle considerazioni sconosciute definirono che l’accesso si ponesse sul lato meridionale.

Le modifiche prospettiche, assieme alla diversa ricollocazione delle finestre rispetto all’assetto preesistente, hanno provocato dei danni piuttosto importanti agli affreschi.

Oggi l’intonaco originale delle pareti appare scialbato, grazie anche alle diverse mani di calce viva posate nei secoli. Le superfici presentano parti di affresco, che raffigurano gli Apostoli, San Martino e la Sacra Famiglia.

Dopo aver auspicato la messa in sicurezza di queste testimonianze dalle mani del moderno vandalo, ritorniamo all’esterno, non senza aver dato un’occhiata ad uno stemma posto sopra l’ingresso. E’ quello della famiglia dei Cavassico, che, osservando lo stato di degrado nel quale era caduta la chiesa, commissionò l’ultimo grande restauro del XVII secolo.

Chissà poi come andarono le cose? Forse i familiari ebbero in cambio delle preghiere particolari per la loro salute spirituale e per il loro benessere. E forse le ascoltarono seduti in una panca o degli sgabelli propri dentro la chiesetta.

Comunque sia, la visita alla chiesetta rimane una bella esperienza, un’oasi di pace, capace di isolarti per un po’ di tempo dalla confusione del mondo esterno.

Un particolare ringraziamento all’autore della stupenda fotografia, Luca Mares, e all’amico Willi Fregona.

 

Il regno dei Fanes

Molti anni fa, ero ancora piccolo, degli alpinisti chioggiotti, dei grandi con la “g” maiuscola, mi fecero un grande regalo, portandomi con loro in un luogo magico delle dolomiti. Da quel momento una parte di me non ha più abbandonato quell’altopiano adombrato dai colossi delle Conturines e delle Tofane.

Oggi, molti di quei compagni non ci sono più, ma è ancora possibile vederli discendere nella neve fresca tra le cime più alte o ascoltare, nel silenzio delle montagne, le loro peripezie sul Piz Lavarella o sulla lontana Forcella Medesc.

Il momento peggiore era il ritorno.  Max, il proprietario del vicino rifugio, si avvicinava ad una piccola campana e tirava ritmicamente la corda del batocchio,  provocando dei piacevoli suoni acuti, con il fine di augurarci un buon viaggio, senza sapere che, in realtà, faceva nascere in noi un magone grande quanto una delle montagne vicine.

Un anno dopo, quando in pianura germogliavano i primi segni dell’imminente primavera, quattro o cinque autovetture partivano da Chioggia alla volta del Fanes; e così andò avanti per decenni, finché le pieghe della vita decisero per tutti noi, caricandoci di molte cicatrici.

Tra le molte escursioni, di una serbo un ricordo particolare. Eravamo di ritorno dal Col Bechei, quando incrociammo un gruppo di scialpinisti bavaresi di nostra conoscenza. Percorremmo, si e no, una cinquantina di metri, quando sentimmo echeggiare dei boati. Pensai subito al peggio. Una valanga si era staccata in qualche pendio non lontano. Invece uno dei tedeschi, che aveva combattuto la Grande Guerra su queste montagne, volse lo sguardo verso il Vallon Bianco e, con un italiano stentato, mi rispose di non preoccuparmi. Forse, i boati che sentivo erano i lamenti delle trombe d’argento, che una regina aspettava da secoli. Poi, alzò lo sguardo e scrutò il cielo. Sarebbe stata una notte fantastica, con una luna piena come poche. La regina dei Fanes e sua figlia Lujanta sarebbero uscite dal loro nascondiglio, per solcare le acque del vicino lago di Braies.

Ritornati al rifugio, lasciai sci e pelli di foca all’ingresso e cercai il tedesco, che mi aveva gonfiato l’animo con una storia che sapeva di fantastici duelli e misteriosi animali. Lo trovai mentre sorseggiava una pinta di birra, tra una pipata e l’altra.

Ricopiai su un quadernetto da scuola quanto mi raccontò, anche se le pagine bianche si colorarono di disegni, piuttosto che di frasi elementari e zeppe di errori da matita rossa.

Il destino volle che anni dopo mi trovai in un aula universitaria a disquisire proprio su questo argomento di fronte a due arcigne professoresse.

Secoli e secoli fa, una vecchia ongana, che viveva in una grotta alle pendici della Croda Rossa, si ritrovò davanti una giovane donna con in braccio una bambina. La riconobbe, era una del posto, di nome Molta, scappata per amore in terre lontane. La ragazza fece tempo solo a sedersi sopra una grossa roccia che esalò l’ultimo respiro, lasciando tra le braccia dell’ongana la sua piccola creatura.

Il corpo esanime della donna fu trasportato via dalle marmotte e nascosto alla vista del genere umano in un profondo anfratto della montagna; mentre la piccolina, cui fu dato il nome di Moltina, in onore della mamma, venne adottata dalla vecchia ongana.

Come si sa, il tempo trascorre velocemente, e la bambina crebbe, passando il proprio tempo con l’ongana e, in parte, con le marmotte. Una volta Moltina assunse addirittura le sembianze di una marmotta. Anni dopo, Moltina andò in sposa al principe dei Landrines, che vivevano in Val Popea.

Un giorno, ebbe luogo una grande festa nel castello. Tra gli invitati, vi era la regina dei Bedoyeres, la più orgogliosa tra le dame presenti. Conoscendo le umili origini di Moltina, propose sadicamente che ciascuna delle dame presenti raccontasse dei propri avi, delle loro gesta, nonché dei loro averi.

Moltina era disperata e quando toccò a lei a parlare, ebbe la sensazione che il mondo gli cadesse addosso. Non riusciva a spiaccicare una parola e il rossore del viso tradiva il suo imbarazzo.

In quel momento il ciambellano di corte entrò nella stanza del tutto infervorato. La montagna era diventata rossa come il fuoco. Le dame si precipitarono alle finestre e rimasero meravigliate dal fenomeno mai visto.

Moltina approfittò del momento di confusione per uscire dalla stanza e corse verso l’uscita del castello. Da qui prese la via dei suoi monti e, non volendo essere riconosciuta dagli uomini, si trasformò in una marmotta.

Il principe la inseguì per i boschi e i versanti scoscesi, finché la ritrovò; ed esaudì il suo desiderio di non tornare più tra le mura del castello, lontano dalle malignità e dai pettegolezzi delle dame di corte.

La vecchia ongana quando seppe della sua scelta decise che la loro montagna rimanesse rossa per sempre.

Una notte furono svegliati dal fragore di armi. Il principe si avvicinò alla fonte del rumore. Un accampamento di fanti e cavalieri era in pieno fermento, ma era facile osservare che tutti quegli uomini non fossero avvezzi all’arte della guerra.

Era il popolo di Fanes e si stava preparando alla guerra, poiché aveva avuto notizia di un imminente attacco di un popolo vicino.

Il principe acconsentì  al loro desiderio di prepararli alla guerra e li condusse nelle singole battaglie, dalle quali ritornarono sempre vincitori.

Il giovane, divenuto re dei Fanes, ordinò di costruire un castello, sulle cui mura fece dipingere l’emblema della marmotta. Il regno dei Fanes divenne presto potente.

Un centinaio di anni dopo, una giovane nipote sposò un principe di un regno vicino. dalla loro unione nacquero due gemelle, Dolasilla e Lujanta.

Il re, salendo verso una delle cime del suo regno, incontra una grande aquila, che altro non è che il re di una lontana isola abitata da uomini con un braccio solo. I due concludono un alleanza, che ha come clausola finale lo scambio dei gemelli.

Lujanta riesce a sfuggire, nascondendosi tra le marmotte, mentre Dolasilla cresce tranquilla, divenendo giorno dopo giorno sempre più forte. Per di più il regno viene allietato dalla notizia della nascita del principino con un braccio solo.

Il re, in segno di ringraziamento, fa sostituire l’emblema della marmotta con quello dell’aquila.

In quei giorni, un giovane principe dei Duranni si trovò ad affrontare un terribile stregone di nome Spina De Mul.

Lo stregone dall’aspetto di uno scheletro di un mulo mezzo putrefatto, aveva assalito la giovane Dolasilla e  un suo scudiero. Il principino non si perse d’animo e lo affrontò a colpi di pietra, sebbene fossero in piena notte. Lo stregone, ormai quasi agonizzante, gli assegnò il nome di Ey de Net (occhio della notte). Nella lotta furibonda, lo stregone perde una pietra magica, la Raietta, che viene trovata da Ey de Net, che la regala a Dolasilla.

Il re dei Fanes era bramoso di ricchezze e di gloria; e guida una spedizione verso Canazei alla ricerca di un tesoro nascosto sul fondo del lago d’argento. Ma qui non trovò nessuna ricchezza; senonché entrano in una grotta, dove rinvengono delle verghe d’argento e una scatola con lembi di pelle bianca, contenente della polvere grigia. Dei nani fanno la loro apparizione e reclamano il contenuto della scatola.  Dolasilla la restituisce ai nani, i quali gettano la polvere in fondo al lago.  Dopo di che restituiscono la scatola e la pelle perché se ne faccia una corazza impenetrabile.  Uno dei nani, inoltre, gli fa una predizione.  Diverrà una guerriera invincibile, ma non dovrà mai sposarsi.  Con le verghe si fa costruire un arco e delle trombe dal suono meraviglioso.  Di ritorno i Fanes trovano il lago coperto di canne d’argento, con le quali fabbricano le frecce per Dolasilla.

Un giorno Dolasilla regalò tredici frecce a dei Salvan, ignorando che fossero stati inviati dallo stregone Spina del Mul, bramoso di riavere la sua pietra.  Non solo; il malvagio stregone aveva riunito una coalizione di popoli contro i Fanes; e tra essi vi era un contingente di Durani guidati da Ey de Net.  La battaglia avviene nella pianura di Fiammes e alla fine i Fanes riescono a spuntarla, a costo di grandi perdite.  La stessa Dolasilla è rimasta ferita a causa di una freccia magica.

Ey de Net vuole vederla e chiede consiglio alla Tsicuta, sorella dello stregone.  Questa, gli suggerisce di far costruire dai nani del Monte Latemar uno scudo così pesante, che nessuno possa trasportarlo, tranne lui.  Ma deve anche sapere che Dolasilla farà una profezia che non potrà mantenere.  La vita della giovane ragazza era segnata dalla bramosia del padre.  Lo stratagemma diede i risultati sperati; e il principe Durano in incognito, divenne il compagno d’arme di Dolasilla.  La giovane principessa, alla testa dei suoi guerrieri, riprende le armi contro i popoli vicini.

Un giorno Ey de Net e Dolasilla dichiarano il proprio amore e il desiderio di sposarsi.  Non solo, i due amanti promettono che non scenderanno in battaglia da soli.

Il re bandisce dal regno Ey de Net e, sapendo che Dolasilla non sarebbe scesa in battaglia senza il suo amato, tradì il suo stesso regno, con l’unica condizione di essere ricompensato con il regno di Aurona, un paese tutto d’oro, poco sopra Livinallongo.

La guerra ha inizio e Dolasilla è costretta a riprendere le armi, malgrado la promessa fatta al suo amato.  Durante la battaglia la principessa viene colpita dalla tredici frecce che aveva regalato e muore.

Il re dei Fanes viene schernito da Spina de Mul e viene trasformato in pietra, sulla cima del Nuvolao.  Ancora oggi il suo volto è visibile sul Falzarego (da Falzares il falso re).

La disperata situazione dei Fanes, costringe ad ordinare un ripiegamento nel castello.  Qui le marmotte inviano in loro aiuto Lujanta.  Presa per la gemella Dolasilla, mette in fuga i nemici, ma è solo questione di tempo, di poche ore.  I Fanes hanno perso la battaglia.

Le marmotte conducono i Fanes nel loro regno sotterraneo, ma vengono inseguite dai nemici.  In loro aiuto corrono i nani, che deviano una cascata, che blocca gli inseguitori assetati di sangue.  Sette anni dopo i Fanes erano riusciti a riprendersi territori appartenenti e gli stessi popoli nemici erano stanchi di combattere e chiesero la pace.

Il principe dei Fanes non volle sentire ragioni e si arrivò ad una nuova guerra.  Fu una carneficina, la maggior parte dei Fanes morì nel campo di battaglia.  I superstiti si ritirarono con la regina e Lujanta sotto la croda del becco.

C’è chi dice che ogni anno, e chi cento anni, la Regina e la Principessa escono fuori e, a bordo di una barchetta, navigano le scure acque del lago di Braies, sperando di udire le trombe d’argento, che segnalano la rinascita del regno, come profetizzato dal Re Aquila.

Tutta la materia narrata è fiorita in un’estesa regione geografica, che comprende la Val Badia, la Conca di Cortina d’Ampezzo e tratti della Val Pusteria.  Questa è una regione particolare; una sorta di cerniera tra l’etnia ladina e quella tedesca.

Oggi i ladini sono una piccola minoranza etnica, che si ritiene discendente di un’antica popolazione, un tempo ben presente sulle Alpi.

Su queste valli e montagne, i ladini tramandarono il ricordo di un regno, abitato dai Fanes in piena sintonia con le marmotte.  In realtà, il tempo e le tragedie della storia cancellarono molti di questi ricordi.  Tanto che la saga dei Fanes rischiò seriamente di andare perduta per sempre.  Per fortuna, la curiosità di un uomo per le tradizioni popolari ladine la salvò dall’oblio.

L’uomo era Karl Felix Wolff (21.05.1879-25.11.1966).

Dopo averla raccolta, non senza difficoltà, la diede alle stampe per la prima volta nel 1932.

Wolff non ci mise molto tempo ad accorgersi che ci voleva quasi una bacchetta magica per risvegliarla dal suo letargo secolare.

I singoli episodi erano spesso confusi, se non addirittura contraddittori.  Wolff non si perse d’animo; cercò di dare una tramatura ciclica, basandosi sui filoni principali: quello badiota, l’ampezzano e il fassano.

Certo la fantasia gli giocò qualche brutto scherzo, inserendovi dei fili della tradizione tedesca; ma è anche vero che sarebbe stato difficile ordinare una versione princeps di una tradizione che, a seconda del momento e delle circostanze, il bardo modificava il racconto, stravolgendolo.

Fatto sta che oggi il ricordo del popolo dei Fanes è più vivo che mai.

E questo lo dobbiamo a Karl Felix Wolff.

Castello di Welsperg

Una delle ricchezze del Trentino Alto Adige è rappresentata dai tanti castelli, che fanno bella mostra di sé sopra le montagne più belle di questa regione. Il loro fascino ha soggiogato bambini ed adulti, nel passato come ai giorni nostri. Alcuni sono chiusi, altri sono ridotti a miseri e fascinosi ruderi, altri ancora sono visitabili in determinate occasioni o in certi periodi dell’anno.

Il castello di Welsperg è di fatto tra i più belli della Regione, nonché il più antico della Val Pusteria. Eretto poco lontano dal paese di Monguelfo, in provincia di Bolzano, il castello è uno dei migliori esempi dell’architettura militare e civile dell’epoca medioevale e rinascimentale.

La struttura è il risultato degli interventi eseguiti a partire dal XII secolo, per opera della famiglia Welsperg, che lo aveva adibito a residenza fino al 1907.

I signori di Welsperg, vassalli dei conti di Gorizia, erano stati investiti dall’avvocazia per il territorio che andava da Monguelfo a Dobbiaco.

L’avvocazia era un istituto diffuso in area tedesca, che consisteva nell’onere ed onore di tutelare gli enti e le istituzioni ecclesiastiche.

Estintasi la famiglia, il castello passò per via ereditaria ai conti Thun-Hohenstein-Welsperg.

Il mastio, il nucleo più antico, fu eretto tra il 1126 e il 1141 dai nobili fratelli Schwikher e Otto di Welsperg. Fin dall’inizio era stato concepito come una roccaforte militare a difesa del Monguelfo, come testimoniano il suo aspetto e la collocazione a strapiombo sul torrente Rio Cases.

Arrivarci è semplice. Si percorre in tutta tranquillità la strada statale E66 e si esce a Monguelfo. Si parcheggia l’auto al centro del paese e, dopo una suggestiva passeggiata di pochi minuti, si arriva all’ingresso del castello.

Si attraversa un ponte di legno, sorretto da due piloni, che lasciano intuire che una volta fosse levatoio, e ci si trova davanti ad una grande porta fortificata, affiancata da due feritoie.

Entrati, facciamo il nostro ingresso in un cortile interno di piccole dimensioni.

Purtroppo la torre con la sua classica copertura a piramide non è visitabile. Le cronache raccontano che al suo interno vi sia la segreta, dove i condannati scontavano la pena, dopo essere stati calati con una fune da una stretta apertura del pavimento sovrastante.

Niente paura, vi sono altri piccoli tesori, di cui riempirsi gli occhi.

Lungo il muro perimetrale vi è la Nuova Cappella. Consacrata il 12 novembre del 1510, il piccolo edificio si avvale della luce del sole mediante tre finestre con archi a sesto acuto. All’interno si possono osservare delle decorazioni di epoca barocca.

Da qui, si può passare alle cantine, costituite da un ambiente centrale, con soffitta a volta, e quattro vani adiacenti. Una porta ci permette di accedere alla lizza, il recinto nel quale affluivano i soldati per la guardia durante un’assedio. Ancora pochi passi e facciamo l’ingresso nella struttura principale.

Al piano terra si aprono due ambienti centrali, fiancheggiati da stanze, per lo più rivestite di legno di cirmolo e soffitto a listelli, come la Stube del Curatore.

Saliti al piano superiore, andiamo incontro alla Sala dei Cavalieri. Qui sono esposti una serie di dipinti dei nobili Welsperg. Quindi scopriamo la vecchia cappella romanica, consacrata a san Giovanni, solo in parte restaurata. Intorno al XVI secolo, l’originaria cappella venne quasi integralmente distrutta da un cedimento di un muro perimetrale.

Anche in questo piano, la sala centrale è costeggiata da quattro grandi vani, anch’essi rivestiti in legno e dai soffitti a pannelli. In una di queste stanze fa la sua bella figura una stube, abbellita da quadretti, raffiguranti gli stemmi della parentela dei signori di Welsperg. Tra queste, merita un occhio particolare la stanza denominata Stube del Conte.

La visita al castello non è la classica meta, che magari abbiamo intravvisto di sfuggita, passando per una destinazione diversa, ma promette al viaggiatore un lungo viaggio nel medioevo, nei panni di un cavaliere bianco alle prese con streghe, orchi e cavalieri dalla corazza nera, in un palcoscenico di mura e alberi secolari. Piccola nota a margine. Il vicino paese di Monguelfo merita una visita non frettolosa, dove il viaggiatore sarà coccolato dall’atmosfera del piccolo borgo senza tempo.

Contagio. Parte seconda

All’imbrunire, il cielo sopra Belluno si presentava sotto la parvenza di una tavolozza dipinta da un intenso indaco. Il vento della sera soffiava, sferzando la nebbiolina che si alzava dalla cresposa superficie del Piave.

La città stava cambiando abito, come le stesse montagne, che l’avvolgevano come una corona regale.

I versanti più alti si mostravano come abbagli evanescenti sull’orizzonte. Gli unici indizi di una realtà sottostante erano le luci tremule delle malghe in alta quota.

Il chiarore della città abbozzava lunghe parabole di luci, bianche e gialle, che guidavano nella Piazza Martiri, il salotto della città.

Stravaccato sulla poltrona, Francesco De Paradisi sorseggiava un bicchiere di whisky irlandese.

Sognava ad occhi aperti. Una grande vetrata gli concedeva un colpo d’occhio della vallata solcata dal Piave. Un vero toccasana per i suoi nervi e ne aveva bisogno.

Qualche settimana prima si trovava a Roma, nel cuore della Cristianità, dove trascorse le ore più frenetiche della sua vita.

Il destino lo aveva condotto a pochi centimetri da uno dei maggiori tesori dell’umanità: l’Arca dell’Alleanza. La sua ricerca lo aveva sfibrato nel profondo del suo animo. Aveva risalito i gradini dei gironi dell’inferno, ciascuno dei quali gli aveva sbattuto in faccia i gradi della malvagità umana. Però, il fatto di essergli stato così vicino lo aveva appagato di ogni sforzo e di tutte le sofferenze.

Nei giorni successivi dovette fare i conti con la coscienza per non aver rivelato ai propri compagni d’avventura il luogo dove si celasse la reliquia. Riuscì sempre ad azzittirla. Sapeva di aver fatto la cosa giusta. L’Arca si trovava al sicuro. Nessuno si sarebbe arrogato la sua proprietà.

L’assassinio di padre Dorsone lo aveva posto al cospetto degli spettri che lo avevano accompagnato per tutta la vita. La morte dei familiari non era stata una tragica fatalità, ma un vero e proprio assassinio, ideato a tavolino. Lo sconvolse scoprire il nome di chi armò la mano omicida. Il suo dolore si trasformò in rabbia e da qui in odio e disprezzo.

Il sangue del suo sangue si era macchiato di crimini orrendi. I terribili attentati che avevano sconvolto l’Italia nelle ultime settimane erano riconducibili alla stessa mano. Le vittime si contavano a decine e altrettante le persone ferite, molte delle quali versavano tuttora in gravissime condizioni.

L’unica nota di sollievo proveniva da Milano. Le condizioni del duomo non erano così gravi, come erano apparse in un primo momento.

Non gli rimaneva altro che riprendere in mano i cocci della sua vita. Alzarsi in piedi e pareggiare i conti. Non poteva avere scrupoli. Si trattava di belve assetate di potere, capaci di ogni efferatezza; e come ogni bestia assassina, vi era una sola cura: la soppressione.

Tutto a tempo debito.

Ritornato a Belluno, i primi giorni li trascorse vegetando tra il giardino e la casa. Solo con il passare del tempo riuscì a recuperare parte del suo equilibrio.

Nel pieno di una notte, si svegliò con le coperte tutte arrotolate. Ci volle qualche secondo prima di capire dove si trovasse. Si sdraiò nuovamente, tentando di riprendere sonno, ma fu solo tempo perso.

Tanto valeva alzarsi. Salì al piano superiore e si lasciò andare su uno dei divani. I suoi occhi spaziarono sulle librerie, soffermandosi sui dorsi dei libri. Non sapendo quale scegliere, si guardò attorno.

In un angolo della stanza giacevano degli scatoloni, che contenevano le carte del precedente proprietario della villa, l’architetto Robert Moray.

In cima al mucchio di carte, due grosse cartelle colorate di rosso oscillavano, sfidando la legge di gravità.

Le afferrò, ma fece un movimento goffo e le caddero di mano, finendo a terra in un rivolo di fogli dattiloscritti e vari appunti scritti a mano. Comparvero delle fotografie, molte delle quali ingiallite dal tempo. Non senza aver tirato giù tutti i santi del paradiso, raccolse il marasma e lo depose in un’unica pila sopra la scrivania.

Sulla prima cartella la targhetta adesiva riportava Valdenogher, la Casa dell’Alchimista. La seconda, invece, la Valle dell’Ansiei, la mitica città di Agònia.

Diede una rapida sbirciata. Storse il naso e le ripose sulla scrivania. L’idea di imbattersi nuovamente su misteri, che sapevano di società segrete o di conoscenze iniziatiche non lo stuzzicava per niente. Tanto meno era nell’animo di mettersi alla caccia di un nuovo tesoro. Al momento si sentiva di affrontare temi che avessero i piedi ben piantati a terra. Certo, il suo desiderio di avventura non era del tutto sopito. Lo avrebbe appagato con un’idea che gli frullava in testa da qualche tempo. Avventura a rischio zero. Ma era ancora in uno stato embrionale.

 

 

Raffaele Viciglione aveva trascorso l’intera notte in bianco, camminando tra un ufficio e l’altro del Comando Centrale dei Carabinieri a Roma.

La sera precedente era scattato il blitz del nucleo speciale dei Ros nei confronti di sette persone accusate a vario titolo di appartenere ad una delle tante cellule della galassia del fondamentalismo islamico.

Gli uomini dell’Arma li avevano sorvegliati per settimane, avvalendosi delle più moderne tecnologie. Le intercettazioni ambientali si erano dimostrate fondamentali per le indagini. Nel fascicolo di indagine della Procura Distrettuale l’ipotesi di reato consisteva nell’arruolamento con finalità di terrorismo e di associazione sovversiva. Quando il giudice ebbe tutto in mano ritenne di non dover perdere del tempo e diede il via all’operazione, che portò al loro arresto cautelativo.

L’irruzione nelle abitazioni degli indagati permise di sequestrare dei computer una montagna di carte in grado di chiarire i rapporti intercorsi con un predicatore islamico ricercato in tutt’Europa, per aver inneggiato alla guerra santa e arruolato volontari per la guerra civile, che stava insanguinando i paesi ex sovietici a maggioranza islamica.

Del fermo venne avvertito anche Raffaele. Lavorava per l’Aise, l’Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna, il servizio segreto italiano che aveva sostituito il vecchio e chiacchierato Sismi.

Raffaele aveva superato da poco i quarant’anni ed era a capo della Sezione K. Il pool contava sedici persone operative, tra uomini e donne, e provenivano dalle diverse Armi, dopo aver dimostrato di possedere attitudini e doti fuori del comune. Non bastava essere stati selezionati. Ogni recluta doveva sottoporsi ad un tour de force sulle discipline scientifiche ed economiche, al fine di saper maneggiare le più moderne tecnologie e masticare le nozioni del mondo delle grandi transizioni finanziarie, che facevano girare i motori del mondo.

Oltre agli operativi si contavano altri agenti, reclutati nelle aule universitarie; dei piccoli geni del proprio settore.

Ufficialmente la Sezione K non esisteva. Di facciata, gli agenti si occupavano di terrorismo globale. In realtà, come altre strutture similari straniere, le attività erano rivolte a contrastare la cospirazione ordita dall’Ordine Nero.

I due vocaboli identificavano l’organismo che condizionava le decisioni prese nel corso del tempo sui destini del mondo, grazie ai rapporti e all’influenza dei suoi membri nello scacchiere internazionale della politica e dell’economia.

Gli occhi di Raffaele scrutavano le singole dichiarazioni degli arrestati, cercando una relazione con le cellule sotto controllo del nord Italia, quando il cellulare prese a vibrare. Il numero che compariva sul piccolo schermo lo conosceva bene.

Una vettura lo stava aspettando in strada.

L’auto si fermò davanti alla prima cinta di guardia presidiata dagli uomini del RUD, il Raggruppamento Unità Difesa, con il compito di garantire la sicurezza delle basi dell’Intelligence italiana.

Davanti a sé la caserma Calipari di Forte Braschi.

La struttura originaria risaliva alla fine dell’Ottocento. La collocazione, defilata dagli occhi della città, e le dimensioni determinarono la sua scelta quale sede centrale dei servizi segreti.

Messi i piedi a terra, raggiunse l’ufficio dell’ammiraglio Guido Porciatti, il comandante dell’Aise.

La stanza era ammobiliata con pezzi moderni, tranne la scrivania, un pezzo del Seicento romano. Seduto in un poltrona di pelle vi era l’ammiraglio.

L’alto ufficiale si alzò e allungò il braccio per stringergli la mano.

Porciatti aveva alle spalle una carriera di tutto rispetto. Si era distinto nei comandi delle maggiori unità di superficie della Marina Militare; altrettanto bene guidò la Prima Divisione Navale. Le sue qualità e delle buone conoscenze in alto loco gli fecero avere il comando dell’Agenzia.

Mi dispiace averti fatto chiamare, ma vi sono delle novità. Due giorni fa mi è stata consegnata una nota informativa, che mi ha costretto ad aumentare le dosi contro il mal di stomaco. Da un po’ di tempo tampiniamo due biologi nord coreani. Sul conto di questi due tomi pendono numerose accuse, ma sono stati sempre abili a non lasciare tracce compromettenti sul loro lavoro. Fonti ben informate riferiscono che siano da imputare a costoro le stragi di poco tempo fa nel sud est asiatico. Sono dei mercenari in camice bianco, specializzati nelle armi di distruzione di massa. Nello specifico, le loro armi sono i virus e i batteri che modificano nei loro laboratori. Ti ricordi dell’epidemia di vaiolo che scoppiò in Centrafrica qualche anno fa? Vi furono numerosi decessi nelle popolazioni urbane. Le autorità sanitarie dell’Organizzazione Sanitaria Mondiale non esitarono a parlare di pandemia. Ebbene, il sospetto di una possibile mano dell’uomo sull’infezione prese corpo in larghi strati non solo dell’opinione pubblica, ma anche tra gli accademici. L’epidemia si mostrava troppo virulenta, fuori da ogni schema, da considerarla di origine naturale. Le autopsie e le analisi biologiche rilevarono delle anomalie sul ceppo virale. Ancora oggi non tutte le domande hanno avuto delle risposte soddisfacenti.

L’ammiraglio s’interruppe e stette in silenzio per qualche attimo. Aprì un cassetto e fece scivolare fuori un sigaro toscano. Tagliò il cappello con una piccola ghigliottina a lama singola e se lo accese. Trattenne il fumo per una manciata di secondi e lo sbuffò fuori in una nuvola bianca.

Li abbiamo tallonati fino a Milano, senonché il colpo di scena. I due galantuomini sono stati avvicinati da qualcuno che tu conosci molto bene.

Raffaele aggrottò la fronte. Cominciava a presagire la mal parata e non ci voleva una fervida immaginazione per capire di chi stesse parlando. I suoi timori divennero una certezza, allorché l’ammiraglio riprese a parlare.

Queste vecchie conoscenze, che il nostro database ha identificato come delle mezze tacche dell’Ordine Nero, li hanno presi in consegna e si sono preoccupati di trasportarli fuori città. Si sono fermati all’interno di uno stabilimento, dove li stava aspettando un elicottero.

L’ammiraglio diede una nuova boccata al sigaro e riprese.

La traccia radar del velivolo ci ha condotto all’aeroporto di Belluno. Da qui, sono ripartiti a bordo di un paio di automobili, prese a noleggio. I nostri uomini non li hanno mai persi di vista. La meta è stata individuata in una azienda di trasporti a Fonzaso. Da quel momento abbiamo intensificato la sorveglianza. I rapporti hanno dell’incredibile. Ogni mattino si mettevano in macchina e raggiungevano il vicino paese di Lamon. Ci stavano per qualche ora, gironzolando per le viuzze. Non si sono fatti mancare nulla. Hanno visitato il locale museo archeologico, come sono andati a vedere la ricostruzione di un orso preistorico nell’esposizione permanente nell’atrio del Municipio. Alle prime ore del pomeriggio facevano ritorno a Fonzaso. Il trantran si è ripetuto per giorni. Unica variante di rilievo è stata quella di San Donato, una frazione di Lamon. Per tutto il tempo si sono comportati come dei normali turisti. Roba da pazzi.

Porciatti colse il disagio di Raffaele e puntualizzò.

Lamon è un paesotto delle dolomiti bellunesi ai confini con il Trentino. Non ci sono le piste da sci o gli impianti di risalita delle vallate vicine. Possiede altre caratteristiche da renderlo unico. Le proprietà organolettiche della terra sono singolari, che permettono la coltivazione di alcuni prodotti a dir poco pregiati.

Il chiarimento dell’ammiraglio confuse ancor più Raffaele. Cosa accidenti ci facevano degli agenti dell’Ordine Nero tra i cucuzzoli delle dolomiti in compagnia di due specialisti della guerra biologica? La vicenda non aveva senso. Da un lato Lamon non poteva definirsi un bersaglio, capace di fare da cassa di risonanza; dall’altra non era neppure un paese sperduto in chissà quale valle selvaggia. La prima idea che gli balenò in testa fu quella che volevano impiantare un laboratorio. Però un’ipotesi del genere non reggeva alla logica delle cose. Una struttura di quel tipo necessitava di una logistica che non sarebbe passata inosservata. Eppure, Lamon era divenuto un obiettivo dell’Ordine Nero.

L’ammiraglio condivise le sue preoccupazioni, come le sue perplessità, tanto da firmare una nota d’allerta al distaccamento operativo più vicino a Lamon. La patata bollente passava al reparto operativo di San Donà di Piave, che si era distinto nelle ultime missioni.

Uscito dalla Calipari, Raffaele si ritrovò a pensare all’Ordine Nero. Impersonava una delle facce più terribili del potere. Molti ne avevano ipotizzato la sua esistenza, ma si erano ben guardati dal nominarla.

Bastava farne un semplice cenno, per fare una brutta fine. Nella migliore delle ipotesi, ci si circondava di ridicolo. Eccolo là, il complottista, incapace di distinguere la realtà dalla finzione. Qualcuno di questi si trovava a suo malgrado a passare le giornate in una cella imbottita, ma non era il peggio che poteva accadere. Una mattina uscivi da casa e non facevi più ritorno. Le stagioni di violenza che insanguinarono le regioni della terra non si trattavano di episodi slegati tra loro. Tutto trovava una spiegazione nell’Ordine stesso. La nascita del mostro si perdeva nelle nebbie del tempo ed aveva condizionato a suo piacimento le linee politiche ed economiche mondiali.

Il fine era la radicalizzazione dello scontro sociale nel senso più ampio del termine e l’ampliamento della visibilità dei gruppi più intransigenti e meno inclini al dialogo. Alla lunga, le classi politiche sarebbero collassate su sé stesse, il che avrebbe aperto le porte alla tirannia dell’Ordine Nero.

 

 

Che pace. Siamo in paradiso. Non ho sentito un rumore che sia uno nelle ultime ore. Solo il fruscio del vento e il canticchiare degli uccelli. Una boccata di quest’aria e ti liberi i polmoni dallo smog della città. C’è da perdere la testa. Chi l’avrebbe mai detto. Una location fuori di melone e un lavoro da sballo. Riportare alla luce gli oggetti che erano appartenuti a delle persone vissute un migliaio di anni fa è decisamente più interessante dal vederli in bella mostra in una teca di un museo. Qui, sono vivi. Mi pare persino di vederli, mentre facevano gli ultimi passi della loro vita. 

Le parole del ragazzo distolsero Giovanna Fantini dal lavoro. Lasciò cadere la piccola cazzuola e anche lei si mise ad osservare il panorama che gli si stagliava davanti.

Delle righe di sudore gli coprivano la fronte fino a raggiungere le guance abbronzate. La t-shirt rosa era madida, una seconda pelle che evidenziava le sue forme mediterranee. Indossava un cappellino kaki e degli occhiali sgargianti. Aveva compiuto da poco i trent’anni. Non superava il metro e sessanta di altezza. I capelli, lisci e neri come il carbone, erano spettinati e trattenuti da una matita che fungeva da mollettone. Il viso era abbronzato, occhi blu cobalto, labbra piene e un arcipelago di lentiggini caffelatte. Il destino gli aveva riservato più gioie che dolori. Un posto sicuro da assistente di cattedra all’università e un ragazzo in carriera.

Giovanna fece un respiro a pieni polmoni, facendo sobbalzare gli occhi del ragazzo sulle sue forme.

Sarà il tepore del sole, il venticello sul viso , insomma, un’atmosfera da mille e una notte. Per completare il tutto, ci manca solo un lettino da campo. Il relax come massimo sistema.

Andrea Boscolo si era trovato quasi per caso sopra quella altura. Frequentava l’ultimo anno all’università di Padova con risultati altalenanti. Il suo professore di Topografia Antica gli aveva caldamente suggerito di frequentare un campo archeologico. Questo gli avrebbe permesso di intascare una discreta quantità di crediti formativi; dell’ossigeno, se voleva arrivare alla laurea. All’inizio la sua scelta cadde su un sito ai bordi della laguna veneta, la cui scoperta casuale si doveva agli sbancamenti del progetto faraonico ideato per salvare Venezia dalle acque alte.

Stava per consegnare il modulo in segreteria, quando i suoi occhi caddero sulla giovane dottoressa Fantini. Ne era cotto. Anni e cuori lo separavano, ma per lui tutto ciò non contava un fico secco. La sola idea di poterle stare vicino, gomito a gomito per tutto il tempo degli scavi, lo solleticò a tal punto da cambiare di punto in bianco la scelta. E così si ritrovò a Lamon.

Al tuo palcoscenico bucolico mancano due componenti fondamentali, che, secondo me, hai omesso e non a caso. Partiamo dal pranzo. Giuro, mai visto in vita mia qualcuno mangiare come te. E poi? Dove caspiterina cacci tutta quella roba? Sei magro come un chiodo, eppure mangi come uno squalo. I giri di grappa? Avrebbero steso a terra un intero plotone dell’Armata Rossa. Sei davvero uno spasso, ma per il resto, lasciamo perdere, replicò Giovanna con delle sonore risate.

Andrea rispose con una linguaccia e ritornò alla sua postazione, borbottando qualcosa in dialetto stretto. Riprese in mano il piccolo utensile con il quale stava sfogliando la superficie del terreno, toccando strati sempre più antichi. Muovendo la mano, il dorso strisciò con del metallo. La alzò di scatto, assicurandosi di non essersi tagliato. Si era procurato una semplice graffiatura. Appoggiò ambedue le mani nella torba fino al polso, volendo trovare l’oggetto che gli aveva provocato l’abrasione. Sentì pungere la mano. Prese un bisturi e incise lo spazio intorno.

Giovanna, corri. Penso che ci sia qualcosa qua sotto.

Andrea si scostò, lasciandogli il posto. La ragazza sollevò delicatamente il cubo di terriccio e, dopo averci versato sopra dell’acqua, lo libero dai residui di torba. Venne fuori una lama di un lungo coltello, anche se la forma e le dimensioni non erano quelle consuete. Gli attaccò un cartellino e vi scrisse la data e lo strato nel quale era stato rinvenuto.

Il fiuto della giovane archeologa aveva visto giusto. Il tappeto verde e rosso bruno di muschi e sfagni forse nascondeva una tomba. Esso si trovava in un punto del pianoro, dove il profilo del monte digradava in una depressione, ricolma di tratti rocciosi, che seguiva la balza naturale di un ciglio sul vuoto.

La consistenza del terreno aveva stuzzicato il suo interesse. A differenza del resto del pianoro, qui la natura si era divertita a giocare con sé stessa. La coltre superficiale presentava un coagulo di terriccio grossolano e spugnoso, per lo più di residui vegetali solo in parte decomposti.

Individuato il perimetro dell’area torbosa, si era proceduto a suddividerla in una serie di quadrati, il che avrebbe permesso di non perdere l’ordine e il posizionamento degli eventuali reperti.

Lo scavo si era fatto largo attraverso uno strato poco degradato. Sotto la consistenza della materia organica si presentava erosa e con un colore bruno scuro, tipico di un ambiente acidulo.

Migliaia di anni addietro il tratto di pianoro doveva apparire come un avvallo percorso da un velo d’acqua. Un moto franoso fece precipitare del materiale vegetale, riempiendolo del tutto. Le basse temperature, l’assenza di batteri e di altri organismi decompositivi fecero il resto. Si trattava di un relitto del passato che aveva attraversato l’oceano del tempo.

L’area era conosciuta con il nome Piasentot e copriva parte del versante, che s’affacciava sulla valle del Senaiga.

Alla fine del XIX secolo, le voci del paese che raccontavano di monete affioranti e di cocci frammisti alla terra incuriosirono un sacerdote, che si premunì di compiere una prima ricognizione del sito. Gli bastarono poche ore per accertare che non erano delle semplici chiacchiere, ma descrivevano uno stato di fatto. Occorreva avere un po’ di fortuna e scrutare con attenzione la superficie del campo per riconoscere una moneta patinata dai secoli o dei frammenti di ceramica millenaria. In tempi recenti la Soprintendenza intraprese degli scavi. Le indagini portarono alla luce un’ottantina di sepolture e, cosa singolare, una fossa che conteneva uno scheletro di un bue. Il sondaggio stratigrafico e l’analisi degli oggetti inquadrarono la necropoli all’epoca romana.

Le giornate si erano accorciate da quando gli archeologi avevano piantato le tende, ma l’adrenalina della nuova scoperta fece passare in secondo piano ogni cosa. Si ovviò alla luce del tramonto con dei fari alogeni, che furono collocati sopra delle barre metalliche ai bordi della fossa.

Gli archeologi erano elettrizzati. Per quanto ogni ipotesi poteva dirsi prematura, tuttavia si era fatta strada la certezza che sotto di loro vi fosse qualcosa.

Ogni centimetro di torba veniva asportato con il fiato sospeso.

Un sussulto.

Una testa semi scheletrica ancora saldamente ancorata al tronco. Le emozioni per i ricercatori non erano finite. Emersero altri due corpi. Erano in parte composti, come sospesi tra la vita e la morte. La terra torbosa aveva conservato la pelle e i tessuti, conciandoli come cuoio nero bluastro.

Il primo esame visivo identificò nei primi due come giovani individui, mentre il terzo sconcertò i presenti. Le mani erano rinserrate ad artiglio e presentava delle evidenti alterazioni fisiche.

Giovanna vi stette sopra con lo sguardo pochi istanti. Seminascosta dalla testa del corpo deforme una lastra di pietra, sulla quale era possibile osservare dei segni, forse delle lettere. Di primo istinto, Giovanna si sarebbe buttata a capofitto per estrarla, ma il suo buon senso e la sua professionalità ebbero la meglio. Non si poteva rischiare di danneggiare la mummia. Peraltro i corpi dovevano essere fotografati e posizionati nella pianta del diario di scavo.

I ragazzi lavorarono per tutta la serata. Il responsabile della missione, il professore Luigi Carlini, faticò non poco per piegarli al buon senso. L’uomo era sulla sessantina, non molto alto e una fluente barba grigia; ed aveva alle spalle decine di missioni archeologiche lungo le coste del Mediterraneo. Da qualche anno il suo interesse si era concentrato sulle popolazioni preromane vissute sulle Alpi.

Intorno alle due del mattino, la necropoli ritornò ad essere il luogo privilegiato del silenzio. Le uniche luci rimasero i fari alogeni e le poche lampadine sparse nel campo.

 

 

Quando la luna scomparve dietro la linea d’orizzonte, il frusciare del vento tra fronde degli alberi nascose dei rumori quasi  impercettibili di scalpiccio tra i cespugli ai margini della boscaglia.

Avvolti dall’oscurità della notte, un gruppo di uomini si apprestava ad entrare in azione. Attendevano il segnale convenuto.

Erano giorni che tenevano sott’occhio la vita del campo e condivisero l’euforia della scoperta della nuova tomba, con l’unica eccezione che per loro non si era trattata di una sorpresa.

 

 

Alle prime luci dell’alba, gli archeologi si riunirono nella tenda più grande, dove tennero il primo briefing. I pareri furono concordi nel fermare i lavori nella necropoli e concentrarsi sulla nuova fossa.

La rimozione dei corpi e del corredo diede loro filo da torcere. Impiegarono delle ore, ma i loro sforzi furono premiati.

Le mummie furono deposte su grandi teli, ancora intorbate, e portate nella tenda adibita a magazzino. Andrea e Giovanna si sarebbero occupati della prima ricognizione.

Carlini era emozionato come se fosse un novellino alle prime armi, sebbene nel passato fosse stato l’autore di molti rinvenimenti, alcuni dei quali trovarono titoloni nelle pagine culturali delle maggiori testate italiane ed internazionali.

La sepoltura era una finestra spalancata su un passato la cui comprensione appariva per niente semplice. Poneva nuovi interrogativi e le risposte sembravano sottrarsi alla logica storiografica. Forse la soluzione era sepolta tra le pagine ammuffite di un libro. Spesso gli archeologi peccavano di superficialità, guardando con sufficienza le pubblicazioni del passato. Le critiche più ingenerose cadevano sui lavori dell’Ottocento, criticati di appartenere al folclore, dei frutti dei mille campanili italiani.

Carlini pensò che la cosa migliore da farsi fosse di scendere a valle e fiondarsi nell’archivio locale. Con un pizzico di fortuna, che non guasta mai, avrebbe trovato la traccia che cercava. Lasciò detto al suo secondo le direttive sullo scavo. Era fondamentale analizzare le evidenze stratigrafiche della tomba, come non si dovevano tralasciare dei saggi esplorativi intorno alla fossa in un raggio non superiore ai quattro metri.

I giovani ricercatori si misero al lavoro, speranzosi di trovare nuove tracce. Quando impugnarono le cazzuole, ognuno di loro sognava una nuova tomba da riportare alla luce.

Il tempo spense le loro attese. Il terriccio si presentava vergine e privo di riscontri antropici.

Andrea e Giovanna completarono la schedatura degli oggetti del corredo e ripulirono la lastra dal terriccio. Vi erano delle iscrizioni, anche se la lettura non era facile. L’ambiente acido della fossa e delle vistose ammaccature interrompevano la progressione delle lettere.

Carlini fece ritorno al campo all’ora di cena. Aveva passato l’intero giorno in una stanzetta, leggendo di tutto. Si era soffermato sui resoconti di un prete, un certo Pietro Tiziani, l’uomo a cui si doveva la scoperta della necropoli.

Nato a San Donato nel 1851, Pietro Tiziani sentì la chiamata in tarda età, ma questo non gli impedì di assumere degli incarichi importanti e, nel contempo, di continuare a coltivare la sua passione: le ricerche storiche nel feltrino. Il suo zelo e il fervore religioso lo portarono a dedicarsi agli ammalati dell’ospedale civile di Feltre.

Carlini non vi trovò nulla che non sapesse già. Si rammaricò di non aver potuto consultare le sue memorie. Il manoscritto andò perso a causa di un incendio che devastò parte della sua casa.

Lo incuriosì la coincidenza temporale tra l’assunzione del ruolo di cappellano a Feltre e la scoperta della necropoli. Al di là di questa curiosità, non fece un passo in avanti. Si persuase di aver perso solo del tempo e lasciò il silenzio dell’archivio, per raggiungere i suoi ragazzi.

Arrivò al momento giusto. Lo stavano aspettando per scolare la pasta. In quattro e quattr’otto, una pignatta traboccante di spaghetti fumanti fece la sua apparizione, profumando la tenda di ragù alla bolognese.

La platea di rigorosi studiosi si trasformò in una mensa scolastica di adolescenti. L’euforia era tale che nessuno si accorse dell’assenza dei due fortunati scopritori delle mummie, eccetto Carlini.

Chiese di loro. Nessuno li aveva visti nelle ultime ore. Di sicuro si erano attardati nella tenda. Non si sorprese. Ripensò ai suoi giorni da studente, alle prime scoperte che fece. Ricordava le emozioni di quei momenti, per cui sapeva che cosa stavano provando i due ragazzi. I suoi pensieri andarono ad Andrea. Il giovane era il prodotto dei tempi. Intelligente, preparato quanto basta, ma incapace di superare la soglia della mediocrità. Eppure, bastava poco a far rinascere nella gioventù la fiducia in sé stessa, insegnando che la vita ama i cambiamenti, anche quando si presentano in maniera caotica.

(continua)

 

 

Contagio. Parte prima

La notte era arrivata alla sua fine, quando apparve una palla di fuoco, che lasciava dietro di sé una scia di vapori e alabastro lunga centinaia e centinaia di braccia.

Un tuono.

Il bagliore del segno esplose, dando vita ad una tempesta di lampi e luci.

Il segno oltrepassò la valle e precipitò dietro una montagna.

Un boato.

Una nube di fuoco e fiamme si fece alta sul cielo e la terra tremò.

Il frastuono sembrò non finire mai e fu accompagnato da un vento caldo, carico di resina bruciata.

Il buio.

L’altopiano s’accese di pire, piccolo aiuto per il figlio di Merope a dominare il mondo delle anime perse, che imperava sui versanti di roccia, ricoperti da una coltre senza fine di boschi. Solo le guglie verticali e i picchi solitari svelavano la loro identità di nuda pietra senza vita.

Da uno dei versanti risuonò una voce. Delle parole, un paio di sillabe echeggiarono a lungo, e rimasero senza seguito, come se non le avesse pronunciate anima viva. Eppure tutt’intorno al bagliore delle lingue di fuoco si scorgevano delle sagome umane sotto forma di chimere fluttuanti.

Dei ciottoli tradirono il passo maldestro di una di queste illusioni. Risaliva a fatica un sentiero scosceso sui fianchi del monte.

Era un vecchio senza età, la cui vista incuteva paura o pietà.

Di bassa statura, due gobbe prominenti sulla schiena; anche il suo modo di camminare aveva un che di mostruoso, con le ginocchia che si piegavano sotto il suo stesso peso.

Il suo volto possedeva solo una parvenza d’umano.

La natura gli aveva concesso un solo occhio, del tutto asimmetrico ai lineamenti del volto. Dell’altro, nulla: un buio foro d’osso. Il dorso del naso era fortemente concavo e la punta all’insù, tanto da ricordare le corna degli animali che vivevano sulle cime più alte. Le labbra erano sottili ed erano bianche lattiginose, come la pelle. Le orecchie, due grumi di carne e cartilagine, erano nascoste da una lunga capigliatura, che non nascondeva delle cicatrici purulente del cranio.

Il suo nome era Arus’nas e la storia della sua famiglia si perdeva nella memoria degli uomini.

I genitori, come i più lontani avi, avevano vissuto i loro giorni in una valle lontana nei pressi del vico di Sabase.

La valle era baciata dal calore di Fetonte e vi scorrevano delle acque, che si gettavano in un laghetto dello stesso colore del cielo. Sulle sue rive era stato eretto un recinto sacro. Esso impediva la vista del sacro e le molestie delle ninfee acquatiche.

Conosciute con il nome di Lagane, le ninfee tentavano, nel corso del plenilunio di primavera, di entrare nel tempio della Icatei Trumusjate e carpire i segreti delle guarigioni miracolose.

Invano.

Grazie alla dea, i malati arrivavano numerosi e da sempre più lontano, cercando il conforto per le loro sofferenze che tormentavano i loro corpi e vi restavano fino alla guarigione.

La famiglia di Arus’nas si occupava delle necessità della dea.

Il suo primo vagito avvenne nel corso della notte che precedeva il dies natalis Solis invicti.

Il travaglio della madre iniziò al calare delle ombre e sembrò essere senza fine.

Il suo corpo era madido di sudore e ogni muscolo era allo spasmo per le continue convulsioni. Il viso si era ridotto ad una maschera di dolore.

La donna aveva avuto altre gravidanze nel passato, tutte finite bene. Era stata una sorpresa scoprire che alla sua età avrebbe messo al mondo un altro figlio. Pensò alla benevolenza della Icatei. Se era un dono della dea, il bambino sarebbe stato speciale.

La vecchia levatrice non si era allontanata un attimo dalla donna in travaglio. L’aveva sorretta nei momenti di sconforto, trattandola amorevolmente come se fosse una figlia, che il destino gli aveva negato. Di tanto, in tanto, le faceva bere un infuso di erbe dal gusto amaro, che gli attenuava il dolore delle contrazioni.

Le urla della madre avvertirono che era giunto il momento. La vecchia si alzò e raggiunse uno dei bracieri e vi depose una lama d’argento tra i tizzoni infuocati. Raccolse un vello d’agnello e lo depose a terra. Si girò su sé stessa e diede alla donna un panno da mettere tra i denti. Minuti dopo, il pianto del bambino si fece sentire per tutta la casa.

La levatrice ebbe un attimo di smarrimento, ma tentò di non darlo a vedere. Lo avvolse nel telo e con il coltello tagliò il cordone ombelicale. Deposto sopra il vello, venne offerto alla dea madre che dona alla vita ad ogni creatura ed alla quale tutto ritornava con la morte.

I familiari inorridirono a vederlo. Tutte le precauzioni contro gli spiriti della foresta si erano dimostrate insufficienti o, forse, la gravidanza non era passata inosservata alle creature della notte. Il neonato sano era stato rapito e, al suo posto, giaceva un mostro.

Solo la madre ebbe parole di pietà per la creatura.

Nello sconcerto generale, le opinioni furono molte. Alla fine si pensò di strangolare l’empietà e di seppellirla in una buca ai bordi della foresta, ma i gemiti e i pianti del neonato straziarono la madre, che non volle sentire ragioni. Nessuno avrebbe fatto del male al suo bambino.

Il marito capì che non c’era nulla da fare. Fece finta di assecondare il suo volere e aspettò che si assopisse, stremata dal parto.

Il bimbo venne avvolto in una pelliccia bianca e affidato a due cacciatori. Camminarono con il fagottino per ore e ore con la sola luce delle torce.

All’apparire delle prime luci dell’alba, la meta si apriva davanti ai loro occhi. Avevano raggiunto la valle degli spiriti. Deposero il fagotto sotto un grande albero e fecero ritorno al villaggio.

Contro ogni aspettativa, il neonato riuscì a sopravvivere, grazie alla pietà delle creature del bosco. Divenne grande e imparò la lingua dello spirito. Sapeva ascoltare e comprendere le parole degli alberi, delle piante e degli animali; e condivideva l’armonia e l’equilibrio della madre terra.

Un giorno si perse in un folto bosco. Vide qualcosa che poteva sembrare un sentiero. Si fece strada districandosi tra i rami e il sottobosco, che tentavano di sbarrargli il passo, quando colse una luminescenza proveniente da una delle cime che aveva di fronte.

Il suo primo istinto fu quello di fuggire, ma una voce gli parlò direttamente al cuore, convincendolo a salire. Non doveva dare ascolto alla paura.

Camminò per un bel tratto e attraversò parte del bosco. Da lì risalì un ripido ghiaione e s’inerpicò lungo uno stretto sentiero, una cengia che alle volte si dimostrò un tutt’uno con l’orrido sottostante. A mezzacosta venne avvolto da una nebbiolina azzurrognola. Si scoprì la pelle d’oca su tutto il corpo. Non erano tremolii di freddo, ma non si perse d’animo e continuò a camminare, benché ogni passo fosse sempre più difficile.

In prossimità della cima, vide una grotta. Entrò e fu rapito da una sensazione di serenità e gioia.

Sul tardo pomeriggio, prese la via del ritorno. Si fermò nei pressi di una vecchia casa di pietra, forse appartenuta ad un pastore.

Le fatiche e le emozioni della giornata si facevano sentire e tutti i suoi muscoli dolevano per la tensione.

Si rincantucciò in un angolo della bicocca e si addormentò.

La mattina dopo, al suo risveglio, perlustrò stanza per stanza. Rimase sconvolto da quanto trovò.

Non fece ritorno ai suoi boschi e ai suoi prati. Riparò la casa e vi rimase per lungo tempo. Anni dopo, capì che era giunto il momento di far rientro nella comunità degli uomini. Non fu facile; e dovette imparare l’asprezza della loro lingua e la durezza dei cuori.

I bambini lo deridevano, come solo loro sanno fare, mentre gli adulti lo dipingevano come un corpo maledetto, strappato alla morte da un potente maleficio di una divinità degli inferi.

Una volta rischiò la vita. Un bimbo lo aveva avvicinato con il coraggio dell’ingenuità e lo aveva tempestato di domande. La voce del bambino fece uscire i genitori da una capanna. Le urla radunarono un gruppetto di uomini armati di bastoni.

Arus’nas tentò di spiegare di non aver fatto nulla di male, ma non ci fu verso. Fu percosso violentemente. La furia cieca si fermò solo quando pensarono di averlo ucciso.

Il suo corpo fu trascinato nella foresta, dove i lupi e gli orsi avrebbero fatto il resto. Ore dopo, nel pieno della notte, la pioggia gelata lo aiutò a riprendere conoscenza. Diede fondo a tutte le sue forze per strisciare fino al tronco di un grosso abete bianco. Esausto, svenne.

Lo risvegliò un conato di sangue, che lo stava per asfissiare. Aveva il corpo in fiamme, ma lo era ancor più il suo cuore, persuaso com’era della propria condizione. Solo, abbandonato da tutti, e lo sarebbe stato per tutta la vita. Ma non gli importò. Aveva una missione da svolgere e l’avrebbe portata a compimento, a costo della sua stessa vita.

Benché dovette soffrire dell’ignoranza degli uomini, che lo resero ancor più timido e schivo, le cose cambiarono con il tempo. Gli abitanti delle valli presero a ricercarlo per la sua capacità di comunicare con gli spiriti e di guarire le malattie.

Ciò nonostante niente della sua vita era stato così doloroso, da paragonarsi alle sofferenze che ora stava vivendo. Nelle ultime giornate si era dedicato agli ammalati, passando ore al loro capezzale.

La paura era palpabile, visibile.

Una folata di vento gli scosse i capelli.

Le greggi pascolavano ancora sui pendii più alti e, durante il giorno, l’astro di fuoco faceva sentire tutto il suo calore, ma l’umidità del bosco, resa gelida dall’altezza sembrava voler anticipare i rigori dell’inverno.

Arus’nas indossava una tunica di lana grezza inzaccherata, mentre ai piedi calzava delle sottili strisce di vello, ma non dava l’idea di dolersene.

I suoi passi si trascinavano con l’aiuto di un bastone di quercia. Due ragazzi, poco più che adolescenti, lo seguivano a debita distanza, stringendo due fiaccole accese.

Il vecchio incespicò per tutto il tempo. Ogni due, tre passi alzava la testa e biascicava al cielo delle parole senza senso, rese ancor più indecifrabili dai rivoli di bava biancastra ai bordi della bocca.

Lui era l’uomo che parlava al grande spirito. Lo stesso che lo aveva protetto per tutta la vita. Gli era ignoto il suo nome. Dei suoni incomprensibili nell’aria, ma gli aveva concesso il dono di percepirlo, di intendere i suoi voleri e di vedere nell’oscurità degli animi.

La brezza del fondovalle lo fermò.  Aspirò a pieni polmoni le fragranze che aveva raccolto nella sua corsa, creandogli dei brividi su tutto il corpo.

L’attesa era finita.

Sollevò le braccia al cielo e, con un tono di voce ruvido come la roccia, ordinò alle chimere di accompagnarlo nel canto.

Un suono monotono e ritmico dei tamburi diede inizio ad una trama di voci, invocanti il perdono del grande spirito.

Arus’nas ciondolò la testa, assecondando il ritmo, fino a quando il battito si spense nell’aria. Si volse al giovane che aveva accanto. Lo prese a sé e gli sussurrò delle parole all’orecchio, scuotendolo non poco.

Il vecchio era traboccante di nuovo vigore e riprese a camminare.

Da solo.

Raggiunse uno sperone di roccia, che si protendeva sopra il vuoto.

Lasciò cadere a terra il bastone. Si fece forza sulle gambe e vi salì sopra. Il passo era incerto, come precario era il suo equilibrio. Quando le dita dei piedi sentirono venire meno la superficie della roccia, si fermò.

In bilico tra la terra e il cielo, divaricò gambe e braccia.

Un raggio di sole, che si era fatto strada tra i pendii, lo colpì inondandolo di luce.

I due ragazzi lo raggiunsero e gli consegnarono le torce.

Strinse con tutte le sue forze i manici di legno. Prestò una solenne promessa e le lasciò cadere nel vuoto, seguendole con lo sguardo per qualche istante. Chiuse le mani a pugno e le volse al cielo, in segno di speranza.

Discese dal masso e risalì il declivio. Si fermò davanti ad una fossa.

L’odore della terra fresca indicava che era stata scavata da poco. La profondità non superava le tre braccia.

Degli uomini, emaciati, trattenevano a fatica un bue, la cui disperazione metteva a dura prova la solidità delle corde di nervo.

Il collo della bestia venne premuto a forza sopra una lastra di pietra. Di fianco vi era una ciotola di terracotta grossolana.

Arus’nas  infilò le dita della mano sinistra nelle narici del bue, bagnandosi della disperazione dell’animale; gli sollevò il muso e sull’altra mano comparve una spada corta. La fece scivolare lungo il palmo sino a quando il filo della lama gli lacerò la pelle in profondità. Pronunciò delle parole oscure e squarciò con un colpo netto la carotide dell’animale, che stramazzò a terra, dopo aver emesso un muggito orrendo che si perse negli echi delle montagne.

Dalla gola del bue sgorgò un fiume di sangue zampillante, che si riversò nella coppa.

Arus’nas invocò nuovamente il grande spirito, affinché la luce rigeneratrice illuminasse con tutto il suo calore quella valle, resa maledetta dalle ombre degli inferi.

Molte lune addietro, le porte dell’Ade si erano spalancate nel villaggio, riversandovi fuori il male, che corrompeva i corpi e le anime.

L’orrore degli ultimi giorni aveva lasciato un profondo segno anche su di lui, azzannandogli non solo il corpo. Sapeva che non avrebbe visto la prima neve cadere dal cielo, ma albergava in lui una certezza che lo sorreggeva nei tanti momenti di sbandamento. A breve avrebbe conosciuto la vera luce.

Chiamò a sé tutte le sue energie e, sputando sangue di continuo, si mosse alla volta di un drappello di uomini appena arrivati. Provenivano dal laghetto, dove era caduto il pezzo più grosso del segno.

Non era stato facile portarlo in superficie. Le acque ribollivano in vortici di spuma fumanti e il suo peso era tale che dovettero impiegare un paio di buoi.

Il segno era di color nero, come il carbone. Nel tirarlo fuori si era spezzato in due tronconi e poterono vedere com’erano fatti. L’interno appariva di cenere e vi brillava un cielo di piccole stelle luccicanti.

Arus’nas ordinò di deporre delle erbe essiccate in una decina di giare. Le colmarono con l’acqua fumante del laghetto e, infine, lasciarono cadere dei pezzetti del segno, dopo averlo sgretolato con delle mazze di metallo. Dopo di che, furono sigillate.

L’infuso doveva macerare fino alle prime ombre della notte. Trascorso il tempo, sarebbe stato filtrato con un telo leggero e consegnato a tutti i superstiti del villaggio.

Era tempo di deporre i morti nel ventre della madre terra. Il grande spirito aveva donato loro l’immortalità. Un giorno, alla fine dei tempi, i corpi si sarebbero rialzati dalla polvere.

Tutti raccolsero degli attrezzi e presero a scavare delle fosse, di forma ovale. All’interno vi adagiarono i corpi maleodoranti, ancora avvolti nei loro sudari, del tutto grondanti di sangue e altri fluidi corporali. Li deposero con la schiena addossata alla parete, affinché i volti si appagassero della sempre nuova rinascita dell’astro di fuoco, nella certezza di un prossimo risveglio.

Non si depose una sola arma, ma gli oggetti di una vita trascorsa in pace, tra campi e i boschi.

I corpi delle donne, forse un estremo atto di pietà per ricordarne la bellezza deturpata dal male, furono abbelliti con i loro gioielli, compresi gli orecchini d’oro, creazioni di un maestro locale, inumato anch’esso a poca distanza.

Ora dovevano ricominciare tutto da daccapo, tentando di dimenticare tutto il male che si era abbattuto sulla comunità. Le cicatrici erano tante e le lacrime avevano scavato dei solchi impossibili a riempirsi, però, avrebbero fatto tutto ciò che era possibile, affinché quei giorni divenissero dei dolorosi ricordi.

(continua)

 

 

La Chiesa della Maddalena

Il prossimo 7 ottobre a Venezia, presso l’Ateneo Veneto, si terrà un interessante convegno, il cui oggetto verterà sulla cosiddetta “Venezia Esoterica”.

Tra gli interventi programmati, uno in particolare si incentrerà sulla chiesa della Maddalena, un piccolo tempio nel sestiere di Cannaregio, non lontano dalla chiesa di San Geremia.

Una conversazione intorno alla chiesa della Maddalena comporta la necessità di distinguere gli elementi storicamente attestati o verosimili da tutto ciò che rimane nell’ambito di mera ipotesi o, peggio, da una architettura della fantasia.

Sulla chiesa è stato scritto di tutto e di più, ponendo la costruzione in rapporto alla sua intestazione alla Maddalena, una vera icona contemporanea di un presunto “eterno e sacro femminino”; all’Ordine Templare, subendo nuovamente l’ennesimo martirio della memoria; all’immancabile universo variegato della Massoneria, che avrebbe rivisitato ideologicamente l’edificio trasformandolo in un tempio laico destinato a cerimonie esoteriche.

Di fatto non esistono allo stato attuale delle prove inoppugnabili a sostegno di un ipotesi, secondo la quale la chiesa sia stata edificata secondo dei precetti riconducibili ai cavalieri templari o a qualche società segreta, quale la misteriosa Voarchadumia, come invece si tende ad affermare.

Data questa premessa, la storia del tempietto può essere sintetizzata in sommi capi.

La data di fondazione risale alla seconda decade del XIII secolo, grazie alla magnanimità – o come ex voto – di una famiglia veneziana, Baffo o Balbo, che la fece costruire a sue spese.

Un nuovo capitolo importante viene scritto il 22 luglio del 1356.

Il doge Giovanni Gradenigo e il Senato Veneziano firmarono il trattato di pace, che concluse le ostilità con la Repubblica di Genova. Il giorno coincideva con la festa liturgica di santa Maria Maddalena, per cui le autorità veneziane stabilirono che la chiesa intestata alla santa venisse ingrandita, in segno di ringraziamento. I lavori interessarono anche una vicina torre di guardia, adibendola a campanile.

L’originaria funzione del campanile venne ricordata dal popolino con il nome di “Castel dei Baffo”.

All’inizio del XVII secolo, l’azione del tempo e la progressiva decadenza economica della  parrocchia avevano ridotto la chiesa in uno stato rovinoso. Un tale degrado rese necessario bandire nel  1758 un concorso per la sua completa ricostruzione.

Alla fine si esaminarono tre progetti, pur tra mugugni, incertezze e critiche.

La scelta cadde sul progetto presentato dall’architetto e fine erudito Tommaso Temanza, che interpretò la nuova chiesa, ispirandosi al tempietto palladiano della Villa Barbaro a Masier (Treviso), benché con delle varianti e con delle vistose regolarità neoclassiche.

La chiesa venne smantellata fino alle fondamenta e si diede uno schema planimetrico rotondo, contravvenendo ai dettami del Concilio di Trento, che prescrivevano per le chiese di nuova fondazione delle piante longitudinali e a croce latina.

L’esterno si presenta, dunque, con una pianta circolare e con l’ingresso principale, che si apre nel campo omonimo, mediante una scalinata. L’interno, invece, assume uno schema esagonale. Su quattro pareti sono collocate le cappelle con altare, adagiato al muro. Ciascuna di esse è delimitata da un arco a tutto sesto. Il presbiterio e l’ingresso, tra loro contrapposti, definiscono lo spazio rimanente.

Dodici colonne binate reggono la trabeazione della cupola emisferica con la lanterna. Le colonne, inoltre, fungono da delimitatori per degli interstizi occupati da rilievi marmorei e dalle statue, raffiguranti santa Maddalena e sant’Agnese, nonché dei profeti Isaia e Davide.

Il presbiterio e la sacristia, manomissioni più tarde, si aprono fuori del corpo di fabbrica principale.

L’elegante facciata si contraddistingue per l’apparato decorativo costituito da un timpano triangolare, sostenuto da due coppie di semicolonne ioniche con capitello e trabeazione; e dalle sculture in rilievo e da un’iscrizione, da taluni viste come esperienze iniziatiche, poste sopra l’ingresso.

Da subito la nuova edificazione della chiesa fu oggetto di critica, poiché fu vista come un pugno allo stomaco rispetto al contesto abitativo del circondario. La sua forma cilindrica e il suo rivestimento in marmo bianco apparvero non confacenti ai vicini edifici.

La storia successiva scrisse delle pagine semplici, nelle quali la chiesa conobbe alti e bassi, sopportando chiusure temporanee e limitazioni di vario genere.

Oggi la chiesa della Maddalena è alle dipendenze della parrocchia di San Marcuola e, purtroppo, non è sempre aperta al pubblico.

Come detto in precedenza, la chiesa rappresenterebbe lo Shangri – la della città lagunare, all’interno del quale si intrecciano storia e segreti iniziatici. Una sommaria consultazione dei siti che riportano la storia dell’edificio religioso lascia presagire la presenza di una verità, quasi fosse un assioma. La famiglia dei Baffo, o dei Balbo che sia, viene definita di chiara matrice templare o in qualche maniera affiliata all’Ordine.

Gli studiosi che non accettano una simile realtà storica, ovviamente rigettano queste indicazioni di massima e lo fanno con buona cognizione di causa, dal momento che i documenti testimoniali di coloro che dicono il contrario sono poco consistenti, se non addirittura inesistenti.

Quanto alla povera Maria Maddalena, considerata arbitrariamente come la santa per eccellenza dei Templari, beh…questa è un’illazione dei giorni nostri.  Nel 1982, delle chiacchiere in libertà – già blaterate nel passato – si trasformarono in un libro dal titolo The Holy Blood and the Holy Grail. Le sue pseudo rivelazioni su uno dei segreti dei Templari comportò il successo planetario del libro: Gesù era sopravvissuto alla crocifissione ed aveva sposato Maria di Magdala, dalla quale ebbe dei figli, che si rifugiarono in Francia, dove diedero vita alla dinastia dei Merovingi. Questa immagine falsata, e per certi versi irriguardosa, trovò una sorta di autenticità in un romanzo e il successivo film: il Codice da Vinci. In realtà, i Templari non osservavano una particolare venerazione verso Maria Maddalena, dal momento che la loro devozione era principalmente nella Vergine; nonché in una pletora di santi, quali santo Stefano, san Giovanni Battista, san Lorenzo, santa Caterina e i due santi militari san Giorgio e san Michele.

Gli amanti del mistero, in piena zona cesarini, si buttano a capofitto sulla pianta esagonale della chiesa. Tuttavia, l’esagono non è mai stato una prerogativa dei Templari, ma appartiene a concezioni più antiche. Basarsi come fanno taluni sulla base esagonale per legarne un fondante sui templari è un assurdo. Se dovessimo abbracciare una simile indicazione, per analogia saremmo nel giusto identificare ogni edificio di pianta esagonale come templare, tipo la chiesa di Santa Maria del Quartiere a Parma e, perché no, la cittadina siciliana di Grammichele. A ben vedere, invece, i Templari non avevano qualche predilezione nel costruire le proprie chiese, anche se si ricordano alcune a schema ottagonale, come le cappelle di Caon e di Torres del Rio o la cappella di Santa Caterina a Fonteurault. Pertanto considerare il Temanza quale neo templare del XVIII secolo appare del tutto fuori luogo. Tra l’altro, le sue frequentazioni più assidue e le opere letterarie e geografiche non danno nessun appiglio a questa eventualità.

Infine, il “massonico” occhio che vede tutto inscritto in un triangolo, attorniato da due cerchi, posto sopra la porta d’ingresso. In questo caso, siamo in presenza di una tipologia piuttosto comune nelle chiese cattoliche, tesa a creare delle immagini mistico didattiche, quasi dei trattati teologici per immagini.

Il triangolo equilatero corrisponde simbolicamente al numero tre, ovvero la perfezione, e normalmente al centro compare il nome ebraico di Dio o il suo occhio. I massoni si appropriarono del simbolo, ponendolo nella loro articolata iconografia. Il triangolo, ovviamente, esprime qualcosa di ben diverso. La base allude alla durata del tempo, mentre i due lati si riferiscono alla Luce e alle Tenebre. L’occhio venne ad identificare il Grande Architetto del mondo.

Comunque sia, i due cerchi circoscritti al triangolo, che simboleggiano le schiere angeliche e dei beati, non lasciano molte possibilità ad una interpretazione che non sia cristiana.

Per ultimo la famosa iscrizione SAPIENTIA AEDIFICAVIT SIBI DOMUM, vista da molti come una sorta di “patrocinio dell’Ordine Templare”. La frase è estrapolata dal nono capitolo dei Proverbi del Tanakh ebraico e della Bibbia cristiana, nel quale Donna Sapienza e Donna Stoltezza si contendono le strade della città. L’insegnamento è raffigurato sotto forma di banchetto, durante il quale le due donne invitano i semplici e promettono insegnamenti diversi. Il luogo dell’insegnamento sarà la casa stessa della Donna Sapienza, mentre quella della Donna Stoltezza si trova nello Sheol, il luogo delle ombre. Anche in questo caso, il senso dell’iscrizione non ha nulla di misterioso da ricondurre a chissà quale arcano sapere.

La chiesa è semplicemente il luogo, dove saziarsi dei dettami sapienzali dell’Antico e Nuovo Testamento.

Forse, senza andare troppo lontano con la fantasia, la chiesa della Maddalena custodisce per davvero dei misteri, ma sono legati alla fede e alla devozione dei fedeli, che per secoli hanno invocato l’intercessione della santa, probabilmente una delle personalità più carismatiche della primissima comunità cristiana.

San Basilio di Ariano nel Polesine. Frammenti di storia

In un angolo del Veneto meridionale, che si allarga all’interno del Parco del Delta del Po, è ancora possibile percorrere delle stradine, lastricate dai filamenti di una fitta tessitura storica.

Il viandante curioso che si lascia guidare dalla bellezza di questi sentieri può imbattersi in qualcosa di inaspettato, celato dai campi coltivati e dalle distese di frutteti e pioppeti.

L’inatteso è una piccola località di nome San Basilio, nel comune di Ariano nel Polesine, il cui nome deriva dall’intestazione di un oratorio, che svetta sopra una duna, testimonianza fossile dell’originaria linea di costa di un migliaio di anni fa.

La dedicazione dell’edificio religioso rimanda a Basilio di Cesarea, santo del IV secolo che “fu detto Magno per dottrina e sapienza, insegnò ai suoi monaci la meditazione delle Scritture e il lavoro nell’obbedienza e nella carità fraterna e ne disciplinò la vita con regole da lui stesso composte” (dal Martirologio Romano, 2 gennaio).

La chiesetta e la sua borgata sono sorte in un’area che ha restituito negli ultimi decenni numerose testimonianze archeologiche, attestandovi un fiorente insediamento commerciale, frequentato fin dal VI secolo a.C. da Etruschi, Venetici e Greci.

Con la progressiva romanizzazione delle terre venetiche del II secolo a.C., si impiantò un circuito viario, che collegò le maggiori entità urbane del Nord-Est. Tra queste la Via Popillia, stesa nel 132 a.C. dal console Publio Popillio Lenate, che costeggiava la costa adriatica dalla colonia romana di Rimini e conduceva alla città di Aquileia.

In corrispondenza di San Basilio venne fondata una mansio, una stazione che la Tabula Peutingeriana, ricorda come Mansio Hadriani.

La Tabula è una copia medioevale di un Itinerarium risalente alla metà del IV secolo d.C.. Si compone di 11 segmenti che si ordinano in un rotolo in pergamena sul quale erano indicate tutte le strade, le stazioni intermedie, i toponimi dei luoghi e le distanze misurate in miglia.

All’interno di questa stazione si svilupparono intorno altre infrastrutture, atte ad offrire quei servizi richiesti dai viaggiatori e differenti da quelli postali, fiscali ed amministrativi, come il pernottamento e la custodia dei carri e cavalli; il che facilitò l’edificazione  di alcune ville rustiche, come quella evidenziata negli scavi nella Tenuta Forzello.

In età imperiale, intorno al I secolo d. C., da San Basilio si distese un nuovo asse viario, che incrociava le attuali località di Porto Viro, Loreo e Cavarzere e si congiungeva con la Via Annia nei pressi di Mestre.

La sempre maggiore presa che il Cristianesimo veniva ad avere sulla popolazione, in particolare rurale, qui si manifestò verso la fine dell’Impero con la costruzione di un complesso battesimale, tra i più antichi dell’intera provincia.

I reperti delle ultime campagne di scavo sono oggi custoditi in parte nel Centro Turistico Culturale di San Basilio, inaugurato negli anni ’90, dove è possibile anche farsi un’idea precisa del fenomeno delle dune fossili e l’evoluzione del delta del Po nel corso dei secoli mediante l’uso di plastici e postazioni multimediali.

Come detto, il paesotto deve il suo nome dall’intestazione della chiesetta al santo orientale, suggerendo una fondazione molto antica.

Tuttavia, al di là di questa dedicazione, e volendo attenerci ai documenti, il primo riferimento della chiesa risale al 1540, quando il vescovo Ferretti la menzionò nel suo resoconto delle condizioni in cui versava la diocesi di Adria.

Plebs et ecclesia antiquissima Sancti Basilii inter silvas nunc a populo derelicta.

L’edificio è di piccole dimensioni e si osservano numerose manomissioni, operate nel corso del tempo. L’unica navata raggiunge i 16,80 metri e una larghezza di 7,05 metri, mentre l’abside, semicircolare, presenta un raggio di metri 4,60. La tessitura muraria della facciata è impreziosita da una bifora con una colonnina centrale in legno.

In bella vista, appena fuori dalla chiesa, una chicca: un sarcofago in pietra.

Le fantasie popolari vollero che al suo interno vi fossero le ossa dei paladini di Francia, forse un ricordo, nel quale sono confluiti eventi lontani e reali, quale la guerra dei Franchi di Pipino contro i Veneziani nel IX secolo.

L’episodio si fissò nel toponimo, che designò per lungo tempo le dune costiere, ricordate come le Tombe di Pipino.

Ma si sa, che ogni leggenda è come un fiume in piena capace di trovare sempre nuove foci.

Nel 1603, il visitatore pastorale Flavio Perotti volle vedere da vicino il sarcofago e gli si avvicinò tanto da toccarlo. L’osservò con attenzione e, con sua sorpresa, intravvide un’iscrizione antica.

Per quanto logorata dal tempo e dall’incuria, l’ecclesiastico riuscì a leggerla:

Hic divi Tunini ossa quiescunt frangere qui vult sicut Judas anathema sepulchri.

Purtroppo, l’iscrizione, dopo il suo rinvenimento, scomparve. Pertanto l’unico supporto rimane la testimonianza del religioso.

All’ombra della chiesa si tramandano leggende non soltanto relative al sarcofago, ma anche racconti tradizionali di avvenimenti sul filo dell’irreale, neppure molto lontani nel tempo, arricchiti o alterati dalla fantasia popolare. E’ il caso di una mezza colonnina dai presunti poteri taumaturgici.

Viene citata per la prima volta nel 1635 dal vescovo Germanico Mantico, in seguito ad una sua visita pastorale:

In un cantone della detta chiesa si ritrova una mezza colonna di marmo mischio con un capitelletto rotto, e sopra una crocetta: questa si dice essere miracolosa per quelli che hanno dolor di capo.

Per un centinaio di anni, parrebbe che le presunte virtù miracolose non siano mutate nel corso del tempo, tanto che nel 1718 il vescovo Varia constatò che la colonna trasudava olio miracoloso.

Malauguratamente, decenni dopo, il nuovo vescovo Soffietti scrisse che l’unguento miracoloso non stillava più come una volta.

L’alto prelato volle far trascrivere dei versi, che ricavò da un’antica pergamena, che, tanto per cambiare, andò perduta:

Transmissum hic nobis oleum polluta negavit causavit tantum foemina sola malum (profanata, cessò di fornire in questo luogo, una sola femmina causò un male così grande).

Variante più recente racconta che una volta le puerpere con problemi di allattamento fossero solite recarsi di notte all’interno della chiesa. Si scioglievano le trecce dei capelli e intingevano le ciocche nell’umore che trasudava dalla colonna, implorando il ritorno del latte.

 

Valdenogher, la “Casa dell’Alchimista”

I meravigliosi paesaggi della conca dell’Alpago nascondono numerosi gioielli che meritano di essere scoperti. Uno di questi sicuramente si trova a Valdenogher, una frazione di Tambre. Qui, nel bel mezzo del paese, il turista più accorto non farà fatica a scorgere un’elegante palazzina.

Conosciuto sotto il nome di Casa del ‘500 o Palazzo dei Lissandri, nonché come la Casa dell’Alchimista, l’edificio appare come una costruzione tardo gotica di tre piani.

Per quante ricerche siano state effettuate, è stato impossibile rinvenire la più piccola informazione sui primi proprietari. Tanto meno si è riusciti a dare un nome al costruttore, nel XVI secolo, né agli artisti che la decorarono.

Qualche sprazzo di luce lo si comincia ad avere nel XVIII secolo, quando il palazzo passò di proprietà ad Alessandro Bortoluzzi.

La famiglia Bortoluzzi sottopose l’edificio a numerose trasformazioni prospettiche, in prevalenza sulla facciata, tra le quali la chiusura di due dei tre archi del piano terra o l’apertura di nuove finestre oppure con l’applicazione degli intonaci decorativi, che portarono ad una divisione ideale a tre della facciata in armonia con i piani.

In effetti basta un semplice sguardo, per cogliere la commistione di elementi cinquecenteschi con i rilievi più tardi. Si è di fronte ad un gioco di rimandi che trova la sua sintesi allusiva nella partitura armoniosa dei registri di questo palazzo, nel dialogo reciproco tra l’eleganza sobria e il gioco plastico di luci e d’ombre, che alterna superfici continue a curiosi ricami di pietra.

Al piano terra, il residuo arco, quello centrale, è sorretto da un paio di colonne doriche e, nelle intenzioni, doveva suscitare stupore e ammirazione all’eventuale visitatore, che si fosse apprestato ad addentrarvi.

Il primo piano, il cosiddetto piano nobile, si mostra imbellettato da una bifora ad arco trilobato, adornato da bassorilievi e da due colonnine di sostegno, accordate ad un architrave, anch’esso impreziosito da alcuni motivi scultorei.

Le sorprese non terminano sul prospetto sulla strada.

All’interno, il piano terra si snoda in quattro ambienti pavimentati con pietra. In uno di questi si rinvennero degli elementi circostanziati, che evidenziarono senza alcuna possibilità di smentita la presenza nel passato di un athanor, una sorta di fornace.

Come di norma, le camere del piano nobile non furono utilizzate per scopi abitativi in senso stretto. Infatti non vi sono camere da letto, né una cucina o servizi. Era una sorta di biglietto da visita del palazzo e del proprietario. Per questa ragione le sale sono impreziosite da decorazioni pittoriche, come, ad esempio, nella “Sala Nuziale”.

Altra particolarità, che rende atipico il palazzo rispetto al contesto architettonico circostante, è la totale assenza di canne fumarie. Si adoperò l’accorgimento di praticare dei fori sopra le porte, per facilitare l’uscita dei fumi, il che, ovviamente, provocò nel tempo l’annerimento degli ambienti.

Le caratteristiche decorative dell’edificio, la presenza dell’athanor e i racconti della tradizione popolare narrano che il palazzo fosse stato edificato come il rifugio di un alchimista in fuga da Alessandria, forse da Venezia o da Roma. Qui l’adepto si cimentò in raffinate esperienze, tendenti al vero senso della Grande Opera della Pietra Filosofale.

La pietra dei filosofi viene considerata dagli alchimisti come un grande mistero nell’arte, e come l’Universale Medicina che non solo conserva il corpo umano nella pienezza del suo vigore e, se logorato, gli restituisce la salute originaria, ma è anche capace di trasmutare i metalli imperfetti in oro e argento allo stato puro, moltiplicabili all’infinito, mediante a depurazione, la decozione e la somministrazione del colore nativo – e questo raggiungendo il sommo fine cui tende la natura, ma in uno spazio di tempo più breve (Athanasius Kircher).

Come ogni mistero ermetico che si rispetti, anche in questo caso la lettura del messaggio che l’alchimista ha voluto celare nel palazzo risulta ostica, indecifrabile. In linea di massima, solitamente si opta per due interpretazioni.

La prima, la più citata nei diversi commenti, ipotizza che il palazzo sia stato tirato su, in perfetta imitatio delle fasi dell’Opera Alchemica, che si costituisce di tre diverse fasi evolutive ascendenti: Nigredo o opera al nero, Albedo o opera al bianco e, infine, Rubedo o opera al rosso. Rapportando l’Opera all’edificio, al piano terra trova compimento il Nigredo; al primo piano l’opera al bianco; mentre al secondo piano si ascende al Rubedo.

La seconda interpretazione appare più complessa, ma solo in apparenza. La facciata dell’edificio si presta perfettamente a corrispondere allo schema del quadrato magico palindromico, costituito a sua volta da nove quadrati più piccoli, cui prendono posto dei numeri da 1 a 9, con al centro il numero 5, simbolo numerico equivalente del microcosmo umano. La somma dei numeri, in qualsiasi direzione si faccia, compone il numero 15, il quale deve essere inteso come 1 + 5, ovvero 6, il che equivale simbolicamente al macrocosmo.

In altre parole, l’oscuro adepto delle dottrine alchemiche si era costruito il suo tempio, dove poter lavorare alla salute fisica e spirituale dell’uomo. Non a caso le due colonne centrali del porticato del piano terra sono identificate nelle colonne Jachin e Boaz del Tempio di Salomone e indirizzano alla porta centrale, assurta a Porta Magica, come la futura Porta Magica di Piazza Vittorio a Roma, attraverso la quale il purificato entra nel recesso più interno del tempio.

Inoltre, la combinazione di triangoli equilateri su determinati punti della facciata darebbe luogo alla generazione ideale di uno dei più grandi simboli alchemici, ovvero il Sigillo di Salomone, volendo con questo attestare che in questo tempio/palazzo vi è stato il compimento della Grande Opera alchemica.

Ma al di là del desiderio di riportare alla luce il nome dell’alchimista o di svelare il mistero del palazzo, sta la mia più profonda convinzione che la “Casa dell’Alchimista” rappresenti molto di più. Scrostando tutte le ipotesi o le fantasie che si sono stratificate su questo palazzo così suggestivo, rimane il nocciolo vero, quello di un pezzo di storia che si è rischiato di perdere per sempre.