Addio Mamma Orsa

Questa mattina ho letto della tua morte, assassinata dalla mano dell’uomo. Sono rimasto inorridito. Non ci ho creduto fino all’ultimo, quando ho visto il tuo corpo senza vita disteso sopra un telo. Il proiettile che ha messo fine alla tua vita è stato giustificato da una tua presunta pericolosità nei confronti dell’uomo. Secondo le leggi dell’uomo saresti stata giustiziata. Si è vero hai attaccato un essere umano, ferendolo. Certo, ti eri sentita minacciata. Nelle tue orecchie sentivi solo l’abbaiare di un cane, il fedele amico dell’uomo. Posso solo immaginare quale terrore abbia preso il tuo animo di mamma pensando ai tuoi cuccioli. Posso anche immaginare che non volessi uccidere quell’uomo, visto che è bastato poco per farti scappare impaurita, un paio di legnate o poco più. Sai quell’uomo, intervistato da molte reti televisive e dai giornali, ha evocato duelli, che mi ricordano antiche saghe tra principi e draghi. Tuttavia a vederlo non mi sembrava un cavaliere e neppure tu mi sembravi una creatura cattiva, demoniaca. Eppure sei balzata alle cronache italiane, come il nuovo mostro, che scorrazzava indisturbato tra le valle del Trentino. Quale onore. Complimenti all’intelligenza umana. In realtà, sei stata semplicemente una mamma.  Scusaci se ti abbiamo violentata portandoti dalla Slovenia in Italia, con la scusa di ripopolare le nostre montagne. Scusaci se non abbiamo capito che gli orsi in natura sono orsi. Noi siamo abituati ai cartoni animati o ai film dove gli orsi sono in cattività o nel peggior dei casi sono umanizzati. Infine, faccio fatica a trattenere il tuo più grande dolore. Non è il proiettile, che ha squarciato la tua pelle e la tua carne, a renderti un’anima in pena. Sono i tuoi cuccioli, soli, incapaci di affrontare da soli il futuro. Hai ragione e soffro con te. Addio cara mia.

Le lacrime di San Lorenzo

Anche quest’anno, molti di noi hanno raggiunto dei luoghi lontani dalle fonti di luce artificiale e hanno rivolto lo sguardo al cielo stellato, con la non velata speranza di cogliere la fugace scia luminosa di una stella cadente, proveniente dal quadrante della costellazione del Perseo.

L’occasione è stata la periodica pioggia meteorica delle Perseidi. Queste polveri cosmiche, minuscoli grani dalla massa di qualche grammo, sono state rilasciate dalla chioma e dalla scia della cometa Swift-Tuttle nei suoi passaggi al perielio.

La Swift Tuttle non è un corpo celeste di piccole dimensioni, dato che il diametro del suo nucleo raggiunge la ragguardevole misura di dieci chilometri.

Il suo ultimo passaggio al perielio è avvenuto nel dicembre del 1992, mentre il prossimo appuntamento sarà nel luglio del 2126.

Il fenomeno delle scie luminose è causato dal fortissimo attrito, che le polveri cosmiche sono sottoposte con l’atmosfera terrestre. Esse divengono incandescenti e bruciano, lasciando di sé solo striature di luce bianca nel buio della notte.

Nel mondo antico la pioggia di stelle ha dato vita ad un affascinante mondo di personaggi e figure mitologiche. La tradizione cristiana, invece, ricorda il martirio di San Lorenzo, sepolto nella Patriarcale Basilica di San Lorenzo Fuori le Mura al Verano di Roma.

In questo caso le stelle cadenti evocano le lacrime del martire ascese al cielo, che ritornano sulla terra in occasione della ricorrenza del suo martirio.

Il ricordo del martirio di San Lorenzo venne accolto anche dalla tradizione popolare, elaborandolo diversamente. Nei racconti regionali le stelle cadenti divennero i fuochi di San Lorenzo, associandole alle scintille della graticola infuocata, sulla quale venne ucciso il martire.

Le notizia sulla sua vita sono scarne. Si sa che era originario della Spagna, più precisamente di Osca in Aragona. Poco più che adolescente, completò gli studi a Saragozza, dove conobbe il futuro papa Sisto II, dal quale ebbe modo di avere un vero e profondo attingimento spirituale.

Anni dopo, il 30 agosto del 257, Sisto II divenne il ventiquattresimo vescovo di Roma. Tra i suoi primi atti vi fu quello di affidare a Lorenzo, in qualità di diacono, l’organizzazione delle attività caritative per la popolazione dell’Urbe, compresa quella di fede pagana.

Un anno dopo, l’imperatore Valeriano emanò l’editto che imponeva l’immediata messa a morte del vescovo, dei presbiteri e dei diaconi; nonché dei senatori e cavalieri di fede cristiana e la spoliazione dei loro averi.

Sisto II – come quattro dei suoi diaconi – venne ucciso il 6 agosto, mentre a Lorenzo fu promessa salva la vita, se avesse consegnato i beni della chiesa. Giorni dopo, Lorenzo, accompagnato da uno stuolo di poveri, si rifece vivo. “Ecco questi sono i nostri tesori, sono tesori eterni. Non vengono mai meno, al contrario aumentano”.

Il suo “Battesimo nel Sangue” avvenne il 10 agosto. Aveva 33 anni.

Le modalità del suo supplizio non sono certe. Alcune fonti riportano la decapitazione, altre la sua uccisione mediante una graticola messa sul fuoco.

Sant’Ambrogio, nel suo De Officiis Ministrorum, ricorda la graticola, quale strumento di morte, e riporta le coraggiose parole di Lorenzo: “Assum est, … versa et manduca“, il corpo da questa parte è cotto, … rigira e mangia.

Un’antica cronaca, forse di origine altomedioevale, racconta di un soldato romano, che raccolse con un panno le gocce di sangue e di grasso del santo. Oggi, la reliquia è custodita nella chiesa di Santa Maria ad Amaseno in provincia di Frosinone. Come il più famoso sangue di San Gennaro, in occasione della festività del 10 agosto il sangue di San Lorenzo si scioglie per fornire nuove speranze alle richieste dei fedeli.

L’ongana del focolare

Nella conca ampezzana, durante le lunghe ed innevate notti d’inverno, le ore volavano veloci intorno al larin, ascoltando i racconti degli anziani di casa, che, a loro volta, li avevano uditi dai loro nonni.

Le parole e i gesti narravano le imprese straordinarie di esseri fantastici, di streghe, di demoni, nonché di uomini e donne che non vollero arrendersi alle asprezze della montagna.

Qualche tempo fa mi trovavo a Belluno per lavoro. Un giorno ebbi modo di conoscere un signore. Tra i settant’anni e gli ottanta, vestiva l’abito tradizionale ampezzano. Il suo volto, me lo ricordo ancora, era rubicondo e il mento ricoperto di una folta barba grigio pepe. Non era molto alto e ansimava di continuo, forse per l’evidente sovrappeso o per i primi caldi di una stagione che si sarebbe rivelata torrida. Lo feci accomodare sulla poltroncina che avevo di fronte. Si parlò del più e del meno, poi all’improvviso senza un perché se ne uscì fuori dicendomi che molti, moltissimi dei veri racconti delle vere montagne erano morti con i loro bardi improvvisati. Per fortuna alcuni di essi erano sopravvissuti ai loro cantori.

Mi chiese se avevo del tempo per i ricordi di un vecchio. Dopo di che iniziò a raccontarmi un’antica storia, che mi affrettai a metterla su carta. Qualche giorno dopo volli verificarne la veridicità. In effetti nella tradizione ampezzana, quanto avevo ascoltato e trascritto, esisteva per davvero. Si segnalavano delle varianti, ma non così importanti da stravolgere l’impianto generale.

Tanto tempo fa, un contadino di Alverà scendeva a valle, dopo aver lavorato di buona lena per tutto il giorno, falciando l’erba sui prati alti. Le braccia gli dolevano, come ogni altro muscolo del corpo. Sapeva che la notte scende presto in montagna. La strada di ritorno non era semplice da farsi con la luce del sole, figuriamoci al buio. Avrebbe lavorato di rastrello il giorno dopo.

Non vedeva l’ora di riabbracciare i suoi cinque figli e la sua brava moglie.

Sopraggiunto al lago di Scin, ebbe un sussulto. I prati intorno alle rive del laghetto erano coperti dai vestiti delle ongane e da dietro delle Tofane si intravvedevano già delle nubi minacciose.

Preso dal panico di vedere il lavoro di una giornata andare in fumo, cominciò ad imprecare contro le ongane. Prese in mano il rastrello e ributtò nelle acque del lago i loro abiti. Come d’incanto, le nuvole cariche di acqua si dissolsero, lasciando che gli ultimi raggi del sole si riprendessero il cielo.

Soddisfatto di aver salvato il fieno riprese il cammino verso casa.

Quando vi giunse trovò la moglie stesa a terra dolorante e i bimbi con le lacrime che rigavano i loro volti. Giorni dopo la donna era ridotta come uno scheletro e ripeteva tremante che sarebbe morta di lì a poco. L’uomo era disperato. Non sapeva cosa fare, finché si ricordò di un vecchio pastore, che passava per essere un saggio.

Il pastore mugugnò un attimo quando gli fu detto del lago. Non c’erano dubbi erano state le ninfe a scagliare il potente maleficio sulla sua casa. Per spezzarlo avrebbe dovuto offrire in sacrificio un capretto nero nella prima notte di temporale.

All’improvviso vi fu un boato. Il cielo sopra la Val di Fanes era illuminata da lampi e tuoni, che preannunciavano una violenta tempesta di lì a poco. Il contadino si fece coraggio. Prese il capretto e risalì il sentiero, che lo avrebbe condotto al lago di Scin. Tempo dopo le vide. Raccoglievano i loro abiti infradiciati, saltellando con i loro piedi caprini. Il suo arrivo non passò inosservato.

Le ongane si fermarono all’istante e si chiesero cosa volesse quell’uomo da loro. Il contadino si avvicinò alla più vecchia di loro e gli gettò ai suoi piedi il capretto nero, implorandola di rompere la maledizione e guarire sua moglie. Tutte si misero a ridere selvaggiamente e, senza dire altro, si tuffarono in acqua.

Il contadino venne travolto da un vortice di disperazione. Le chiamò una, due, mille volte, urlando tutto il suo dolore, ma era tutto inutile. Con la morte nel cuore, ritornò sui suoi passi, non accorgendosi di una giovane ongana, che si era nascosta per poterlo osservare. Qualcosa di quell’uomo l’aveva colpito e prese la decisione di seguirlo, saltellando da un albero all’altro.

Quando l’uomo fece il suo ingresso in casa capì che qualcosa di tragico fosse accaduto tra quelle mura. I bambini, sporchi ed arruffati, piangevano a dirotto e straziati chiamavano la mamma. La moglie era morta.

Mesto, l’uomo prese in braccio il corpo senza vita della moglie e lo portò nella camera da letto, per prepararlo per il funerale. Nel frattempo, la giovane ongana era entrata in cucina, trovandovi i bambini intorno al larin. I volti erano neri di cenere e lacrime. I più piccoli, stremati, si erano appena addormentati, mentre i due più grandicelli furono presi da un tale spavento che non riuscirono ad aprire bocca.

L’ongana abbozzò loro un sorriso. Tirò fuori un pettine d’oro e cominciò a pettinarli uno dopo l’altro, dai più piccoli ai più grandi. Scaldò dell’acqua e si prese cura di loro, lavandoli come se fosse la loro mamma. Alla fine si nascose sotto il larin.

Con lo spuntare del sole, dopo che il contadino se ne era andato a lavorare sui campi, la giovane ongana usciva fuori e provvedeva a tutte le necessità dei bambini. Infine preparava il pranzo e metteva in ordine la casa. Solo una cosa chiese alla bimba più grande. Il papà non doveva sapere di lei, come non doveva sapere chi fosse la vera artefice della cura della famiglia e della casa. Il merito di tutte quelle attenzioni sarebbe ricaduto sulla stessa bambina.

Gli anni passarono velocemente, ma l’ongana non abbandonò più quella casa. Amava i bambini, come se fossero suoi, e nutriva dei sentimenti per il contadino. non aveva mai avuto il coraggio di farsi vedere dall’uomo. Si vergognava. Si vedeva brutta, ripugnante e temeva le reazioni dell’uomo.

La più grande dei bimbi si era trasformata in una bella ragazza e, presto, un giovanotto del paese la chiese in moglie. Da quel momento l’ongana non si fece più vedere. Il giovane fidanzato non avrebbe mai sposato la figliastra di uno spirito acquatico, ma il suo cuore di mamma gli impose di rimanere a vegliare sulle sue creature.

In seguito, la ragazza si convinse che l’ongana avesse lasciato la casa, ritornando nel lago dei prati alti.

Una sera, il fidanzato si presentò a casa della ragazza con cazzuola e malta. Il vecchio larin necessitava di cure energiche. Anche in quel caso l’ongana non uscì fuori. La sua bimba era troppo importante per lei. Rimase dentro, in silenzio. Si ripiegò su se stessa come un gomitolo e vide ogni spiraglio chiudersi dalla malta. Murata viva nella pietra calda, il calore la tormentava, affliggendole dolori senza fine. Alle volte la sofferenza era tale che non riusciva a trattenere le lacrime e piangeva a dirotto, ma il suo pianto si confondeva con lo sfrigolio della legna verde.

Molti anni dopo i nipoti presero la decisione di demolire l’antico larin e mettervi una moderna cucina economica. Alla base trovarono un ammasso di color verde e della polvere grigia. Con un bastoncino smossero questi resti. Venne fuori un pettine d’oro.

Una nonnina si fece avanti e raccontò una strana storia con la voce rotta dall’emozione: la storia della buona ongana del larin. I nipoti non la credettero. Presero il pettine e lo vendettero ad un rigattiere della zona. Con i soldi organizzarono una festa, che durò fino all’alba, non sapendo quanto amore avesse donato a quella famiglia  la proprietaria di quel piccolo pettine d’oro.

Torre delle Bebbe. Una torre medioevale a Chioggia

La torre delle Bebbe potrebbe rappresentare a buon titolo uno dei simboli più significativi delle genti veneziane. Essa, infatti, è una rara testimonianza di una storia lunga di secoli, che ha visto l’alternarsi di uomini e donne; e il susseguirsi di guerre sanguinolente e di trattati di pace precari.

Oggi, chi si prende la briga di posare il proprio sguardo distratto, rimarrà forse deluso non trovando altro, che un ammasso di piere vecie, non rendendosi conto di trovarsi di fronte a quella che fu forse uno dei capisaldi più avanzati nell’area meridionale del nascente dogado veneziano.

I meno distratti saranno presi dal rammarico per la distruzione di un tale monumento storico e, probabilmente, si porranno all’ascolto delle voci di vita vissuta, ormai echi lontani di un passato altrettanto lontano.

La sua visita non presenta alcuna difficoltà, sebbene la sua ubicazione sia alquanto defilata dalle attuali strade di maggiore percorrenza locale.

Si raggiunge dapprima l’abitato di Cà Pasqua, una piccola frazione del Comune di Chioggia, per proseguire in direzione di Cavarzere. Qualche chilometro ancora e la torre appare solitaria ai bordi della strada, attorniata per la maggiore da campi coltivati ad orto e a frumento.

La morfologia attuale del territorio e i pochi ruderi della torre, transennati alla meno peggio, possono ben poco aiutare l’immaginazione a contestualizzarla nello spazio e nel tempo del suo massimo fulgore. Eppure la tradizione storiografica locale, attestata a grandi linee dagli studi più recenti, narra di un articolato complesso fortificato, circondato da fiumi navigabili, da paludi e, nel contempo, posto sulle direttrici viarie che confluivano da Padova, Ferrara e Adria, tra le quali un tratto secondario dell’antica via romana Popillia.

Il fortilizio non esauriva le sue funzioni nell’esclusivo ambito di presidio militare, ma assolveva alle mansioni di barriera doganale – per intascare lauti dazi e contrastare il contrabbando – e di punto commerciale. Pertanto non dovevano mancare le relative strutture per dare conforto ai viandanti.

La lapide affissa sul rimanente tratto murario ricorda i momenti salienti della sua storia, seguendo quanto elaborato dalla storiografia locale nel corso dei secoli, non sempre giustificata dalla moderna scienza archeologica.

La sua fondazione viene attribuita al duca esarcale Deusdedit negli anni 742/745, dopo aver trasferito la capitale dell’Esarcato da Cittanova a Malamocco, in seguito al periodo di grande crisi tra l’Impero Bizantino e i Longobardi.

L’etimologia del nome della torre è incerta. Gli storici del passato si sono sbizzarriti in una ridda di teorie, molte delle quali sconfinate nel mondo della fantasia. Si crearono così due distinti filoni principali. Il primo lo faceva derivare da un vicino canale, conosciuto con l’idronimo Bebia. Il secondo, invece, ricordava un’ipotetica antica famiglia romana, la Baebia, che possedeva buona parte di quei latifondi.

Per tutto il medioevo, la torre fu coinvolta in sanguinose lotte. Il primo episodio che la vide protagonista è legato alla discesa dei Franchi, volta ad occupare le isole realtine. Dopo un breve assedio, la guarnigione dovette capitolare di fronte alla superiorità numerica dei nemici. Eguale sorte la ebbe con le terribili scorrerie degli Ungheri. Andò meglio negli anni successivi. Resistette agli assedi degli Adriesi, dei Ravennati, nonché dei Trevigiani e dei Padovani. Durante la famosa Guerra di Chioggia, dopo una strenua resistenza, dovette arrendersi all’armata genovese, dotata delle nuove micidiali bocche di fuoco, ideate dal monaco e alchimista tedesco Berthold Schwarz. Venne ripresa dai Veneziani nel 1380, in seguito alla sconfitta del distaccamento genovese, forte di almeno quaranta armati, guidati dall’ammiraglio Ambrogio Doria.

Non è facile stabilire quando la Torre delle Bebbe abbia cessato di svolgere la sua funzione; e se l’evento sia stato determinato da un graduale degrado o da altri fattori, quali un atto di guerra o un incendio. La datazione effettuata sugli oggetti rinvenuti in loco e, soprattutto, l’assenza di reperti archeologici successivi proverebbero l’abbandono della torre nel XVIII secolo.

Oggidì della torre è rimasto ben poco. Di essa è visibile l’impianto fondazionale a forma quadra irregolare, costituita da grossi massi di pietra. Tre dei lati perimetrali sono crollati, mentre del quarto rimangono due metri di tessitura muraria eterogenea, essendo costituita da ciottoli e da laterizi di epoca imperiale romana, variamente dimensionati, provenienti da qualche insediamento rurale di età romana.

I reperti archeologici rinvenuti nell’area, grazie alle recenti indagini sul sito, sono esposti nella sezione medioevale del Museo Civico di Chioggia.

 

Elena Cumana. Una strega nella Feltre del Cinquecento

sabba-streghe

E’ trascorso il solstizio d’estate del 21 giugno, il giorno in cui il sole ha raggiunto la massima altezza sull’orizzonte, donandoci il massimo numero di ore di luce nell’arco di una giornata.

Al solstizio d’estate si lega la festa di San Giovanni e la notte dei prodigi del 24 giugno. In tutte le regioni dei mille campanili italiani  la notte tra il 23 ed il 24 giugno viene vissuta nel magico, nell’incontro tra il soprannaturale e il reale; tra i precetti cristiani e i riti pagani, le tradizioni, le leggende e le credenze popolari. Non a caso è anche conosciuta come la “notte delle streghe”, durante la quale queste non sempre simpatiche signore si muovono per raggiungere i luoghi della loro adunanza annuale.

La stregoneria è un fenomeno culturale di non semplice interpretazione. E’ un mondo fatto di credenze, miti e rituali del tutto teso a dare risposte alle diverse pulsioni umane; e tra queste non mancano i più profondi sentimenti o i più semplici amori non corrisposti, come nel caso di stregoneria, che avvenne a Feltre nel ‘500.

Protagonista principale della vicenda fu la sedicenne Elena Cumana. Di famiglia tra le più in vista della città, Elena era bella come poche. Radiosa e il suo volto sembrava illuminato di luce propria. I suoi modi erano garbati ed aristocratici. Era solo una questione di tempo prima che gli occhi dei giovani rampolli di Feltre si posassero su di lei.

Il momento prese corpo con il nobile ventenne Giovanni Battista Facien. Di bella presenza e dal piglio virile, il ragazzo possedeva uno sguardo magnetico ed accattivante. Difficilmente una ragazza poteva resistergli.

Giovanni vide per la prima volta Elena nel corso delle feste del carnevale del 1587. Rimase subito affascinato da questa giovane ragazza. Tentò di corteggiarla, ma non ebbe i frutti che sperava. Elena non si concedeva, resisteva ai suoi occhi dolci e conquistatori. Anzi, lo teneva appeso ad un filo o, peggio ancora, non lo considerava affatto.

Non si diede per vinto. L’inganno, ordito ai danni di ingenue ed ignare ragazze, era il suo pane quotidiano. Tra l’altro la tendenza umana di manipolare e di raccontare bugie era piuttosto forte in lui. Non ci mise molto tempo ad escogitare un nuovo raggiro. Doveva entrare nelle grazie della famiglia Cumano e solo allora Elena avrebbe abbassato le sue difese. Divenuto amico dei familiari, cominciò a frequentare la loro casa. Ben presto Giovanni Battista riuscì a far breccia nel cuore della ragazza. Ai suoi occhi, tutto in lui rispecchiava un animo nobile e romantico. Ormai il ragazzo agognava la relazione di una notte, ma Elena tenne bada al suo corteggiamento serrato. Giovanni Battista giocò anche la carta della proposta di un matrimonio segreto, ottenendone un nuovo rifiuto. Non c’era verso. Elena era una buona cristiana e timorata di Dio. Si sarebbe concessa solo dopo le nozze.

Stremato dai continui rifiuti, il ragazzo alla fine accettò. Avrebbe pronunciato la solenne promessa di matrimonio, pensando che non sarebbe mai stato convalidato. Si accordarono per la sera stessa. In piena notte Giovanni Battista si arrampicò sulla scala di corda, calata fuori dalla finestra della camera della giovane. Trovò Elena vestita con il suo abito più bello e gli promise che i suoi fratelli avrebbero riconosciuto le nozze. Sazia della promessa, Elena gli concesse le sue grazie. La ragazza trascorse le notti di fine d’estate e dell’autunno con una gioia mai provata. In una di queste sere, Giovanni Battista gli raccontò di una fattura d’amore per “chiamare” l’amante. Bastava prendere una statuetta di cera come quelle che si vendevano nelle botteghe per ex voto. Dopo di che si iniziava a pungere la statuetta nei punti di chiave con degli spilloni, a seconda di cosa si volesse provocare alla persona rappresentata. Stando al rito della fattura la persona riprodotta doveva avvertire dolori nel punto in cui la statuetta era stata punta. Così l’amante non aveva altra scappatoia, se non quella di ritornare.

Passarono i mesi e le lunghe notti d’amore diedero i loro frutti. Elena rimase incinta. Era felice di dare un figlio al suo amato e, per di più, la situazione li avrebbe obbligati a rivelare il loro grande segreto. Finalmente si sarebbero sposati ufficialmente.

La felicità non doveva durare a lungo. Quando gli  parlò, rimase sconvolta da quanto senti. Giovanni Battista non voleva sentire ragioni. La ragazza doveva abortire.

Elena si oppose. Avrebbe portato a compimento la maternità. Giovanni Battista non la prese bene. Se ne andò via senza farsi più vedere.

Con il passare dei mesi, la gravidanza era sempre più difficile da nascondere. Alla fine, Elena tirò fuori tutto il suo coraggio e la sua disperazione e confidò ogni cosa ai suoi familiari, i quali presero l’unica decisione possibile. Giovanni Battista doveva riparare con il matrimonio. Con un abile stratagemma tesero un tranello al ragazzo. Mentre si trovava nella stanza di Elena, uscirono fuori e lo costrinsero con le buone e le cattive alla promessa.

L’indomani Elena scoprì la malafede di suo marito. Era scappato a gambe levate da Feltre, mentre i suoi fratelli si erano rivolti alle autorità per invalidare la promessa. Disperata, Elena cercò l’aiuto nella fede. Fece fare delle messe e delle preghiere, ma il marito non fece ritorno. In quei momenti bui si ricordò della fattura dell’amante. ne parlò con Luzia, la sua balia, e con sua madre Giulia. Quest’ultima consultò una vecchia donna in odore di stregoneria, di nome Lucrezia, che gli diede ulteriori consigli. Nei giorni successivi la balia ordinò una statuetta di cera. Dopo poco tempo, l’artigiano portò lui stesso il feticcio a casa dei Cumano. Nel primo pomeriggio, Elena iniziò il rito della legatura. Avvolse parte della testa della statuina con una striscia di panno e iniziò a conficcare gli aghi, accompagnando ogni trafittura con una formula magica. Adoperò dieci aghi, trafiggendo le parti richieste dal rito: cervello, occhi, bocca, collo, cuore, fianchi, pene e testicoli. La statuetta venne deposta di nascosto dietro l’altare di San Prosdocimo in Duomo. Il malefizio non produsse alcun effetto. Giovanni Battista non fece ritorno. Purtroppo uno dei celebranti del Duomo scoprì il feticcio e venne consegnato al vescovo, che istituì subito un’indagine. Come un fulmine a ciel sereno, la notizia divenne di dominio pubblico.

La vecchia Lucrezia si presentò dal vescovo ancor prima di essere convocata, impaurita di essere associata al malefizio, provocando di fatto l’esatto contrario. Un possibile sospetto si era trasformato in una accusa bella e buona. Il giorno successivo venne interrogato l’artigiano, che rivelò ogni cosa, compreso il nome della balia di Elena. Luzia venne convocata subito. La balia rispose a tutte le domande che gli venivano poste. Riferì l’accaduto senza omettere nessun particolare.

La famiglia dei Facien non erano rimasti con le mani in mano. Avevano sobillato il popolino e fatto pressioni sul Podestà e sul Vicario, affinché si muovessero sul vescovo, per arrivare all’incriminazione di Elena. Il Podestà fece arrestare Lucrezia ed Elena. L’accusa contro Elena si scontrò con l’assenza della testimone chiave, la balia Luzia. Il papà di Elena si era premunito di mandarla via, senza che vi fosse alcuna indicazione precisa di dove si trovasse. Invece, per Lucrezia le cose si misero male. Si presentarono ben 35 testimoni, che raccontarono con dovizia di particolari la sua attività di strega. Ormai la colpevolezza di Lucrezia era stata dimostrata in maniera inequivocabile. L’unico neo rimaneva l’assenza di prove, che collegassero Lucrezia con la mamma di Elena. Proprio quando il tribunale feltrino si era convinto della colpevolezza delle donne, il Tribunale dell’Inquisizione di Venezia ricevette la denuncia di Giovanni Battista Facien, con la quale accusava Giulia ed Elena di aver compiuto dei sortilegi per costringerlo a sposarsi.

Le autorità veneziane vollero vederci chiaro e bloccarono il processo in corso. Solo il vescovo si mostrò meno remissivo, ma la minaccia di portare la questione davanti al Papa, fece si che l’alto prelato inviasse subito gli atti processuali a Venezia. Ai primi di giugno, Elena partorì Vittoria, cosa che gli permise una certa libertà. Il 30 luglio 1588 si aprì a Venezia il processo. Elena raccontò quanto gli era accaduto, poi entrò nel merito della statuetta. L’idea era stata solo sua e nessuno ne sapeva niente. Aveva messo in pratica un’idea del Facien. Il fatto di averla messa in una chiesa non voleva essere un atto sacrilego. Le sante messe e la bontà di San Prosdocimo avrebbero aiutato il marito nel ripensare alle loro nozze. Si accorse di aver peccato solo dopo averne parlato con un frate.

Giorni dopo Elena venne riconvocata. Il Tribunale del Santo Uffizio non procedette nei suoi confronti. Si limitò ad ammonirla di non ricadere in simili peccati e sciolse la promessa di matrimonio. I “Savi sopra Eresia” ammonirono i componenti della famiglia Facien che “madama Elena Cumana non deve essere più molestata”, mentre più tardi il Podestà di Feltre condannò Giovanni Battista Facien a cinque anni di bando, al riconoscimento e al mantenimento di sua figlia Vittoria, nonché al pagamento di una lauta dote ad Elena.

La vicenda è stata scandagliata in tutti i suoi aspetti nel libro di Marisa Milani, Un caso di stregoneria nella Feltre del ‘500, edito dalla Comunità Montana Feltrina.

 

Festa del vicinato ad Altobello

Altobello, angolo e uno dei cuori più nascosti di Mestre, conosciuto anche con il nome di Macàè, ha fatto risuonare le sue voci di speranza, azzittendo almeno per un giorno le paure e le incertezze del presente. Composto per lo più da edifici popolari, con qualche bisogno di manutenzione, il quartiere di Altobello soffre della sua situazione di luogo a sé stante, parte della città solo dal punto di vista formale, per quanto vi si stia sviluppando un grande progetto di riqualificazione urbana. Gli abitanti hanno un forte senso di appartenenza al quartiere, nato per lo più da un sentimento generalizzato di isolamento, per quanto disti poche centinaia di metri dalla storica Piazza Ferretto.

Negli ultimi anni le attività illegali, soprattutto lo spaccio di stupefacenti, hanno fatto da padrone nei vicoli e nelle piazzette di Altobello. Non è di molto la ricomparsa dell’eroina, che si sperava fosse solo un orrido ricordo del passato.

Esasperate da questo stato di cose sono scese in strada, di giorno e di notte, le Mamme Coraggio di Altobello, capitanate da tre coraggiose signore: Angela, Cristina e Daniela. Delle vere e proprie sentinelle del territorio si sono rimboccate le maniche e, rischiando grosso alle volte, si sono date da fare per difendere i propri  figli, per fermare il degrado e, con grande fatica, hanno vinto molte battaglie.

Ieri, 19 maggio,  le Mamme Coraggio hanno voluto regalare nuovi sorrisi al quartiere, organizzando una festa, prendendo spunto dalla manifestazione European Neighbours Day che, dal 2003 in Europa e in molti Paesi  extraeuropei, propone un appuntamento nelle città per rafforzare i rapporti di buon vicinato.  Con il supporto di Ater Venezia e Federcasa, gli abitanti hanno agghindato a festa  i cortili dei fabbricati e organizzato musica e balli. Le mamme e le nonne hanno imbastito un ricco buffet, mentre una di loro ha fritto chili su chili dell’ottimo pesce. Il tutto è stato innaffiato dal buon vino.

La festa, iniziata alle 11.30, si è conclusa a notte fonda.

Certo, condividere un momento di buffet,  non risolve tutti i problemi, ma ha  individuato un nuovo modo dello stare insieme, in particolare per coloro che hanno imparato conoscersi.


 

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