Laudabunt alii claram Rhodon aut Mytilenem…
Il Ritmo bellunese è uno dei primi componimenti della letteratura italiana volgare, scritto tra il 1193 e il 1196. Quest’anima dell’espressione poetica è costituita da quattro decasillabi epici, inseriti in una cronaca in latino. La mano che ha scritto il componimento, di aspetto arioso e quasi solenne – e che è stata attribuita ad un amanuense della Certosa di Vedana (Bl), nel comune di Sospirolo, in località Masiere – non è dato sapere.
Di certo, il nostro scrittore, chiunque egli sia stato, evidenzia un uso consapevole del volgare e tale scelta è stata forse motivata dall’esigenza di rivolgersi anche alle persone più semplici, volendo, con ciò, amplificare, il più possibile, l’eco della vittoria bellunese sui Trevigiani. Una sorta di accenno di letteratura di propaganda.
Il testo originario è andato smarrito. Per fortuna – e per magra consolazione – il testo fu copiato nel XVI secolo e ci è pervenuto in due diverse versioni, anche se presentano, per quanto lievi, delle variazioni.
Da una parte, l’erudito Giorgio Piloni (Historia, Venezia, 1607), dall’altra, Giovanni Maria Barzelloni (testo pubblicato da Vincenzo Crescini il 4 settembre 1577).
Tra le diversità, la data di redazione del Ritmo. Il Piloni la collocherebbe al 1196, mentre il secondo la anticiperebbe al 1193. Un’altra variazione importante riguarda la forma tramandata dalla tradizione, che la ricerca glottologica e filologica sulla linguistica del tempo hanno corretto in parte.
Le vicende narrate raccontano della distruzione del Castel d’Ardo – avamposto trevigiano nei pressi di Trichiana – Comune al centro della Valbelluna.
Sul finire del XII° secolo, nel corso di una delle battaglie combattute dai Bellunesi e dai Feltrini, capeggiati dal vescovo Gerardo de Taccoli, contro i Trevigiani per i possedimenti del castello di Zumelle e del suo contado, il castello di Casteldardo venne distrutto.
Qui sotto si riporta il testo come riportato dal Barzelloni.
“Anno domini Jhesu Christi millesimo centesimo nonagesimo tercio.
Indictione xj. Die viiis intrante mense aprili. Prudentissimi milites et pedites Bellunenses et Feltrenses Castrum Mirabelli maxima vi occupaverunt. Illud vero infra octo dies combusserunt. Atque in ominibus edifficiciis ipsum destruxerunt . Item eodem mense Clusas Queri ceperunt et destruxerunt et. Lxvj. Inter milites et pedites ac arcatores secum in vinculis duxerunt.
Et predam valentem duo millia librarum habuerunt. Alios interfecerunt et alios graviter vulneraverunt . Item eodem anno Castrum Landredi ceperunt . Ibi vero plures homines interfecerunt et. Xxvj. Inter milites et pedites atque arcatores seum in vinculis duxerunt, et totum Castrum combusserunt et funtditus destruxerunt.
De castel dard avi li nostri bona part;
j lo getà tutto intro lo flumo d’Ard
e sex Cavaler de Travis li plui fer
con se duse li nostre Cavaler.
(Di Castel d’Ardo ebbero i nostri buon partito, lo gettarono tutto dentro il fiume d’Ardo; e sei cavalieri di Treviso, i più fieri, i nostri cavalieri condussero con sé).
Praetera Domum Bauce vi occupaverunt et eam destruxerunt et xviij latrones inde secum duxerunt.
Postea anno Domini 1196. Indictione 14, die vj, exeunte mense junii dicti milites et pedites Bellunenses et Feltrenenses ad castrum Zumellarum iverunt. Illud autem magna vi in vii dies ceperunt et combusserunt atque in omnibus edificiis destruxerunt. Et cum maxima letitia domibus redierunt. Et hoc totum fuit factum fere sub Nobilissimo et prudentissimo domino Gerardo Bellunensi
II.
Signor, pianto non merta il gran Lanfranco
Che s’ei, mentre già fu nell’uman velo
Illustrò d’opre il mondo, or gode in Cielo
Giunto al porto di gloria invitto e franco.
Se per calle d’onor già non mai stanco
Mostrossi in terra, ardor spregiando e gelo,
Or fiammeggia alma pura in puro zelo,
Converso in raggio rilucente e bianco.
Rivolgi gli occhi, Ansaldo, all’oriente,
E vedrai scintillar fiamma novella
Ond’è che sol de gli empi il cor pavente.
Del tuo fido german la luce è quella,
Che contra il Trace ancor cometa ardente
In ciel si mostra e minacciante stella.
Signor, pianto non merta il gran Lanfranco (A. Cebà, Lettere d’Ansaldo Cebà scritte a Sarra Copia e dedicate a Marc’Antonio Doria, Lett. X, 9 marzo 1619)
III.
Se mover a pietà Stige ed Averno
Poteo con mesto suon famosa lira,
La tua, Signor, ch’a maggior gloria aspira,
Può l’alme anco ritrar dal ciel superno.
Fermar veggio ogni sfera il moto eterno,
Ch’i grati accenti del tuo pianto ammira
Per l’estinto germano, ed ei sospira
Che tornar teme a soffrir caldo e verno.
Teme ch’al tuo languir pietoso il fato
Renda il suo spirto alle mortali spoglie
E ponga indugio al viver suo beato.
Deh! Frena il pianto e ‘l duol ch’in te s’accoglie:
Odi, ch’ei dice in sì felice stato
Che ‘l pianger tuo dal suo gioir lui toglie.
Se mover a pietà Stige ed Averno (A. Cebà, Lettere… cit., Lett. XVI, 31 agosto 1619).
“Di là si vede con stupor un colle, posto a rimpetto del castel la fronte, che di merli fregiata alto si estolle, salda del tempo incontro à danni e all’onte.
Né l’aspra via, che resta ancor, ci tolle punto di quelle voglie accese e pronte, onde bramiamo di mirar da presso il forte sito, ove il castello è messo”.
G. Tempesta, Viaggetto da Bivai al castello di Zumelle nel 1830
Penso che capiti a chiunque pensare al Medioevo per far riaffiorare i ricordi di un qualche viaggio nelle terre del Tirolo antico o della Val d’Aosta. Ciascuno di noi ha il suo castello da raccontare tra le centinaia di essi, che, sotto varie forme, segnano i confini di quella terra che il Medioevo ha lasciato ampi ricordi di sé. Basti pensare alla meraviglia visiva di Castel Roncolo (Bz), spettacolare esempio di rivitalizzazione e tutela compiuta dalla comunità locale; o il castello di Appiano, che si erge su un imponente rupe nei pressi dell’abitato di Missiano (Bz), che potrebbe far sfigurare molti altri castelli, resi celebri dalla cinematografia; o, ancora, i castelli di Graines e Chatelard: un insieme di forme artistiche e architettoniche che rappresenta la sintesi della meravigliosa eredità medioevale valdostana.
Tuttavia il Trentino Alto Adige e la Val d’Aosta non sono le sole regioni a custodire dei castelli; e questo vale anche per il Veneto.
Poco lontano da Mel, piccola località bellunese di profonda antichità, esiste un luogo attraverso il quale è possibile essere catapultati indietro di secoli in un’epoca, che traghetta l’immaginazione verso fantasiose visioni di eroi senza paura nelle loro sfolgoranti armature e di principesse eteree; di bardi e monaci, nonché di animali favolosi dagli aspetti più strani. Qui, in un irreale silenzio, si erge in un’oasi di pace, il castello di Zumelle.
Il castello di Zumelle è stato un tassello importante nello scacchiere alpino-dolomitico, sia a livello geopolitico, che strategico. Non è una esagerazione considerarlo l’emblema di tutti i rapporti di forza, che hanno coinvolto i cosiddetti “potentati di valico”, sorti attorno alle grandi vie di comunicazione tra il Nord e il Sud Europa. A sua volta, è stato uno dei baricentri fondamentali della lotta tra il papato e l’impero, con le loro incompatibili visioni del mondo e i reciproci sospetti. Infine, fu uno dei protagonisti delle agitazioni politiche, che provenivano dalle nasciture potenze regionali.
Zumelle è facilmente raggiungibile in auto. Da Belluno si percorre la Strada Provinciale 1 (conosciuta come la Sinistra Piave) fino alla località di Villa di Villa. Qui, si prende l’uscita per il castello di Zumelle, ben evidenziata dai cartelli turistici. Lasciato alle spalle il piccolo abitato di Tiago, si procede all’interno di una valle, il cui fitto bosco sembra quasi voler fare da confine tra il mondo reale da quello della favola. La stradina asfaltata, per molti tratti sinuosa, potrebbe offrire, ai più fortunati, l’incontro con la natura, sotto la sembianza di un capriolo o un più raro cervo. Infine, dopo aver dato un’occhiata alla chiesa di origine altomedioevale, intitolata a San Donato, che sembra prendere corpo dal nulla, poco ancora e sopra di noi apparirà la mole del castello di Zumelle.
Lasciata la vettura sull’ampio piazzale, si risale a piedi una breve stradina. Pochi minuti dopo, si scorge un fabbricato di pietra e legno. Si prosegue per pochi passi ed ecco il castello. Giusto il tempo di passare il ponte, attraverso due archi, e si accede ad un porticato, dal quale si può salire al piano superiore, mediante una scala di legno. Qui, i vecchi ambienti sono stati ristrutturati in modo tale da renderli comodi vani per usi residenziali.







Ritornati sui nostri passi, volgiamo ora l’attenzione a quello che era stato un ampio vano destinato a magazzino. I restauri oggi lo hanno trasformato in un salone, dove si allestiscono di tanto in tanto delle mostre o si tengono dei convegni a tema. Poco in là, la chiesa intitolata a San Lorenzo, costruita esattamente sopra una più antica chiesa, il cui calpestio si trova a tre metri di profondità dall’attuale. Nella pianta dell’originaria chiesetta si è osservata la disposizione dell’iconostasi tipica delle chiese bizantine, dove una parete divideva lo spazio dedicato ai fedeli da quello riservato alla liturgia. Accanto, un tratto delle mura: poca cosa rispetto a quello che doveva essere in origine. Al centro incombe il mastio a pianta quadrata, con lati di circa m. 8.30, fino a raggiungere la ragguardevole altezza di circa 36 metri. Si accede mediante una piccola porta d’accesso, situata, come di consueto, molto alta dal suolo, per motivi tattici. Una scalinata di legno, alquanto rustica e inadatta alla visita degli amici a quattro zampe, ci condurrà ai cinque ripiani sovrastanti. Sulla sommità si potrà apprezzare la posizione naturale nel quale è inserito il castello, che permette di dominare le vallate.
Nel corso di alcuni lavori di consolidamento della torre emersero dei tratti fondativi di una precedente torre, di dimensioni più ridotte. Una prima analisi, non suffragata da evidenze certe, volle identificarla di origine romana, soprattutto per una presunta tecnica costruttiva, quale la presenza di conci rettangolari, bugnati e limitati da listelli spianati su blocchi di pietra del Cansiglio.








Quando le prime genti abbiano deciso di insediarsi in questo sito non è dato sapersi, sebbene delle voci, non giustificate da evidenze archeologiche, lo pongano nei primi secoli dell’era cristiana, quale presidio militare, con funzioni di segnalazione e di prima difesa. Comunque siano andate in realtà le cose, in nostro soccorso accorrono delle leggende, confluite con molti particolari nelle storie seicentesche, tra le quali, quella dell’erudito Giorgio Piloni (Historia di Cividal di Belluno, 1607).
Volendo dare credito a dette leggende, tutto ebbe inizio negli anni turbinosi del breve regno ostrogoto in Italia. Tra la notte del 29 e il 30 aprile 535, la regina Amalasunta, che era stata relegata dal secondo marito Teodato sull’isola Martana, nel lago di Bolsena, fece chiamare il suo fidato Genserico. Non si doveva perdere altro tempo. Lui, ed i servi più fedeli, dovevano evadere dall’isola; e con loro avrebbero portato il tesoro della regina. Lei li avrebbe raggiunti nei giorni a venire. L’importante ora era mettere al sicuro il tesoro, il grimaldello con il quale avrebbe permesso loro di riprendersi quanto Teodato aveva strappato, con i suoi soliti intrighi di corte. Le acque del lago non si frapposero alla loro fuga. Tra questi vi era Eudossia, una graziosa damigella di corte. Genserico se ne era invaghito. Giorni dopo, i fuggitivi erano lontani dalla Tuscia. Benché stremati non si sentivano ancora al sicuro, soprattutto quando seppero dell’assassinio della loro amata regina. Vestiti da mendicanti, presero a camminare di notte, mentre di giorno si nascondevano nei boschi. Un giorno, sul far del tramonto, apparve loro uno sparviero. Genserico ritenne che fosse un segno proveniente dal cielo e, come tale, prese la decisione di percorrere le strade sorvolate dal messaggero. Le durezze dell’inverno ormai erano un ricordo e le gioie della primavera cominciavano a dare i loro frutti. Nel frattempo, avevano raggiunto delle dolci colline e, dopo averle superate, si trovarono di fronte ad alte montagne. Non si fecero prendere dallo sconforto e procedettero ancora, finché trovarono una fonte di acqua cristallina. Si fermarono: ormai erano stremati. Eudossia si addormentò e fece uno strano sogno, di cui ricordava ogni cosa. Lo raccontò a Genserico. Era sopra un colle, dove vi erano i resti di un’antica fortificazione. Vide degli uomini che la stavano ricostruendo più bella e possente. Infine, raccontò di lei stessa mentre partoriva due figli. Genserico ascoltò con molta attenzione le parole della donna. Il sogno era un presagio, ne era più che sicuro. Rinfrancati di ciò, continuarono il cammino e nel giro di poco tempo, videro un colle attorniato da un folto bosco, sulla cui sommità si vedevano dei ruderi. La meta era alla loro portata.
Vediamo ora che cosa scrisse il Piloni, nel secondo libro della sua Historia e vale la pena riportare il passaggio in modo integrale.
“Ho letto una cronica senza nome dell’Autore: la qual parlando di Belluno dice a questo modo. Nel tempo, che signoreggiava in Italia Teodato, un certo Genserico fuggendo la tirannide di questo re, si ridusse nella valle Belluna, all’hora piena di boschi; dove edificò un castello con una torre per sua fortezza, il qual fu poi chiamato Zumelle…Et lassò dopo se doi figliuoli, cioè Gonfredo et Iusprando. Così dice la Cronica. Vogliono, che li figliuoli di Genserico fossero Gemelli; et da questi fosse imposto il nome di Zumelle al Castello: poiché si vede sopra il Cimiero dell’arma di quel Contado esser doi Gemelli insieme abbracciati.
E da ciò deriverebbe il nome Zumelle, ovvero Castrum Zumellarum (alquanto singolare la desinenza al femminile). A questo proposito: “E non si tratta nemmeno, aggiungerò per completare lo sgombero delle ipotesi romanzesche, dei due gemelli Giusprando e Goffredo, né degli altri due Murcimiro e Bellerofontem tutti sorti dalla fantasia dei cronisti locali e immeritevoli anche d’esser accolti negli stemmi parlanti; giacché, come ha ricordato recentemente Francesco Chiarelli, Zumelle è un plurale femminile, mentre l’araldica medievale pretendeva maschi” (Alb. Alpago Novello, Gemelle, Feltre, 1971).
Una seconda leggenda, che potrebbe avere una qualche rilevanza storica (G.B. Pellegrini, F. Chiarelli), rimanda ai nomi “zamelo” o “zumelo”, ossia gemello, ricorderebbe la funzione di protezione a valico di Zumelle assieme il castello di Castelvint (Col de Piài), eretto sul versante opposto, di cui oggi rimangono solo esili tracce. Qui, nel 1937, venne scoperta una patera d’argento di pregevole fattura, adornata da un rilievo che raffigura la dea Pallade mentre si fa il bagno. Datata tra il V° e il VI° secolo, la patera è custodita presso il Museo Archeologico di Venezia. Inoltre, sempre nel sito di Castelvint, si rinvenne una sepoltura di un nobile longobardo, la cui datazione è stata portata al VI° secolo. Di stessa opinione il G. Capovilla che riferisce il nome “alla configurazione del terreno, sul quale sorgono due colli quasi in corrispondenza, su uno dei quali s’innalza tuttora un gran castello e sull’altro si notano resti di costruzioni” (G. Capovilla, Studi sul Noricum, Milano, 1951).
E poiché non vogliamo farci mancare nulla, ecco una terza leggenda fondativa. Gli autori sarebbero tre condottieri, Buccellino, Autari e Amingo, arrivati in Italia verso il 350 d.C., con un esercito di Alemanni. Peraltro, a loro dovremmo la fondazione di Casteldardo.
Il castello di Zumelle divenne ben presto oggetto di contesa tra Belluno, Feltre, Ceneda e dell’alta Marca Trevigiana, subendo numerosi assedi e altrettante devastazioni. Nel 737, Liutprando, re longobardo, infeuda la corte di Zumelle, provocando di fatto la reazione di Giovanni, conte di Belluno, che causò sanguinose lotte. Il sangue che scorse su queste terre, fece sì che Astolfo, re longobardo, dovesse accorrere di persona per porre fine alla guerra.
Un balzo di qualche secolo (intorno al 1037) e ritroviamo il castello nelle mani del barone Adalfredo, dopo averlo ricevuto dall’imperatore Corrado II° Salico. Il barone lasciò le pene terrestri, trasmettendo la contea a sua figlia Adelaia, non avendo avuto eredi maschi. La quale, andò in sposa a Valfredo di Colfosco, appartenente ad un ramo cadetto della famiglia dei Collalto. Anche in questo caso, il destino non volle cambiare le carte sul tavolo. Valfredo e Adelaia ebbero una sola figlia, Sofia, che andò in sposa a Gueccello da Camino, unendo di fatto i feudi dell’alto trevigiano e di tutta la Val Belluna.
Sofia fu un personaggio di grande temperamento, tanto che più di qualcuno si è preso l’azzardo di paragonarla ad una novella “Pulzella d’Orlèans”. Nel corso della sua vita entrò più volte in contrasto con il marito, che aveva sempre manifestato una linea filo ghibellina. Sofia non solo dimostrò un’apertura verso la chiesa – era una devota cristiana -, ma intraprese alla luce del sole una politica filo guelfa, aderendo alla Lega Lombarda, l’alleanza dei comuni dell’Italia settentrionale, con funzione anti imperiale. Tra l’altro, si distinse per il valore dimostrato sul campo di battaglia, come per la sua abilità di cavalcare, pur indossando l’armatura e impugnando le armi. Partecipò in prima linea alla battaglia di Cassano (1160) e a quella di Balchignano (1161), contro le truppe del Barbarossa; e fu una sua iniziativa il soccorrere con sessanta dei suoi cavalieri il castello di San Cassiano, sotto assedio dal vicario imperiale Cristiano di Magonza.
In procinto di compiere un pellegrinaggio verso Santiago di Compostela, Sofia muore a Mareno di Piave nel 1177, e viene sepolta nell’abbazia di Follina. Il suo testamento divenne motivo di contese e guerre, che si prolungarono per tutto il secolo XII, e parte del successivo. Tra i motivi del contendere, vi era il contado e il castello di Zumelle, che furono reclamati sia dal vescovo di Belluno, che da quello di Ceneda. Dalle carte bollate si passò al fragore delle armi. La guerra durò qualche anno, finché le maggiori città del Veneto si trovarono costrette ad intervenire. I maggiorenti stabilirono di rimettere la questione all’arbitrato di tre personaggi: due veronesi, e un veneziano. Si arrivò ad una sentenza, che, finì per frustrare le ambizioni di buona parte dei contendenti. Tanto avvenne che i Caminesi non lasciarono Zumelle, riaprendo le ostilità. Da una parte, vi erano i Bellunesi, i Cadorini e i Trevigiani; dall’altra, i signori di Camino, sostenuti in tutto e per tutto, dal vescovo di Feltre e dai Padovani. Le battaglie furono numerose, ma nessuna di queste fu risolutiva. In questo fosco scenario di polvere e sangue, le stesse alleanze conobbero capovolgimenti. Cavalieri che avevano combattuto assieme si trovarono più volte a fronteggiarsi, come nemici. Il Comune di Treviso si trovò a fronteggiare i vescovi di Feltre, Belluno, Ceneda, il patriarca di Aquileia e il Comune di Padova.
Si arrivò ad un nuovo tentativo di mediazione, che sfociò il 19 ottobre 1193 con la sentenza dei rettori di Mantova e Verona. Il vescovo di Belluno sarebbe ritornato in possesso del contado di Zumelle, ma tra le clausole vi era quella che “ut castrum destruatur, ita ut nullum aedificium remaneat, vel fiat in perpetuum, quod ad munitionem pertineat” (A. Cambruzzi – Vecellio, Storia di Feltre, 1874), ovvero, che imponeva la distruzione del castello e di tutte le fortificazioni esistenti. La sentenza di Mantova fu osteggiata dai trevigiani, che si appellarono all’imperatore Enrico IV, ottenendo che il giudizio fosse annullato.
Il vescovo di Belluno riprese le armi, dopo essersi assicurato l’alleanza dei vescovi di Feltre e di Ceneda, nonché del Patriarca di Aquileia e dei Padovani. Nell’aprile del 1196 il castello di Zumelle, dopo un sanguinoso assalto, venne dato alle fiamme e distrutto. “Milites et pedites Bellunenses et Feltrenses ad castrum Zumellarum iverunt, illud autem magna vi in XVII dies ceperunt et combuxerunt atque in omnibus aedificiis destruxerunt et cum maxima laetitia domum redierunt” (A. Cambruzzi – Vecellio, op. citata). La primavera dell’anno seguente, i Trevigiani rientrarono nella Val Belluna. I due eserciti si sfidarono a battaglia a Cesana, nei pressi di Lentiai. Il combattimento durò ore e l’esito rimase incerto, fino a quando il vescovo di Belluno, ferito da una lancia, venne catturato. La cattura del vescovo fu determinante. Le truppe bellunesi e feltrine presero a ritirarsi, lasciando il campo di battaglia ai trevigiani. Oramai, la sorte del vescovo di Belluno, era segnata. Ancora ferito, venne legato ad un cavallo poi lanciato al galoppo tra i boschi di Colderù (Lentiai). La morte dell’alto prelato e la condotta regionale compiuta dai Trevigiani spinsero papa Celestino III° a pronunciare una scomunica nei confronti del comune trevigiano. Il successore, papa Innocenzo III°, comandò senza mezze misure “al Patriarca di Grado ed al vescovo di Chioggia di rinnovare l’interdetto alla vostra terra e la scomunica alla persona dei principali autori e fautori dell’uccisione del predetto vescovo e di farne solenne pubblicazione”. Inoltre, volendo piegare con più forza le resistenze dei Trevigiani, arrivò a minacciare un intervento armato. Il 2 febbraio 1202, nella basilica di Treviso, si arrivò ad una nuova pace, ma non dovette placare le rivalità, dato che qualche anno dopo (1204) il pontefice unificò i vescovadi di Belluno e Feltre, che durò fino al 1462, in funzione anti trevigiana. Nel 1219, le truppe bellunesi conquistarono nuovamente il castello di Zumelle, ma l’arbitrato di papa Onorio III° riuscì, almeno per il momento, a contemperare i fragili equilibri regionali. Le sue mura, per lo più demolite, racchiudevano presidi sempre più esigui, ma nonostante ciò conobbe le mire espansionistiche, in particolare dei ghibellini da Romano, o delle contese dinastiche imperiali, che videro fronteggiarsi Carlo di Lussemburgo e Ludovico il Bavaro, nonché delle nuove signorie dei Carrara da Padova, dei Scaligeri di Verona.
Piccola chicca: questo ordine di cose fece si che nel 1350 la cattedra vescovile di Belluno e Feltre fosse retta da un monaco cavaliere teutonico, che riformò un antico monastero sopra il paese di Limana, San Pietro in Tuba, inserendovi membri dell’Ordine Teutonico. Purtroppo, del monastero non vi rimane traccia, praticamente spogliato fino alle fondamenta.
In questo quadro, a dir poco torbido, Belluno era sconquassata da congiure, che coinvolgevano il vescovo e le maggiori famiglie cittadine, che sostenevano, chi l’Impero, e chi le dominazioni regionali. Stanchi di questo stato di cose, i cittadini di Feltre, Belluno e Zumelle chiesero a Venezia (1404) di mettersi sotto la protezione del vessillo del leone di san Marco. Fu così, che l’area entrò nel dominio veneziano, senza arma ferire. Tranne l’episodio che lo vide nuovamente messo a ferro e fuoco, durante la guerra della Lega di Cambrai, il castello di Zumelle non fu più oggetto di azioni militari mirabili. Nel 1422, il castello passò ai conti Zorzi, quale indennizzo di guerra per la perdita delle isole dalmate di Curzola e Meleda. Nel 1720, estintasi la famiglia Zorzi, Zumelle passò alla nobile famiglia veneziana dei Gritti.
Nel 1872, il comune di Mel lo acquistò in un’asta pubblica, adibendolo ad uso rurale.
Dopo notevoli lavori di restauro compiuti dalla Sovrintendenza, e dallo stesso comune di Mel, il visitatore può, soprattutto nei mesi primaverili ed estivi, dar sfogo alla propria fantasia, seguendo le figure in costume medioevale, che allietano i visitatori, fermandosi in una vicina taverna dal sapore medioevale, a qualche metro dalle mura del Castello. Le chimere di un tempo che fu, in un continuo andirivieni, portano caraffe di vino e taglieri di legno colmi di ogni bontà di Dio. L’aria profuma di sapori antichi e lo stesso Castello sembra rivivere antichi fasti, in particolare, durante il giorno di san Lorenzo, durante il quale falconieri ed armigeri ricordano l’indulgenza plenaria concessa da papa Celestino V° nel 1294, la cosiddetta Perdonanza. Tuttavia, questa riuscita rivitalizzazione del sito non deve far passare in secondo ordine una considerazione. Il castello di Zumelle rappresenta uno di dei tanti lacerti di “Muro di Berlino” eretti dall’uomo nel corso della sua storia: pertanto, per quanto estasiati dalla natura circostante e dall’imponenza del maniero, un piccolo pensiero a tutte quelle donne e a tutti quegli uomini, che dovettero sottostare alle brame dei singoli potenti che vollero ergersi inviolabili sulla cima della torre.
La bella Ebrea che con devoti accenti
Grazia impetrò da più sublimi cori,
Si che fra stelle in ciel ne i sacri ardori
Felice gode le superne menti,
Al suon che l’alme da i maggior tormenti
Sottragge, Ansaldo, onde te stesso onori,
Spiegar sentendo i suoi più casti amori
I mondi tiene alle tue rime intenti.
Quindi l’immortal Dio, che nacque in Delo,
A la tua gloria la sua gloria acqueta,
Né la consumerà caldo né gelo.
Colei ancor, che già ti fè Poeta,
Reggendo questa, da l’empireo Cielo
Darà per sempre a i carmi tuoi la mèta.
La bella ebrea che con devoti accenni – A. Cebà, Lettere d’Ansaldo Cebà scritte a Sarra Copia e dedicate a Marc’Antonio Doria, Genova, 1623, lett. I, 19, maggio 1618.
Il santuario di Castelmonte, dedicato alla Vergine, è un celebre luogo di culto del Friuli Venezia Giulia. Sorge nel comune di Prepotto, non lontano da Cividale del Friuli.
Appollaiato su una cima delle Prealpi Giulie a circa 618 metri s.l.m., il santuario rappresenta una delle manifestazioni cristiane più antiche della regione.
Sebbene le antiche tradizioni locali rimandavano l’origine dell’insediamento al V secolo, all’indomani del Concilio di Efeso (431 d.C.), nel quale venne stabilito a maggioranza che il titolo di Maria fosse Theotokos, “Colei che ha dato la vita a Dio”, tuttavia, fino a qualche decennio fa, non vi era alcun documento che lo attestasse. Senonché, nel 1963, in occasione dell’ultimazione della chiesa inferiore dedicata a San Michele Arcangelo, su disegno dell’architetto Alpago Novello, che traeva spazio sulla precedente cripta del santuario, emersero delle evidenze di due vani con pavimentazione in cocciopesto, che furono identificati come lacerti risalenti all’epoca romana o romano bizantina, comunque non successivi al V secolo.
La continuità architettonica del sito rese difficoltosa ogni successiva ricognizione archeologica. Ma una cosa era ormai chiara. La pavimentazione rappresentava qualcosa di più di un semplice indizio, per quanto evanescente, di una indubbia antichità di origine. A questi resti materiali corse in aiuto una testimonianza preziosa e allo stesso tempo ambigua.
Le popolazioni di etnia slava, insediatesi a partire dal VII secolo, denominarono Castelmonte “Monte Antico” (Staragora), volendo specificare con questo toponimo che l’insediamento era abitato ben prima del loro arrivo. Peraltro, la stessa Vergine era venerata anche sotto il titolo di “Madonna antica”, tanto da pretendere che una delle sue immagini presenti nel santuario fosse un ritratto eseguito dalle mani dell’Evangelista Luca, che, secondo un’antica tradizione cristiana, dipinse alcune immagini della Madonna, nonché di alcuni santi.
Inoltre, nei pressi di uno dei tre colli del santuario, vi è una località, che nelle carte antiche si ricorda come “Malbergium”. Il toponimo di origine franca soleva indicare una determinata area, nella quale si amministravano la giustizia e le feste popolari. Non è stato un gioco del caso, quindi, se il luogo assunse più tardi il nome di Monte dei Placiti. Sempre negli immediati dintorni, in zona Porchie, è testimoniata una “Arimannia” longobarda. Essa altro non era che uno stanziamento di uomini liberi, che trovavano la garanzia della propria libertà in un rapporto diretto con il re.
Dunque, l’insediamento di Castelmonte si inserisce in una continuità insediativa che affondava le sue origini più lontane in epoca romana. Tale realtà antropica, collegata da vicine direttrici viarie, si trovava in una vera e propria cerniera tra montagna e pianura.
Un monte vicino, conosciuto come Monte Guardia, ha fatto ipotizzare agli studiosi locali l’esistenza di presidi militari fortificati a poca distanza l’uno dall’altro; e fra questi vi sarebbe da annoverare lo stesso Castelmonte.
Una curiosa leggenda, tramandata in queste valli, potrebbe nascondere in effetti questa sua primigenia funzione.
Secoli e secoli fa, Cividale del Friuli fu testimone di una sfida, che vide fronteggiare la Vergine e il demonio. Sopra un ponte sul Natisone, che sarebbe stato ricordato come il ponte del diavolo (puint del Diàul), fu decisa la sorte della città: sarebbe divenuta proprietà del primo che avesse raggiunto la cima di Castelmonte.
La Vergine ascese al cielo e toccò con un piede la cima del Monte Guardia, dove lasciò l’impronta del suo piede su una pietra, per poi fermarsi sulla sommità di Castelmonte.
La pietra con l’impronta, o meglio quella che sembra l’orma del piede della Madonna, è oggi custodita in una nuova cappellina lungo il percorso verso il santuario.
Il demonio, invece, tratto in inganno dalla ridda di cime e valli, tardò e si ritrovò la Madonna ad aspettarlo. Furioso di ciò compì un nuovo balzo e si ritrovò sulla cima del monte Spich, dalla quale poi cadde in una profonda voragine, la “bùse del Diaul”.
Alcuni studiosi videro in questa leggenda la traslitterazione di alcune battaglie, che si combatterono nelle valli attorno a Castelmonte, durante le terribili invasioni barbariche. L’eco di questi combattimenti vengono peraltro ricordati da un culto antichissimo all’arcangelo Michele, l’uccisore di draghi
Al di là delle evidenze archeologiche e delle supposizioni di carattere linguistico, il primo documento relativo a Castelmonte rimanda al 1175 e riporta delle scarne indicazioni di carattere confinario. Di più ampia sostanza i documenti successivi. Tra il 1244 e il 1247, le testimonianze descrivono il Santuario tra i luoghi di grandi introiti reddituali e fra le chiese più importanti del Patriarcato di Aquileia. Anni dopo, nel 1253, il santuario passò sotto il governo del Capitolo Collegiato di Santa Maria di Cividale.
Da questo momento si intraprese la costruzione dei ricoveri per i sempre più numerosi pellegrini, che giungevano dalle terre istriane, dalla Carinzia e dal Veneto, nonché, ovviamente, dalle lande del Friuli Venezia Giulia.
Il cammino a Castelmonte non era una cosa facile. Sentieri ripidi e spesso pericolosi rendevano la loro percorrenza difficoltosa. Peraltro, le condizioni meteorologiche, spesso contrassegnate da nubi basse, nebbia e pioggia, peggioravano una già difficile salita al santuario. Si pensò, quindi, di collocare lungo l’itinerario a Castelmonte delle sculture in pietra, raffiguranti le Madonne odigitrie. Collocate in quattro punti del percorso, esse guidarono i pellegrini, i quali presero a formare delle croci con i cespugli, ponendole dapprima intorno alle statue, poi sui capitelli, edificati successivamente.
Nel settembre del 1469 il santuario si trovò a fare i conti con la propria esistenza. Un fulmine causò un furioso incendio, che ridusse a cenere buona parte degli edifici. Nello spaventoso rogo, che durò giorni, andò persa per sempre l’antica effigie della Vergine.
I Canonici di Cividale, aiutati dalle popolazioni vicine, intrapresero subito la ricostruzione e la completarono nel 1479, istituendo in loco una Confraternita di Santa Maria. Tra l’altro cadeva la pace tra l’Impero Ottomano e Venezia, che avrebbe permesso una più ampia affluenza di pellegrini al santuario.
L’8 settembre ben cinquantamila pellegrini resero testimonianza della propria fede dinanzi alla statua della Vergine col Bambino, che l’artista volle incarnarla scura, probabilmente seguendo il Cantico dei Cantici: Nigra sum, sed formosa (Ct. 1,4). L’opera scultorea è davvero imponente, basti pensare che il suo peso supera i quattro quintali. Dell’autore non si hanno notizie. Forse era un artigiano locale di scuola salisburghese, almeno stando alle dotte disquisizioni dello storico P. Davide da Portogruaro (Il Santuario di Castelmonte nel Friuli, pag. 52).
Decenni dopo, il santuario dovette fronteggiare ancora delle sciagure.
Il 25 febbraio 1511 s’accese la crudele rivolta del “Giovedì Grasso” guidata dalla famiglia nobile dei Savorgnan, che seppe cavalcare il malcontento diffuso dei contadini verso gli occupanti veneziani. La rivolta dilagò in tutto il Friuli e tra i molti episodi di violenza si registrò la decimazione della nobiltà udinese. Giorni dopo, nella notte del 26 marzo, un violento evento sismico – che si ritiene abbia scatenato una forza di magnitudo 7 della scala Richter – colpì una vasta area friulana e slovena. Secondo le stime di allora, morirono sotto le macerie oltre 10.000 persone. A completare un quadro così terrificante, comparve un nuovo flagello: la peste.
Castelmonte registrò pochi danni, ma tutto dava l’idea che le terre che lo cingevano non dovessero trovare pace. Nel maggio dello stesso anno, la Confraternita dei Battuti di Udine organizzò un pellegrinaggio alla Madonna di Castelmonte, implorandone la sua grazia.
Non era finita. Le viscere della terra erano ancora inquiete. Un nuovo terremoto, avvenuto nel 1513, invece danneggiò seriamente il santuario e il borgo fortificato. L’entità dei danni fu notevole, tanto che i lavori di rispristino durarono sino al 1544. In questi anni vi lavorò un celebre artista, Giovanni da Udine, amico e collaboratore di Raffaello. Tra le opere attribuite all’artista friulano vi è la decorazione della cripta di San Michele.
Passata la bufera della Guerra di Gradisca (1615-1617), che coinvolse Venezia e la Casa d’Austria, il castello e il santuario divennero oggetto di notevoli trasformazioni. Il 15 maggio 1744, l’ultimo patriarca di Aquileia, il veneziano Daniele Dolfin, consacrava il santuario in buona parte ricostruito.
Il borgo di Castelmonte superò anche l’epoca napoleonica, anche se dovette sottostare alla confisca degli oggetti preziosi, e tra questi molti ex voto dei pellegrini, e l’incameramento dei beni immobiliari e di alcuni possedimenti terrieri.
L’epoca contemporanea si apre con il 1913, allorché il santuario venne affidato ai cappuccini.
Durante la Grande Guerra, le vicende belliche non coinvolsero direttamente il Santuario, benché si trovasse lungo la linea tra le armate italiane e quelle austriache. Si registrò la profanazione, compiuta da soldati austriaci, del tabernacolo del santuario, che dispersero le Sacre Specie, anche se rispettarono l’immagine della Madonna, forse più per superstizione, che come atto devozionale.
Nel corso del secondo conflitto mondiale, il santuario venne fatto bersaglio delle armate tedesche. Il 6 novembre 1943, il santuario subì un primo bombardamento, poiché si sospettava che al suo interno vi fossero dei reparti della resistenza italiana e titoista. Giorni dopo, il 18 novembre, il locale comando tedesco ordinò un nuovo attacco, ma si risolse in poco tempo. Una culatta di un cannone esplose, uccidendo un artigliere e ferendo molti altri.
A partire dal secondo dopoguerra, il complesso del santuario fu interessato da una nuova attività edificatoria, che si completò negli anni ’80.
Ormai il santuario aveva assunto l’immagine attuale.
Della chiesa è ragguardevole l’altare maggiore del 1684, che fu commissionato a due maestri veneziani, tra i quali l’artista Paolino Tremignon, al quale si attribuiscono le due sculture dei SS. Giovanni Battista ed Evangelista sull’altare; mentre la statua della Madonna con Bambino, posta nel paliotto della mensa, dovrebbe essere di Andrea Pettarossi da Udine. Sulla volta del presbiterio si osserva “l’Assunta ai piedi della Santissima Trinità”, dipinta nel 1870 da Lorenzo Bianchini. Lungo la navata si vedono numerose opere commissionate dalla Confraternita del Santissimo Sacramento, tra le quali il SS. Antonio e Vito di Francesco Chiarottini, posta nell’altare di sinistra e la SS. Trinità con i SS Gregorio e Girolamo di Francesco Colussi, collocata nell’altare di destra del santuario.
Le pareti della chiesa, almeno fino agli sfoltimenti di Padre Eleteurio (1919) e Padre Anastasio (1954), erano rivestite da catene (portate da cristiani resi schiavi dai turchi o da carcerati), vessilli, tavolette e di cuori, molto spesso, d’argento. Tra i molti ex voto razziati dalle truppe napoleoniche si ricorda una Madonna con il Bambino in argento massiccio, ma, purtroppo, anche in tempi recenti vi fu chi volle emularli. Il 15 settembre 1974 delle mani sacrileghe razziarono cuori e tavolette d’argento. Altri delinquenti sacrileghi rubarono nel 1932 le corone preziose che cingevano il capo del gruppo scultoreo della Vergine e del Bambino. Grazie alla pietà dei devoti della Madonna si posero delle nuove corone preziose, ma, nella notte del 19 settembre del 1969, ancora una volta, delle mani si copersero di sacrilegio. Da quel momento, le due statue sono cinte da due corone a prova di ladri, poiché di nessun valore veniale.
Grazie a due scale è possibile scendere nella chiesa inferiore, dedicata a San Michele Arcangelo, qui, oltre alle testimonianze antiche, si può ammirare il gruppo scultoreo in legno, che rappresenta “San Michele che schiaccia Lucifero”, eseguito da maestri bolzanini nel 1963. Infine due pale, raffiguranti Santa Chiara e San Francesco del maestro Clauco Benito Tiozzo, uno dei grandi artisti che continuano a portare avanti la tradizione della pittura veneta.
Il sisma di magnitudo 6.5 della scala Richter che colpì il Friuli nella sera del 6 maggio del 1976, e le successive scosse dell’11 e il 15 settembre, investirono anche Castelmonte, ma, per fortuna, il Santuario non dovette soffrirne molto, rispetto alla devastazione circostante, che contò oltre 900 morti e 18.000 abitazioni distrutte.
I frati di Castelmonte proposero un pellegrinaggio al santuario, per ingraziarsi la ricostruzione di quelle terre; e da quel momento, ogni 8 settembre, i devoti salgono sulla sommità del santuario per ringraziare la Madre di Dio.
Di fronte alle Fondamenta Nove, nel tratto di laguna che separa Venezia da Murano, una cortina di mura a mattoni recinge un’isola cara alla pietà dei veneziani. Si tratta di San Michele, il cimitero monumentale di Venezia.
L’isola non è sempre stata adibita a cimitero. I primi cenni, che sanno tanto di leggenda, la fanno affiorare dalla storia e dall’alterno gioco degli specchi d’acqua della laguna veneta, intorno al X secolo. Lo storico Flaminio Cornaro, nel suo “Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello” (1758), ricorda che l’isola era stata così chiamata, poiché due famiglie muranesi avevano eretto una chiesa, intitolandola all’arcangelo.
Parimenti antica, vi è un’altra antica tradizione. Essa racconta che il ravennate Romualdo di Sant’Apollinare, accompagnato dal proprio maestro spirituale Marino, fossero sbarcati “sopra un paluo apreso Muran”, durante un viaggio compiuto a Venezia. Incolta e quasi del tutto disabitata, il piccolo lembo di terra era conosciuta sotto il nome di “Cavana de Muran”, a causa dei ricoveri ricoperti di paglia, simili a capanne, usati per le imbarcazioni.
In mancanza di fatti certi, i chierici in grado di scrivere poterono abbandonarsi alla loro devota fantasia; ed ecco allora che alla mancanza di precise memorie storiche degli accadimenti di quei giorni passati da Romualdo a Venezia, supplirono le tradizioni devozionali che si proponevano di santificare e di dignificare con la presenza del ravennate uno dei più antichi monasteri della laguna. Secondo queste tradizioni, Romualdo, padre dei monaci Camaldolesi, avrebbe dato vita nell’isola ad una prima esperienza della vita eremitica.
In realtà, il racconto potrebbe nascondere un preciso avvenimento. Nella notte tra il 31 agosto e il 1 settembre del 978, il doge Pietro Orseolo I si trovò a prendere una difficile decisione, che avrebbe evitato una dura guerra contro l’imperatore Ottone II. In tutto silenzio e segretezza lasciò Venezia per ripararsi nel monastero di San Michele di Cuxà nella contea di Confluent sui Pirenei. Tra le poche persone che lo accompagnarono in quella notte, vi era Romualdo, il giovane monaco Romualdo, figlio del duca Sergio degli Onesti di Ravenna, e l’eremita Marino.

Di fatto, il primo insediamento religioso si ebbe nel 1212. I vescovi di Torcello e San Pietro di Castello fecero loro dono dell’isoletta disabitata, dove il camaldolese Lorenzo, insieme ad alcuni eremiti, diede inizio alla vita eremitica, vivendo in semplici celle. Papa Innocenzo III, il 25 settembre 1213, convalidò l’erezione canonica dell’insediamento; mentre nel 1221, il cardinale Ugolino di Segni consacrò la chiesa gotica a tre navate. Intorno al 1249, il monastero fu riformato dall’antica forma eremitica a vero e proprio cenobio.
Sotto l’abate Maffeo Gerardo, nel 1456, la struttura monastica venne in buona parte ristrutturata e sorse il campanile, in stile gotico veneziano, con qualche reminiscenza bizantina, oggi visibilmente pendente. Inoltre commissionò la realizzazione della statua, che risalta sul portale di accesso al chiostro. Riproduce l’arcangelo Michele intento a trafiggere il drago.
Anni dopo, nel 1468, l’abate Pietro Donà prese la decisione di restaurare la chiesa, dotandola di forme rinascimentali. Si incaricò il bergamasco Mauro Codussi, detto anche il Moro o Moretto, artista di grande ingegno.
La fabbrica per la parte principale durò un decennio. La facciata è tripartita attraverso quattro lesene e continuano la struttura interna a tre navate. Queste, coperte da un soffitto a cassettoni, conducono alla cappella maggiore e a due minori laterali. La maggiore è sormontata da una cupola. Subito dopo l’ingresso, appare un barco, il coro pensile monastico, che attraversa in lungo la chiesa. Percorrendo il barco si osservano delle sculture di epoca barocca, poste all’interno di nicchie, e raffigurano Santa Margherita e San Girolamo. Arrivati alla cappella maggiore, si vedono un altare barocco con tre statue: l’Arcangelo Michele, San Romualdo e San Benedetto. A fianco, nella cappella di sinistra, un altro altare di fattura barocca con un gruppo “San Romualdo portato in gloria da due angeli”.
Nella cappella della Croce si osserva un altare, barocco, con due “Angeli adoranti”, che reggono un tabernacolo vuoto. Esso conteneva una reliquia della Croce, che si ritiene essere appartenuta a Elena e a Costantino, giunta su queste acque e oggi custodita nel museo di Urbino.
Quindi la cappella Emiliani, realizzata su pianta esagonale e coperta da una cupola bianca di pietra d’Istria. Al suo interno vi sono tre altari con altrettante pale marmoree cinquecentesche ad altorilievo raffiguranti l’Annunciazione, l’Adorazione dei Magi e l’Adorazione dei pastori. E così si ebbe l’unico edificio poligonale del rinascimento a Venezia.
Il monastero, con il chiostro più grande, sorse durante il Cinquecento, anch’esso in nobili e sobrie forme.
Non potendo dedicarsi all’opera di bonifica e di messa a coltura di terre paludose, i monaci dell’isola s’indirizzarono agli studi. Nel secolo dell’Umanesimo, questo carattere prese sempre più piede, grazie alle indicazioni degli abati che si succedettero, quali il Traversari e Pietro Delfino. Peraltro, le donazioni e i tanti lasciti, nonché gli introiti diretti, permettevano al monastero una certa agiatezza, tanto che nel 1481 contava una trentina tra sacerdoti, chierici novizi e conversi.
Il monastero fu centro scrittorio, dedicato alla trascrizione dei manoscritti, divenendo un centro di pensiero e di sviluppo culturale di prima importanza. Nei suoi locali, venne realizzata un’opera figurativa tra le più importanti della cartografia veneziana: il mappamondo di Frà Mauro, databile al 1450, che contiene immagini e preziose informazioni sull’Ecumene, prima della scoperta delle Americhe. L’opera, manoscritta su fogli di pergamena e incollati a un supporto ligneo, possiede misure monumentali, dato che raggiunge una circonferenza di quasi due metri di diametro. Attualmente, il planisfero è conservato nella Biblioteca nazionale Marciana.
Nel febbraio 1971gli astronauti Shepad e Mitchell battezzarono una zona della Luna in onore di Frà Mauro.
Il monaco non fu il solo insigne uomo di cultura che San Michele produsse nel corso dei secoli.
Nel 1471, Nicolò Malerbi tradusse la Sacra Scrittura in Volgare e uscì in due volumi presso Vindelino da Spira, che appena tre anni avanti aveva introdotto l’arte tipografica a Venezia.
L’opera di Malerbi ebbe una grande fortuna con più di una trentina di edizioni, e questo, ben sessant’anni prima della versione tedesca di Lutero.
Tra il 1754 e il 1773, i monaci Giambenedetto Mittarelli e Anselmo Costadoni pubblicarono, in nove volumi in folio, gli Annales Camaldulenses Ordinis Benedicti: una storia dal 907 al 1770. Il Mittarelli redasse anche il “Bibliotheca codicum Mss. monasterii St. Michaelis de Murano cum appendice librorum 15, saeculi”, un catalogo dei codici presenti nella biblioteca di San Michele, che attesta l’importanza della raccolta prima delle dispersioni.
Un altro erudito fu Angelo Calogerà, principale compilatore della “Biblioteca universale”, compendio di molte gazzette letterarie e bibliografiche. Tuttavia, la sua opera è ricordata soprattutto per una collezione di testi, inediti e rari, di autori italiani in varie lingue: la “Raccolta d’opuscoli scientifici e filologici”, pubblicata tra il 1728 e il 1757, in cinquanta tometti; e continuata poi con la “Nuova Raccolta”, che egli diresse fino al 1765. Un esplicito riconoscimento della cultura moderna.
Purtroppo, quest’ultimi rappresentarono l’ultima fioritura culturale di San Michele, prima della tempesta che si sarebbe abbattuta a breve, impersonata soprattutto dall’invasione delle truppe rivoluzionarie francesi. Ormai i giorni per il monastero camaldolese di San Michele erano contati.
Gli ultimi monaci, tra i quali il bellunese Mauro Cappellari (il futuro Gregorio XVI) e Placido Zurla, contesero con tutti i mezzi legali, per protrarre l’inevitabile. Riuscirono a salvare la Chiesa e il Monastero dalla demolizione, ma nulla poterono per contenere la depredazione del grande tesoro custodito dalla biblioteca. Dei 180.000 volumi e 36.000 codici manoscritti pochi si salvarono.
Parte di essi sono nella biblioteca di San Francesco della Vigna a Venezia. Il resto si disperse. Molti dei codici sono nelle biblioteche Nazionali di Parigi e Berlino, nella Bodleiana di Oxford, nel British Museum di Londra, a New York, a Chicago, a Leningrado.
Il complesso divenne per breve tempo un collegio per i giovani nobili veneziani. La vita del collegio, intitolato Dei Nobili, è rievocata da un poemetto, scritto da uno degli alunni, che diverrà un erudito archivista: Fabio Mutinelli.
Durante il giorno i ragazzi trascorrevano le ore tra studi e giochi, ma, alla sera, soprattutto durante le lunghe notti invernali, si radunavano nelle camerate, dove ascoltavano i rintocchi della campana, che suonava lugubremente per gli sperduti nella laguna.
Purtroppo, l’antico monastero divenne un carcere politico, probabilmente per la sua posizione in laguna, che rendeva difficile ogni evasione. I primi detenuti furono cinque bellunesi, poi le celle ospitarono i numerosi Carbonari processati a Venezia, nel 1821. Dopo essere stati inquisiti dall’Imperiale Regia Commissione Speciale, passarono da qui Silvio Pellico, Pietro Maroncelli, Fortunato Oroboni e altri famosi patrioti. L’ultimo prigioniero politico, nel 1859, fu don Giuseppe Fogazzaro, il prete patriota che sarà trasfigurato dal nipote Antonio Fogazzaro nel personaggio di don Flores nel romanzo Piccolo mondo moderno.
Ma a quel tempo, già da mezzo secolo, questo tratto di laguna era diventato il camposanto dei veneziani.
Il decreto napoleonico del 12 giugno 1804 aveva destinato la vicina isola di San Cristoforo della Pace, quale luogo per edificarvi il cimitero. La scelta comportò la demolizione della Chiesa e del Monastero, che avevano ospitato, prima i Bridigini, e poi gli Agostiniani. Presto, però, ci si rese conto che lo spazio era esiguo, per cui l’imperatore Francesco I ordinò di interrare il canale separante l’isola di San Cristoforo dall’isola di San Michele. Il 2 agosto 1839 ci fu la benedizione del patriarca.
Per il nuovo camposanto venne bandito un concorso: lo vinse il trevigiano Annibale Forcellini, che fece un progetto con molti punti in comune con quello di Milano. I lavori si conclusero nel 1876. A volo d’uccello è ora un grande quadrilatero, a riquadri, con una coda poco estesa, che difficilmente potrà avere ampliamenti futuri.
Oggi i cipressi dell’isola accompagnano il riposo: non solo dei veneziani, ma anche di molte persone che finirono di amare Venezia e vollero rimanervi per sempre.
Qui, infatti, vi riposano il musicista Luigi Nono, gli storici Giulio Lorenzetti e Pompeo Molmenti; gli scrittori Carlo e Gasparo Gozzi; l’attore Cesco Baseggio; i pittori Virgilio Guidi, Emilio Vedova e Mario De Luigi; i compositori Ermanno Wolf Ferrari e Igor Stravinskij; i poeti Josif A. Bodskij e Ezra L. Pound, lo scienziato Christian Doppler.
Anche la loro presenza aiuta a perpetrarne l’eternità.
Interessante risulta essere una visita accurata per scoprire, passo dopo passo, dove questi personaggi famosi sono stati collocati e riposano per l’eternità.
Qualche sera fa, aiutato dai fiocchi di neve che stavano imbiancando il mio paese, mi sono trovato a decidere su come trascorrere le ore prima della fatidica mezzanotte. Uscire, difficile.
Sembra che una buona parte delle persone che non guidano, aspettino con pazienza metodica i rigori più estremi per mettersi al volante. Un vero mistero. Dall’altra, l’atmosfera natalizia prossima ventura mi suggeriva dei momenti di coccolaggine. Si lo so. Non esiste un tale vocabolo nel lessico italiano, ma è quel “neologismo” – con buona pace dell’Accademia della Crusca – che più si avvicina alla descrizione verbale del godimento della casa e delle proprie cose. Così, dopo vari tentennamenti, mi sono ritrovato a guardare la libreria, i tanti dorsi erano invitanti, ma nessuno da costringermi ad alzarmi dal divano.
Poi mi sono ricordato che a breve sarebbe caduta la ricorrenza di Santa Lucia. Bene, sapevo cosa avrei fatto nelle prossime ore. Dopo di che, mi sono messo di buona lena a scartabellare i fascicoli, contenenti un po’ di tutto: dall’esperienze di viaggio, di lavoro e tante bozze, che aspettano pazientemente una prima revisione. Chissà che prima o poi riesca nell’intento.
Trovata la cartella, relativa alla giovane martire siracusana, mi sono capitati tra le mani vecchi articoli di giornali, per lo più locali, che riportavano la notizia del trafugamento delle spoglie, avvenuto il 7 novembre del 1981. Li avevo ritagliati con cura, perché molti degli attori- non i trafugatori, s’intende – che avevano calcato la scena di quei drammatici momenti, li conoscevo. Uno era un familiare, e altri, come se lo fossero stati, data la loro frequentazione della casa del nonno.
Come allora, anche oggi, la vicenda mi incuriosisce, soprattutto per i buchi neri presenti. Per quanto possa apparire assurdo, non si è ancora in possesso di una verità storica – almeno così si dice –; non sono stati identificati gli esecutori, gli organizzatori e i mandanti del trafugamento, come non è del tutto chiaro il modo in cui gli inquirenti siano riusciti a recuperare il corpo.
Era un sabato, quel 7 novembre 1981. Intorno alle otto di sera, il parroco di San Geremia, a Venezia, si era avvicinato ad una coppia, che aveva trascorso molto tempo in preghiera davanti all’urna, contenente le spoglie di santa Lucia. Si trattava di due giovani sposi pugliesi in viaggio di nozze a Venezia. Devoti alla Santa, ne avevano approfittato per renderle i dovuti ringraziamenti per le grazie ottenute.
Don Angelo Manzato, il sacerdote, li avvertì che si era fatto tardi e tutti insieme si avviarono verso l’uscita. Pochi passi, ed un ragazzo comparve dal nulla. Impugnava un’arma da fuoco e, senza alcun scrupolo, la puntò dritta nella faccia spaventata di don Angelo.
Con un tono di voce, che non tradiva alcun dialetto, il ragazzo intimò ai tre di stendersi con la faccia rivolta a terra, minacciandoli di ucciderli se avessero solo mosso un muscolo del corpo. Il sacerdote tentò di intavolare qualche parola, ma ottenne il risultato opposto. Il delinquente inveì contro, dicendogli che se avesse proferita una parola ancora, avrebbe sparato alla donna.
Dei passi tradirono un’altra presenza. Un altro giovane che correva in direzione dell’urna di santa Lucia. Appena gli fu davanti, tentò di spaccare il doppio vetro, che proteggeva la parte posteriore del corpo. Riuscì solo ad incrinarlo. Nulla più. Fece un paio di passi in avanti e infranse con un colpo singolo la parte anteriore, non protetta adeguatamente. Come se fosse un fagotto senza importanza, estrasse il corpo a mani nude, ma nella violenza del gesto la testa, protetta dalla maschera, rotolò nella parte posteriore dell’urna ancora integra. Dopo aver imprecato, il giovane depose in tutta fretta il corpo in un sacco di nylon e, solo allora, i due trafugatori si diedero alla fuga, uscendo dalla porta principale, quella che dà sul Campo San Geremia.
Era bastata una manciata di minuti per trafugare le spoglie di Santa Lucia.
Uno dei parrocchiani, che era solito passare le ore serali con il parroco, vide tutto e appena poté si precipitò in canonica e telefonò alla polizia. Immediatamente, furono istituiti posti di blocco in terraferma, mentre le lance ispezionarono ogni barca in navigazione lungo i canali di Venezia. Tutti gli accorgimenti risultarono inutili. Dei delinquenti si era persa ogni traccia. Sembrava che si fossero volatilizzati nel nulla, malgrado tutti gli sforzi delle forze dell’ordine.
La mattina dopo, la notizia era di dominio pubblico. La chiesa era assediata dalla popolazione attonita e la cappella della Santa era chiusa da un cordone. Su un cartello si leggeva un semplice, quasi laconico messaggio: “Si invitano i fedeli a dire preghiere di riparazione”.
La notizia ebbe grande risalto, attraverso le prime pagine dei quotidiani nazionali ed internazionali. Anche le testate giornalistiche televisive se ne occuparono, dandone ampi spazi nella programmazione giornaliera.
A Siracusa, la città natale della santa, i devoti si assieparono dentro le chiese, dove poterono udire dalle più alte cariche ecclesiastiche l’annuncio ufficiale del furto sacrilego compiuto. Anche il Pontefice fu informato, il quale espresse tutto il suo dolore per un atto così orrendo.
Nell’opinione pubblica si fecero strada molte teorie sul trafugamento, molte delle quali alimentate da alcune testate giornalistiche. Talune cadevano nel ridicolo, oggi diremmo nel complottismo; altre, più o meno serie, non tardavano a dare qualche connotazione politica. Le più qualificate, invece, ritenevano che si fosse di fronte ad una semplice estorsione, per cui non sarebbe tardata la richiesta del riscatto.
A questo riguardo la Curia veneziana prese una decisione estremamente difficile, soprattutto difficile per quanto era in gioco: ovvero, il corpo di santa Lucia. La linea decisa fu quella dura. Il Patriarcato non avrebbe versato nessuna lira in caso di richiesta. Tuttavia, alcuni ambienti cattolici, romani e veneziani – memori delle conseguenze della linea dura seguita alcuni anni addietro – diedero dei segnali conciliativi e, sembra, abbiano imbastito dei canali di ascolto, dove poter arrivare a delle trattative.
Il 20 novembre vi furono le prime telefonate dei rapitori. La somma per il riscatto era di duecento milioni di lire. Nei giorni seguenti vi furono altre telefonate; una in particolare diede l’assicurazione che il corpo era custodito “con la massima cura”. Ufficialmente il Patriarcato, ligio alla linea decisa, non le prese neppure in considerazione; tuttavia, monsignor Fiorin, precedente parroco di San Geremia, e il mediatore della Questura di Venezia chiesero delle garanzie sul reale possesso della reliquia. Qualche giorno dopo un piccolo pezzo del tessuto che copriva il corpo di santa Lucia fu recapitato in Questura.
Il 30 di novembre l’Ansa di Milano ricevette un ultimatum. Alle ore 18 del giorno seguente sarebbe scaduto il tempo per la consegna dei duecento milioni. Se ciò non fosse stato ottemperato il corpo di Lucia sarebbe stato bruciato.
Giorni dopo, il 2 dicembre, la Rai regionale di Milano ricevette una telefonata. L’interlocutore comunicava che “le spoglie di santa Lucia sono state bruciate a tre chilometri da San Donà di Piave”.
Non era finita.
Un’altra telefonata, del 3 dicembre, questa volta all’Ansa di Bologna, comunicava che il corpo era stato lasciato al chilometro 220 della Via Aurelia. Gli investigatori corsi sul luogo trovarono uno scatolone, riempito di carta e cartone, ma del corpo non c’era traccia.
Nel frattempo, a Venezia si programmava la festa della santa, cercando di superare la crescente angoscia. Si pensò di esporre la testa della santa, durante la sua solennità, all’interno di una nuova custodia a prova di qualsiasi trafugatore.
Qualcosa era cambiato. Le solite fughe di notizie, che trovavano posto nella stampa, cominciavano a dare segnali fiduciosi. Addirittura qualche giornale si sbilanciò nello scrivere che le spoglie sarebbero state recuperate in concomitanza della festa.
Il 4 dicembre, il giornalista Giovanni Battista Titta Bianchini annunciava che il corpo era stato recuperato. Nelle stesse ore, la Questura richiedeva al patriarcato la documentazione fotografica della veste, per “determinati accertamenti”.
Il 13 dicembre, festa della martire siracusana, Idilio Cilfone, questore di Venezia – uomo di grande umanità e di profonda cultura – convocò per le otto di mattina i giornalisti per una conferenza stampa. Il corpo di santa Lucia era stato recuperato.
I delinquenti si erano serviti di un barchino, ormeggiato nel vicino canale di Cannaregio, per la fuga. Da qui, avevano navigato lungo costa fino alla riva prospiciente Quarto d’Altino, parallela alla strada statale Triestina e, in zona Montiron – un’area che, soprattutto d’inverno, ricorda molto l’atmosfera creata da David Lynch in un suo sceneggiato – avevano lasciato i resti mortali di Lucia in un capanno di caccia, all’interno di sacchi di plastica.
A Mezzogiorno, un motoscafo della polizia approdò alle fondamenta di Santa Apollonia. Uno degli agenti trasportava, come se fosse una creatura viva, un fagotto. Era Lucia.
Il 17 dicembre, alle ore 17.30, presso la cappella del Palazzo Patriarcale, il professore Carlo Francesco Martelli, primario patologo dell’ospedale al Mare del Lido di Venezia, eseguì il riconoscimento ufficiale. Si evidenziarono delle deformazioni, causate dal trafugamento, e delle chiazze verdi alle gambe e ai piedi, provocate dall’ambiente umido, nel quale era stato deposto il corpo.
Tutto bene quando finisce bene, così recita il buon famoso detto. Eppure qualcosa non torna. Vi ricordate la famosa regola delle 5 W stabilita dai giornalisti statunitensi? Certo abbiamo il What, che cosa; When, Quando; Where; dove; ma ci manca il who: chi e il Why: perché.
Sarà affascinante parlarne ancora.
Sul far della notte del 5 dicembre, molti bambini del Friuli Venezia Giulia, del Veneto e del Trentino Alto Adige si coricano con la speranza di trovare al mattino successivo il dono da loro desiderato.
I bimbi, dopo esser stati rimboccati sotto le coperte, attendono che il rumore dei passi della mamma o del papà siano sempre più lontani; e dopo qualche sospiro, fanno uscire dal caldo fagotto del letto le manine. Su una mano contano le marachelle e sull’altra le buone azioni compiute a casa e a scuola. Contano e ricontano, ma non c’è verso. Ci vorrebbero tre, quattro mani per contare le birichinate. Poi, con più attenzione, ripensano alle giornate trascorse. E così, come d’incanto, ogni marachella e tutti i capricci svaniscono di fronte alle decine e decine di buone azioni. Peraltro, a scuola, qualche maestra ha insegnato che ogni buona azione ne cancella tante di cattive. Così il piccolo nodo alla gola lascia spazio alla contentezza ed alla buona aspettativa di meritarsi il dono.
La loro attenzione si lascerà andare sugli ultimi preparativi del dopo cena. Si. Tutto è pronto per accogliere san Nicola e il suo asino, fedele compagno di tante avventure. Un cesto di fieno sull’uscio di casa per l’amico a quattro zampe e un buon bicchiere colmo di vino per il buon vecchio dal sorriso a tutto tondo, con tanto di barba bianca e vistose chiazze rosse sulle guance e sul naso.
Molti di loro non riusciranno a sostenere lo sforzo di restare svegli, altri ancora le tenteranno tutte pur di vederlo, ma solo sentire dell’orrido rumore delle catene dei demoni (come dice la tradizione), che seguono il santo, si catapulteranno spaventati sotto le coperte.
San Nicola è colui che ci ha fatto sognare da bambini, fa sognare le nostre piccole creature e farà sognare i nostri nipoti. Tutti i Babbi Natali delle diverse tradizioni culturali si sono ispirati a lui. Il Santo protettore, fra l’altro, proprio dell’innocenza, i bambini.
Per quanto possa apparire assurdo, almeno ai nostri occhi, Nicola non ebbe i natali tra le lande gelate del nord intiepidito dal calore delle fatate renne; ma in una terra riscaldata dal sole del Mediterraneo.
La sua città natale fu Patara, nell’antica Licia, una regione dell’Asia Minore, nella parte meridionale dell’attuale Turchia. Si sa poco della sua infanzia. La sua data di nascita oscilla tra il 260 e il 280 d.C. e la sua famiglia doveva essere di agiate condizioni economiche. Di una cosa si è certi. Era cristiana, mentre già sui nomi dei genitori vi sono dei dubbi. Esistono due diverse correnti di pensiero, basate su testimonianze scritte. Una prima, li ricorda come Teofane e Giovanna; la seconda, come Epifanio e Nonna.
Gli anni della fanciullezza, Nicola li trascorse frequentando le maggiori personalità ecclesiastiche dei luoghi a lui vicini, grazie ai quali poté intraprendere lo studio delle Sacre Scritture.
Perse i genitori in giovane età a causa di un’epidemia di peste e si ritrovò a disporre di un’ingente patrimonio, che utilizzò per aiutare i bisognosi.
Si ricordano molti episodi a questo riguardo, tra i quali il seguente.
Nicola era venuto a conoscenza che un suo vicino, un ricco decaduto, stava avviando le sue tre figlie alla prostituzione.
Assalito dall’orrore di questo deprecabile mercimonio, Nicola prese una grossa quantità di oro e l’avvolse in un panno trasparente a formarne una pallina dorata (come non ricordare i nostri balocchi appesi sull’albero di natale…) e, nel mezzo di una notte, senza farsi vedere, la gettò in una finestra rimasta aperta del vicino. Lo stesso gesto lo ripeté altre due volte; in tal modo tutte e tre le ragazze furono salve. Così, esse poterono celebrare le nozze e farsi una vita secondo i dettami cristiani, ringraziando Iddio per la grazia ricevuta.
In età adulta, lasciò Patara e si trasferì a Myra, dove venne ordinato sacerdote. Non ci volle molto tempo affinché la gente lo amasse, soprattutto per le sue opere di carità. Tanto che, alla morte del vescovo metropolita, fu lo stesso popolo a volerlo come nuovo vescovo. Durante il regno di Diocleziano (che operò una delle tante persecuzioni verso i cristiani), conobbe le catene della prigionia e le sofferenze dell’esilio, che ebbero termine nel 313, sotto Costantino. Ripresa l’attività apostolica, fu uno dei 318 partecipanti al Concilio di Nicea del 325, durante il quale venne condannato l’Arianesimo.
Stando alla tradizione, in questi anni Nicola si trovò a compiere numerosi miracoli per aiutare la sua gente. Tra questi, resuscitò dei ragazzi, salvò degli innocenti dalla pena di morte e risparmiò l’intera città dalla carestia.
Il 6 dicembre 343, a Myra, Iddio volle riaverlo al suo fianco.
Il suo culto si diffuse velocemente per tutta l’Asia Minore, per poi approdare ovunque, ed è conosciuto oggi, almeno per i più, nelle mutate vesti di Santa Claus: Babbo Natale.
Incredibilmente accadde che nel 1823 una poesia natalizia del newyorkese Clement Clarke Moore, “Twas the Night Before Christams” (Era la notte prima di Natale) dedicata a Santa Claus, storpiatura nordica del nome di Nicola, lo raffigurò come una sorta di folletto gioioso a bordo di una slitta trainata dalle renne, dando le basi dell’iconografia attuale del Babbo Natale.
Tuttavia, si dovrà aspettare lo statunitense Haddon Sundblom, che nel 1930 codificherà San Nicola, una volta per sempre, nelle sembianze ed abiti del Babbo Natale. Haddon era un’artista delle immagini e il destinatario del suo lavoro era la Coca Cola.
Dato per assodato che Nicola sia morto a Myra e che Babbo Natale altro non sia che la trasposizione moderna di Nicola, potremmo affermare con una certa sicurezza che conosciamo il luogo dove riposano i resti mortali di colui, che, anno dopo anno, rallegra i bimbi di ogni età di questa terra. Beh, la risposta non può essere sintetizzata in un semplice si, o no.
Per rispondere a questa domanda, dobbiamo fare qualche passo indietro, lungo centinaia di anni. Siamo in quel periodo che per alcuni è l’evo oscuro, per altri l’evo costitutivo dell’odierna Europa: il tanto chiacchierato e bistrattato Medioevo.
Fino al 1087 le spoglie mortali del Santo erano custodite nella chiesa di Myra. Nel 1084 la città cadde nelle mani dei Selgiuchidi, ma le reliquie del Santo non furono toccate dai cosiddetti infedeli; anzi, fu permessa la continuazione delle cerimonie a lui dedicate.
Due città, ambedue affacciate sul mare Adriatico, si trovarono, per ragioni politiche, antagoniste nel trafugamento delle reliquie del Santo di Myra. Da una parte Bari, appena affrancata dal potere di Costantinopoli ed entrata nel circuito dei Normanni; dall’altra Venezia, divenuta cosciente della sua possibile affermazione sull’intero Mediterraneo. Senza voler entrare, almeno in questo momento, nella politica delle reliquie e della consistenza delle stesse – cosa a dir poco affascinante -, la città pugliese riuscì ad anticipare i veneziani. Il 9 maggio 1087, 62 uomini, guidati da due sacerdoti e tre nocchieri, imbarcati su tre navi, si diressero ad Antiochia e, dopo aver venduto il carico di grano, si fermarono a Myra. Raggiunsero con le armi la chiesa e sfondarono la lastra tombale posta sul pavimento dell’altare maggiore della chiesa. Trovarono la tomba del Santo, piena di manna. I baresi non persero tempo. Dopo aver brandito le armi contro la popolazione locale, che tentò di ostacolare il furto, imbarcarono in tutta fretta il corpo e la manna, che fu messa su un vaso, e presero il mare l’11 aprile del 1087. Anni dopo, nel 1089, papa Urbano II depose entrambi nell’arca d’argento della nuova chiesa fatta costruire a tal scopo.
I veneziani, maldisposti a perdere la scena internazionale, non si diedero per vinti.
In occasione della prima Crociata, nel 1099, trovarono l’occasione di attraccare a Myra, e qui fu loro indicato che le cerimonie più importanti non si eseguivano sull’altare maggiore – dove i baresi avevano sottratto le ossa – bensì su una cappella laterale. I veneziani trovarono una grande quantità di frammenti sparsi e parti intere del tronco.
Portati i resti a Venezia, San Nicolò venne proclamato il protettore della flotta di Venezia e li condussero in pompa magna nella chiesa a lui dedicata.
Ovviamente, questo aprì una nuova contesa tra le due città, che si chiuse nel 1992, quando una ricognizione scientifica determinò che i resti di Bari e Venezia appartenevano alla stessa persona. Ma c’è da chiedersi: i nostri trafugatori, siano baresi o veneziani, hanno davvero traslato le reliquie di san Nicola? Forse, perché no. Le prove, alquanto univoche, sono piuttosto esaustive; almeno fino a prova contraria. Ma che si tratti di San Nicola di Myra, (stando alle dichiarazioni turche), questo è un altro paio di maniche. Però – detto tra noi- è così importante conoscere veramente dove riposano le sue parti terrene, quando ogni anno miliardi di esseri umani si scoprono bambini capaci, grazie a Lui, di sognare e amare il prossimo?
Nicola capirà.
Una volta ogni tanto, quando capitiamo in una chiesa, credenti o meno, rendiamogli un saluto, pieno di sincera gratitudine.
Come benefattore, per la generosità e bontà d’animo che ha avuto in vita; per l’identificazione in Babbo Natale, che ogni anno rallegra gli animi innocenti dei bambini, che in trepida attesa, aspettano il suo arrivo.
Perché, significato religioso a parte, ogni anno crea l’affascinante aspettativa verso la piacevole occasione di vedere riunita la Famiglia, gli amici e le persone care.
Grazie San Nicola.
Un albero può dar vita a dei magnifici frutti solo se le sue radici sono ben salde e in profondità su un terreno ricco di sostanze nutritive. Per analogia, la stessa cosa la possiamo affermare per un popolo. Più è profonda la memoria della sua storia, più la sua vitalità ne avrà da giovarsi, soprattutto se la storia si è alternata in una serie cadenzata di eventi, molti dei quali hanno seriamente lambito la sua stessa sopravvivenza.
In questa ottica cade la tradizionale festa della Madonna della Salute, che si celebra il 21 novembre a Venezia. I devoti veneziani – ma non mancano i turisti anche stranieri e sempre più numerosi – percorrono il ponte votivo di barche, allestito dal Comune di Venezia, che consente di attraversare il Canal Grande da Santa Maria del Giglio fino alla chiesa consacrata alla Madonna della Salute.
Sul sagrato, affollato all’inverosimile da persone di ogni età, lunghe file disordinate si appiattiscono attorno ai banchetti, che vendono candele liturgiche e ceri votivi dalle misure più disparate. All’improvviso, le fiumane umane sembrano riprendere un ordine e risalgono la scalinata del maestoso tempio.
Il vociare si acquieta, lasciando posto all’intimità delle preghiere e alle sante messe celebrate quasi di continuo nei sei altari.
Si legge, nei volti dei bambini, di adulti, anziani, ricchi e poveri tanta devozione, ma soprattutto tanta speranza; ognuno sembra portare una croce, piccola o grande che sia, per la quale sente il bisogno di chiedere una Grazia o di dire solo “grazie” alla loro Madonna.
All’uscita, gli animi sono cambiati, rassicurati per i giorni a venire, confidando di superare le avversità che si presenteranno. Profonda è la loro fede e ancor più profonda è la venerazione nella loro Madonna. Quante volte l’hanno invocata e chissà quante volte ha esaudito le loro richieste, guarendo i dolori dello spirito e del corpo o, più semplicemente, rendendoli più sopportabili.
Uscendo, appena varcato uno dei portoni, l’odore di incenso e di cera e il silenzio mistico, lentamente si dissolvono per lasciare spazio alla profanità inebriante dei profumi di frittelle e zucchero filato, mentre nelle cucine di casa e nelle sempre più rare trattorie tipiche si cucina la “castradina”, una succulenta zuppa a base di montone castrato con le verze sofegae.
La solennità, tra le più sentite nella città lagunare, è la ricorrenza del voto compiuto dalla città alla Vergine, affinché il terribile morbo della peste nera divenisse solo un orrido ricordo. Quei terribili momenti ci sono pervenuti in tutta la loro crudezza grazie ad una testimonianza di un medico, che tentò di affrontare razionalmente l’epidemia. Il testimone della tragedia era Alvise Zen.
“Eccellentissimo monsieur D’Audreville, vi racconterò quei terribili giorni solo perché sono convinto che senza memoria non c’è storia e che, per quanto amara, la verità è patrimonio comune. E poiché, dopo l’orrore, quella vicenda si trasformò in una festa, anzi in una delle feste più amate dai veneziani, mi è meno gravoso ricordarla. Ma veniamo ai fatti.
Per secoli non ci fu calamità più spaventosa della peste. Il morbo veniva dall’oriente e dunque tutte le strade del commercio, che era per Venezia la principale fonte di ricchezza, si trasformarono in vie di contagio. Era il 1630. Assieme alle spezie e alle stoffe preziose, le navi della Serenissima trasportarono anche la morte nera.
Ah! Mio caro amico, nemmeno le guerra e le carestie offrivano uno spettacolo così desolato. La Repubblica approntò subito una serie di provvedimenti per arginare l’epidemia: furono nominati delegati per controllare la pulizia delle case, vietare la vendita di alimenti pericolosi, chiudere i luoghi pubblici, perfino le chiese… potevamo circolare liberamente solo noi medici… indossavamo una lunga veste chiusa, guanti, stivaloni e ci coprivamo il volto con una maschera dal naso lungo e adunco e occhialoni che ci conferivano un aspetto spaventevole…uomini e donne malati venivano portati nell’isola del Lazzaretto vecchio; le persone che erano state in contatto con gli appestati erano invece trasferite in quella del Lazzaretto Nuovo…Su una nave era stata issata una forca per giustiziare i trasgressori delle ordinanze igieniche e alimentari. La peste straziava i corpi che erano ricoperti da “fignoli, pustole, smanie” e mandavano un odore fetido. I ricchi morivano come i poveri.
Non c’era più chi seppelliva i cadaveri. Per i canali transitavano barche da cui partiva il grido “chi gà morti in casa li buta zoso in barca”…guaritori e ciarlatani inventavano inutili antidoti; preti e frati indicavano nell’ira divina la vera causa di tutto quell’orrore calata in Venezia…”.
In realtà, altre cronache coeve riferiscono che l’epidemia fu causata da una falla del cordone sanitario, messo in piedi dallo stato veneziano, dopo le ultime ondate pandemiche.
Dilagata in tutto il nord Italia – come non ricordare il brano del Manzoni nei suoi “Promessi Sposi” – la peste nera arrivò a Venezia l’otto giugno 1630 con l’ambasciatore del duca Carlo I Gonzaga Nevers, proveniente da Mantova. Il marchese dè Strigis e i suoi cinque servitori furono posti in quarantena sull’isola del Lazzaretto Vecchio e poi furono trasferiti nell’isola di San Clemente, dato l’alto lignaggio dell’emissario mantovano. In questa circostanza un falegname, incaricato di rendere più dignitosi i locali, venne in contatto con i pazienti. Dopo il suo ritorno in città, si ammalò e, a partire dal Campo di San Lio, l’epidemia dilagò in tutta la sua virulenza tra le isole veneziane e nel suo retroterra. In poco tempo si contarono quasi 50.000 morti su una popolazione cittadina di circa 140.000 persone.
Come nel passato, il doge e il senato fecero il voto di erigere un nuovo tempio. La scelta cadde su un determinato luogo, all’imbocco del Canal Grande, in prossimità della Punta da Mar, occupato da un complesso religioso vecchio di secoli, ormai mezzo diroccato. Esso era stato il monastero del famoso Ordine dei Cavalieri Teutonici ed era intitolato alla Santissima Trinità. Era stato eretto in segno di gratitudine per l’attività svolta dai cavalieri nella guerra di San Saba contro Genova. Addirittura divenne la sede del Gran Maestro nel 1298, dopo la caduta di Acri; e così rimase fino a quando il Gran Maestro Siegfried von Feuchtwangen trasferì nel 1309 la sede dell’Ordine Teutonico a Marienburg (oggi Malbork in Polonia).
Abbandonato dai cavalieri, il complesso passò di mano in mano a diversi ordini religiosi, fino a diventare un seminario, ma ormai le crepe del tempo si erano insinuate in tutte le mura. Molti locali avevano già avuto dei cedimenti strutturali e bastava una semplice occhiata per presagire il crollo dell’intera struttura.
Dopo un concorso, l’incarico venne affidato all’architetto Baldassarre Longhena, che definì il suo progetto “una rotonda macchina che mai s’è veduta né mai inventata”.
Longhena non poté assistere alla conclusione della sua opera. Morì nel 1682 e i lavori furono portati a termine da Antonio Gasperi, un suo stretto collaboratore. La cerimonia della posa della prima pietra si svolse il 25 marzo 1631 e non a caso. Cadeva l’anniversario della fondazione di Venezia, oltre della Creazione, dell’Annunciazione, nonché della Crocifissione.
In quel giorno venne disteso un ponte di barche, che fu percorso da una solenne processione, preceduta dalle immagini della Madonna Nicopeia (Vittoriosa). Sotto la prima pietra furono interrate una medaglia d’oro, dieci d’argento e dieci di rame.
La chiesa venne consacrata il 9 novembre 1687 e si stabilì il 21 novembre, quale giorno ufficiale della fine dell’epidemia.
Il corpo centrale della chiesa possiede una pianta ottagonale ed è sormontato da una cupola, che poggia su otto pilastri e si conclude con la lanterna, attorniata da una balaustra e otto obelischi con globo. Sopra ancora la Madonna Immacolata, che sostiene il bastone di “Capitana da Mar”. Anche la lanterna della cupola minore, che sovrasta il presbiterio, è attorniata da otto elementi simbolici. Sul lato meridionale della chiesa si ergono i due campanili squadrati, alti 46,40 metri.
La facciata principale, di ispirazione palladiana, evidenzia delle mezze colonne corinzie su piedistalli, mentre la gradinata si sviluppa anche sui prospetti adiacenti. Ai lati dell’ingresso, tra le nicchie inquadrate dalle colonne, quattro sculture raffigurano gli Evangelisti; mentre sopra il portale prende corpo un florilegio scultoreo di angeli e della Vergine da togliere il fiato, in massima parte attribuibili allo scultore Tommaso Rues.
Fino al 1797, sull’arco dell’ingresso si mostrava un leone marciano, ma fu distrutto dai soldati francesi, dopo la caduta della Repubblica.
Anche gli ingressi secondari sono dotati di una importante presenza plastica, tra cui due splendide sculture raffiguranti San Giovanni Battista e Sant’Andrea Apostolo. La crestomazia scultorea della facciata principale trova una sua linea narrativa nei timpani delle sei facciate laterali, ciascuno dei quali esibiscono ai lati due angeli e una figura mariana dell’Antico Testamento. Le stesse facciate non sono esenti dal contesto plastico generale.
Sul timpano della prima facciata di sinistra spiccano Eva, anche se si tratta di una copia dell’originale franato a terra, dopo la tempesta del 4 novembre del 1966; e i due angeli. Il prospetto, invece, presenta San Michele Arcangelo in lotta con Lucifero, affiancato da due virtù, Fortezza e Prudenza. La successiva facciata di sinistra è sormontata da Ruth e dai due soliti angeli; infine la terza. Essa è caratterizzata da Giaele e da un solo angelo. Percorrendo il lato destro, la prima facciata evidenzia sulla parete San Teodoro, l’antico patrono di Venezia, e tre angeli; sopra, sul timpano, la statua di Giuditta e due angeli. Sulla seconda e terza facciata si esibiscono rispettivamente le sculture di Rebecca ed Ester, anch’esse inquadrate da due angeli.
Altro complesso plastico di notevole impatto è collocato sui modiglioni. Si tratta di 14 statue, alte 2,75 metri, che raffigurano i profeti dell’Antico Testamento.
La decorazione interna rappresenta un’esperienza visiva emozionale come poche e la sua descrizione risulta improba trascriverla in poche righe, per cui solo una reale visita potrà appagare ogni curiosità e, soprattutto, assaporare il bello, nonché ascoltare e respirare i loro profondi messaggi.
Sotto la cupola maggiore, la pavimentazione è contraddistinta da un enorme rosario, costituito da 32 cerchi di varia misura e da una fascia di 32 rose, che rappresentano i Misteri del Rosario.
L’altare maggiore, disegnato dallo stesso Longhena, è collocato al centro di quattro colonne enormi, fatte venire dal teatro romano di Pola. Esso è incoronato da statue, per lo più attribuite allo scultore fiammingo Le Court (Ypres 1627 – Venezia 1679). Tra queste, splendida “La Vergine con il putto in gloria innanzi a cui Venezia inginocchiata chiede protezione contro la peste”.
L’altare, inoltre, contiene il cuore pulsante della chiesa, l’immagine della Vergine Nicopeia. Portata a Venezia da Francesco Morosini nel 1672, l’icona di scuola greco bizantina era stata custodita per secoli nella chiesa candiota di San Tito. Secondo la tradizione, la sacra immagine sarebbe stata dipinta addirittura da san Luca e consegnata dallo stesso evangelista ai fedeli, affinché la venerassero come una vera e propria reliquia mariana. Oltre all’appellativo di Nicopeia, è conosciuta sotto il nome di Mesopanditissa, ovvero Mediatrice di Pace, volendo così ricordare il suo ruolo di “testimone” della pace tra i veneziani e i candiotti nel 1264, dopo la lunga guerra durata ben sessanta anni.