Il leoncino di Venezia. L’ennesimo sfregio

Le cronache delle testate giornalistiche di questi ultimi giorni, nazionali e locali, hanno dato ampio rilievo all’ennesimo vandalismo compiuto al patrimonio artistico veneziano. Gli autori del nuovo atto d’inciviltà sono stati individuati in tre studenti: una ragazza di Trento e due ragazzi, rispettivamente di Perugia e Brescia. Tre città dal millenario passato e dove ogni angolo, ogni scorcio parla della propria storia. Eppure, tre figli di queste nobili città si sono resi responsabili del vandalismo a pochi passi dalla Basilica di San Marco. Alle prime ore del 29 settembre, gli studenti, reduci da una serata trascorsa tra i fumi dell’alcool, hanno ben pensato di rendere quelle ore tra le più memorabili. Magari avranno pensato ad una semplice bravata da raccontare al bar, esibendo, perché no, un bel selfie alla platea di “poaretti”.

L’episodio è avvenuto nella Piazzetta dei Leoncini, racchiusa dalla chiesa di San Basso, dalla facciata settentrionale della Basilica di San Marco e il Palazzo Patriarcale. Qui, posti sopra due pedane, si fanno ammirare due statue di leoni accovacciati, che sembrano vigilare l’ingresso della Curia Patriarcale. Le due sculture, gioia di tanti bimbi, e non solo veneziani, sono state realizzate dallo scultore veneziano Giovanni Bonazza nel 1722 con il cosiddetto marmo rosso di Cottanello.

I tre geni dalle deboli sinapsi hanno quindi imbrattato con della vernice rossa – si esce sempre da casa, portandosi con sé delle bombolette di colore (mah) – uno dei due leoni e, non contenti, il Ponte del Carmine con la scritta “mi state uccidendo”, sopra uno sgorbio di disegno di un bambino con il palloncino.

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dal web

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dal web

Ebbene, l’atto di per sé già grave, diviene foriero di altre domande, le cui risposte sono difficili o, forse, impossibili. Parte degli autori frequenta l’Accademia delle Belle Arti a Venezia. Assurdo solo a pensarci. A questo stato di cose non possiamo stupirci più di niente. Tuttavia, di una cosa possiamo avere la certezza. Difficilmente i tre soffriranno della Sindrome di Stendhal nel corso della loro vita. E’ vero che la responsabilità dell’imbrattamento è da attribuirsi ai tre, comunque si ravvede l’assenza degli insegnamenti di Educazione Civica nelle classi della scuola italiana, come delle sempre più esigue ore dedicate alla storia dell’arte.

Ora, mi auguro che i tre ne rispondano in tutto e per tutto, compreso del costo del restauro, e, magari, di un lungo periodo di lavori socialmente utili a favore della città.

Tuttavia, non possiamo aspettare che qualche “poaretto” di turno deturpi un nuovo monumento per urlare ai quattro venti un nuovo sfregio al patrimonio culturale veneziano, quando ogni giorno si vede dissipare il biancore delle mura delle chiese, dei palazzi, delle singole pietre che compongono questa fragile città, a causa delle tante frasi idiote o dai ghirigori senza senso e, molto spesso, volgari. Ma di questo non ci si scandalizza più. Peccato.

Veronica Franco. Una letterata e cortigiana nella Venezia del Rinascimento. Le Rime.

RISPOSTA DELLA SIGNORA VERONICA FRANCA A MESSER MARCO VENIERO
S’esser del vostro amor potessi certa
per quel che mostran le parole e ‘l volto,
che spesso tengon varia alma coperta;
se quel che tien la mente in sé raccolto
mostrasson le vestigie esterne in guisa
ch’altri non fosse spesso in frode còlto,
quella téma da me fora divisa,
di cui quando perciò m’assicurassi,
semplice e sciocca, ne sarei derisa:
“a un luogo stesso per molte vie vassi”,
dice il proverbio; né sicuro è punto
rivolger dietro a l’apparenzie i passi.
Dal battuto camin non sia disgiunto
chiunque cerca gir a buona stanza,
pria che sia da la notte sopragiunto.
Non è dritto il sentier de la speranza,
che spesse volte, e le più volte, falle
con falsi detti e con finta sembianza;
quello della certezza è destro calle,
che sempre mena a riposato albergo,
e rifugio ha dal lato e da le spalle:
a questo gli occhi del mio pensier ergo,
e da parole e da vezzi delusa,
tutti i lor vani indizi lascio a tergo.
Questa con voi sia legitima scusa,
con la qual di non credere a parole,
né ai vostri gesti, fuori esca d’accusa.
E se invero m’amate, assai mi duole
che con effetti non vi discopriate,
come chi veramente ama far suole:
mi duol che da l’un canto voi patiate
e da l’altro il desio, c’ho d’esser grata
al vostro vero amor, m’interrompiate.
Poi ch’io non crederò d’esser amata,
né ‘l debbo creder, né ricompensarvi
per l’arra che fin qui m’avete data,
dagli effetti, signor, fate stimarvi:
con questi in prova venite, s’anch’io
il mio amor con effetti ho da mostrarvi;
ma s’avete di favole desio,
mentre anderete voi favoleggiando,
favoloso sarà l’accento mio;
e di favole stanco e sazio, quando
l’amor mi mostrerete con effetto,
non men del mio v’andrò certificando.
Aperto il cor vi mostrerò nel petto,
allor che ‘l vostro non mi celerete,
e sarà di piacervi il mio diletto;
e s’a Febo sì grata mi tenete
per lo compor, ne l’opere amorose
grata a Venere più mi troverete.
Certe proprietati in me nascose
vi scovrirò d’infinita dolcezza,
che prosa o verso altrui mai non espose,
con questo, che mi diate la certezza
del vostro amor con altro che con lodi,
ch’esser da tai delusa io sono avezza:
più mi giovi con fatti, e men mi lodi,
e, dov’è in ciò la vostra cortesia
soverchia, si comparta in altri modi.
Vi par che buono il mio discorso sia,
o ch’io m’inganni pur per aventura,
non bene esperta de la dritta via?
Signor, l’esser beffato è cosa dura,
massime ne l’amor; e chi nol crede,
ei stesso la ragion metta in figura.
Io son per caminar col vostro piede,
ed amerovvi indubitatamente,
sì com’al vostro merito richiede.
Se foco avrete in sen d’amor cocente,
io ‘l sentirò, perch’accostata a voi
d’ardermi il cor egli sarà possente:
non si pònno schivar i colpi suoi,
e chi si sente amato da dovero
convien l’amante suo ridamar poi;
ma ‘l dimostrar il bianco per lo nero
è un certo non so che, che spiace a tutti,
a quei ch’anco han giudicio non intiero.
Dunque da voi mi sian mostrati i frutti
del portatomi amor, chè de le fronde
dal piacer sono i vani uomini indutti.
Ben per quanto or da me vi si risponde,
avara non vorrei che mi stimaste,
chè tal vizio nel sen non mi s’asconde;
ma piaceriami che di me pensaste
che nel l’amar le mie voglie cortesi
si studian d’esser caute, se non caste:
né così tosto d’alcun uom compresi
che fosse valorose e che m’amasse,
che ‘l cambio con usura ancora gli resi.
Ma chi per questo poi s’argomentasse
Di volermi ingannar, beffa se stesso;
e tale il potria dir, chi ‘l domandasse.
E però quel che da voi cerco adesso
non è che con argento over con oro
Il vostro amor voi mi facciate espresso:
perché si disconvien troppo al decoro
di chi non sia più che venal far patto
con uom gentile per trarne anco un tesoro. Di mia profession non è tal atto;
ma ben fuor di parole, io ‘l dico chiaro,
voglio veder il vostro amor in fatto.
Voi ben sapete quel che m’è più caro:
seguite in ciò com’io v’ho detto ancora,
chè mi sarete amante unico e raro.
De le virtuti il mio cor s’innamora,
e voi, che possedete di lor tanto,
ch’ogni più bel saver con voi dimora,
non mi negate l’opra vostra intanto,
chè con tal mezzo vi vegga bramoso
d’acquistar meco d’amador il vanto:
siate in ciò diligente e studioso,
e per gradirmi ne la mia richiesta
non sia ‘l gentil vostro ozio unqua ozioso.
A voi poca fatica sarà questa,
perch’al vostro valor ciascuna impresa,
per difficil che sia, facil vi resta.
E se sì picciol carico vi pesa,
pensate ch’alto vola il ferro e ‘l sasso,
che sia sospinto da la fiamma accesa:
quel che la sua natura inchina al basso,
più che con altro, col furor del foco
rivolge in su dal centro al cerchio il passo;
onde non ha ‘l mio amor dentro a voi loco,
poi ch’ei non ha virtù di farvi fare
quel ch’anco senza’amor vi sarìa poco.
E poi da me volete farvi amare?
Quasi credendo che, così d’un salto,
di voi mi debba a un tratto innamorare?
Per questo non mi glorio e non m’essalto;
ma, per contarvi il ver, volar senz’ale
vorreste, e in un momento andar troppo alto:
a la possa il desir abbiate eguale,
benché potreste agevolmente alzarvi
dov’altri con fatica ancor non sale.
Io bramo aver cagion vera d’amarvi,
e questa ne l’arbitrio vostra è posta,
sì che in ciò non potete lamentarvi.
Dal merto la mercè non fia discosta,
se mi darete quel che, benchè vaglia
al mio giudicio assai, nulla a voi costa:
questo farà che voli e non pur saglia
il vostro premio meco a quell’altezza,
che la speranza col desire agguaglia. E qual ella si sia, la mia bellezza,
quella che di lodar non sète stanco,
spenderò poscia in vostra contentezza:
dolcemente congiunta al vostro fianco,
le delizie d’amor farò gustarvi,
quand’egli è ben appreso al lato manco;
e ‘n ciò potrei tal diletto recarvi,
che chiamar vi potreste per contento,
e d’avvantaggio appresso innamorarvi.
Così dolce e gustevole divento,
quando mi trovo con persona in letto,
da cui amata e gradita mi sento,
che quel mio piacer vince ogni diletto,
sì che quel, che strettissimo parea,
nodo de l’altrui amor divien più stretto.
Febo, che serve a l’amorosa dea,
e in dolce guiderdon da lei ottiene
quel che via più che l’esser dio li bea,
a rivelar nel mio pensier ne viene
quei modi che con lui Venere adopra,
mentre in soavi abbracciamenti il tiene;
ond’io instrutta a questi so dar opra
sì ben nel letto, che d’Apollo a l’arte
questa ne va d’assai spazio di sopra,
e ‘l mio cantar e ‘l mio scriver in carte
s’oblìa da chi mi prova in quella guisa,
ch’à suoi seguaci Venere comparte.
S’avete del mio amor l’alma conquisa,
procurate d’avermi in dolce modo,
via più che la mia penna non divisa.
Il valor vostro è quel tenace nodo
che me vi può tirar nel grembo, unita
via più ch’affisso in fermo legno chiodo:
farvi signor vi può de la mia vita,
che tanto amar mostrate, la virtute,
che ‘n voi per gran miracolo s’addita.
Fate che sian da me di lei vedute
quell’opre ch’io desìo, chè poi saranno
le mie dolcezze a pien da voi godute;
e le vostre da me si goderanno
per quello ch’un amor mutuo comporte,
dove i diletti senza noia s’hanno.
Aver cagion d’amarvi io bramo forte:
prendete quel partito che vi piace,
poi che in vostro voler tutta è la sorte.
Altro non voglio dir: restate in pace.

Il castello di Andraz

Nei pressi del comune di Col di Lana, il Fodòm ladino, al confine tra la provincia di Belluno e quelle di Trento e Bolzano, in una splendida vallata vi è una chicca dell’età medioevale. Siamo a Livinallongo, nella minuscola frazione di Castello; e qui, sopra un’imponente roccia, che si staccò da una vicina montagna nella lontana età glaciale, si erge maestoso il castello di Andraz o di San Raffaele. Non fu certamente dovuta al caso una simile scelta. Da questo punto è stato possibile dominare non solo le vie provenienti da Belluno o quelle settentrionali di Bressanone o Castel Badia, ma anche il percorso di Ampezzo, attraverso la sella del Falzarego.

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La prima storia del castello è difficile da ricostruire con esattezza, ma alcuni documenti dell’archivio vescovile di Bressanone proverebbero che i suoi natali dovrebbero risalire al Mille, ma parliamo di testimonianze che abbisognerebbero di ulteriori conferme e necessari confronti. L’incerto delle fonti testimoniali sembra perdurare sino alla fine dell’XI secolo, poiché, intorno al 1221, le nebbie sembrano dipanarsi, finalmente, di fronte alla presenza della famiglia Schoneck, che ricevette il castello dal vescovo conte di Bressanone. Questa non era una famiglia di perfetti sconosciuti alla storia della regione, dato che, vassalli del vescovo di Bressanone, erano i signori di Rodengo in Val Pusteria e dei territori sopra Marebbe; peraltro erano stati investiti dal titolo di giudici provinciali dal conte del Tirolo e di Gorizia. Da quel momento, sebbene i nomi delle famiglie proprietarie nel corso del tempo risuonassero diversi nelle stanze del castello, il vescovo conte non lo perse mai di vista, data la sua importanza strategica nella regione. Intorno al 1416, l’allora vescovo conte lo pose direttamente alle proprie dipendenze, dotandolo di guarnigioni al comando di un capitano.

Tra i vescovi che vi dimorarono – tra i più celebri – è stato senza dubbio Nicolò Cusano, il grande teologo e filosofo. Durante il suo ministero, si trovò spesso costretto a trovare rifugio nel castello, dove, tra l’altro scrisse alcune delle sue opere. Tra il 1457 e il 1460, il suo soggiorno è legato alla contesa che lo vide contrapporsi al monastero benedettino femminile di Sonnenburg, oggi Castelbadia, in Val Badia. Il monastero, sorto dapprima come castello, nel 1039, il figlio del conte Otwin, lo donò alle monache benedettine, dotandolo di vasti possedimenti terrieri. Tra le sue mura vennero ospitate le figlie della nobiltà tirolese non destinate alla gioia della vita laicale; e pare che conducessero una vita non propriamente edificante, almeno stando alle fonti dell’epoca, che ricordano numerosi episodi boccacceschi. A causa di una disputa territoriale con gli abitanti di Marebbe, Verena von Stuben, badessa del monastero, ottenne ragione dal duca Sigismondo d’Austria, che intimò ai Marebbesi le pubbliche scuse nei confronti del monastero e, non contento, dispose anche l’assegnazione di nuovi territori alle monache. Conosciuta l’affinità e l’unione di intenti che legavano il dignitario al Sonnenburg, gli abitanti di Marebbe non si diedero per vinti e non rimasero con le mani in mano. Rivolsero le loro suppliche al vescovo Cusano, che, nel frattempo, aveva intrapreso una difficile riforma della vita monastica. L’abile e scaltra Verena von Stuben, vista la mal parata, prese tempo, promettendo solennemente di adeguare il monastero alla nuova osservanza. La sua strategia, per quanto astuta, non poteva certamente durare a lungo. Dopo anni di scaramucce e di promesse mai mantenute, neppure di fronte alla scomunica e alle richieste della “duchessa Eleonora, moglie di Sigismondo, che la invitava a sottomettersi alle direttive del suo vescovo, la badessa Verena rispose che d’ora in avanti lei e le sue consorelle avrebbero provveduto direttamente alla loro sicurezza e al loro mantenimento; detto fatto, il monastero di Sonnenburg assoldò un gruppo di uomini armati…cui fu affidato il compito di riscuotere, con le buone o con le cattive, le imposte degli abitanti della Val Badia e delle vallate laterali” (G. Piaia, Nicolò Cusano, vescovo filosofo e il castello di Andraz, 2007, p. 26). La chiave di volta, capace di rompere lo stallo nel quale erano caduti ambedue i contendenti, fu il fragore delle armi. La battaglia avvenne il 5 aprile del 1458 nei pressi di Crep de Santa Grazia, sempre in Val Badia. Le truppe fedeli al vescovo sbaragliarono gli uomini di Sonnenburg e a Verena non rimase altro che rinunciare alla carica di badessa del monastero. “La lunga vicenda che aveva opposto un vescovo a una badessa accese la fantasia popolare: si narra che durante una visita del Cusano a Sonnenburg per riformare il monastero la maliziosa badessa avesse fatto servire in tavola da una giovane e bella novizia carne di coniglio, che era allora considerata un afrodisiaco; il vescovo si rifiutò di mangiarla, ed allora Verena la fece riportare in cucina, ove fu tritata e trasformata in polpette, che il Cusano, senza accorgersi dell’avvenuta manipolazione, mangiò poi di gusto” (G. Piaia, op. cit., p. 28).

Come detto, delle prime fasi del castello Andraz non sono pervenute testimonianze scritte o cartografiche, tuttavia gli scavi archeologici, che, peraltro, avrebbero evidenziato un possibile stanziamento mesolitico, hanno definito che esso possedeva delle dimensioni alquanto più ridotte di quello attuale, mentre le strutture interne dovevano essere completamente di legno. Doveva, inoltre, possedere una protezione muraria a valle sotto il masso, attraverso la quale si accedeva al cortile interno. Da qui, volendo accedere alla rocca si doveva percorrere una sorta di scala di pietra, la quale permetteva l’accesso ad una seconda scala, questa volta di legno, che poneva in comunicazione i diversi piani sovrapposti.

Nel Trecento, il Castello, ampliato molte volte, ormai non era più la rozza opera fortificatoria delle origini, ma si era plasmato indissolubilmente all’enorme macigno, assumendo una forma verticistica, obbligando i piani in legno a sfruttare le pendenze e la sagoma del masso stesso; una costruzione ben lontana dal consueto profilo “nucleare” dei castelli vicini, ovvero strutturati attorno al mastio. Il 1484 fu un anno fatale per il castello. Un incendio di vaste dimensioni lo compromise seriamente, tanto da costringere una generale ricostruzione dell’edificio. L’incarico venne affidato ai Maestri Comacini Jacomo, Antonio e Pedro, i quali studiarono i diversi piani, partendo dalle antiche fondamenta. Tra le opere realizzate, si rialzarono le quote dei cortili di qualche metro, adoperandovi le macerie, e si spostò l’ingresso alzandovi una torre angolare. Ormai il castello aveva assunto la veste, sotto la quale oggi si fa vedere. Successivi lavori furono eseguiti nel 1516, sempre in seguito ad un incendio. Sul far del Seicento, il castello conobbe una nuova destinazione d’uso, residenziale ed amministrativa, poiché l’evoluzione delle strategie militari, nonché delle stesse armi, gli fecero perdere la sua valenza originaria.
Il lento degrado che ne seguì toccò il suo apice in seguito alle guerre napoleoniche. Il Castello venne venduto a dei privati, i quali si preoccuparono di spogliarlo degli arredi e di ogni parte asportabile, compreso il tetto. Ulteriori danni seguirono alla Grande Guerra, poiché fu oggetto di bombardamenti da parte delle postazioni austriche, asserragliate sul soprastante Col di Lana.

Ora una breve carrellata di fotografie del castello e dei suoi interni.

 

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Atrio deposito accesso ai piani superori
Cucina
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Sala del Capitano
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Cucina
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Cucina

 

 

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Percorso di visita
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Particolare del foro gnomonico di Nicolò Cusano per cogliere il solstizio estivo.1
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Scritte poste sopra il forognomonico
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Copertura in vetro

 

 

 

 

La Torre del Caligo. Jesolo

A pochi chilometri dalle rinomate spiagge di Jesolo, si nasconde un luogo magico, in cui riecheggiano le antiche suggestioni romane e della Serenissima. È la Torre del Caligo o, meglio, quello che rimane dell’antica fortificazione. In questi giorni, dettati dalla canicola, molti dei turisti che hanno percorso il tratto stradale, che da Caposile porta alla località balneare, avranno osservato con una certa invidia delle automobili transitare lungo la sponda destra del Sile-Piave vecchia, non sapendo che, da un lato, tale itinerario li avrebbe alleviato il tedio delle lunghe code e, per chi ancora gode delle testimonianze del passato, avrebbe potuto dare una sbirciata ad uno dei monumenti più antichi della zona. Può apparire persino antinomico pensare a Jesolo, come un luogo depositario di vestigia del passato, ma non è così. Per quanto possa essere incredibile, la località veneta non è solo spiaggia, mare e movida. Al centro di Jesolo paese vi è il sito delle cosiddette Antiche Mura, nel quale sono visibili i ruderi della basilica medioevale di S. Maria Assunta e non solo, dato che la frequentazione del sito è stata retrodatata al IV secolo.

Tra l’altro, non è di poco tempo fa il rinvenimento a poca distanza di “mansio” risalente all’epoca romana, peraltro evidenziata come prova provata (sic!) della vocazione di Jesolo alla ricezione turistica, che attesterebbe in Jesolo un luogo ben introdotto all’interno dei circuiti commerciali tardo antichi e altomedioevali. Con la speranza che tali testimonianze non entrino nel lungo elenco delle cosiddette “piere vecie”, vi è, invece, una voce fuori dal coro. E riguarda la Torre del Caligo. Anni fa, nell’agosto del 2014, grazie alla “sensibilità delle famiglie e società agricole che ne erano proprietarie…hanno donato la Torre al Comune”, il quale l’acquisì come bene di una certa rilevanza storica, poiché non si poteva certamente dimenticare “che nei secoli passati la Torre del Caligo” aveva svolto “l’importante ruolo di presidio a guardia della confluenza del canale omonimo nel vecchio corso del Piave” (Il Gazzettino di Venezia del 23 agosto 2014).

Sulla base dei conci di pietra e dei mattoni sesquipedali della base, nonché le misure del suo perimetro la pongono in diretta relazione con altre due torri, identificate l’una nei ruderi sommersi nel Canale di San Felice a poca distanza da Treporti e l’altra con quella di Baro Zavalea, nella Valle di Mezzano nei pressi di Comacchio. Le ricerche archeologiche condotte su questi ultimi siti hanno permesso di datare le costruzioni ad un arco di tempo che spazia dal I secolo a.C. al I secolo d.C.; ed hanno permesso di cogliere, almeno in buona misura, il contesto antropico e naturale, nel quale avevano una determinata destinazione, di appoggio e controllo della navigazione endolitoranea – in stretta relazione con le diverse “mansiones” con cavane con tratti di alzaia e le altrettante “mutationes” con palata – che si svolgeva durante l’epoca romana tra Ravenna ed Aquileia. Nel caso specifico, la navigazione in età romana diretta in ambito “torcellese”, dopo aver percorso diverse aste fluviali, imboccava all’altezza della Torre del Caligo l’alveo terminale del Piave-Sile e proseguiva fino a Equilo (il nucleo originario dell’odierna Jesolo), “vicus” di epoca imperiale.
Secoli dopo, la torre venne ricostruita dai veneziani, elevandola a tre o quattro piani, come testimoniato da diverse fonti cartografiche.

La sua destinazione non cambiò di molto, divenendo un presidio militare con il compito anche di esigere il dazio conseguente al notevole traffico commerciale, che vi si svolgeva, soprattutto di legname proveniente dal Cadore e il metallo utile per l’edilizia e la cantieristica di Venezia, la cui navigazione proseguiva coll’utilizzo del traino di cavalli, che procedevano sulle alzaie, fino a Treporti; e scongiurare l’altrettanto notevole contrabbando di sale e di animali o carni macellate, piaga che costrinse il governo veneto ad emanare numerosi decreti e altri provvedimenti repressivi.

Attraverso accorgimenti idraulici ed ingegneristici piuttosto lungimiranti per l’epoca era possibile per le imbarcazioni di una certa stazza superare gli argini, attraverso l’utilizzo di sbarramenti fluviali – vedi panama- ; mentre nel caso di imbarcazioni dal basso tonnellaggio il superamento avveniva grazie ad un sistema di piani inclinati e argani.
In realtà, la nostra torre era conosciuta, almeno fino al Trecento, sotto il nome di Turris Plavis e lo storico Giacono Filiasi, interrogandosi sulla storia antica di quella che sarà Jesolo e sulla più minuta fortificazione, scrive.

I documenti degli scorsi secoli ci manifestano pure che nel tenere di Equilio eravi luogo detto Torre di Piave, altro Ponte di Equilo, altro S. Mauro. Nel così detto Codex Publicorum trovai memoria di essi, e per primo, o sia la Torre non so se stesse verso Villafranca, e dove ora si veggono varie macerie da non confondersi con quelle di Equilio. Perché sovente la palustre nebbia volteggiava all’intorno, e colle bianche sue falde nascondea quella torre, perciò chiamaronla anche Torre del Caligo” (Memorie storiche dè Veneti primi e secondi, 1814 , p. 98).

Quindi lo storico sembra avvalorare la teoria, secondo la quale la nebbia, che per molte settimane del periodo autunnale e invernale, avvolge l’intero circondario, fosse la causa prima di questo nuovo toponimo. Tuttavia, ad onore del vero, per quanto suggestiva, questa non è l’unica teoria a questo riguardo. Vi è stato chi vi ha ricordato il nome di una nobile famiglia veneziana e chi, ancora, vi ha letto una derivazione legata in qualche modo all’itinerario stradale (A. Visentin, Jesolo antica e moderna, Tipografia Messaggero, Padova, 1954, p. 98).

Stando a talune testimonianze letterarie, purtroppo non confermate da evidenze archeologiche, la torre diede l’impulso attrattivo alla edificazione di strutture di accoglienza e di varia logistica ai mercanti e ai viaggiatori. Non poteva certamente mancare un sacello, una chiesa, dove, soprattutto durante le lunghe notti invernali, era possibile sopire con una preghiera le ansie delle deviazioni del giorno. Il Filiasi, a questo riguardo, ricorda che “se stiamo agli annali Camaldolesi, fino dall’anno 930 già esisteva la Torre del Caligo, poiché raccontano come in luogo boschereccio prossima ad essa ritirossi S. Romualdo con Marino suo compagno” (G. Filiasi, op. cit., p. 98), volendo con questo accogliere l’idea, che la struttura monastica sorse nelle vicinanze della stessa torre, come ricorda la tradizione camaldolese (A. Fortunius, Historiarum Camaldulensium pars posterior, Venezia, 1579, I, c. 7; AC, I 53 ss).

Come ogni cosa, anche la torre conobbe il momento della sua fine, che coincise con le opere idrauliche intraprese dalla Repubblica di Venezia, atte a scongiurare l’interramento della laguna; e, secondo l’uso scellerato, ma dettato dalla necessità di allora, si pose a smantellarla per recuperare i materiali, che avrebbero poi innalzato i poderi vicinali.
In breve, questa è la storia della Torre del Caligo. Ora vediamo come raggiungerla, semmai dovessimo trovarci da queste parti. Arrivando da Venezia, in direzione di Jesolo, alla vista di Caposile, volenti o nolenti ci imbattiamo in una grande rotonda. Proseguendo alla seconda uscita, ci troveremmo alla volta per la strada che ci condurrà a Jesolo, mentre a noi interessa la prima uscita. Un piccolo cartello turistico, con la semplice dicitura Torre del Caligo, ci obbligherà alla deviazione. Seguiamo l’indicazione del ponte di barche, che oltrepasseremo per una manciata di monetine, e quindi in tutta calma, seguiamo la strada asfaltata dei Salsi. Dopo qualche chilometro , dietro ad un’ansa del fiume

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, ecco che ci appare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’isola di San Secondo. Una storia dimenticata

A quanto pare, nel giro di qualche anno, un’altra isola della laguna di Venezia di proprietà demaniale, sarà assegnata a dei privati per una riqualificazione per soli usi turistici, che farà di lei “un centro conferenze e un luogo di ristoro che accoglie residenti e turisti che potranno arrivare…via mare con un barchino o via bici, grazie a un ponte galleggiante che unirà l’attuale pista ciclabile all’isola” (La Nuova Venezia dell’11 febbraio 2018).

Il lembo di terra che emerge dalle acque salse della laguna possiede un suo nome, affidatogli secoli fa dalla pietà popolare, per celebrarvi le reliquie di un uomo, le cui qualità, morali e umane, lo resero santo. L’isolotto, oggi poco più di poche spanne di sabbia e terra, è quello di San Secondo.
La sua posizione avrebbe dovuto giocare a suo favore. Si staglia lungo il canale navigabile che ha collegato, e collega, la vicina San Giuliano, costa dell’entroterra veneziano, alla città lagunare; ma su di esso è caduto una sorta di maleficio della memoria. Per molti è solo un nome perduto tra i tanti disseminati tra le chiazze d’acqua della laguna veneta. Chi non conosce o non ha sentito parlare, nel bene come nel male, di San Clemente o di San Servolo – luoghi nei quali si testarono i rudimenti della scienza psichiatrica – della Certosa, il cui monastero divenne un faro culturale; o Torcello, punto d’arrivo di molti turisti, dove è possibile respirare l’aria dei secoli. E sono solo degli esempi tra i molti. Per altri, ancora un semplice scherzo della natura. Punto e basta.

Il maleficio appare ripetersi ogni santo giorno. Migliaia di pendolari e turisti vi passano accanto, mentre percorrono il Ponte della Libertà – i quattro chilometri arcuati che collegano il centro storico alla terraferma -, ma nessuno sembra badare all’ammasso inestricabile di arbusti e alberi, che si mostra a qualche centinaio di metri.

Eppure il monastero, sorto sull’isola di San Secondo possiede una lunga storia, la cui dignità è pari a quella delle altre isole più famose. Purtroppo, le memorie archivistiche del monastero si sono per lo più perse; e ciò si deve imputare alle diverse distruzioni e vari rifacimenti in cui incorse e, principalmente, alla soppressione nel periodo napoleonico. Inoltre, i pochissimi documenti non permettono di completare o, nel caso, rettificare le notizie sulla storia del monastero, scritte dai diversi storici.

Secondo un brano di poche righe, nel 1034 la nobile famiglia dei Baffo, originaria dell’isola di Cipro e che nel futuro avrà sempre un occhio di riguardo verso le istanze del clero, colpita dalla posizione strategica dell’isola e dalla vicinanza di un’edicola dedicata a Sant’Erasmo, fece costruire a sue spese il primo nucleo di un monastero, che sarà affidato a delle monache benedettine (M. Francesco Sansovino, Venetia. Città nobilissima et singolare, 1581, p.), dandogli un’impronta aristocratica, accogliendo, fin dai tempi più antichi, monache appartenenti alle più illustri famiglie veneziane. Il cenobio, che venne dedicato al Patrono dei marinai, si trovò a dare il nome alla stessa isoletta, ma poco più di due secoli dopo, nel 1237, si trovò coinvolto, suo malgrado, nel marasma del traffico di reliquie, che interessò l’Europa medioevale; e così il Santo di Formia dovette lasciare il posto al Martire di Asti, in seguito alla sua traslazione in laguna.

…come non senza miracolosi eventi si riposò portato a Vinetia a la riva di questo Sacro Tempio, fermandosi per divin volere in questa isoletta, la quale per un si riccho acquisto lasciò il nome di S. Erasmo, e si chiamò dipoi col nome di S. Secondo. Conciosia, che da la Città d’Asti per la via di Marghera portandosi a Vinetia, poi che fu gionto a questo loco, non fu mai possibile a poterlo condurre più avanti, e quanto più i marinai con remi se sforzavano di passar quest’Isola, e condursi a Venetia, dove nella Chiesa di S. Hieremia profeta dessignavano di collocare il pretioso acquisto, con tanta maggior tempesta e fortuna gli si faceva incontro l’adirato mare, e l’aria piena de lampi e tuoni, con si horribile aspetto gli si opponeva, che i Remorchianti furono astretti a lasciare la Barcha in potestà del Mare, il quale placandosi, con serena fronte a la riva di quest’Isola miracolosamente la ridosse” (Domenico Codagli, Historia dell’isola e monasterio di San Secondo, pp. 54-55). Peraltro, l’autore della monografia si cura di trascrivere un epitaffio che si leggeva in prossimità dell’altare (Domenico Codagli, op. cit. p. 61):

“SERENISSIMO IACOBO THEVPOLO VENETIARUM PRINCIPE IMPERANTE, HIC CIVITATEM PEDEMONTANAM ASTA NVUNCPATAM OBSIDIONE ATQVE ARMORVM VI CEPIT, DEPREDAVIT, PENEQUE DESTRVXIT: CORPVS SANCTI SECVUNDI EX EA ABSTVLIT, VENETIA ASQUE IN INSVLA SANCTI ERASMI NON SINE QVIBUSDAM PRODIGIIS COELO DIVINITVS OSTENSIS COLLOCAVIT. ANNO DOMINI. M.CCXXXVII”.

Quindi, durante la guerra contro Federico II, che vide le mura delle città italiane insanguinarsi per le lotte fratricide tra guelfi e ghibellini, Giovanni, figlio del doge Giacomo Tiepolo, s’impadronì di molte delle piazze rimaste fedeli all’imperatore; e tra esse la capitale dell’antica Astesana, la città di Asti, dalla cui cattedrale fece trafugare il corpo di San Secondo, il patrono cittadino, e lo inviò a Venezia.

Quasi simile la versione riportata dallo storico Flaminio Corner, informandoci che “un’antica tavoletta appesa presso l’altare del santo ci palesa, che sotto il doge Giacomo Tiepolo nell’anno 1237, essendo stata assediata ed espugnata la città d’Asti ne fu da essa tratto il corpo di san Secondo, ed a Venezia condotto fu riposto nella chiesa di s. Erasmo, che quel momento venne chiamata chiesa di sant’ Erasmo e Secondo” (Flaminio Corner, Notizia storiche delle chiese e monasteri di Venezia e Torcello, Padova, MCVVLVIII, p. 276). Lo storico veneziano si preoccupa di rendere testimonianza di un’altra versione del trafugamento. “In altra forma però viene raccontato il furto del sacro corpo da una vecchia carta pergamena, che tutt’ora esiste nell’Archivio del Monastero dei Santi Cosma e Damiano a Venezia. Il corpo di San Secondo chiuso in un’arca di piombo giacque per trecento anni sotto terra, da dove per divina ispirazione levato, fu con solennità esposto. Accadde che poi alquanti mercanti veneti giunsero in Asti, ove con danari corruppero la famiglia dei Venturi numerosa di gente, ed alcuni di essi furtivamente tolto il sacro corpo lo consegnarono ai mercanti. Castigò Iddio l’empietà di quella famiglia, in cui entrata la morte li ridusse in poco tempo al ristretto numero di nove, perché nascendone uno, ne moriva un altro. Frattanto i veneziani ottenuto il venerabile corpo, determinarono di collocarlo nella Chiesa di San Geremia; ma non potendo ivi far approdar la loro barca, la lasciarono alla discrezione dell’acqua, che tosto li condusse all’isola, ove sta il monastero di Sant’Erasmo, uffiziato da monache” (Flaminio Corner, op. citata, p. 274). Tuttavia, nel 1471, a Venezia si procedette alla visione dei sacri resti, che incrinò la certezza veneziana di custodire il corpo del martire. La testa si presentava attaccata al busto, in pieno contrasto con quanto fissato dai canoni della tradizione e dagli Atti dei Martiri, che descrissero il suo martirio mediante decapitazione. La “Vita del glorioso martire S. Secondo”, scritta in forma anonima nel 1823, ingarbuglia ancor più l’intera faccenda, poiché ricorda: “Nel 1212 essendo Vescovo Monsignor Guidetto venne in pensiere ai Canonici della Collegiata di visitare il Corpo di S. Secondo, i quali di notte tempo in compagnia d’alcuni scelti cittadini si portarono nello scurolo sotterraneo … ove era stato riposto … il Corpo di S. Secondo, ruppero il muro, ed aprirono la cassa, che visitarono attentamente, e rimasti assicurati, ridussero il tutto nel pristino stato. Il seguente giorno molte donne divote solite portarsi nello scurolo a pregare, osservando il muro di recente riparato, sospettarono, che fosse stato rubato il Corpo del Santo, ed uscite di Chiesa spargendo la voce, corse la fama per tutta la Città, che veramente ne fosse stato involato il Corpo di S. Secondo, e trasportato a Venezia. Per sedare intanto il tumulto degli Astesi l’accennato Vescovo Guidetto portatosi nello scurolo in compagnia di alcuni Canonici della Collegiata… fece riaprire la Tomba, e constare al popolo, che lo sparsosi rumore era falsa, del che ne fa testimonianza la presente iscrizione esistente nel Duomo accanto alla porta maggiore”.

GVIDETVS EPISCOPVS
AD OBYCIENDAM VELVT MENDACIVM
FAMAE CLAMORIBVS MOERORI ASTENSIVM
S. SECVNDI CORPORIS
FVRTIVAN VENETIAS DELATIONEM
CANONICIS ET CLERICIS ASSOCIATVS
SACRVM CORPVS IN TVRRI QVAESITVM
INTER BINA MARMOREA MONVMENTA
IN PLVMBEA CAPSVLA INTEGRVM
ADINVENTVM VIDIT OSTENDIT
POST PVBLICI ACTVS STIPVLATIONEM
INTERVM CLAVSIT
MIRABILIS TAMEN IN SVO MARTIRE DEVS
NE CVM CORPORE LATERENT ET MERITA
QVAMPLVRIMIS MIRACVLIS
QVANTAM SPEM ET VENERATIONEM
TANTO PROTECTORI ASTA DEBEAT INDIXIT
ANNO MCCXII

Nonostante le asserzioni del Codagli, non vi è alcun documento, memoria o quant’altro che possa suffragare quanto scritto e d’altra parte vertono gravi dubbi sull’episodio legato all’assedio di Asti, tanto da considerarlo un vero e proprio falso storico, magari costruito ad arte per nascondere qualcosa di meno nobile e guerresco. La stessa vicenda del trafugamento è sospetta. A parte le evidenti incoerenze, sono troppe le similitudini con quello di San Marco per essere genuina.
La contraddizione si superò secoli dopo con l’erudito Ferdinando Ughelli, che conciliò le pretese delle due, sostenendo che ad Asti si conservava il corpo di San Secondo martire, mentre a Venezia si custodiva quello di San Secondo confessore e vescovo di Asti (Italia Sacra, Volume IV, 1653), attestando così, tra le righe, che i Veneziani si erano comunque resi responsabili di un trafugamento.

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Jacopo De’ Barbari, Venetie MD, isola di San Secondo

Fin dai primi secoli di vita, il monastero di San Secondo ebbe molti rapporti con le autorità ecclesiastiche superiori, tanto che poté giovarsi di numerose concessioni di indulgenze, nonché da esazioni da decime e da altre imposizioni fiscali ecclesiastiche. Il suo patrimonio, per lo più amministrato per il mantenimento del clero e per le necessità del monastero, si basava su terreni e vigneti, alcuni dei quali a Chioggia e a Cividale del Friuli. Il patrimonio immobiliare, pur con naturali variazioni, dovette rimanere nel suo complesso inalterato fino alle confische, avvenute con la sua estinzione.

Come avvenuto per altri monasteri veneziani, anche San Secondo conobbe il problema, che ricorre in tutto il corso della storia di Venezia e trova giustificazione nella consuetudine di monacare le ragazze per non frazionare i patrimoni: “sul finire del XV secolo era arrivato lo sconcerto non solo dell’osservanza, ma del costume a tal segno, che nelle monache altro più di religioso non si vedeva, che l’abito esteriore, ed il nome” (Flaminio Corner, op. citata, p.277).

La comunità delle Benedettine si trovarono obbligate a trasferirsi nel 1529 alla Giudecca per ordine del papa Clemente VII, mentre il loro monastero venne soppresso. Nel 1535, il Senato veneziano, tornato proprietario dell’isola, la consegnò all’ordine domenicano. Mentre i Domenicani si apprestano al restauro degli edifici dell’isola, “un certo prete, che dalle monache nella loro partenza era stato lasciato alla custodia della chiesa, disperato di dover abbandonare un’abitazione, a cui aveva preso amore, con risoluzione diabolica attaccò fuoco al tetto del monastero, che per la sua vecchiezza in breve tempo d’ora restò consunto; e passate le fiamme a devastare la chiesa, tosto chè si avvicinarono alla cappella, in cui si conservava il sacro deposito di San Secondo, quasi che ne venerassero la santità, retrocessero, e ritornarono ai chiostri, ove restarono estinte” (Flaminio Corner, op. citata, p. 279).

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A. Sandi da F. Tironi, l’isola di San Secondo

Nel corso della grande peste del 1576, l’isola e i suoi edifici furono destinati alla cura degli appestati. Alla cessazione del flagello, ritornò ai Domenicani, ma le condizioni erano tali che si considerò di ridursi al monastero di San Domenico a Venezia, portandosi via il corpo di San Secondo.
Il Senato, invece, impose il risanamento dell’isola e la ricostruzione degli edifici, i quali dovevano sopportare nel futuro altri incendi, come quello ricordato dallo storico Emmanuele Antonio Cicogna: “Alli 11 giugno 1775 un fulmine danneggiò notabilmente nell’esterno e nell’interno la torricella ove conservavansi 395 barili di polvere e per grazia della Beata Vergine del Rosario e intercessione del glorioso martire San Secondo furono preservati i religiosi, l’isola e la città” ( Delle Iscrizioni Veneziane). Dopo il terribile incendio, scoppiato nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1569, nell’Arsenale, che provocò lo scoppio dei barili di polvere pirica ammassati nei magazzini, distruggendo intere galere e gli edifici interni ed esterni; il Senato dispose che la polvere fosse posta in determinate “torreselle”, costruite sulle isole limitrofe a Venezia. Tra queste vi era San Secondo.

L’aver spostato le monache, affidando le cure del convento ai Domenicani, sembrò non dare i frutti sperati. Lo stile di vita del cenobio risulta ancora una volta rilassato e attento alle gioie goderecce. Per favorire l’osservanza, il convento venne assegnato alla provincia romana e non alle province domenicane dell’Italia settentrionale; e questo fino al 1641, allorché San Secondo entrò nella nuova provincia di San Domenico di Venezia.
Finalmente, nel 1660, il convento di San Secondo passa al vero regime di osservanza, grazie anche all’ambiente politico della Serenissima, che spingeva affinché fosse realizzata la riforma domenicana. L’isola si pose a capo di quelle comunità, il cui stile di vita regolare era garantito da apposite norme giuridiche. Il passaggio risultò decisivo, poiché diede l’avvio alla seconda grande riforma dell’ordine domenicano in terra veneta; e questo grazie anche alle due grandi personalità, che si fecero promotori, ovvero il napoletano padre Basilio Pica, che portò la riforma effettuata nel goriziano, e il frate veneziano Girolamo Piccini.

Durante gli anni terribili della peste del 1630/1631, il suolo dell’isola non vide alcun ammalato, poiché si pensò di farvi dimorare i membri della famiglia dell’ambasciatore francese, già provata da numerosi decessi; mentre, anni più tardi, nel 1686, divenne il collegio per i chierici dell’osservanza domenicana. Erano gli ultimi sprazzi dell’antica vocazione religiosa dell’isola, divenendo anni dopo l’ultimo baluardo fortificato della cadente Serenissima.
Nel 1824 la chiesa venne demolita fino alle fondamenta, mentre gli altri edifici furono riadattati alla nuova funzione militare. L’isola divenne un forte di forma ottagonale con gola aperta e una guarnigione di poco meno di 200 uomini, predisposto alla protezione di Venezia. Il corpo di San Secondo e alcune opere d’arte furono messe al sicuro nella chiesa dei Gesuati, mentre la pala dell’altare maggiore fu sistemata nella chiesa dello Spirito Santo alle Zattere. Bene o male la destinazione militare venne meno negli anni quaranta del Novecento e l’isola fu utilizzata per l’allevamento di animali da cortile e per l’agricoltura orticola, fino ad essere del tutto abbandonata negli anni Sessanta.

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Foto aerea dell’isola di San Secondo, tratta dal web

Oggi, passandoci accanto, appare una cosa fuori dal mondo solo pensare che secoli addietro un uomo gli abbia dedicato una poesia. Eppure…

Cinta da l’Acque, hor placid’,
hor sonanti,
Un’isoletta sorge, ei se ritiene
Alme fide, di Dio Sacre Sirene,
C’hanno effetti, pensier, costumi santi.
Qui s’erge un Tempio, e poggierà sì inanti,
Un giorno ancor, fra queste salse arene,
Pietro per te, che dall’occulte vene
De monti, qui trarai marmi prestanti.
Ond’eì s’additerà per meraviglia,
Haurà di Paro i marmi, e i Fregi d’oro,
Colonne, Archi, Rotonde, egregi Altari.
E’ molto ciò che fai, ma il più prepari,
Grato a Secondo sia l’altro lavoro,
Che t’inspira, t’aita, e ti consiglia.

Il parco rupestre di Lama D’Antico, San Giovanni e San Lorenzo

Poco lontano dal borgo marinaro di Savelletri, nel comune di Fasano (Br), si nasconde uno degli insediamenti rupestri più significativi della Puglia. Si tratta del parco rupestre di Lama D’Antico, San Giovanni e San Lorenzo. E’una realtà poco conosciuta o relegata ai margini, se posta in relazione alle splendide vestigia della vicina città romana di Egnatia. Molte guide locali ne tracciano la storia in poche righe, riservando molte pagine alle meraviglie vicine; ma per gli studiosi l’insediamento rupestre di Lama d’Antico è uno dei punti di riferimento imprescindibile per la conoscenza della storia medioevale pugliese.
Per quanto non sia sopravvissuto alcun documento che possa far conoscere fatti, vicissitudini, situazioni che hanno determinato i mutamenti nella vita della comunità di Lama D’Antico, tuttavia, la memoria storica riesce ad ovviare ad una tale assenza documentaria, offrendo ciò che era stato l’insediamento nei tempi andati, al lavoro che vi si svolgeva al suo interno e al trascorrere della vita di ogni giorno, compresa la propria religiosità.

In linea di massima, le sue origini vengono fatte risalire all’abbandono della città di Egnatia, avvenuto tra il X – XI secolo d. C., anche se taluni ritrovamenti sporadici hanno indotto qualche studioso locale a retrodatare le origini alla lontana preistoria. Comunque, a tutt’oggi nessuna evidenza archeologica lo attesterebbe. Il picco lo raggiunse tra il XII e il XIV secolo, allorché la comunità raggiunse poco meno di un migliaio di abitanti: un numero davvero ragguardevole, almeno per quei tempi. Come per altri agglomerati coevi, e non solo pugliesi, trasse la propria fortuna dallo snodarsi di un tracciato stradale di epoca romana, che transitava nel bel mezzo dell’insediamento: la Via Appia Traiana. Lo storico Renato Stopani evidenzia che “tra la fine dell’XI secolo e l’inizio del XII, con le prime Crociate, tutto il sud d’Italia sarà investito da una intensa corrente di transiti e il sistema viario imperniato su quella che è ormai ovunque chiamata via Francesca o via Francigena si consoliderà ulteriormente e la Puglia, per il cospicuo transito di uomini e di merci facenti capo ai suoi porti, andrà assumendo il ruolo di primo intermediario tra l’Occidente e il Levante. Reso sicuro dalla pax normanna, il percorso erede della Appia Traiana diverrà l’itinerario terrestre privilegiato dai contingenti crociati per giungere ai porti pugliesi” (La Via Traiana nel Medioevo). Dopo di che l’insediamento conobbe uno spopolamento, graduale ma inesorabile, fino ad arrivare al totale abbandono nel secolo passato.

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Dopo aver posteggiato l’auto nella area adibita a parcheggio e raggiunto il centro visite, si scende nella lama (sottile e sinuoso crinale che separa delle piccole valli di un versante a calanchi), si superano due grandi grotte adibite ad abitazione

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ed ecco la chiesa rupestre, una delle manifestazioni culturali di estrema importanza, per il sincretismo artistico e architettonico tra motivi greci e latini, nonché per la sua insolita collocazione nel contesto urbano. A differenza delle altre chiese rupestri, per lo più sorte ai margini del centro abitato, quella di Lama D’Antico venne eretta nel nucleo del villaggio, lambendo quasi la via Appia Traiana.

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La chiesa, la cui dedicazione è sconosciuta, si sviluppa in una doppia navata irregolare secondo l’orientamento liturgico, suddivisa in tre campate, la cui centrale – eretta mediante eliminazione della roccia aggettivante superiore – era ricoperta da tegole di terracotta, mentre le altre due laterali sono coperte da volte a botte su base quadrata. All’interno si ammirano numerosi elementi architettonici – tra i quali la cattedra vescovile scavata nel tufo -, che la cingono per il suo intero perimetro, e doveva essere completamente tappezzata di affreschi, sia all’esterno che all’interno. Anche se possiamo farcene in larga misura un’idea, tuttavia, oggi, ricostruire lo svolgersi dei temi e delle sequenze iconografiche è diventato un compito difficile, se non impossibile, dato che le pitture si presentano ormai ad uno stato quasi sinopiale.

 

Ritornati all’esterno, numerose grotte, artificiali e naturali, lasciano il posto ad una grande cavità, utilizzata quale ricovero per gli animali.

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Le grotte adibite ad abitazione presentano ancora i segni interni ed è possibile inquadrare le diverse destinazioni d’uso dei singoli spazi. Così, con un po’ di fantasia, è facile riconoscere il locale per la notte, come è facile intravvedere la dispensa o la vasca per l’acqua o, ancora, i cavicchi sporgenti o incavati dove si depositavano gli oggetti di ogni giorno.
Il villaggio era dotato di un articolato sistema per l’approvvigionamento idrico. Delle canalette raccoglievano l’acqua e la trasportavano nelle cisterne di decantazione, dove avveniva la depurazione, necessaria per renderla potabile.
In fondo alla lama, lontano dalle abitazioni, si trova una grande cavità artificiale, adibita alla lavorazione di pelli e tessuti.
Una serie di canalette trasportavano le acque di scarto della conceria, pezzi di carne animale e pellame, lontano dal sistema idrico che attraversava la città; insomma un sorprendente smaltimento dei rifiuti, almeno per la sensibilità di quell’epoca. La conceria, in seguito, venne riadattata per l’esclusivo uso pastorale.
A qualche chilometro, verso l’interno, in direzione del centro di Fasano, è possibile visitare altri due insediamenti rupestri, anch’essi inseriti nel Parco rupestre: la chiesa e il villaggio rupestre di San Giovanni all’interno della lama Tammurrone e il vicino insediamento di San Lorenzo.
Ne vale la pena, senza dubbio.
Non lontano, sorgono altri insediamenti degni di nota. Sono quelli di Coccaro, di Santa Virgilia, di Lama Cupa, di San Basilio, di Seppannibale, di San Francesco, di San Nicola, di Falcianello e dei Santissimi Andrea e Procopio. Pertanto, al viaggiatore curioso, che si appresta a visitare queste straordinarie terre, non si fermi alle perle – culturali e naturalistiche – più conosciute della costa di Fasano o della più ampia Valle d’Itria, ma dedichi un po’ del proprio tempo, per visitare, facendosene propria, una delle esperienze umane più interessanti del medioevo pugliese.

La Torre di Rai di San Polo di Piave

Tra i molti gioielli che la Marca serba nel suo territorio vi è una torre di epoca medioevale, che si nasconde timidamente nella piccola borgata di Rai nel Comune di San Polo. Gli scarsi e quanto mai bizzarri ruderi della torre si trovano sul ciglio di una strada sterrata a qualche metro da una delle più rinomate aziende vinicole del Veneto – chi non ha gustato un calice dei vini della Cà di Rajo – e a un centinaio di metri dalla parrocchiale, dedicata a Santa Maria Maddalena. Non ne rimangono che due tronconi, abbracciati come un tutt’uno con la boscaglia, che sembra velare la forma originale dell’edificio.

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Quello che rimane della torre si erge sopra una motta di pochi metri, la cui altezza è poco meno di cinque metri, sul piano di campagna. La tradizione erudita locale vorrebbe attribuire alla motta un’origine romana; tuttavia, uno scavo compiuto nel lontano 1935 (Ercolino, 1999, pp. 85-88), ha evidenziato che le basi della torre traggono il proprio fondamento dalla base di campagna, escludendo di fatto l’eventualità che la fortificazione sia stata eretta sopra un manufatto di età antica. Probabilmente, la fondazione risale alla fine del XIII secolo e, forse, la sua particolare conformazione è legata alla vicina presenza degli alvei secondari del fiume Piave, oggi visibili nelle foto da satellite. Il riporto di materiale, che costituisce la motta, trovava una sua giustificazione nel contrasto delle tante esondazioni del reticolo fluviale, proteggendo di fatto i beni del proprietario dell’edificio fortificato.

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La storia della torre racconta di assedi e saccheggi, come ogni altra torre medioevale, ma i tormenti finali e, soprattutto più devastanti, appartengono alla storia più recente. La torre ancora integra nelle sue parti venne fatta brillare dagli austriaci nel novembre del 1918, volendo evitare che divenisse un posto di osservazione per le truppe italiane, quindi il 15 febbraio del 1925 una tormenta violentissima terminò quanto iniziato dai soldati di Carlo I d’Austria.
E’ vero, a vederla oggi, appare una semplice torre medioevale, una delle migliaia che troneggiano sui borghi italiani, ricordandoci “delle donne, dei cavalieri, delle battaglie, degli amori”, ma è anche vero che rappresentò uno dei tanti magli, attraverso i quali i Collalto, la nobile casata di origine longobarda, diede la propria impronta a quella che oggi viene definita la Marca Gioiosa.

Sara Copio Sulla. La voce del ghetto di Venezia seicentesca. I sonetti XI, XII, XIII, XIV

XI.

Quel desìo di saper ch’in cor gentile
Sovente alberga ad ingannevol luce
Mi trasse; indi seguendo infido duce
Tardi di cor vilan scorgei lo stile.

Fummi il costui disagio qual focile
Ch’ogn’or colpiami il cor; ma chi m0induce
A dir quali esche ardesse, se riluce
Pur anco illustre l’oprar mio virile?

Mi taccio donque e m’ascrivo a la schiera
De’ Melciadi Focioni, se non lece
Ch’un empio ingrato altro premio m’apporte.

Di cui non so qual inferna megera
L’alma ingombrassi, che d’onore in vece
Danno mi procurasse, oltraggio e morte.

Quel desìo di saper ch’in cor gentile (Codice di Giulia Soliga, Fondo Cicogna del Museo Correr di Venezia, n. 270, c83r).

 

XII.

A vile e indegno oggetto di mirare
Talor fui astretta: ma la mente altera
Tosto a dietro si volse, che non spera
Da vil tenzon fama illustre destate.

Se con armi in aringo si de’ entrare
Conformi al vil nemico, ah, che dispera
Ch’in alto aspira e sdegna uscir di schiera
Per ignobil trofeo scuro e volgare.

Quindi è, Signor, ch’uscir s’ode repente
Talor la Musa, se furor l’assale,
Cinta di larve entro incognito velo.

Ma per il più, qui vaglia il ver, si pente
D’aver mai da faretra schiuso strale,
Né affisso a infame segno illustre telo.

A Vile e indegno oggetto di mirare (Codice di Giulia Soliga, opera citata, c.84r).

 

XIII.

Se può vil nube anco adombrar del cielo
A le più chiare stelle i suoi orizonti,
Per ch’a vil bue vietar, sorga o tramonti
Il sol, ch’ei non rimuggi e al caldo e al gelo?

Non fia che adduggi al verde del mio stelo
Livor d’infame mostro, monti a monti
Inalzi: ch’ivi al mondo pur son conti
Suoi indegni vanti e non gli adombra il velo.

Ma che? Vil core d’ignominia al pondo
Forse pon cura, se in sozzi costumi
Gode, qual entro al lezzo porco immondo?

Quindi è, Signor, ch’ai fiati odiosi, ai fumi
D’empie fauci non bado: a più secondo
Spirar d’aura or m’avvien che i vanni impiumi.

Se può vil nube anco adombrar del cielo (Codice di Giulia Soliga, opera citata, c85r).

 

XIV.

Tace, è gran tempo, qual pose la cetra,
Onde sen gìo talor mia fama intorno,
Noiose cure al bel desìo troncorno
L’ali, onde s’alza il canto e vita impetra.

Poscia d’odiosa lingua indegna e tetra
Calunnia al furto infame unì lo scorno;
Stimai quei detti qual suolsi il ritorno
D’asibea voce a noi da cava pietra.

Fu poi, non so se da gli elisii o stigi
Campi, Musa ch’al canto spronò il corso
E de l’infamie altrui crollò la selva.

Signor, fu allora, ch’ai costei vestigi
Rivolta, scorsi lacerato il dorso
Di mille ponte offesa l’empia belva.

Tace, è gran tempo, qual pose la cetra (Codice di Giulia Soliga, opera citata, c. 86r).